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Facebook accorperà mail, SMS, chat

Facebook accorperà mail, SMS, chat

Regalereste tutte le vostre conversazioni a Facebook?

Facebook ha annunciato la nuova versione di Messages, che verrà resa disponibile agli utenti “nel corso dei prossimi mesi” e riunirà in un unico servizio tutta la messaggistica: SMS, chat, mail e messaggi di Facebook. Ogni utente di Facebook avrà a disposizione un indirizzo di mail con il suffisso @facebook.com.

La “mail” offerta da Facebook sarà più limitata rispetto a quella tradizionale: niente CC o BCC (copia carbone o copia carbone nascosta) e niente oggetto. Però offrirà una golosissima integrazione fra i vari modi di comunicare: invece di doverci ricordare personalmente che Mario legge solo gli SMS e Cesira risponde solo ai messaggi su Facebook e Giovanni chatta ma detesta la mail, Facebook provvederà a ricordarlo per noi, indirizzando i messaggi al canale giusto per ogni destinatario e raccogliendo le risposte in un unico posto, ossia il nostro account Facebook.

La nuova proposta di Facebook promette anche un controllo antispam insieme a un criterio di selezione molto interessante: nella casella di posta in entrata ci saranno soltanto i messaggi che ci arrivano dalle persone che abbiamo identificato come nostri amici. Tutto il resto, per esempio le bollette o i messaggi di lavoro, andrà in un’altra casella, dalla quale potremo ripescare e “promuovere” i mittenti che ci interessano. È una sorta di whitelist. Lo spam verrà filtrato a parte.

Staremo a vedere se le promesse verranno mantenute, e confesso che l’idea di avere un unico punto dal quale coordinare tutte le mie comunicazioni, a prescindere dai dispositivi usati dagli interlocutori, mi alletta moltissimo. Detesto Facebook perché oggi mi obbliga a comunicare con i suoi utenti in modo separato e macchinoso: poter rispondere via mail a un messaggio di Facebook o a un SMS, senza dover fare tanti passaggi, sarebbe magnifico. Bisogna però capire se gli SMS mandati e ricevuti saranno gratuiti: prevedo una certa riluttanza da parte degli operatori cellulari, che sui messaggini lucrano in modo esagerato.

Soprattutto, però, mi dà un brivido questa frase conclusiva del video promozionale del servizio, pensata forse con intento sentimentale per essere accattivante, ma che alle mie orecchie di vecchietto paranoico suona decisamente ingannevole:

“Immaginate di avere tutta la storia delle vostre conversazioni con il vostro ragazzo o la vostra ragazza. Tutto, da ‘Ehi, ti va di prendere un caffè più tardi?’ fino a ‘Devi passare tu a prendere i bambini all’allenamento di calcio’. Mia nonna l’aveva: era una scatola di lettere.”

Romantico, vero? Ora correggetela per farla corrispondere alla realtà:

“Immaginate che Facebook abbia tutta la storia delle vostre conversazioni con il vostro ragazzo o la vostra ragazza. Tutto, da ‘Ehi, ti va di prendere un caffè più tardi?’ fino a ‘Devi passare tu a prendere i bambini all’allenamento di calcio’. Mia nonna l’aveva e non la dava da leggere a una società commerciale che ne faceva analisi statistiche da rivendere ai pubblicitari: era una scatola di lettere.”

Un po’ meno romantico, non vi pare?

Fonti aggiuntive: Facebook, BBC, BBC, Slashdot, The Register, The Register.

Il Disinformatico di oggi

Il Disinformatico di oggi

Novità Mac, falla FaceTime, additivi cancerogeni, Facebook sa se sei gay, 2 miliardi di internauti

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Stamattina alle 11 andrà in onda sulla Rete Tre della RSI la consueta puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi di oggi, che verranno aggiornati con i link ai dettagli durante la trasmissione.

Apple ha presentato un po’ di novità hardware e software. Carino il nuovo MacBook Air, il netbook che fa finta di non essere un netbook, ma non è tutto oro (o alluminio Unibody) quel che luccica. Occhio alle specifiche tecniche: i dettagli sono qui. Ars Technica spiega le ragioni della CPU della versione da 11 pollici, ancora più lenta – come clock – rispetto all’Air precedente: evitare surriscaldamenti e guadagnare spazio per le batterie.

Sempre in casa Apple c’è una falla di sicurezza in FaceTime che è meglio verificare: si può cambiare la password senza sapere quella corrente.

