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Trappola rubapassword per Facebook

Trappola rubapassword per Facebook

Attenti agli avvisi di reset delle password in Facebook

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Uno screenshot della mail-trappola, da McAfee.com

Entra direttamente al sesto posto della classifica dei malware più gettonati del momento la mail-trappola per gli utenti di Facebook, stando ai rilevamenti di McAfee.

Il meccanismo è classico, ed è confermato anche dalla pagina di sicurezza di Facebook (specificamente qui): una mail che sembra provenire dal servizio clienti di Facebook, perché ha un indirizzo falsificato (di solito service@facebook.com o simile), e contiene un avviso che la password di Facebook del destinatario è stata cambiata per ragioni di sicurezza. La password nuova, dice la mail-trappola, è nel file ZIP allegato. Ecco un esempio di testo:

Dear user of facebook,

Because of the measures taken to provide safety to our clients, your password has been changed. You can find your new password in attached document.

Thanks,

Your Facebook.

L’allegato contiene un file eseguibile per Windows che si installa e ruba le password della vittima, e non solo quelle di Facebook, perché registra tutto quello che viene digitato sulla tastiera del PC infetto.

L’attacco non è nuovo: ce ne sono tracce, con la stessa formulazione del messaggio, risalenti a ottobre 2009 (CSO Online; Hoax-Slayer.com; PCWorld). La novità, stando a McAfee, sta nella sua diffusione. La società di sicurezza ha pubblicato una mappa delle zone colpite.

Difendersi da questo genere di trappole è semplice: nessun fornitore di servizi che si rispetti manderà mai una password via mail, per cui qualunque mail di questo tipo va semplicemente cestinata senza aprire l’allegato. Se non viene aperto il file ZIP non si corre alcun pericolo. I più comuni antivirus riconoscono già questo tipo di attacco.

Facebook supera Google? Non proprio

Facebook supera Google? Non proprio

No, Facebook non ha superato Google

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

M’è caduto l’occhio stamattina su un titolo del Corriere: “USA: Facebook supera Google”. Siamo alle solite: mai lasciare che i fatti guastino un titolo ad effetto. Infatti già nel testo del trafiletto diventa chiaro che la settimana scorsa Facebook è stato il sito più visitato di Internet negli Stati Uniti, dimenticando quell’altra cosuccia chiamata “resto del mondo”.

Un’occhiata al Financial Times, che non resiste allo stesso titolo sensazionale ma perlomeno pubblica dati un po’ meno striminziti, rivela che il “sorpasso” si riferisce soltanto al confronto fra il numero di visite [non “visitatori” come avevo scritto inizialmente] alle home page di Facebook e a quella di Google.

Seriamente: quanti di noi vanno alla home page di questi siti? Da come è formulata la descrizione dei dati di Hitwise, sembra che tutti quelli che digitano direttamente nella casella del proprio browser le parole da ricercare in Google non vengano conteggiati e che lo stesso avvenga per gli utenti Facebook che accedono direttamente al proprio profilo.

L’articolo del Financial Times cita inoltre qualche dato che chiarisce meglio la natura del presunto sorpasso. Nel dato di Google non sono inclusi i servizi come Gmail, Youtube e Google Maps e non sono incluse, appunto, le ricerche effettuate in una casella della barra strumenti di un browser. Se si includono questi servizi, il sorpasso non c’è: “Prendendo in considerazione tutte le proprietà di Google, la società ha rappresentato l’11,03% delle visite statunitensi la settimana scorsa, rispetto al 10,98% delle proprietà di Yahoo e al 7,07% di Facebook”.

Poi c’è quell’altro piccolo dettaglio chiamato “fare soldi”, che di solito è un buon criterio per valutare un sorpasso di un’azienda rispetto a un’altra. È inutile che mi venga in negozio un sacco di gente se poi non compra nessuno. Le stime degli introiti (FT parla di revenue) per Facebook indicano non più di 1,5 miliardi di dollari, mentre per Google ammontano a 23,7 miliardi.

