Vai al contenuto
Settimana difficile per gli informatici

Settimana difficile per gli informatici

Ultimo aggiornamento: 2017/12/28 10:25.

È un periodo difficile per gli informatici, che probabilmente stanno cercando un nuovo santo a cui raccomandarsi dopo una settimana di disastri.

Apple ha incassato la figuraccia della vulnerabilità clamorosa di macOS High Sierra, che era attaccabile senza conoscerne la password, e come se questo non bastasse l’ha corretta con un aggiornamento difettoso (che bloccava le condivisioni di file) e quindi ha dovuto rilasciare un secondo aggiornamento correttivo.

Dagli Stati Uniti arriva un altro pasticcio informatico: la American Airlines ha dichiarato che un errore del sistema informatico (semmai un errore di chi lo ha programmato) ha permesso a tutti i piloti della compagnia aerea di prendersi le ferie nella settimana di Natale, col risultato che circa 15.000 voli sono ora a rischio di annullamento. La compagnia sta offrendo una paga maggiorata ai piloti che rinunciano alle ferie natalizie. Una magagna informatica analoga era capitata a Ryanair a settembre scorso, portando all’annullamento di 2100 voli.

Ma il record per l’errore informatico più spettacolare spetta sicuramente alla Russia, che il 28 novembre ha lanciato un vettore Soyuz che avrebbe dovuto collocare in orbita intorno alla Terra ben 19 satelliti meteorologici ma che invece è andato fuori rotta, precipitando e distruggendo il proprio carico. La ricostruzione preliminare del disastro indica che il razzo ha funzionato perfettamente, ma il computer di bordo era impostato come se dovesse partire dalla base di lancio abituale della Russia, che si trova a Baikonur in Kazakistan, mentre il razzo in realtà decollava dal nuovo centro spaziale di Vostochny, situato ad alcune migliaia di chilometri di distanza. Il computer di bordo ha quindi cercato di correggere il piccolo errore di navigazione e raggiungere l’orbita stabilita, ma i componenti del vettore hanno usato due approcci contrastanti per orientarsi:

In the Soyuz/Fregat launch vehicle, the first three booster stages of the rocket and the Fregat upper stage have their two separate guidance systems controlled by their own gyroscopic platforms. The guidance reference axis used by the gyroscopes on the Soyuz and on the Fregat had a 10-degree difference. The geographical azimuth of previous Soyuz/Fregat launcher from Baikonur, Plesetsk and Kourou normally laid within a range from positive 140 to negative 140 degrees. To bring the gyroscopic guidance system into operational readiness, its main platform has to be rotated into a zero-degree position via a shortest possible route. The azimuth of the ill-fated Vostochny launch was 174 degrees, and with an additional 10 degrees for the Fregat’s reference axis, it meant that its gyro platform had to turn 184 degrees in order to reach the required “zero” position.

In the Soyuz rocket, the gyro platform normally rotated from 174 degrees back to a zero position, providing the correct guidance. However on the Fregat, the shortest path for its platform to a zero-degree position was to increase its angle from 184 to 360 degrees. Essentially, the platform came to the same position, but this is not how the software in the main flight control computer on the Fregat interpreted the situation. Instead, the computer decided that the spacecraft had been 360 degrees off target and dutifully commanded its thrusters to fire to turn it around to the required zero-degree position. After a roughly 60-degree turn, the gyroscope system on the Fregat stalled, essentially leaving the vehicle without any ability to orient itself in space…

La missione è quindi fallita, concludendosi con un inatteso rientro in atmosfera sopra l’Oceano Atlantico settentrionale. Non vorrei essere nei panni di chi si è dimenticato di cambiare le impostazioni dei computer.

2017/12/28 10:25. La causa della perdita del satellite russo è stata confermata dal vice primo ministro russo, Dmitry Rogozin (IlPost).

WannaCry, attacco ransomware planetario: i fatti, i danni e come rimediare

WannaCry, attacco ransomware planetario: i fatti, i danni e come rimediare

Credit: @dodicin.

