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Svizzera: dava ordini via mail su conto bancario milionario, la banca li accettava. Indovinate cos’è successo

Svizzera: dava ordini via mail su conto bancario milionario, la banca li accettava. Indovinate cos’è successo

Nel 2014 esistono ancora clienti milionari di banche svizzere che mandano ordini di bonifico via mail. Già questo è un bell’esempio di ottusità informatica: ma la cosa incomprensibile è che esistono ancora banche che accettano ordini del genere, buttando allegramente nel cesso decenni di raccomandazioni sulla sicurezza informatica di base e badilate di soldi spesi nello sviluppo di applicazioni e siti web di e-banking cifrati e sicuri e nella formazione del personale sulla sicurezza dei dati dei clienti.

Oggi è arrivata dalla RSI la notizia che un cliente di una banca luganese non meglio precisata si è trovato con il conto bancario alleggerito di un milione di franchi. Come è stato possibile? Intrusi informatici superscaltri che hanno violato i computer della banca? Noooo. Semplicemente, il cliente “effettuava i pagamenti per e-mail”.

E così, come era ovvio che dovesse accadere, un aggressore dall’estero (genericamente dall’Asia, secondo l’articolo) ha preso il controllo della sua casella di mail e l’ha usata per mandare alla banca ordini di bonifico verso “un conto estero aperto per l’occasione” e poi “ha prelevato i soldi ed è scomparso prima che si scoprisse l’ammanco”.

Non si sanno ancora i dettagli della vicenda, che ora è sotto indagine da parte della magistratura, ma per quel poco che conosco dell’ambiente bancario ticinese non sarei sorpreso se la banca avesse avvisato il cliente del rischio colossale di usare a) una mail in chiaro b) per dare ordini di bonifico con importi milionari c) verso conti non preventivamente concordati, e il cliente avesse insistito per mantenere un metodo di dare disposizioni che non lo facesse tribolare con codici, password e altre menate da informatici. Tanto, cosa poteva mai andare storto?

Della notizia si parla anche su Tio.ch, Ticinonews.ch e Cdt.ch, senza dettagli ulteriori. 

Il malware CryptoDefense cifra i dati delle sue vittime per ricattarle. Dimenticando la chiave sul loro PC

Il malware CryptoDefense cifra i dati delle sue vittime per ricattarle. Dimenticando la chiave sul loro PC

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Da qualche tempo stanno facendo danni consistenti gli attacchi informatici basati sul pagamento di un riscatto (ransomware): il criminale invia alle vittime un malware, spesso annidato in un allegato alla mail, che cifra i documenti informatici presenti sul PC o sulla rete delle vittime stesse e poi chiede un riscatto per rivelare la complicatissima password di decifrazione.

Chi si fa infettare e non ha una copia di sicurezza dei propri dati rischia di perdere tutto, per esempio tutti i documenti di lavoro, con effetti potenzialmente devastanti.

Fra i numerosi esemplari circolanti di questo genere di malware spicca CryptoDefense: i suoi creatori hanno incassato oltre 30.000 dollari al mese dalle proprie attività illegali. Purtroppo questo genere di crimine paga.

Pensavano di aver costruito una trappola letale: cifratura basata su chiave RSA a 2048 bit, raddoppio del riscatto dopo quattro giorni, uso della rete Tor per effettuare il pagamento (rigorosamente in bitcoin, difficili da tracciare). Il malware include anche dettagliate istruzioni per attivare il software Tor.

Ma i criminali hanno commesso un errore di proporzioni epiche, come racconta Symantec: il loro malware, infatti, lascia sul computer della vittima una copia della chiave di decifrazione. La chiave è nascosta, secondo The Register, nella cartella Application Data – Application Data – Microsoft – Crypto – RSA folder del computer aggredito. Per cui basta usarla per decifrare i dati e l’attacco viene neutralizzato.

Meglio, comunque, non contare sugli errori di programmazione dei criminali e fare prevenzione tenendo aggiornato l’antivirus e facendo attenzione prima di aprire qualunque allegato, anche se proviene apparentemente da un mittente attendibile.

Criminali informatici assaltano via Internet una banca. Quella sbagliata

Criminali informatici assaltano via Internet una banca. Quella sbagliata

Figura barbina per Team Anonghost, un gruppo di vandali informatici che si è vantato di aver penetrato le difese digitali di un’importante banca britannica e di averne deturpato il sito.