Indubbiamente Facebook è in crescita: il raddoppio degli utenti (da 200 milioni in aprile 2009 a 400 milioni in febbraio) non è un risultato trascurabile. Ma se questo si chiama “superare”, ho bisogno di un dizionario nuovo.

Facebook e l’Applicazione Senza Nome

Facebook e l’Applicazione Senza Nome

La Triade delle Bufale di Faccialibro

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Concludo la terna di appelli fasulli provenienti dall’universo parallelo di Facebook (dopo il primo e il secondo) con questa segnalazione:

Se il vostro FB è troppo lento andate in “Impostazioni” e selezionate “Impostazioni applicazioni”, dove c’è la casella “Mostra” selezionate “aggiunte al profilo”. Se trovate un “applicazione senza nome” cancellatela…è uno spybot interno! PASSATELO

Anche stavolta viene in soccorso l’impagabile Snopes, che pubblica la versione inglese di quest’appello, risalente a gennaio 2010:

Repost-ALERT “Has your facebook been running slow lately? Go to “Settings” and select “application settings”, change the dropdown box to “added to profile”. If you see one in there called “unnamed app” delete it… Its an internal spybot. Pass it on. I actually found in my Apps” …………pass it along This was there… This was messing up some of my other apps. Deleting it fixed the problem.

Snopes aggiunge che secondo questa pagina del Centro Assistenza di Facebook, l’Applicazione senza nome è una funzione interna innocua di Facebook: è un rimando a un’impostazione che gestisce i riquadri (Boxes) nel profilo di un utente e che è in via di rimozione, come descritto nella documentazione per sviluppatori di Facebook. Non spia nulla. Trend Micro conferma, ma sottolinea che c’è in realtà un rischio legato a quest’allarme: quello che i creatori di siti-trappola sfruttino le ricerche in Google delle parole dell’appello da parte degli utenti preoccupati, ottimizzando le proprie pagine per apparire in cima a questi risultati e quindi attirare vittime potenziali. Non andate in giro a casaccio per Internet, insomma.

Google Buzz un po’ ficcanaso, come impostarlo

Google Buzz un po’ ficcanaso, come impostarlo

Buzz, Google copia l’idea da Twitter e il rispetto per la privacy da Facebook

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “1Axya1” e “alessiobea” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Ieri è comparsa nella mia interfaccia Web su Gmail una nuova opzione: Buzz. Google Buzz è la risposta di Google, presentata pochi giorni fa, a Twitter e Facebook: si va su Gmail, si clicca sull’opzione Buzz (se c’è; arriverà gradualmente a tutti gli account Google) e compare una finestrella nella quale immettere un messaggio, un’immagine o un video, che verrà immediatamente condiviso con gli utenti che sono stati definiti “amici” dai misteriosi meccanismi automatici di Google.

È tutto automatico e non c’è nulla da installare: Buzz sceglie persino gli amici per voi. Quando ho cliccato su Buzz per la prima volta ho scoperto che (a mia insaputa) già stavo seguendo le Buzzate di sei persone e che quaranta follower erano già in posizione per seguire le mie (inesistenti) Buzzate. La cosa, per dirla tutta, non m’è piaciuta.

Sono andato a documentarmi un po’ e ho scoperto che ci sono un po’ di problemi di privacy con Google Buzz, segnalati per esempio da Gizmodo e Business Insider: gli “amici” vengono scelti da Google sulla base degli utenti con i quali ho scambiato il maggior numero di e-mail o messaggi in chat. I suoi criteri sono un po’ nebulosi, perché dei sei “amici” che mi ha proposto di seguire ne conosco solo uno.