Allarme per gli additivi tossici “garantiti” dal Centro Anti-Tumori di Aviano e per i deodoranti cancerogeni: sono tornati in forma ibridata questi due appelli classici, con alcune varianti e storpiature che rendono difficile trovare informazioni per chi non conosce già queste due vicende. I dettagli sono su Wired.it e negli archivi del Disinformatico.

Davvero gli inserzionisti di Facebook sono capaci di scoprire i gusti sessuali degli utenti attraverso le loro cliccate sulle pubblicità? Così pare da una ricerca effettuata da Microsoft Research India e dal Max Planck Institute for Software Systems.

Gli utenti di Internet saranno due miliardi entro fine anno: quasi un terzo della popolazione mondiale è online (Census.gov indica la popolazione attuale stimata in 6,87 miliardi di persone). Cinque anni fa gli internauti erano un miliardo. Ma la diffusione di Internet non è uniforme e i prezzi, rispetto al costo della vita, hanno differenze enormi.

Facebook, tempi spesi e nuove sicurezze

Facebook, tempi spesi e nuove sicurezze

23 miliardi di minuti al giorno su Facebook, tuteliamoli con nuove misure di sicurezza

Questo articolo vi arriva grazie a uno sponsor.

Alla conferenza Virus Bulletin 2010 che si tiene a Vancouver, il boss del reparto anti-malware di Facebook, Nick Bilogorskiy, ha reso pubblico un dato che ha dell’incredibile, riferito da Graham Cluley di Sophos. Ogni giorno i 550 milioni di utenti di Facebook spendono sul loro social network in totale 23 miliardi di minuti: una media di circa tre quarti d’ora a testa.

Un altro dato intrigante: gli autori del worm Koobface, che circola su Facebook da un paio d’anni, hanno incassato in media 35.000 dollari la settimana nel corso del 2009, vale a dire 1,8 milioni di dollari l’anno. Mica male, ma Bilogorskiy ha detto che si sa chi sono e che le forze dell’ordine stanno indagando.

Se siete preoccupati che qualcuno vi rubi la password di Facebook e usi al posto vostro la vostra identità nel social network, Bilogorskiy ricorda che da qualche mese Facebook mette a vostra disposizione una funzione che vi avvisa via mail o SMS in caso di accesso al vostro profilo Facebook effettuato da un computer diverso da quelli che avete autorizzato.

Trovate i dettagli di questa funzione nel blog di Facebook, ma in sintesi: andate su Account, Impostazioni account, Protezione dell’account, Modifica e attivate le notifiche di accesso.

Il servizio non è molto preciso nell’identificare la località dalla quale è stato effettuato l’ultimo accesso (nella schermata qui sopra, io non ero affatto a Zurigo; l’indicazione si riferisce al provider che usavo), ma è uno strato di protezione in più comunque consigliabile. In caso di accesso da un dispositivo diverso da quelli autorizzati, verrà posta una domanda di verifica.

Cluley, sempre ottimista, sottolinea però che anche la notifica via mail si presta a trappole di social engineering: dice che sarebbe molto facile per degli aggressori confezionare una mail di notifica falsa che mandi in panico l’utente e lo inviti a cliccare su un link che porta a un sito-trappola. La raccomandazione di tenere sempre i nervi saldi vale anche stavolta.

Sì, Facebook ha problemi

Facebook momentaneamente in tilt

Se non riuscite a collegarvi a Facebook, il problema potrebbe non essere vostro. Il feed Twitter di Facebook in questo momento dice che “Facebook potrebbe essere lento o non disponibile per alcune persone a causa di questioni relative al sito. Stiamo lavorando per sistemare la cosa rapidamente.” (“Facebook may be slow or unavailable for some people because of site issues. We’re working to fix this quickly.”). L’avviso risale a un’oretta fa. Uno status aggiornato è disponibile qui e parla di “problemi di latenza”.

A me funziona benissimo, peccato che non lo uso. Pane, denti, denti, pane.

Diaspora, l’anti-Facebook

Diaspora, l’anti-Facebook

Diaspora, debutta il Facebook fai da te

È disponibile per lo scaricamento e la sperimentazione da parte di chiunque voglia partecipare al suo sviluppo la versione pre-alpha di Diaspora, un progetto mirato a realizzare un’alternativa libera a Facebook che salvaguardi maggiormente la privacy degli utenti dando loro un vero controllo sui propri dati.