Annunciando la trionfale scorribanda su p0ison e su Zone-h, gli Anonghost hanno dichiarato di aver colpito “la Yorkshire Bank, una delle più grandi banche del Regno Unito”. Solo che il bersaglio preso di mira non è affatto una banca: è il sito-trappola gestito da una banda di criminali, che simula la Yorkshire Bank per rubare password e soldi ai correntisti con la classica tecnica del phishing.

Nel phishing, le vittime ricevono una mail che sembra provenire dalla loro banca e contiene un link che porta al sito-trappola, il cui aspetto è identico a quello del sito della banca vera. Le vittime cadono nella trappola, immettono le proprie credenziali d’accesso e le regalano ai malviventi.

Stavolta i vandali sono andati a fare una spaccata in casa di ladri, insomma, e hanno quindi tolto da Internet un sito pericoloso: se prima il sito-trappola sembrava proprio quello di una banca e poteva quindi ingannare molti utenti, ora che contiene un’immagine inquietante e una grossa dicitura “Anonghost” sarà ben difficile che qualche utente creda di avere a che fare con una banca. Forse non erano proprio queste le loro intenzioni, ma comunque il risultato netto è positivo. Il sito della banca reale, fra l’altro, è ancora intatto.

Scrivere la password su un Post-It: FAIL. Mostrarla in TV sul megamonitor al Super Bowl: EPIC FAIL

Scrivere la password su un Post-It: FAIL. Mostrarla in TV sul megamonitor al Super Bowl: EPIC FAIL

Per ora non ho conferme, ma questa immagine sta facendo il giro del mondo: viene attribuita alla puntata di stamattina del programma televisivo statunitense CBS This Morning e sembra mostrare la password del WiFi del centro di sicurezza del Super Bowl. Se è reale, e se non è un honeypot, è un fail veramente epico.

Per il Giornale, il Messaggero, il Mattino e per chi li copiaincolla, Mandela era il “padre dell’apartheid”

Per il Giornale, il Messaggero, il Mattino e per chi li copiaincolla, Mandela era il “padre dell’apartheid”

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Non ho parole.

Grazie ad @Altair_Ita per lo screenshot e a @F1r3st0rm1979 per la segnalazione. La perla epica è stata corretta nel testo, ma persiste nell’URL: http://www.ilgiornale.it/news/esteri/sudafrica-padre-dellapartheid-nelson-mandela-muore-94-anni-930918.html,

Anche il Messaggero ripete a pappagallo (mio screenshot dalla cache di Google attuale):

Il coretto dei copioni è piuttosto ricco:

Aggiornamento: Giornalettismo segnala che anche il Mattino ha usato lo stesso titolo.

Roberto Formigoni ritwitta chiappe: lezione di sicurezza informatica

Roberto Formigoni ritwitta chiappe: lezione di sicurezza informatica

L’immagine qui accanto è un campione di quello che ha ritwittato Roberto Formigoni, Presidente della commissione Agricoltura del Senato italiano, poche ore fa. Si è giustificato tweetando “Scusate tanto ,ma qualche scemo mi sottratto telefonino e mi ha fatto scherzo di pessimo gusto.”

Ilarità a parte, l’incidente dimostra che il concetto di sicurezza dei dispositivi digitali non è ancora ben chiaro a chi governa e fa politica. Stavolta è andata bene (se vogliamo dare per buona la giustificazione di Formigoni): solo (si fa per dire) retweet di siti porno decisamente ridicoli e imbarazzanti.

Ma sarebbe stato altrettanto facile iniettare malware di ogni genere su quel telefonino (ammesso che i tweet non siano causati appunto di malware che fa spamming). O rubarne la rubrica con i numeri. O copiarne i messaggi e le mail private. Magari fare una richiesta di reset delle password per i siti e i servizi usati da Formigoni e colleghi e prenderne il controllo, leggerne il contenuto, postare notizie false devastanti. In confronto a quello che sarebbe stato possibile fare, ritwittare a 68.417 follower due chiappe che abbracciano un palo è davvero niente.

Insomma, uno smartphone andrebbe trattato con la stessa cura che si ha per le chiavi di casa e il portafoglio: non va mai lasciato incustodito, perché offre accesso a troppe informazioni sensibili. Speriamo che la lezione sia stata imparata.

Le foto “temporanee” di Snapchat non sono temporanee. Ma che sorpresa

Le foto “temporanee” di Snapchat non sono temporanee. Ma che sorpresa

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “multijog” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Sarebbe anche ora di piantarla di chiamarli “nativi digitali”, questi giovani d’oggi. Come se avessero chissà quale naturale, istintiva dimestichezza con il funzionamento degli aggeggi digitali. Certo, cliccano icone colorate e pigiano bottoni, ma con pochissime eccezioni non sanno un bel nulla dei principi di base dell’informatica. Chiedi loro anche solo cos’è un tag HTML e ti guardano come comparse prelevate di peso da Idiocracy.