Pubblicazione iniziale: 2017/05/12 18:53. Ultimo aggiornamento: 2017/05/16 13:50. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.

2017/05/12 18:53. Da qualche ora è in corso un attacco informatico su una scala che, senza esagerazioni, si può definire planetaria. Sono stati colpiti ospedali, università, compagnie telefoniche, aziende in almeno 70 paesi: in pratica, chiunque sia stato così idiota da non aggiornare i propri sistemi. Eh sì, perché la correzione di Windows che rende immuni a questo attacco è già disponibile da mesi. Non c’è niente di speciale o di imprevedibile in quest’incursione ricattatoria.

La tecnica è la solita: ransomware. In altre parole, i computer vengono infettati e i dati che contengono vengono cifrati con una password nota solo ai criminali. Per avere questa password bisogna pagare un riscatto. Se volete leggere il resoconto di un caso concreto che ho seguito, eccolo.

Il malware è stato denominato WanaCrypt0r 2.0 o WCry/WannaCry. La patch di aggiornamento di Windows da installare per bloccarlo è la MS17-010, disponibile da marzo scorso.

Ripeto: la patch è disponibile da marzo. Se non avete aggiornato i vostri computer, ve la siete cercata.

Aggiornerò questo articolo man mano che avrò novità. Adesso piantatela di leggere e andate immediatamente a patchare. Se non potete patchare, spegnete e scollegate i vostri computer Windows. E raccomandate la vostra anima alla vostra divinità preferita.

2017/05/13 09:00. Durante la serata e la notte ho raccolto un po’ di informazioni per rispondere alle domande più frequenti. Le trovate qui sotto.

Cosa posso fare per difendermi?

1. Aggiornate il vostro Windows per installare gli aggiornamenti correttivi (patch). Se non sapete come fare, chiedete a qualcuno che lo sa. Microsoft ha radunato tutte le patch per le varie versioni di Windows qui (spiegone).

2. Aggiornate il vostro antivirus. Praticamente tutti gli antivirus sul mercato riconoscono ormai questo malware.

3. Fate un backup di tutti i vostri dati e scollegatelo dalla rete locale.

4. Chiedetevi perché non avete fatto queste cose prima d’ora e perché c’è voluto un disastro planetario per farvele fare.

5. Come regola generale, non aprite allegati nelle mail senza averli prima controllati con un antivirus aggiornato (anche se questo ransomware non usa la mail per propagarsi, gli altri lo fanno).

6. Disabilitate SMB 1.0 come descritto qui.

7. Controllate di non avere condivisioni SMB aperte che si affacciano a Internet, incluse quelle su VPN.

8. Se avete un computer infetto, non collegatelo alla rete locale; tenterà di infettare tutti gli altri computer della rete.

9. Se siete responsabili della sicurezza di una rete, consentite il libero accesso a questo URL per bloccare l’attacco (per ragioni descritte qui sotto): http://www.iuqerfsodp9ifjaposdfjhgosurijfaewrwergwea.com.

Sono stato colpito e i miei dati sono cifrati. Cosa posso fare?

1. Se avete un backup recente dei dati, usatelo per ripristinarli.

2. Se scoprite che anche il backup è cifrato (perché poco furbamente fate i backup su un disco di rete invece che su supporti fisicamente rimovibili), avete solo due possibilità: tentare di ricostruire da capo i dati cifrati oppure pagare il riscatto, sperando che i criminali vi diano davvero la chiave di decifrazione.

Non sono al corrente di vittime che abbiano pagato il riscatto, abbiano ottenuto la chiave di decifrazione e siano riusciti a recuperare i propri dati. Tutte le società di sicurezza informatica sconsigliano di pagare, perché questo alimenta e incentiva attacchi di questo genere.

Non uso Windows, sono al sicuro?

Il malware colpisce soltanto sistemi Windows e soltanto se non aggiornati. Se usate MacOS, Linux, Android, Windows Phone, iOS, ChromeOS o qualunque altro sistema operativo diverso da Windows non avete problemi.

Naturalmente se il vostro lavoro o i vostri dati dipendono da qualcun altro che ha computer Windows vulnerabili, potreste avere problemi lo stesso.

