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WhatsApp attiva la crittografia ovunque, ma non è invulnerabile

WhatsApp attiva la crittografia ovunque, ma non è invulnerabile

Credit: alberto_cz.

Ultimo aggiornamento: 2016/04/09 15:15.

Martedì 5 aprile WhatsApp ha reso automaticamente disponibile la crittografia end-to-end per tutti i propri utenti, per rendere meno vulnerabili le loro conversazioni: ora, infatti, neanche WhatsApp sa cosa si dicono i suoi utenti. Il messaggio viene cifrato prima di lasciare il telefonino, viaggia cifrato via Internet e sui server di WhatsApp, e viene consegnato ancora cifrato al telefonino del destinatario, che è l’unico in grado di decifrarlo. Neanche i gestori di WhatsApp hanno la chiave di decifrazione.

Tutto il procedimento è automatico: per attivarlo basta scaricare la versione più recente dell’app. Se la comunicazione è cifrata, compare un avviso sullo schermo. La crittografia end-to-end si applica a ogni forma di comunicazione gestita da WhatsApp (compresi per esempio i gruppi, le chiamate vocali, le foto e i video) e funziona su tutti i tipi di telefonino (Android, iOS, Windows Phone).

È una svolta notevole: improvvisamente circa un miliardo di persone ha a disposizione uno strumento familiare che rende molto più difficile ai ficcanaso origliare le proprie comunicazioni. Soprattutto significa che i gestori di WhatsApp non possono più essere obbligati da un tribunale a fornire il contenuto di una conversazione effettuata tramite la loro app.

Certo, i criminali e i terroristi potranno comunicare tramite WhatsApp senza che gli inquirenti possano chiedere a WhatsApp di rivelare cosa si sono detti. Ma questa gente ha da sempre a disposizione strumenti sofisticati per nascondere le proprie comunicazioni. Fra l’altro, è ironico che la tecnologia di cifratura di WhatsApp sia stata sviluppata con i fondi stanziati dal governo statunitense, che ora si lamenta della crittografia che ha contribuito a creare, ma questa è un’altra storia.

Quello che conta, semmai, è che saranno meglio protette contro la sorveglianza di massa anche le persone normali nei paesi nei quali la libertà di comunicazione non è garantita, e che questa protezione è offerta tramite un’app popolarissima, non tramite qualche scomoda app di nicchia il cui possesso sarebbe già di per sé sospetto.

Credit: @McCasp.

Tutto questo non vuol dire che le comunicazioni effettuate tramite WhatsApp siano perfettamente sicure e segrete: WhatsApp resta comunque una società commerciale il cui compito è fare soldi raccogliendo dati degli utenti. Per esempio, WhatsApp avvisa, nelle sue avvertenze legali, che si riserva la facoltà di registrare i numeri di telefonino e la data e l’ora di ogni scambio di messaggi, per cui è sempre possibile sapere chi ha chattato con chi e a che ora; e WhatsApp avvisa che conserverà “ogni altra informazione che è legalmente obbligata a raccogliere”. Le impostazioni di WhatsApp mettono bene in chiaro che la crittografia è applicata “quando possibile”.

WhatsApp continua inoltre ad accedere periodicamente alla rubrica dei contatti “per localizzare i numeri di telefonino di altri utenti WhatsApp”, raccogliendo i numeri ma non i nomi associati ai numeri.

Questa novità, insomma, va vista non tanto come un’opportunità per gli utenti di comunicare al riparo da occhi indiscreti, quanto come un espediente che permette a WhatsApp (e quindi a Facebook) di ridurre drasticamente le proprie responsabilità legali: se un governo chiede a WhatsApp di accedere alle comunicazioni che un utente ha fatto tramite l’app, WhatsApp può rispondere semplicemente che non le ha.

Infine non va dimenticato che sul telefonino del mittente e del destinatario (o di ciascun partecipante a un gruppo) rimane una copia delle conversazioni effettuate con WhatsApp, e questa copia è accessibile se il telefonino non è protetto da un PIN e dalla cifratura dei suoi contenuti.