Diaspora è open source: il suo codice di programmazione è liberamente esaminabile e modificabile da chiunque. È nato alcuni mesi fa dall’idea di quattro studenti statunitensi, concepita  mentre Facebook era oggetto di critiche molto vivaci per la sua gestione macchinosa e disinvolta delle impostazioni di privacy dei suoi 500 milioni di utenti. Gli studenti hanno chiesto alla comunità degli internauti un finanziamento per sviluppare il progetto e tramite il sito apposito Kickstarter hanno raccolto oltre 200.000 dollari che hanno permesso loro di dedicarsi interamente a Diaspora.

Secondo Maxwell Salzberg, uno dei cofondatori di Diaspora, il cui sito di riferimento è Joindiaspora.com, questo nuovo social network sarà una “rete distribuita in cui computer completamente separati si collegheranno direttamente fra loro e permetteranno a noi di connetterci senza cedere la nostra privacy”. Funzionerà così: ciascun utente potrà configurare un nodo della rete di Diaspora, denominato “seme”, un mini-server Web sul proprio computer domestico o su un computer dedicato. Questo “seme” raccoglierà i dati dell’utente pubblicati su Facebook, Twitter e altri siti e comunicherà con i “semi” degli altri utenti, condividendo questi dati secondo le impostazioni di privacy decise da ciascun utente e utilizzando una connessione diretta e cifrata, senza dipendere da computer centrali, in modo da garantire all’utente il massimo controllo. Un’impostazione simile a quella di alcune reti peer-to-peer.

I servizi previsti saranno simili a quelli di Facebook: creazione di un circolo di “amici”, condivisione di fotografie, video e file, chat istantanea, telefonate via Internet, “tagging” delle fotografie, ma a differenza di Facebook, i dati non verranno depositati presso i computer centrali di un’azienda dove possono essere analizzati e utilizzati per quello che il professore di legge Eben Moglen della Columbia University ha definito “spionaggio gratuito”. Con Diaspora questo “spionaggio” non sarà possibile perché i dati degli utenti non verranno centralizzati.

È importante ribadire che Diaspora non è pronto per essere scaricato e utilizzato dall’utente comune, ma è interessante leggere cosa è stato realizzato fin qui e vederne le prime schermate (che hanno un’aria rassicurantemente familiare) per capirne l’impostazione e cominciare a pensare seriamente a quanto teniamo ad avere il controllo della nostra vita sociale su Internet.

Preferiremo affidarci a un’azienda che utilizzerà i nostri dati per motivi commerciali e offre un bacino di utenti immenso oppure a un progetto che si regge sulla trasparenza e il rispetto della privacy ma ha davanti a sé una strada tutta in salita, spianata solo dal fascino indiscutibile di vedere Davide sfidare Golia? I prossimi mesi si preannunciano interessanti, specialmente per tutte le società e i singoli che in Facebook hanno investito risorse per farsi conoscere. E se avessero aperto una vetrina in un centro commerciale dove non andrà più nessuno? Staremo a vedere. Facebook, invece, sicuramente non starà a guardare.

Fonti: Gizmodo, Slashdot, BBC, Ars Technica.

Facebook e la saggezza delle folle

Facebook e la saggezza delle folle

Facebook affida le traduzioni del sito agli utenti senza verificarle. Indovinate come va a finire

Crowdsourcing. È la parola del momento: significa affidare un lavoro a una massa di utenti volontari invece di pagare qualcuno per farlo professionalmente. Piace soprattutto ai boss dei grandi nomi di Internet perché fa risparmiare. A volte funziona piuttosto bene (Wikipedia ne è un esempio), ma quando la voglia di sfruttare l’utente invece di retribuire un professionista prende il sopravvento sul buon senso succedono guai.

Lo ha imparato pochi giorni fa Facebook, che ha pensato bene di guadagnare ancora di più affidando agli utenti il compito di tradurre in varie lingue la propria interfaccia tramite l’applicazione Facebook Translations. L’idea è piaciuta a Facebook così tanto da chiedere di brevettarla, e nel 2008 ha funzionato egregiamente, consentendo al social network di passare da un’interfaccia esclusivamente in inglese a ben 16 lingue nel giro di pochi mesi (oggi ne supporta oltre 60).

Ma qualcuno ha forse pensato di tagliare ancora di più i costi ed eliminare qualunque controllo delle traduzioni fornite. Se un numero sufficiente di utenti traduceva una frase dell’interfaccia in un certo modo, quella traduzione veniva adottata automaticamente da Facebook e veniva resa pubblica e visibile a tutti.