Già a questo punto avrei avuto da obiettare, perché io scambio parecchia mail anche con gente che non mi è affatto amica (i vari complottisti, ufologisterici, paranormalisti, sciachimisti, spammer e altri simpatici personaggi della Rete). Ma pazienza, perché posso sempre modificare la lista degli “amici”. L’ho fatto subito, prima ancora di mandare la prima Buzzata. Fra l’altro, il pulsante OK nella pagina non serve ad attivare Buzz: si limita a chiudere la pagina delle impostazioni di Buzz.

I veri problemi di privacy riguardano la lista dei miei “amici”: stando alle fonti sopra citate, infatti, la lista è automaticamente pubblica per chiunque guardi il mio profilo su Google o Blogger (qui o qui), se io non modifico le impostazioni predefinite.

Un momento. Saranno pure fatti miei chi sono o non sono i miei amici e le persone alle quali scrivo di più, giusto? Trovarsi l’elenco spiattellato in pubblico non è molto cortese da parte di Google. Non ho dato a Google il permesso di far sapere al mondo con chi corrispondo. Già così ho una focosa rete di ficcanaso che cerca in tutti i modi di farsi i fatti miei, e non certo per amore sbocciato a Sanremo. Figuriamoci se voglio rendere loro la vita più facile.

Non ho niente da nascondere, ma come ben sa chiunque segua le questioni di privacy in Rete, non è questione di nascondere: è il sacrosanto diritto a farsi i fatti propri senza che altri ci mettano il naso e saltino a conclusioni sbagliate. E come giornalista ho scambi di corrispondenza per i quali mi è stata chiesta la riservatezza. Trovare pubblicati gli indirizzi delle persone che mi hanno mandato informazioni confidenziali non sarebbe molto elegante.

Ho controllato subito: prima di Buzzare, nel mio profilo non c’era nessuna lista di “amici”. Bene. Ho provato a Buzzare ed è comparso quest’invito. Notate la scritta piccina piccina: “Il tuo profilo include il tuo nome, la tua foto, le persone di cui segui gli aggiornamenti e quelle che seguono i tuoi.”

Per il bene della scienza, ho cliccato su Salva profilo e continua, poi mi sono precipitato a vedere il mio profilo aggiornato. Ebbene sì: a questo punto conteneva due link in più, che portavano all’elenco dei miei follower (Google Buzz li chiama così anche in italiano; “seguaci” pareva forse un po’ morboso) e dei miei “amici” che seguo via Buzz. Erano link visibili non solo a me, quando faccio login al mio account Google, ma a qualunque altro utente Google (non erano visibili a chi visita il profilo senza aver fatto login a Google). Questo conferma le segnalazioni di Gizmodo e Business Insider. Decisamente è il caso di seguire le loro indicazioni e mettere il bavaglio a quella portinaia garrula che è Google Buzz. Ecco come ho fatto.

Ho cliccato sul mio nome nella pagina di impostazioni di Buzz e poi sul link al mio profilo Google. Nel mio profilo, ho cliccato su Modifica il profilo e ho disattivato la casella Visualizza l’elenco delle persone di cui seguo gli aggiornamenti e delle persone che seguono i miei aggiornamenti. Suvvia, Google, ci voleva tanto a lasciarla disattiva per default?


In fondo alla pagina ho cliccato su Salva modifiche. A questo punto il mio profilo indica che i follower e i followati (orrido neologismo, scusatemi, ma è sempre meglio che buzzurri) sono visibili solo a me. Andando a visitare il mio profilo da un altro account Google, l’elenco dei seguiti e seguaci non è più visibile a tutti.

Adesso che questa magagna è risolta, com’è Buzz? Lo provo un po’, poi vi racconto.

11:40

L’arrabbiatura degli utenti si dev’essere fatta sentire: Google ha già annunciato cambiamenti importanti alla visibilità e alla trasparenza delle impostazioni di Buzz, che diverranno attive nelle prossime ore.

