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BadUSB: davvero i dispositivi USB modificati sono un’“arma informatica senza precedenti”?

BadUSB: davvero i dispositivi USB modificati sono un’“arma informatica senza precedenti”?

Credit: Tasha Chawner

C’è un difetto di sicurezza fondamentale in ogni dispositivo USB: il suo controller, ossia il piccolo chip che gestisce lo scambio di dati con il computer al quale è collegato, è riprogrammabile. Una volta riprogrammato, può iniettare nel computer istruzioni ostili di qualunque tipo in una maniera sostanzialmente invisibile ai normali antivirus, che non controllano il firmware, ossia il software essenziale che viene eseguito da questi chip.

In pratica, qualunque chiavetta, disco rigido, stampante, tastiera, mouse che usi lo standard USB può diventare il portatore di un’infezione informatica. A sua volta, un computer infettato può contaminare un dispositivo USB. Al momento non c’è nessun rimedio pratico, perché il difetto nasce da una caratteristica intenzionale dello standard. Dato che il firmware dei dispositivi USB non è firmato (cioè non ha nessun sistema di garanzia d’integrità), non c’è modo di sapere se è stato alterato. Brutta storia: c’è chi l’ha definita “un’arma informatica senza precedenti”. Si sospetta che l’NSA statunitense sfrutti già questa tecnica con un dispositivo chiamato Cottonmouth.

Il problema è stato segnalato a luglio scorso dai ricercatori di sicurezza Karsten Nohl e Jakob Lell, che hanno creato un malware dimostrativo, denominato BadUSB, che s’installa su un dispositivo USB e da lì è capace di prendere il controllo completo di un PC, alterare in modo invisibile i file presenti sul dispositivo USB, simulare di essere una tastiera e digitare comandi o deviare il traffico Internet della vittima.

Adesso due altri ricercatori, Adam Caudill e Brandon Wilson, hanno pubblicato un software per effettuare questi attacchi, con l’intento di spronare i costruttori di dispositivi USB a trovare una soluzione, ma con il risultato collaterale inevitabile di aver aperto il vaso di Pandora.

Per evitare questo tipo di attacco ci sono poche strade percorribili. La prima, drastica, è evitare del tutto l’uso di dispositivi USB e sigillare le porte USB dei computer (se gli ambienti di polizia nei quali c’è da tempo il divieto di collegare dispositivi USB vi sembravano eccessivamente paranoici, ora sapete che avevano visto giusto). Quasi impraticabile.

La seconda è evitare l’uso promiscuo di dispositivi USB. Significa che una chiavetta USB non può più essere usata come comodo strumento di scambio di grandi file: se entra in contatto con un computer non sicuro, può infettarsi e diffondere l’infezione. Lo stesso vale per tastiere, stampanti e altre periferiche. Non solo: bisogna acquistare dispositivi di provenienza certa, perché in mancanza di un buon controllo qualità (o in presenza di un fabbricante o di un governo ostile) non c’è modo di sapere se i dispositivi vengono preinfettati direttamente durante la fabbricazione.

Caudill e Wilson hanno sviluppato un software libero che ostacola la modifica del firmware e quindi i tentativi d’infezione, ma funziona soltanto con i controller USB 3.0 di una specifica marca (Phison). Anche così, un aggressore sufficientemente motivato può aprire il dispositivo USB e riprogrammarlo mettendo in corto dei pin, ma è un’operazione molto più complessa di un semplice inserimento e può essere ostacolata anch’essa iniettando colla epossidica dentro il dispositivo USB. L’aggressore deve avercela davvero tanto con voi, insomma.

A lungo termine, la soluzione sarà probabilmente l’introduzione del firmware firmato (code signing) che rivelerà eventuali alterazioni, ma ci vorranno anni per togliere dalla circolazione i dispositivi USB attuali. Nel frattempo conviene ridurre l’uso promiscuo: evitare di inserire un dispositivo USB in un computer non fidato e di inserire nei propri computer un dispositivo non fidato, e sostituire per esempio le chiavette USB con il trasferimento di file via Wi-Fi o Bluetooth o su supporti come CD e DVD.