Un’occasione irresistibile per i burloni della Rete. A fine luglio, infatti, la versione spagnola e quella turca di Facebook hanno iniziato a presentare ai propri utenti delle traduzioni un po’ particolari: per esempio, in spagnolo l’avviso di compleanno è diventato “f*ck you b*tches” (con la U e la I al posto degli asterischi) e “Vedi tutte le foto” è diventato “See all d*cks”. Come traduzione di “ha commentato la foto”, gli utenti spagnoli si sono visti un finissimo “ha fol*ado la foto”, che per chi non mastica l’ispanico idioma apre nuovi orizzonti sulle forme di interazione fisica fra persone e immagini fotografiche.

Nella versione turca dell’interfaccia, invece, sono comparsi avvisi del tipo “Non è stato possibile inviare il tuo messaggio perché il tuo fallo è piccolo” al posto di “perché il destinatario è offline”.

L’effetto si è diffuso anche al di fuori di Facebook, su tutti i siti che ospitano l’onnipresente pulsante “Mi piace” del social network e che quindi sono diventati diffusori di turpiloquio (per esempio, la versione turca di “Mi piace” è diventata un invito al congresso carnale di quattro lettere).

La faccenda ha spaventato parecchi utenti del social network, che hanno temuto che Facebook fosse stato “hackerato” e violato da potentissimi vandali. Invece no: era stata Facebook stessa a spalancare ai burloni le proprie porte. Il problema è stato corretto rapidamente, ma non prima di aver dimostrato la scarsa attenzione alla sicurezza dei gestori del social network, perché al posto delle parolacce avrebbero potuto esserci link a siti-trappola.

Queste sono le conseguenze dell’avidità di chi vuole risparmiare su tutto per fare ancora più fantastilioni. Speriamo che la lezione sia stata imparata.

Fonti: Allfacebook.com, Gawker,TechCrunch, The Register, Trend Micro.

Facebook, oltre 100M di profili in un file da scaricare

Facebook, oltre 100M di profili in un file da scaricare

Dettagli di oltre cento milioni di utenti di Facebook pubblicati sul P2P. Panico? Solo un pochino

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “yupswing” e “ssalvato”.

Il ricercatore di sicurezza canadese Ron Bowes della Skull Security ha reso pubblicamente scaricabili dal circuito peer-to-peer Bittorrent un file da 2,8 gigabyte e 170 milioni di record contenente i dettagli di oltre cento milioni di profili di utenti Facebook. Il file è scaricabile per esempio da The Pirate Bay qui nei paesi nei quali il sito è accessibile.

La notizia ha comprensibilmente generato una certa agitazione (e molta pubblicità per il ricercatore e la sua società), ma i dati pubblicati nel file erano già pubblicamente accessibili per scelta degli utenti o per impostazione predefinita di Facebook. Bowes non ha violato la privacy di nessuno: ha semplicemente compilato quello che chiunque può consultare.

I dati raccolti nel file scaricabile sono l’URL di ogni profilo utente cercabile, il nome dell’utente e il suo identificativo univoco. Tutte informazioni presenti nella Directory di Facebook, che è pubblica. Il file scaricabile non include le password degli utenti.

Niente panico, allora? Non proprio. La pubblicazione di questo enorme archivio (pari a un quinto di tutti gli utenti di Facebook) significa che un utente che dovesse decidere di rendere privato e non cercabile il proprio profilo su Facebook, cambiando le proprie impostazioni di privacy, resterà comunque pubblicamente catalogato (e quindi cercabile) nell’archivio. Non solo: secondo Bowes, se un utente cercabile ha degli amici che non sono cercabili, quegli amici diventano cercabili, che lo vogliano o no.

Inoltre una massa di dati così vasta, compilata in forma digitale, rende possibili analisi altrimenti impensabili su archivi più piccoli. In un’intervista alla BBC, Bowes ha spiegato la questione così: “Con i media cartacei tradizionali, non era possibile compilare 170 milioni di record in un formato cercabile e distribuirlo, ma ora possiamo farlo.. avere il nome di una persona non vuol dire nulla, avere il nome di cento persone non vuol dire nulla; non è statisticamente significativo. Ma quando si inizia a salire a 170 milioni, emergono dati statistici che non abbiamo mai visto prima”.