Non dimenticate, inoltre, che in fondo alla pagina delle impostazioni di Gmail c’è anche l’opzione Disattiva Buzz.

Facebook e il Gruppo Pedotrappola

Facebook e il Gruppo Pedotrappola

Facebook, appello bufala per gruppi pedoporno

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “codisilver” e “glaucoserr” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Oltre all’allarme descritto nell’articolo precedente, sta circolando anche questo:

ATTENZIONE NON ADERITE AL GRUPPO CHE CIRCOLA IN QUESTO MOMENTO SU FACEBOOK:
“DIVENTARE MAMMA O PAPA’ E’ STATO IL PIU’BEL REGALODELLA MIA VITA”
E’ UN GRUPPO CREATO DAI PEDOFILI PER POTER ACCEDERE ALLE VOSTRE FOTO.
CONDIVIDETE!!! E’ UNO SCHIFO

Questa è una delle catene di sant’Antonio più ridicole che m’è capitato di vedere. Verificarla richiede tre secondi: il tempo di andare su Facebook e cercare se esiste quel gruppo. Che non esiste.

Secondo la segnalazione del gruppo Le Bufale su Facebook, al 30 gennaio scorso il gruppo esisteva ma era “un gruppo con un membro solo e un solo amministratore e niente dentro. Inutile far girare il messaggio, se volevano fare uno scherzo a quella persona ci sono riusciti benissimo. Tantissime segnalazioni e l’hanno già chiuso. Contenuti non ce n’erano nel gruppo per dire se c’era pedofilia o meno dentro.”

Ma evidentemente c’è molta gente che non ha tre secondi da spendere per verificare un appello e preferisce inoltrarlo a tutti i propri amici. Però tre secondi da spendere su Facebook li trova. Suvvia. Consoliamoci con una bella foto di un gatto affaticato dalle troppe ore spese nei… sorcial network.

Facebook e i Venti Spioni di Automation Labs

Facebook e i Venti Spioni di Automation Labs

Falso allarme per Facebook e Automation Labs

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “biemmic” e “Giulio Marti*****” e grazie alla segnalazione di Niebla.

Mi segnalano che su Facebook è in circolazione questo allarme:

Se avete problemi di lentezza con FV e/o FB, andate su IMPOSTAZIONE–PRIVACY e selezionate “Elenco utenti bloccati” nella prima casella (PERSONA) scrivete”Automation Labs”,ora clikkate su BLOCCA, vi comparirà un elenco di individui che voi non conoscete ma loro vi conoscono benissimo, e stanno cercando…di…capire s……………e possono trarre vantaggio dalle vostre info personali. Dovete bloccarli uno alla volta

Niente paura. Stando al sito antibufala Snopes.com, è semplicemente la variante italiana di quest’appello fasullo, comparso pochi giorni fa:

All FB friends. This is important. Do this asap! Go to settings. Click on privacy settings. Click on block users. in the name box enter ‘automation labs’. A list of approx 20 people you dont even know will come up. Block each one individually. These people have access to your facebook account/profile and spy on what You do!

Snopes dice che le istruzioni dell’appello in effetti producono una lista di una ventina di nomi, ma che non si tratta di persone che hanno accesso al vostro account Facebook o possono spiarlo: sono semplicemente i nomi degli utenti di Facebook che sono associati alla società Automation Labs, che offre applicazioni per barare al gioco Farmville di Facebook.

Io ho provato nel mio account Facebook: “Automation Labs” non ha restituito nessun risultato; “Automation” da solo, invece, ha restituito un cospicuo elenco. Non di spie, ma di utenti che hanno quella parola nel proprio nome. Tutto qui.

Snopes aggiunge che secondo alcune segnalazioni, se si bloccano gli utenti associati a questa società, che di solito sono bot, ossia programmi che fingono di essere utenti, si velocizza il gioco.