Quali versioni di Windows sono vulnerabili?

Windows Vista SP2, Windows Server 2008 SP2 e R2 SP1, Windows 7, Windows 8.1, Windows RT 8.1, Windows Server 2012 e R2, Windows 10, e Windows Server 2016 se non sono stati aggiornati da marzo scorso.

Windows XP è vulnerabile ma non è più supportato da Microsoft da aprile 2014. Se lo usate ancora su un computer connesso a Internet, come il servizio sanitario britannico, state cercando guai. In via eccezionale, Microsoft ha comunque rilasciato una patch anche per XP.

Come faccio a sapere se il mio Windows è aggiornato e quindi immune?

Se avete gli aggiornamenti automatici di Windows e una versione recente di Windows, siete a posto. Se avete Windows 10 Creators Update, siete immuni a questo problema.

Su Windows 7 e 8, andate a Pannello di controllo – Programmi – Programmi e funzionalità – Visualizza aggiornamenti installati. Su Windows 10 (da Anniversary Update in poi), date un’occhiata a Impostazioni – Aggiornamenti e sicurezza – Windows Update – Cronologia. Per le versioni pre-Anniversary Update di 10 vale la procedura descritta per Windows 7 e 8. Grazie a Ruggio81 per queste info.

Se siete tecnici e sapete usare Metasploit, ci sono delle istruzioni apposite; oppure potreste usare il Microsoft Baseline Security Analyzer.

Come si diffonde l’attacco?

Il malware si propaga da solo da una rete locale all’altra via Internet cercando e sfruttando le condivisioni di rete SMB maldestramente rivolte verso Internet: questo è quello che emerge dall’analisi fatta da Malwarebytes (v. sezione “SMB vulnerability leveraged to spread ransomware worldwide”). Non è necessaria alcuna azione da parte dell’utente.

Quando il malware riesce a insediarsi in un computer di una rete locale, cerca di propagarsi agli altri computer della rete usando di nuovo le condivisioni SMB e sfruttandone la vulnerabilità già citata. Basta quindi che in un’azienda s’infetti un singolo computer Windows per rischiare di infettare tutti gli altri computer Windows non aggiornati presenti sulla stessa rete locale.

Alcune delle fonti citate in fondo a questo articolo ipotizzano per ora che l’intrusione iniziale possa avvenire (anche) in modo classico, attraverso una mail contenente un allegato infettante oppure una pagina Web contenente codice ostile, ma finora nessuno ha presentato prove di diffusione via mail.

Va notata la scelta del momento per l’attacco: nel pomeriggio di venerdì in Europa, quando gli addetti alla sicurezza di molte aziende hanno già lasciato il posto di lavoro o lo stanno per lasciare e appena prima dei backup di fine settimana, in modo da massimizzare il danno.

Dopo alcune ore, Malwaretech ha preso il controllo (sinkhole) di uno dei domini citati nel malware:

Malwaretech ha scoperto poi (e raccontato magnificamente qui) che questo dominio veniva utilizzato dai criminali come riferimento per la gestione del malware: se esiste ed è accessibile, il malware non effettua cifratura, come spiegato qui da Malwarebytes; se il malware non riesce a raggiungere questo sito, prosegue la propria opera distruttiva. Il sito è probabilmente usato come test dal malware per sapere se sta girando in una sandbox (ambiente di test) o su un computer reale: è una tecnica usata spesso in questo campo.

Il risultato è che al momento un computer vulnerabile si può ancora infettare ma l’infezione non cifra più i dati, per cui l’attacco per ora è stato in gran parte neutralizzato da Malwaretech grazie a un colpo di fortuna e alle tecniche dilettantesche usate dai criminali. Ma se non installate gli aggiornamenti correttivi, nulla impedisce ad altri criminali di ritentare con una versione di malware più robusta. E ci sono già segnali non confermati che questo sta accadendo.

Il mio antivirus rileverà l’attacco?

Se è aggiornato, molto probabilmente sì. Ormai lo fanno praticamente tutti.