È proprio per questo che Bowes ha raccolto così tanti dati: per analizzarli e determinare per esempio quali sono, a livello mondiale, i nomi utente più diffusi. Un’informazione molto preziosa per chi si occupa di sicurezza informatica e deve difendersi dagli attacchi basati appunto sui tentativi che sfruttano i nomi e le password più comuni. Bowes, infatti, lavora al progetto Ncrack, uno strumento open source che permette di saggiare la resistenza di un sistema informatico agli attacchi basati su login indovinati per forza bruta (a furia di tentativi). Se siete curiosi di sapere quali sono questi nomi, l’elenco è qui su Skullsecurity e nella cache di Google.

Quello che sorprende è che questo genere di raccolta di dati sia stato così facile e non sia stato bloccato da Facebook. Eppure in altri casi analoghi il social network in blu era intervenuto: nel 2008 il giornalista Robert Scoble fu bandito da Facebook per aver usato un servizio automatico, Plaxo, per compilare le informazioni di contatto dei suoi amici su Facebook.

L’episodio, insomma, non va visto come una violazione di Facebook, ma come un’occasione per portare all’attenzione degli utenti il fatto che quando si pubblica un dato personale su Internet se ne perde definitivamente il controllo, checché ne dicano le garanzie di privacy offerte dai social network.

Fonti: Punto Informatico, Webnews.it, Ars Technica, Guardian, BBC.

Facebook: 500 M utenti, causa della crisi economica?

Facebook: 500 M utenti, causa della crisi economica?

Facebook arriva a 500 milioni di iscritti e causa crisi mondiale di produttività

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “roberto” e “harlemblues”.

Facebook ha festeggiato due giorni fa il traguardo del mezzo miliardo di utenti attivi, stando all’annuncio video del suo fondatore Mark Zuckerberg, che ha colto l’occasione per lanciare una nuova applicazione, Facebook Stories, che permette agli utenti di condividere le proprie storie di come Facebook ha avuto effetto sulle loro vite. Le storie sono classificate per tema e posizione geografica.

Cinquecento milioni di utenti sono un risultato straordinario, pari alla popolazione dei 27 paesi membri dell’Unione Europea, inclusi neonati e nonnini, raggiunto in soli sei anni dal debutto. Un successo che ha fagocitato gli altri social network: MySpace, che un tempo era in cima alla classifica, fu raggiunto da Facebook nel 2008 e ora conta “solo” 65 milioni di utenti. Bebo è stato venduto da America Online solo due anni dopo averlo acquistato spendendo 850 milioni di dollari: l’emorragia di utenti è inarrestabile. Anche Flickr ha un’utenza in calo: salgono solo Twitter, Orkut e LinkedIn, secondo i dati Nielsen riportati graficamente dalla BBC.

Ma questa popolarità ha anche un altro prezzo: un sondaggio della Nielsen di febbraio 2010 ha rilevato che gli utenti di Facebook trascorrono in media più di sette ore al mese nel loro social network. Se moltiplichiamo quelle sette ore per 500 milioni di utenti, oggi Facebook “consuma” 3,5 miliardi di ore uomo di produttività al mese, pari a 400 mila anni uomo ogni mese. Lo so, è un conto semiserio, ma fa capire quanto sia potente la forza sociale di Facebook.

Facebook e il pulsante antipanico

Facebook e il pulsante antipanico

Il “panic button” di Facebook antipedofili funziona solo per gli inglesi

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “luca” e “chiaramal*”.

Vari quotidiani hanno annunciato l’arrivo del “pulsante antipanico” per Facebook: “una nuova applicazione che permetterà ai giovani utilizzatori del social network di età compresa fra i 13 e i 18 anni di segnalare quei comportamenti ritenuti sessualmente sospetti”, scrive per esempio il Corriere della Sera.

L’applicazione è installabile da www.facebook.com/clickceop e si rivolge a un problema molto grave come quello delle molestie via Internet verso i minori, che ha causato grande clamore dopo l’episodio, avvenuto in Inghilterra, di una studentessa di 17 anni, Ashleigh Hall, violentata e poi uccisa da un uomo conosciuto tramite Facebook. Il suo assassino, Peter Chapman, è stato condannato pochi mesi fa all’ergastolo.

Tuttavia il modo in cui è stata diffusa la notizia da alcune testate (per esempio il Giornale e il Corriere) rischia di essere ingannevole, perché è stato omesso un dettaglio importante: l’applicazione per Facebook non ha alcuna utilità al di fuori del Regno Unito, perché le sue segnalazioni vengono inviate esclusivamente alla polizia britannica, che per forza di cose può fare ben poco per le molestie che avvengono in altri paesi. Inoltre le informazioni fornite sono esclusivamente in inglese: si tratta di consigli e quiz interattivi molto validi se masticate questa lingua, ma inaccessibili in caso contrario. Questo dettaglio è stato segnalato correttamente da Repubblica e La Stampa.