Facebook non diventa a pagamento. Purtroppo

Facebook non diventa a pagamento. Purtroppo

Facebook si pagherà dal 2010? Bufala

Radio 101 mi ha segnalato poco fa una storia che sta girando in Rete: Facebook diverrebbe a pagamento dal 2010. Sarebbe bello, così si scremerebbero un po’ di perditempo, ma è una bufala che probabilmente deriva da questa pagina del sito satirico-umoristico Collegehumor.com, catturata nella schermata qui accanto.

Collegehumor ha semplicemente realizzato un falso post del blog ufficiale di Facebook. L’annuncio infatti non esiste nel blog vero. Per gli italofoni c’è anche una pagina Facebook per la smentita e non mancano le sbufalate anche al di fuori del social network.

Naturalmente tutto questo non ha impedito la nascita di un gruppo di Facebook di nome “No a facebook a pagamento nel 2010, servono 10.000.000 iscritti!”, che è già arrivato a oltre un milione e ottocentomila adesioni, ma pare essere più che altro una pagina-esca che funge da collettore di spam. Poca cosa, comunque, in confronto ai cinque milioni di adesioni del gruppo di protesta contro Facebook a pagamento in inglese.

Pirati offrono di entrare in un profilo di Facebook su commissione

Pirati offrono di entrare in un profilo di Facebook su commissione

Cento dollari per una password di Facebook altrui

“Hack Facebook online”: un sito (http://www.hacking-facebook.com, schermata qui accanto) che sembra essere gestito da esperti informatici dell’Ucraìna e promette, in cambio di cento dollari pagabili tramite Western Union, di entrare in qualunque profilo di Facebook, leggerne il contenuto e prenderne eventualmente il controllo.

Un servizio che fa gola a tanti ficcanaso e vandali della Rete, ma che secondo la società di sicurezza Panda Security è in realtà una truffa ben congegnata.

Il sito infatti offre una dimostrazione gratuita che gli conferisce apparente credibilità: dando l’identificativo numerico di un utente di Facebook, il sito restituisce il suo nome. Ma in realtà questo è un dato che non richiede alcuna intrusione per essere acquisito. Poi il sito sembra effettuare una complicata analisi per alcuni minuti e dice di aver ottenuto la password dell’utente-bersaglio.

Ma se la vogliamo conoscere, dobbiamo pagare. E farlo tramite Western Union, che è una forma di pagamento difficilmente tracciabile e senza alcuna possibilità di restituzione: una volta mandati, i soldi sono mandati.

Nessuno contesterà se il sito non offre quanto promesso, perché rivolgersi alla polizia dicendo “Ho chiesto loro di rubare la password alla mia fidanzata e loro invece si sono tenuti i soldi” non è un buon modo di cominciare la giornata.

L’indizio rivelatore, secondo la società di sicurezza che ha indagato sul caso, è che il sito Hacking Facebook dice di essere in attività da oltre quattro anni, ma il nome di dominio è stato registrato da qualcuno che sta a Mosca solo pochi giorni fa. Al momento in cui scrivo, il sito è quasi inaccessibile e non è da escludere che traslocherà presto altrove per fare nuove vittime.

I vostri amici su Facebook dicono chi siete

I vostri amici su Facebook dicono chi siete

Social network: anche se non divulgate nulla, ci pensano le vostre amicizie

Le nostre amicizie nei social network come Facebook rivelano molto di più di quello che immaginiamo: addirittura il fatto stesso di pubblicare la nostra lista di amici permette di sapere cose che magari non avevamo intenzione di divulgare.

Boston.com racconta che due studenti dell’MIT hanno infatti scritto un programma che utilizza le informazioni pubblicate dai nostri “amici” di Facebook (che in realtà sono spesso semplici conoscenti, quando va bene) per tracciare il nostro profilo.