Fonti aggiuntive: Wired, Siamo Geek, ExtremeTech.

Se avete un server OpenVPN, occhio a ShellShock; collezione di attacchi dimostrativi

In alcune configurazioni i server OpenVPN sono vulnerabili alla falla ShellShock. Lo segnala Hacker News; qui c’è il codice dimostrativo. Altre info sono su The Register.

Più in generale, Kevin Mitnick segnala l’esistenza di un archivio di proof of concept basati su ShellShock.

ShellShock, Apple rilascia gli aggiornamenti correttivi

ShellShock, Apple rilascia gli aggiornamenti correttivi

Sono disponibili gli aggiornamenti per Mac OS X Mavericks, Mountain Lion e Lion che risolvono il difetto di sicurezza di Bash per queste versioni del sistema operativo per computer di Apple.

Maggiori dettagli su Ars Technica, 9to5Mac.

L’immagine della T-shirt con la dicitura Breaking Bash è tratta da qui.

ShellShock: falla critica in Linux, Mac OS X e altri sistemi operativi derivati da Unix

ShellShock: falla critica in Linux, Mac OS X e altri sistemi operativi derivati da Unix

L’articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale.

C’è una falla seria in innumerevoli server, computer, router, dispositivi connessi a Internet che permette agli aggressori di agire in modo così  devastante che l’ente statunitense NIST ha assegnato a questa vulnerabilità il massimo grado di gravità: dieci su dieci.

Non c’è da stupirsi, dato che la falla, battezzata ShellShock, consente per esempio di prendere il comando di un server Web non aggiornato semplicemente mandandogli un solo comando via Internet.

Secondo l’esperto Robert Graham di Errata Security, ShellShock è sfruttabile per creare un attacco che si autopropaga: “this thing is clearly wormable”. Una sua scansione ha già trovato alcune migliaia di server vulnerabili, e la BBC parla di mezzo miliardo di dispositivi a rischio. È già in circolazione il primo malware basato su ShellShock (Virustotal; Kernelmode.info) e Trustedsec ha pubblicato una dimostrazione di come questa falla può essere usata per attaccare un computer o altro dispositivo Linux vulnerabile che si collega a una rete Wi-Fi ostile.

Niente panico, comunque: gli utenti Windows sono totalmente immuni dalla falla, a meno che abbiano installato software come per esempio Cygwin: il problema, infatti, riguarda i dispositivi che usano sistemi operativi “Unix-like”, come per esempio Linux, Mac OS X o iOS. Al momento i Mac risultano formalmente vulnerabili, ma la falla normalmente non è sfruttabile per attacchi dall’esterno se si usa il Mac come workstation (per chi lo usa come server pubblico è tutta un’altra storia). Inoltre gli antivirus riconoscono già questo genere di malware. Se volete sapere se un sito è vulnerabile, c’è un test innocuo presso Brandonpotter.com.

È comunque fondamentale aggiornare i dispositivi vulnerabili installando la correzione (e anche la correzione della correzione), che è quasi sempre già disponibile: un’operazione relativamente facile per i computer, ma chi aggiornerà router, webcam, termostati, smart TV, stampanti, NAS e altri dispositivi online? Improvvisamente l’Internet delle Cose non sembra più una bell’idea come prima.

In dettaglio

La falla (CVE-2014-6271) risiede in Bash, l’interprete dei comandi di quasi tutti i sistemi operativi Unix e “Unix-like”. Secondo alcune indicazioni, giace indisturbata da circa vent’anni: un fatterello che non mancherà di riaprire il dibattito sui pro e contro dell’open source in termini di sicurezza (sul quale dico subito che la falla è stata scoperta proprio perché il codice sorgente è ispezionabile e che non sappiamo quante altre falle segrete ci sono nel software chiuso). È presente fino alla versione 4.3 inclusa ed è stata resa pubblica da Stephane Chazelas.