Nativi dei miei stivali. Non che gli adulti siano molto meglio, s’intende; ma almeno non vengono etichettati coniando espressioni tanto trendy quanto vuote di significato.

L’unica accezione decente di “nativo digitale” sarebbe “persona che è nata quando le tecnologie digitali già erano capillarmente diffuse”, con la precisazione “ma non per questo ci capisce automaticamente qualcosa”. Ma è raro sentirla usata così. Mamme e papà adoranti contemplano il loro pargoletto che tocca iconcine sullo schermo touch e credono che questo faccia di lui un informatico provetto. Più in là gli faranno vedere Rocco invades Poland e penseranno che questo lo renderà un ginecologo sensibile e premuroso.

Fine del pistolotto da vecchietto. Passiamo alle cose concrete.

Prendiamo il caso di Snapchat, l’app che promette di mandare delle foto che scompaiono dal telefonino del destinatario entro un certo numero di secondi senza che sia possibile salvarle. Questi “nativi digitali” (e non solo loro, perché lo fanno anche molti adulti) si bevono la promessa e si mandano foto stra-intime con Snapchat pensando che vengano cancellate poco dopo e che sia impossibile salvarle. Che gonzi.

Se avessero un briciolo di conoscenza dell’informatica, saprebbero che un dato digitale è fatto apposta per essere duplicato facilmente e che una volta arrivato su un dispositivo che è al di fuori del loro controllo non ha alcuna garanzia di cancellazione. I bit son fatti così, e non c’è promessa di venditore che tenga.

Puntualmente, infatti, arriva l’app che permette di salvare le foto che non dovevano essere salvabili. Stavolta si chiama Snaphack. La trovate, almeno per ora, sull’App Store di Apple, accompagnata da un bel “ve l’avevamo detto” cantato dal Coro dei Nativi Analogici.

Fra l’altro, secondo Ars Technica SnapChat non purga affatto le foto dal dispositivo del destinatario dopo la loro scadenza: si limita a cambiarne l’estensione a .nomedia (nella cartella RECEIVED_IMAGES_SNAPS, su Android) e poi le cancella senza sovrascriverle o cifrarle. Per cui un po’ di competenza nel recupero di file cancellati da un filesystem Android permette di recuperarle (anche se non è facilissimo, secondo TechCrunch). Utente avvisato, mezzo salvato.

Maggiori info: Business Insider, Heavy, BBC.

Lo strano caso della fotocopiatrice che falsifica le copie

Lo strano caso della fotocopiatrice che falsifica le copie

La Ribellione delle Macchine è cominciata. Le fotocopiatrici non sono più schiave diligenti che ricopiano fedelmente quello che viene dato loro da duplicare. Da tempo, silenziosamente, pazientemente, hanno iniziato ad alterare subdolamente le fotocopie, scambiandone numeri qua e là, senza dare nell’occhio.

È la scoperta di un informatico tedesco: si è accorto che le copie prodotte da alcune fotocopiatrici della Xerox (e, si sospetta, anche di altre marche), se settate sulla modalità definita “normale”, cambiavano i numeri nei disegni tecnici, come nell’esempio qui accanto.

Immaginate quali possono essere le conseguenze di una fotocopia che riporta un dosaggio alterato di un farmaco o una misura sbagliata di un componente di precisione. Immaginate di andare in tribunale e cercare di giustificare la fatturazione falsa dicendo che la fotocopiatrice vi ha cambiato i dati. Buona fortuna.

Come è possibile? Semplice: qualche genio ha avuto l’idea brillante di introdurre un algoritmo lossy come opzione di scansione dei documenti. Questo, a casa mia, si chiama un epic fail. I dettagli sono qui.

Il virus-truffa della falsa FBI acciuffa un criminale vero

Il virus-truffa della falsa FBI acciuffa un criminale vero

Avete presente i vari virus truffaldini che bloccano il computer mostrando una schermata che sembra un avviso della polizia che afferma che l’utente è stato colto a scaricare da Internet materiale illegale e intima il pagamento di una multa? Circolano da anni e causano danni notevoli agli utenti che navigano senza protezioni adeguate. Ma a volte sono utili in maniere che forse i loro creatori non immaginavano.

Cosa succede, infatti, se un virus del genere blocca il computer di una persona che ha realmente scaricato da Internet contenuti altamente illegali? Qualcosa di speciale. Darwin vince. Sempre.