Carter Jernigan e Behram Mistree, così si chiamano i due studenti di un corso di etica e legge (neanche informatica), insieme al loro docente, hanno svolto un’analisi statistica sul sesso di appartenenza e le preferenze sessuali degli amici di persone-bersaglio e sono riusciti a determinare con buona precisione le preferenze sessuali dei loro bersagli, tanto da battezzare Gaydar il loro progetto. Gaydar è il termine che si usa in inglese per la presunta capacità degli uomini di accorgersi dell’omosessualità di un altro uomo meglio di quanto facciano le donne.

Lo stesso sistema, adottato anche da altri ricercatori, vale per l’etnia, per le affiliazioni religiose e politiche, per il luogo di residenza e persino per l’obesità, e queste tecniche si possono applicare anche a siti differenti da Facebook, come per esempio Flickr, che è un sito dove si condividono fotografie pubblicamente o in gruppi chiusi di iscritti.

Il principio di fondo è abbastanza semplice: nella vita reale si cerca la compagnia dei propri simili e lo stesso vale su Internet. La differenza è che mentre raccogliere questi dati sui nostri amici è impraticabile nella vita reale, farlo su Internet è facilissimo (no, il programma dei due studenti non è stato divulgato).

Secondo Kevin Bankston, della Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione che si batte da tempo per la tutela dei diritti dei cittadini della Rete, “anche se non riveliamo intenzionalmente delle informazioni personali, il semplice fatto di pubblicare la propria lista di amici può rivelare informazioni sensibili su di noi oppure può spingere la gente a fare deduzioni sbagliate sul vostro conto.”

E’ soprattutto la questione delle deduzioni errate che mi preoccupa. Vado subito a iscrivermi al gruppo Facebook di uncinetto e a quello di caccia al rinoceronte, giusto per confondere un po’ le acque.

Facebook, nuove regole di privacy

Facebook, nuove regole di privacy

Facebook non cancella i dati personali, ma promette che lo farà. Fra 12 mesi

Un’indagine della commissione per la privacy del governo canadese, la prima al mondo nel suo genere, ha confermato un sospetto che circolava da tempo: Facebook non cancella i dati personali degli utenti che disattivano i propri account.

La legge canadese, come quella di molti altri stati, impone invece alle aziende di conservare i dati personali degli utenti soltanto per il tempo strettamente necessario. Facebook, riferisce la BBC, si è ora impegnata a cambiare il proprio comportamento.

Renderà più chiaro agli utenti che possono scegliere fra cancellare e disattivare il proprio account: attualmente l’unica scelta disponibile nelle impostazioni online è la disattivazione (in Impostazioni > Disattiva account), mentre per la cancellazione occorre trovare e usare una pagina separata, che si raggiunge partendo dalle FAQ della Guida e cliccando sulla voce “Voglio cancellare definitivamente il mio account”.

Facebook indicherà inoltre più chiaramente che la disattivazione non cancella i dati personali dagli archivi della società, perché in questo modo l’utente può cambiare idea e tornare sui propri passi senza perdere tutto quello che aveva immesso in Facebook.

La società ha inoltre promesso che darà ai suoi 200 milioni di utenti la possibilità di controllare meglio quali dati personali rendono accessibili ai creatori delle applicazioni di Facebook, come i giochi e i quiz. Le applicazioni dovranno dichiarare quali informazioni vogliono acquisire e dovranno ottenere il consenso degli utenti prima di usarle o condividerle. Finora, dice la commissione canadese per la privacy, gli sviluppatori delle applicazioni hanno avuto accesso praticamente illimitato alle informazioni personali degli utenti.

Facebook, tuttavia, ha detto che ci vorranno circa dodici mesi per mettere in funzione queste modifiche, per cui continua ad essere opportuno riflettere su quello che si scrive e si pubblica su Facebook come negli altri siti di social networking. Suggerisco la Regola della Nonna: mai pubblicare su Internet qualunque cosa che non vorreste fosse vista o letta da vostra nonna. Ad alta voce e sulla pubblica piazza.