Quali paesi/enti sono stati colpiti? C’è una mappa?

Nel Regno Unito sono stati colpiti in particolare l’intero sistema sanitario nazionale (costretto a sospendere tutte le attività non urgenti; sono coinvolti ospedali, cliniche, ambulatori, anche a livello dei centralini telefonici; si prevede una paralisi di vari giorni) e la Nissan.

In Francia è stata colpita la Renault.

In Slovenia il malware ha bloccato la produzione dello stabilimento Renault.

In Spagna hanno avuto gravi problemi la compagnia telefonica spagnola Telefónica e altre aziende nel settore dell’energia (Iberdola e Gas Natural).

Negli Stati Uniti anche FedEx è stata colpita.

In Russia ci sono segnalazioni di problemi presso banche (Sberbank, VTB) e ferrovie (RZD).

Sono segnalate infezioni in Russia, Turchia, Germania, Vietnam, Filippine, Italia, Cina, Ucraina, Stati Uniti, Argentina e altri paesi, per un totale di almeno 74 paesi secondo la BBC.

La Svizzera è stata sostanzialmente risparmiata, grazie anche all’informativa diramata da MELANI (la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione).

Il New York Times parla di 45.000 attacchi (e presumibilmente altrettante infezioni). Su Malwaretech.com c’è una mappa animata.

Se cercate su Google intitle:”index of” “WNCRY” troverete un elenco di siti colpiti.

Voglio informazioni tecniche, ce ne sono?

Ci sono quelle di Kaspersky e quelle di rain1 (che include tutti i testi del malware in varie lingue); anche Ars Technica ne ha pubblicate. Emsisoft ha scritto un’analisi della crittografia usata. VirusTotal ha ottime info. C’è anche un video dimostrativo di un attacco. E Talos Intelligence ha info anche sul sinkholing usato per bloccare l’attacco. L’analisi di Microsoft è qui; le informazioni di F-Secure sono qui e qui.

2017/05/13 11:10: The Register ha fatto un ottimo punto della situazione; idem Malwarebytes qui.

Chi ci guadagna?

Ci guadagnano i criminali, per ora sconosciuti, che incassano i Bitcoin pagati dalle vittime. Uno dei portafogli digitali usati dai criminali dovrebbe essere questo, ma per ora non sembra che stia crescendo granché (ma mentre scrivo queste righe è venerdì sera, per cui molte aziende reagiranno lentamente). Un altro sarebbe qui. Queste fonti sono confermate da Kaspersky.

In chiaro:

115p7UMMngoj1pMvkpHijcRdfJNXj6LrLn
13AM4VW2dhxYgXeQepoHkHSQuy6NgaEb94
12t9YDPgwueZ9NyMgw519p7AA8isjr6SMw

Un conteggio aggiornato alle 10 del 13/5 stima un incasso totale circa 14 bitcoin, ossia circa 21.000 euro al cambio attuale. Ma probabilmente il grosso arriverà lunedì, alla riapertura degli uffici.

Un conteggio aggiornato alle 14 del 15/5 stima circa 29,4 bitcoin, ossia circa 50.000 dollari.

Cosa c’entra l’NSA?

L’attacco usa una tecnica presente in uno strumento d’intrusione sviluppato dall’NSA, chiamato EternalBlue/DoublePulsar, che è stato trafugato insieme ad altri da un’organizzazione criminale che si fa chiamare ShadowBrokers e che ha dapprima cercato di guadagnare mettendo all’asta la refurtiva e poi, di fronte al fallimento dell’asta, ha pubblicato tutto online, a disposizione di chiunque. EternalBlue/DoublePulsar è stato analizzato e poi ricreato da criminali informatici che lo stanno sfruttando per questo attacco.

Di chi è la colpa?

Fondamentalmente è dell’NSA, che ha fabbricato armi informatiche pericolosissime e non ha saputo tenerle al sicuro: è come se avesse fabbricato un’arma batteriologica (che già è una pessima idea perché uccide chiunque, non solo il nemico) e poi oltretutto l’avesse lasciata su un davanzale, a portata di tutti.