C’è insomma il rischio di cullarsi in una falsa sicurezza, pensando che Facebook abbia ora un pulsante che risolve tutto. Non è così: per informazioni più accessibili su come gestire molestie e bullismi via Internet anche su Facebook, in lingua italiana trovate siti come Safersurfing.ch e Ditelo.ch.

Facebook, qualche trappola da evitare

Facebook, qualche trappola da evitare

Facebook, occhio ai video-shock che si fanno “piacere” automaticamente

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La società di sicurezza AVG segnala una trappola che ha già ingannato circa 600.000 utenti di Facebook: una serie di pagine di Facebook intitolate in inglese “il 99% delle persone non riesce a guardare questo video per più di 25 secondi”.

Cliccando sull’invito compare un’altra pagina con un fotogramma di un video e la spiegazione che per sbloccare il video occorre copiare e incollare nella barra degli indirizzi del browser un pezzo di codice. Il codice è Javascript, e la cosa curiosa è che se incautamente lo si immette nel browser si viene portati a una pagina che dice automaticamente a tutti i vostri amici di Facebook che vi piace l’applicazione e lo segnala in bacheca. AVG ha pubblicato un video che documenta l’attacco e il fatto preoccupante che si possano comandare via Javascript le azioni degli utenti in Facebook.

È Facebook posseduto, insomma. O forse lo era fino a poco fa, perché la pagina citata da AVG è scomparsa. In compenso ora circolano versioni più blande, come quelle mostrate qui sopra: l’esca è la stessa, il video-shock, ma adesso il meccanismo è differente. In pagine come questa, questa o questa c’è un fotogramma di un video, come prima, e c’è l’invito a “cliccare su ‘Mi piace’ per sbloccare il video”. Ovviamente cliccando su “Mi piace” fate sembrare che il video vi piaccia e questo viene segnalato a tutti i vostri amici su Facebook, che a loro volta si fidano della vostra valutazione e cliccano anche loro su “Mi piace”.

Chi volete che ci caschi, direte voi. Basta guardare l’immagine all’inizio dell’articolo: le tre pagine-esca hanno totalizzato 166.000 “Mi piace”. Lo scopo, si presume, è rendere popolare la pagina per poi sfruttarla per scopi ostili e/o carpire i dati personali degli utenti.

Sono invece oltre 170.000, secondo Graham Cluley di Sophos, gli utenti di Facebook che hanno cliccato su un link che dice di portare a un video di una persona morta per aver inviato un SMS. L’esca è il titolo “Sono sotto shock!! Non manderò MAI PIU’ un messaggino dopo che ho scoperto questa cosa” (solitamente in inglese). Chi clicca viene portato ad un’applicazione-trappola di Facebook: Facebook avvisa l’utente esplicitamente che l’applicazione sta chiedendo di accedere ai suoi dati e di scrivere sulla sua bacheca… e l’utente clicca lo stesso, senza chiedersi perché mai per vedere un video si debba dare questo genere di accesso. “A volte è come battere la testa contro un muro” scrive sconsolato Cluley.

Ovviamente il messaggio dell’applicazione, comparendo nella bacheca dell’utente, viene visto dagli amici di quell’utente, che a loro volta si fidano della scelta dell’amico e cliccano per vedere il video shock. E si ricomincia.

I commenti qui sotto segnalano altri casi analoghi in italiano, come per esempio “Guardate come e’ diventato questo big mac dopo due settimane!!”, che ha totalizzato 364,812 “mi piace”.

Facebook può mettere tutte le avvertenze di privacy che vuole, ma se gli utenti le ignorano perché troppo attratti dall’esca di un video che parla di una cosa che li tocca emotivamente (“Morire per un SMS? Allora non posso più mandare messaggini?”), c’è poco da fare. È come pretendere che una falena non vada a bruciarsi contro una lampadina accesa in una notte d’estate.

Attacchi come questi, basati sull’emozione, sono all’ordine del giorno su Facebook. Se ci cascate, andate nelle impostazioni delle applicazioni in Facebook e cliccate sulla X per rimuovere l’applicazione che avete autorizzato per errore. Confermate la vostra richiesta e poi ripulite la vostra bacheca dai messaggi generati dall’applicazione. Infine chiedete di fare altrettanto agli amici che ve l’hanno segnalata e provate ad essere un po’ più cauti in futuro.