Per sapere se un dispositivo che usa Unix o simile (quindi anche un computer Apple) è vulnerabile, provate a digitare in una finestra di terminale questo comando:

env x='() { :;}; echo vulnerabile' bash -c "echo prova"

Se vi compare un messaggio d’errore del tipo bash: warning: x: ignoring function definition attempt
bash: error importing function definition for `x’
, siete a posto. Se invece compare la parola vulnerabile, siete appunto vulnerabili. Se comunque non vi va di attendere che Apple turi la falla, ci sono delle soluzioni non ufficiali qui.

Maggiori dettagli tecnici sono su The Register, Redhat.com, SlashdotArs Technica, e una delle migliori spiegazioni è quella di Troyhunt.com; in italiano c’è Siamogeek.

Wikileaks pubblica FinFisher, il software-spia usato dai governi contro i dissidenti e i giornalisti; coinvolta anche VUPEN (antivirus)

Wikileaks pubblica FinFisher, il software-spia usato dai governi contro i dissidenti e i giornalisti; coinvolta anche VUPEN (antivirus)

Oggi Wikileaks ha messo online copie di FinFisher, il software d’intercettazione venduto dall’omonima azienda tedesca ai governi, che spesso lo usano per spiare giornalisti e dissidenti. Il software è in grado di intercettare le comunicazioni e i dati di sistemi OS X, Windows, Linux, Android, iOS, BlackBerry, Symbian e Windows Mobile. Finfisher, normalmente accessibile a caro prezzo soltanto alle agenzie governative, è ora scaricabile qui allo scopo di consentire a tutti (in particolare ai creatori onesti di antivirus) di analizzarlo e realizzare difese.

Finfisher ha fruttato ai suoi creatori circa 50 milioni di euro. Questi sono alcuni dei suoi clienti: in Europa spicca l’Italia insieme al Belgio e ai Paesi Bassi. Insieme al software sono disponibili anche i log dell’assistenza clienti di FinFisher, che contengono dati molto interessanti, compresi gli indirizzi IP dei “bersagli” e degli “agenti”.

Un aspetto particolarmente interessante per l’utente comune è che la società di sicurezza francese VUPEN Security ha collaborato con FinFisher fornendo vulnerabilità (exploit) che non rende pubbliche. Non è la prima volta che VUPEN è stata denunciata giornalisticamente per questo comportamento: anzi, VUPEN se ne vanta pure (Forbes, 2012; grazie a @flameeyes per la segnalazione).

Giusto per capirci: una società di sicurezza scopre una falla in un sistema operativo e invece di pubblicarla responsabilmente per consentirne la correzione, la tiene per sé e la rivela soltanto a chi realizza prodotti di sorveglianza. Questo significa che la falla nota non viene corretta neppure nei sistemi degli utenti onesti e innocenti.

Qui non si tratta più di argomentare se sia giusto o meno che un governo che voglia definirsi democratico abbia strumenti di sorveglianza così potenti e pervasivi, perché c’è sempre chi invoca la scusa (discutibile) che questi strumenti sono necessari per la lotta al terrorismo e al crimine organizzato. Qui siamo di fronte all’equivalente di avere un meccanico che scopre un difetto letale in una marca di automobili e lo rivende alla polizia, invece di segnalarlo al fabbricante, lasciando che continui a esserci (e sia scopribile da malintenzionati) in tutte le auto di quella marca. Compresa la vostra.