Un’altra copia può trovarsi sui server di Apple se si usa WhatsApp su iPhone ed è attivo iCloud. Inoltre se si usa WhatsApp su qualunque smartphone e si accetta la proposta dell’app di salvare le conversazioni sul cloud di WhatsApp, l’azienda ha una copia (si spera cifrata) delle conversazioni: questa copia automatica è disattivabile andando nelle impostazioni di WhatsApp. Infine, nel caso di una conversazione di gruppo su WhatsApp, è importante tenere presente che se anche uno solo dei membri del gruppo ha attivato il backup su iCloud (o altro cloud), esiste una registrazione dell’intero scambio di messaggi.

Per tutti i dettagli tecnici potete consultare l’apposita documentazione pubblicata da WhatsApp e la guida d’uso pubblicata dalla Electronic Frontier Foundation.

Fonti aggiuntive: Whisper Systems, Electronic Frontier Foundation, Wired.

Crypto-quiz: che cosa significa questo codice?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2011/04/25.

Per ora non vi offro indizi. Pubblicate nei commenti quello che riuscite a scoprire, in particolare a proposito della parte numerica. Buon divertimento!

0621 2010

0244 |Now is the winter of our discontent
6417 |Made glorious summer by this sun of Venice;
9995 |And all the clouds that lour’d upon our house
4882 |In the deep bosom of the ocean buried.
3375 |Now are our brows bound with victorious wreaths;
0110 |Our bruised arms hung up for monuments;
1001 |Our stern alarums changed to merry meetings,
1101 |Our dreadful marches to delightful measures.
0011 |Grim-visaged war hath smooth’d his wrinkled front;
1011 |And now, instead of mounting barded steeds
1110 |To fright the souls of fearful adversaries,
6441 |He capers nimbly in a lady’s chamber
1644 |To the lascivious pleasing of a violin.

2011/04/25

Complimenti a tutti coloro che stanno partecipando al quiz: avete già scoperto e scritto nei commenti più di quanto sappia io sul codice misterioso. Confermo che non ne conosco la soluzione: l’ho pubblicato qui semplicemente perché è una coda agli eventi del Thread Epico ed è un gioco divertente. Non perdeteci troppo tempo.

Antibufala: documenti ufficiali dell’NSA rivelano comunicazioni con extraterrestri!

Antibufala: documenti ufficiali dell’NSA rivelano comunicazioni con extraterrestri!

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente l’11/5/2012 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Clamoroso: sul sito dell’NSA, la segretissima National Security Agency del governo statunitense, c’è un documento dal titolo inequivocabile: Key to The Extraterrestrial Messages (“Chiave ai messaggi extraterrestri”). Il documento, tratto dall’NSA Technical Journal, volume XIV, numero 1, è firmato da H. Campaigne, che secondo alcune fonti è “uno dei più grandi crittologi (la crittologia è la scienza delle scritture nascoste) sul pianeta con anni e anni di servizio alla Naval Security Group, Army Security Agency, per quanto riguarda la decodifica di messaggi extraterrestri che erano stati ricevuti “dallo spazio esterno”. A quanto pare, questi messaggi furono effettivamente ricevuti tramite il satellite Sputnik, ma nessuno aveva alcuna idea su come decodificarli in quel momento.”

Anche il testo dell’articolo non sembra lasciare spazio a dubbi: parla di “una serie di 29 messaggi dallo spazio” e di “messaggi radio captati recentemente dallo spazio”. Ma cosa s’intende per “recentemente”? Non si sa: l’articolo è senza data, e l’unica informazione cronologica è la data di rilascio al pubblico, che è il 21 ottobre 2004. Ma una ricerca negli archivi del Technical Journal lo colloca all’inverno del 1969: l’anno dello sbarco sulla Luna. Coincidenza?

L’articolo cita un altro documento del Technical Journal dal titolo ancora più intrigante: “Extraterrestrial Intelligence”, che si può tradurre sia come “Intelligenza extraterrestre” sia come “Intelligence extraterrestre”, con un gioco di parole a tema, dato che l’NSA si occupa di decifrare i codici segreti delle potenze straniere. Anche questo secondo documento è scaricabile e rivela l’origine di questo mistero.

Si tratta, infatti, semplicemente di un esercizio di crittologia per gli addetti ai lavori, una “serie di messaggi per mettere alla prova l’ingegno dei lettori”. Nessuna rivelazione di contatti con alieni, insomma, ma un semplice divertissement per appassionati di codici segreti.