Ed è colpa dell’NSA anche perché ha tenuto per sé la conoscenza delle falle sfruttate da queste armi invece di condividerla con Microsoft e consentirle di correggere la vulnerabilità diffondendo un aggiornamento del proprio software. In sintesi, l’NSA ha scoperto un pericolo riguardante migliaia di aziende e sistemi vitali degli Stati Uniti e non ne ha informato nessuno per tenersi un vantaggio operativo: lo ha annunciato a Microsoft soltanto dopo che si è accorta che Shadowbrokers aveva rubato le sue tecniche.

Ma non è colpa di Wikileaks?

No: è un equivoco piuttosto diffuso. Gli strumenti d’attacco dell’NSA sono stati trafugati e poi pubblicati da ShadowBrokers, non da Wikileaks.

Fonti: CCN-CERT, scheda informativa Microsoft, informazioni Microsoft sulla falla MS17-010, bollettino Microsoft sulla falla MS17-010, New York Times, The Register, Motherboard, Brian Krebs, BBC, The Intercept, Graham Cluley, Sophos, ANSA.

Le cose che non colsi: 2017/02/01

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.

Sto facendo un esperimento: visto che sono disperatamente a corto di tempo e gli eventi nel mondo si stanno facendo particolarmente frenetici, provo ad archiviare pubblicamente qui i miei tweet salienti della giornata, in modo da creare una traccia cronologica e uno spazio per i commenti. Ditemi cosa ne pensate.

La domanda era se la Regina d’Inghilterra fosse legittimata a decapitare Trump (bufala pubblicata da un sito satirico).

Link all’articolo paywallato di InsideTrade.

Capo della campagna elettorale di Hillary Clinton si fa fregare account iCloud e Twitter

Capo della campagna elettorale di Hillary Clinton si fa fregare account iCloud e Twitter

Ultimo aggiornamento: 2016/10/20 9:40. 

Il 12 ottobre scorso l’account Twitter di John Podesta, capo della campagna presidenziale di Hillary Clinton, ha pubblicato un annuncio clamoroso: “Ho cambiato squadra. Votate Trump 2016. Salve, pol”. “Pol” è un riferimento a una sezione del sito 4chan nella quale si discute, fra l’altro, di violazioni informatiche in campo politico: l’account di Podesta era infatti stato violato e ignoti ne avevano preso il controllo.

Una figuraccia informatica epica per il team Clinton, anche perché non ha richiesto un attacco particolarmente sofisticato. Infatti, pur trovandosi in una posizione di enorme responsabilità, John Podesta non aveva preso neppure le misure minime di sicurezza.

Podesta sapeva di essere nel mirino, non solo perché ha un ruolo politico cruciale ma anche perché aveva già subito una violazione informatica pesante: Wikileaks sta infatti pubblicando man mano le sue mail trafugate. Giornali e telegiornali stanno dando ampio risalto alla cosa, per cui Podesta era al corrente di questa violazione, già di per sé imbarazzante.

Una di queste mail pubblicate indicava che la password del suo account iCloud, associato al suo iPhone, era Runner4567. Già il fatto stesso di inviare una password via mail in chiaro è un errore di sicurezza madornale, ma c’è di peggio: nonostante Podesta fosse chiaramente sotto attacco, a quanto risulta non aveva attivato la verifica in due passaggi (autenticazione a due fattori) sui propri account Twitter e iCloud. E così i dati sensibili custoditi nel suo iPhone (nomi, numeri di telefono, appuntamenti e altro ancora) e nel cloud di Apple sono finiti online, visibili a tutti.

È possibile che l’account Twitter di Podesta sia stato violato con facilità perché usava la stessa password usata per iCloud, come fanno incoscientemente in tanti; in tal caso va ricordato che se ci fosse stata attiva la verifica in due passaggi gli intrusi non avrebbero potuto sfruttare la password ma avrebbero avuto bisogno di accedere fisicamente a uno dei dispositivi di autenticazione di Podesta.