Smart TV vulnerabili: l’HbbTV esegue qualunque malware gli venga inviato. Zero controlli

Sembra proprio che i progettisti delle Smart TV e dei nuovi standard televisivi non vogliano imparare una delle lezioni fondamentali della sicurezza informatica: non ti puoi fidare ciecamente di quello che ti arriva da fuori ed eseguirlo senza verifiche. Dopo le TV Samsung che permettono agli intrusi di guardare in casa via Internet, quelle della LG che mandano alla casa madre un avviso ogni volta che accendiamo e spegniamo l’apparecchio e l’elenco dei file video che guardiamo, e quelle della Philips che hanno password non modificabili e permettono agli intrusi di prenderne il controllo, arriva un problema a un livello più alto: lo standard HbbTV è vulnerabile.

Come spiega bene Forbes, lo standard HbbTV (Hybrid Broadcast Broadband TV), supportato in quasi tutti gli apparecchi Smart TV, consente alle emittenti di inviare software ai televisori predisposti, con l’intento di fornire servizi come le pubblicità interattive, il televoto, i giochi, i social network e le guide ai programmi. Il guaio è che questo standard non fa alcun controllo di sicurezza su quello che riceve. Si fida ciecamente.

Questo permette attacchi spettacolari e inattesi come quelli descritti e dimostrati dai ricercatori di sicurezza informatica Yossi Oren ed Angelos Keromytis del Columbia University Network Security Lab e pubblicati in un articolo nell’ambito dello USENIX Security
Symposium. Per esempio, un aggressore piazza un apposito trasmettitore che imita le normali trasmissioni TV digitali, lasciando intatte le immagini ma iniettando nella parte HbbTV del segnale del software ostile.

Questo software ostile viene eseguito dalla Smart TV senza alcuna verifica preliminare e senza chiedere il consenso dell’utente (il rumore che sentite è il facepalm collettivo di qualunque informatico che abbia mai aperto un manuale di sicurezza almeno una volta). Siccome la Smart TV è collegata al resto della rete domestica, il malware cerca router Wifi e PC che non si aspettano attacchi dall’interno e li infetta e ruba le password dei social network, postando false recensioni e post e combinando ogni sorta di sabotaggi: televoti alterati, pubblicità modificate, notizie false che possono alterare i mercati, messaggi alla Captain Midnight che sembrano presi da una puntata del classico Max Headroom. Il tutto, inoltre, non sarebbe tracciabile, a differenza dei normali attacchi via Internet.

I ricercatori hanno segnalato il problema ai responsabile dello standard HbbTV, che però hanno risposto che l’attacco non era sufficientemente grave da richiedere la revisione dello standard: la portata sarebbe troppo ridotta. Oren e Keromytis hanno obiettato spiegando una tecnica che permetterebbe di colpire decine di migliaia di utenti con una spesa modestissima, ma lo standard non verrà modificato e resterà vulnerabile. Unica consolazione: l’attacco funziona soltanto via etere, quindi chi riceve i segnali HbbTV via cavo o via satellite non corre questo rischio. Ma si tratta comunque di un caso da manuale di come non si dovrebbe progettare uno standard.

Usate Internet Explorer con Flash? Male. Usate anche XP? Peggio

Usate Internet Explorer con Flash? Male. Usate anche XP? Peggio

C’è una vulnerabilità massiccia in Internet Explorer (tutte le versioni, dalla 6 alla 11) che, se combinata con Adobe Flash (come fanno in molti), consente a un aggressore di eseguire codice a piacere sul computer della vittima. La falla viene già sfruttata attivamente dagli aggressori informatici.

Chi usa Windows XP non riceverà mai nessun aggiornamento correttivo: gli altri lo riceveranno non appena Microsoft lo distribuirà. I dettagli sono su SiamoGeek e nel bollettino di Microsoft.

Questa, per quel che mi risulta, è la prima grande falla che viene resa nota e sfruttata concretamente dopo il termine del supporto di aggiornamento a Windows XP all’inizio di questo mese. Non dite che non eravate stati avvisati.

2014/05/02: Mai dire mai. Microsoft ha cambiato idea e ha incluso anche XP nell’aggiornamento di sicurezza che risolve questa falla.