Le voci secondo le quali l’iPhone e l’iPad di Podesta sarebbero stati azzerati grazie ai dati trovati nelle mail di Podesta pubblicate da Wikileaks sono state smentite da Wikileaks stessa, che dice di aver “verificato che le credenziali erano già state cambiate” prima di pubblicare le mail che le contenevano.

La leggerezza con la quale i politici trattano la sicurezza informatica, anche quando c’è letteralmente di mezzo la sicurezza nazionale, non cessa mai di meravigliarmi. Ma è una meraviglia del secondo tipo: quello in cui fai fatica a credere che qualcuno in un ruolo così importante sia così informaticamente ingenuo e incompetente da non assumere un consulente informatico e seguirne le raccomandazioni.

Fonte: Ars Technica.

Dodicenne riceve una fattura di 100.000 euro da Google: ha confuso AdWords e AdSense

Non è la prima volta che racconto di disavventure economiche causate da giovanissimi internauti. Di solito i danni ammontano a qualche migliaio di dollari, euro o franchi, ma stavolta la cifra è da record: centomila euro di bolletta. È quello che ha combinato un dodicenne spagnolo, José Javier di Torrevieja, che ha ricevuto da Google una fattura di questo importo, secondo quanto riferisce il quotidiano El País.

José aveva le idee chiare: voleva fare soldi su Internet pubblicando su Youtube dei video del suo gruppo musicale, usare il servizio AdSense di Google per associare questi video a delle pubblicità che gli avrebbero dato un guadagno e raccogliere abbastanza soldi da comprare gli strumenti musicali e diventare ricco facendo musica.

Purtroppo, però, ha confuso AdSense (il servizio di Google che paga gli utenti ogni volta che qualcuno guarda o clicca su una pubblicità associata ai loro contenuti) con AdWords, che invece fa pagare gli utenti inserzionisti ogni volta che qualcuno clicca sulle loro pubblicità.

José ha dato a Google il numero di un conto corrente della famiglia e ha scelto una parola chiave che avrebbe mostrato la sua pubblicità a chi cercava in Google quella parola. Nel giro di un paio di mesi, i clic sulla sua inserzione sono stati così tanti che Google gli ha mandato, appunto, la fattura da centomila euro.

Di fronte alle contestazioni della famiglia di José, Google ha poi annullato la fattura, essendo chiaro che si trattava di un errore da parte di un ragazzino, ma ha ricordato alla famiglia che esistono delle restrizioni d’età su servizi come AdWords (bisogna essere diciottenni) e che i genitori dovrebbero consultare le informazioni fornite dal suo Centro per la sicurezza online prima di lasciare che i figli usino Internet senza supervisione. La famiglia, per contro, ha obiettato che è stato troppo facile per José attivare un conto AdWords e che servirebbero maggiori salvaguardie.

E voi come siete messi? Siete sicuri di aver spiegato bene ai vostri figli che ogni cosa che riguardi soldi su Internet va discussa e approvata da voi?

Internet delle Cose: undici ore per attivare un bollitore “smart”

Pochi giorni fa Mark Rittman, un dirigente della Oracle, è stato suo malgrado protagonista di una telenovela informatica in tempo reale: ha raccontato via Twitter la sua lotta epica contro un bollitore d’acqua per il té. Ci ha messo undici ore a farlo funzionare.

Il bollitore è uno di quegli apparecchi “smart” dell’Internet delle Cose che vanno di moda adesso e spesso vengono messi sul mercato senza provarli adeguatamente nelle varie situazioni possibili. Rittman si è trovato nei guai perché ha cercato di integrare il bollitore nel suo sistema di automazione domestica. Dapprima gli si è rivoltato contro l’access point Wi-Fi, che si è resettato, poi il bollitore non accettava correttamente i dati ricevuti via Wi-Fi e si ostinava a voler fare periodicamente una “ricalibrazione obbligatoria” che lo scollegava dalla rete domestica.

Rittman ha iniziato a raccontare i propri guai su Twitter, e la sua storia è stata ripresa da un numero di utenti così grande che il suo server domestico è schiattato sotto il carico dei visitatori, buttando offline il suo Amazon Echo.

Quando finalmente il bollitore ha iniziato a ricevere comandi vocali tramite l’Echo e a bollire l’acqua a comando, le lampadine “smart” della casa di Rittman hanno deciso che era il momento di fare un aggiornamento obbligatorio e così si sono spente, lasciando la casa al buio intanto che scaricavano e installavano l’aggiornamento.

Alla fine, dopo undici ore di strenua lotta all’ultimo byte, Mark Rittman è riuscito a farsi la sua meritatissima tazza di té. L’intera vicenda è raccontata in un flusso di tweet raccolto da Boing Boing e The Guardian. Ma molti si stanno chiedendo: ne valeva la pena?

Perché gli smartphone prendono fuoco? il disastro del Samsung Galaxy Note 7

Ars Technica ha pubblicato un bel sunto del disastro che ha colpito Samsung con il suo Galaxy Note 7, colpevole di esplodere o prendere fuoco, ferendo i clienti. Il blocco delle vendite e il richiamo di 2,5 milioni di esemplari non hanno risolto il problema: anche la nuova versione ha lo stesso problema di autocombustione: meno di prima, ma ce l’ha. Per cui Samsung ha deciso che il Galaxy Note 7 verrà ritirato definitivamente dal commercio e ha predisposto un costosissimo sistema di restituzione che include scatole ignifughe per la spedizione.

Ma come ha fatto un difetto enorme del genere a superare i controlli e i test interni prima della messa in vendita? Non è la prima volta che uno smartphone di punta debutta con problemi, sia pure non così esplosivi (qualcuno ricorderà gli iPhone che si piegavano un po’ troppo facilmente), ma in ultima analisi questi guai derivano dalla tecnologia troppo spinta e dalla paura individuale e aziendale di conseguenze legali.

La prima versione del Samsung Galaxy Note 7 è stata tradita da un errore di fabbricazione delle batterie, leggermente troppo grandi per il loro alloggiamento: l’installazione ne comprimeva un angolo, producendo un corto circuito fra i componenti della batteria che portava al surriscaldamento. Nessuno degli incaricati dei test segreti prima della vendita l’aveva notato.

Secondo le prime informazioni, la seconda versione ha invece manifestato problemi incendiari analoghi probabilmente per via del tentativo di Samsung di ridurre i tempi di ricarica: si sospetta che la ricarica veloce indebolisca a lungo andare qualche componente della batteria.

Ma il doppio flop è dovuto anche al fatto che i numerosissimi tecnici di collaudo di Samsung incaricati di scoprire la causa dei primi incendi, temendo conseguenze legali e sequestri di documentazione, non lasciavano traccia scritta dei propri risultati, su ordine di Samsung, per cui coordinare le informazioni raccolte era quasi impossibile.

Per evitare guai ipotetici, insomma, Samsung si è cacciata in un guaio reale ben peggiore, e non ha tenuto conto di un fatto tristemente noto agli informatici: l’unico vero ambiente di test è la produzione. Finché un prodotto non è in mano agli utenti, pasticcioni, distratti e maldestri, capaci di creare situazioni che non verrebbero mai in mente ai collaudatori, non c’è alcuna certezza che sia privo di difetti fatali.

Caos su Blogger, ripristino in corso

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazine iniziale. Ultimo aggiornamento ore 23:50.

Blogger l’ha fatta grossa. Sto ripristinando dai backup. Dettagli stasera.

Aggiornamento ore 21:00

Dopo oltre venti ore di paralisi di tutto Blogger, durante i quali non era possibile pubblicare nuovi post, modificare quelli esistenti o pubblicare commenti, il servizio è ripreso, ma sono andati persi tutti i post e tutti i commenti pubblicati dopo le 7:37 AM (PDT) dell’11 maggio, equivalenti alle 16:37 ora italiana.

Ho ripristinato dai miei backup i post perduti, ma non ho il tempo materiale di ripristinare tutti i commenti (di cui conservo comunque il backup). Vediamo se Blogger li ripristina come promesso.