Heartbleed, altre info in breve

Heartbleed, altre info in breve

Se avete un telefonino Android, potreste essere vulnerabili a Heartbleed. Un modo efficace per saperlo è usare l’app Heartbleed Detector, disponibile gratuitamente su Google Play. Attenzione agli imitatori-sciacalli, che hanno creato app dai nomi molto simili. In italiano l’app giusta si chiama Heartbleed Sicurezza Scanner.

Anche le chiavi di OpenVPN possono essere intercettate tramite Heartbleed (Ars Technica).

È stato compiuto il primo arresto legato a Heartbleed. L’arrestato, un diciannovenne, aveva usato la vulnerabilità per violare la Canadian Revenue Agency (l’ente fiscale canadese).

Intego ha una FAQ per gli utenti Apple (Mac OS X e iOS).

Bloomberg dice di avere conferme che l’NSA sapeva di Heartbleed e lo ha sfruttato. L’NSA nega.

Forbes mette in evidenza il vero scandalo della questione Heartbleed: sono soltanto quattro i programmatori principali che si occupano della manutenzione e della verifica di OpenSSL, e uno solo di loro lo considera il proprio lavoro a tempo pieno.

Smart TV vulnerabili, stavolta è il turno di Philips

Smart TV vulnerabili, stavolta è il turno di Philips

Dopo Samsung e LG, ora tocca a Philips dimostrare che le aziende che producono elettrodomestici da collegare a Internet devono ancora imparare parecchie lezioni di sicurezza informatica e di privacy prima di proporci prodotti che non abbiano vulnerabilità imbarazzanti.

La società di sicurezza ReVuln ha infatti pubblicato un video nel quale mostra un errore fondamentale dei modelli 2013 delle cosiddette TV “smart” della Philips: la password del loro servizio WiFi, denominato Miracast, è fissa e non modificabile. Già questo è un errore da assoluti dilettanti, ma c’è di più: la password è Miracast.

In pratica, segnala ReVuln, chiunque sia a portata del ricevitore WiFi del televisore può collegarsi all’apparecchio e accedere ai file di sistema e di configurazione, leggere i file presenti sui dispositivi USB collegati al televisore, prendere il controllo dell’apparecchio e mostrare sul suo schermo qualunque immagine o video e rubare i cookie del browser del televisore. La TV sarà anche smart, ma non so se la stessa cosa si può dire per i suoi progettisti in fatto di sicurezza.

Possibile violazione di account di utenti, donatori e amministratori delle attività di Matteo Renzi

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “franco.bat*”.

Se fate parte del back office di Matteo Renzi e vi chiamate Elisa, se siete suoi manager (Michela, Carolina, Claudia, Roberta, Ilaria, Anna, Lorenzo, Eugenio, Giulia, Marco, Antonio), è decisamente consigliabile cambiare password. Infatti è pubblicamente disponibile in Rete un file che contiene quelle che sembrano essere le password legate a questi profili.

Sta circolando inoltre un file contenente quelli che sembrano essere circa 40.000 nomi, cognomi, numeri di telefono, password (molte nel formato pwd[numero]), indirizzi di casa, token Oauth e altro di utenti legati alle attività social (Twitter, Facebook, Instagram) di Renzi. Se siete fra questi, cambiate password. Se avete usato la stessa password altrove, cambiatela anche lì e non usate la stessa password per più di un sito.

Per il momento, però, non ho ancora ricevuto conferme o smentite alle
mie richieste di verifica: visto il rischio di sicurezza e il coinvolgimento di moltissimi privati cittadini,
preferisco comunque allertare pubblicamente con questo post in aggiunta ad avvisare privatamente i responsabili dei dati apparentemente trafugati.

Chi fosse interessato ai dettagli può contattarmi ai miei recapiti pubblici; tenete presente che per ovvie ragioni non posso fornire i file grezzi a nessuno a parte eventuali inquirenti.