La vicenda, nata a quanto pare da una semplice manutenzione che sarebbe dovuta durare un’oretta, è descritta nell’Help forum di Blogger, che precisa che era stato fatto un backup anche dei post scritti dopo le 16:37, che dovrebbero essere ripristinati a breve. Il blog di Blogger dice la stessa cosa: “in the coming hours posts and comments that were temporarily removed should be restored”.

Aggiornamento ore 23:50

Via Twitter, Blogger avvisa che sta continuando il ripristino dei post rimossi temporaneamente e che ci vorranno “ancora alcune ore” prima di tornare alla normalità.

“Pearl Harbor digitale” ieri? No, semplicemente sfiga multipla

“Pearl Harbor digitale” ieri? No, semplicemente sfiga multipla

C’è stato un certo panico in Rete ieri: la Borsa di New York ha sospeso di colpo le contrattazioni, la United Airlines ha sospeso tutti i voli e il sito del Wall Street Journal dava un messaggio d’errore che indicava problemi gravi.

Tre eventi di questo genere nello stesso giorno hanno istintivamente fatto sospettare che si trattasse di un attacco informatico coordinato, magari legato agli eventi di Hacking Team, ma a quanto risulta si è trattato semplicemente di una vistosa concentrazione di sfortuna. Nel giro di un paio d’ore United e WSJ.com sono tornati online; la compagnia aerea ha spiegato che si è trattato di un problema di connettività causato da un router difettoso. La Borsa di New York ci ha messo invece quasi quattro ore a tornare attiva e si vocifera che il problema sia stato causato da un aggiornamento software difettoso.

La Casa Bianca, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale e la Borsa hanno pubblicato dichiarazioni per chiarire che non si trattava di eventi causati da qualche ipotetico attacco informatico.

Come è possibile che questi eventi siano avvenuti tutti e tre lo stesso giorno? La spiegazione è semplice: le reti informatiche vanno in tilt piuttosto spesso, ma quando capita a una sola non ci facciamo caso. Se tre di questi tilt avvengono quasi contemporaneamente, la cosa ci colpisce e ci resta impressa: fa parte dei nostri istinti di riconoscimento degli schemi, che quando lavorano su basi fragili sfociano nel complottismo. Ma in realtà in una distribuzione casuale di eventi scollegati prima o poi è inevitabile che due o più di questi eventi avvengano contemporaneamente; anzi, sarebbe strano il contrario, e la probabilità di queste coincidenze può anche essere calcolata. Che è più matematicamente prode di me può infatti cimentarsi con una distribuzione poissoniana.

Fonti aggiuntive: Ars Technica.

Gmail ora permette di richiamare una mail spedita. Per 30 secondi

Gmail ora permette di richiamare una mail spedita. Per 30 secondi

Avete mai spedito una mail di cui vi siete poi pentiti, per esempio perché vi siete accorti che avevate indirizzato delle confidenze alla persona sbagliata oppure perché l’avevate scritta con troppa aggressività?

Capita un po’ a tutti: secondo un sondaggio, ben il 78% degli utenti interpellati (professionisti del marketing, quindi gente abituata a comunicare per lavoro) ha ammesso di aver mandato una mail sbagliata a qualcuno o di aver incluso per errore qualcuno nell’elenco dei destinatari.

Certo, Microsoft Outlook offre da tempo l’opzione di richiamare una mail, ma di solito ha soltanto l’effetto d’incuriosire il destinatario e di attirare attenzione sullo sbaglio. Invece Google ora offre una piccola rete di sicurezza: l’annullamento dei messaggi inviati. In realtà quest’opzione è disponibile da sei anni, ma soltanto a livello sperimentale, ed è diventata ufficiale soltanto in questi giorni.
Le istruzioni per attivare quest’opzione (normalmente disattivata), però, non mettono forse sufficientemente in chiaro che si tratta in realtà di un invio differito, nonostante il titolo delle istruzioni sia “Annullamento dell’invio di posta”: in sostanza, il messaggio non viene realmente spedito per alcuni secondi (fino a 30). Il tempo per ravvedersi, insomma, è comunque poco, ma è meglio di niente.