O almeno così vogliono farci credere…

I Panama Papers dimostrano il bisogno di crittografia libera per avere giornalismo libero

I Panama Papers dimostrano il bisogno di crittografia libera per avere giornalismo libero

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/04/05 16:00.

Mezzo mondo è in subbuglio per la rivelazione degli intrallazzi miliardari di politici, capi di stato, imprenditori e celebrità che hanno usato società offshore panamensi per nascondere al fisco i loro lauti guadagni (come ha fatto il padre del primo ministro britannico David Cameron) e per finanziare guerre eludendo la foglia di fico delle varie forme di embargo. I Panama Papers sono probabilmente il più grande archivio di segreti impresentabili della storia del giornalismo. E abbiamo quest’archivio grazie alla crittografia.

Molti colleghi si stanno un po’ perdendo nel far notare la presenza, fra gli elenchi dei coinvolti, di quel tale calciatore o di quel talaltro attore o politico o manager, o di questa o quell’altra banca svizzera, ed è passato in secondo piano (o forse è stato proprio ignorato) il dettaglio fondamentale che tutto questo scoperchiamento della cloaca delle società scudo è stato reso possibile dal fatto che la fonte segreta dei 2,6 terabyte di dati scottanti rivelati ha contattato un giornalista della Süddeutsche Zeitung, Bastian Oberway, tramite una chat cifrata. La fonte non ha voluto incontrare di persona nessuno perché la sua vita è, piuttosto ovviamente, in pericolo. Sputtanare i potenti della Terra di solito ha un prezzo molto alto: non lasciare tracce è vitale. I giornalisti di un numero straordinario di redazioni di vari paesi hanno potuto lavorare in segreto per un anno, comunicando e condividendo dati, grazie alla crittografia.

Ora magari anche ai più cocciuti sarà chiaro il motivo per il quale così tanti governi se la prendono con la crittografia forte e la vogliono bandire. Non è questione di lotta al terrorismo, come dicono continuamente: i terroristi difficilmente rispetteranno un divieto di usare la crittografia. È questione di controllare il dissenso.

Se i giornalisti non sono più in grado di comunicare in modo riservato, se non possono più contattare le proprie fonti confidenziali, se sanno che tutto quello che dicono è intercettato e intercettabile, non possono più fare il proprio lavoro fondamentale di criticare chi è al potere e smascherarne gli abusi e le bugie. Non è teoria: nel mio piccolo, di recente mi sono trovato proprio nella situazione di dover proteggere una fonte dalle ritorsioni e questa protezione si è basata per necessità sulla crittografia.

A costo di sembrare retorico, insomma, credo che senza una stampa libera di criticare i potenti non si abbia democrazia, e i fatti di queste ore dimostrano che senza la crittografia non si possa avere stampa libera. Per cui senza crittografia non c’è democrazia.

2016/04/05 9:30. Aggiungo che abbiamo quest’archivio grazie anche alla mancanza di crittografia. Mossack Fonseca, lo studio legale panamense al centro dello scandalo, non cifrava la trasmissione della propria mail. Segnalo inoltre che non si tratta “soltanto” di evasione fiscale (che comunque toglie risorse ai cittadini), ma anche di finanziamenti occulti di guerre come quella che sta devastando la Siria, come racconta questo video.

2016/04/05 12:30. Come al solito è già partita la costruzione delle tesi di complotto da varie parti (compresi i politici coinvolti, oltre che i complottisti che vedono torbido anche nell’acqua distillata) e si fa notare che mancano figure statunitensi, ergo sarebbe un complotto americano (perché son sempre e solo gli americani che complottano). Una possibile risposta a quest’assenza (ammesso che non sia temporanea) è che se sei americano i rifugi fiscali li hai in casa.

2016/04/05 16:00. Cominciano a emergere i primi nomi americani, compresi quelli di alcuni personaggi noti come David Geffen e Tina Turner; altri sono in arrivo.

Fonti aggiuntive: Punto Informatico, L’Espresso.

Su Le Scienze scrivo di pseudoscienza nell’antiterrorismo

Su Le Scienze scrivo di pseudoscienza nell’antiterrorismo

Il numero di questo mese di Le Scienze (il 569), in edicola da oggi, mi ospita con un articolo sui metodi assurdamente pseudoscientifici usati troppo spesso nella lotta al terrorismo. Queste sono alcune delle fonti di riferimento per le cose apparentemente incredibili che ho scritto nell’articolo:

The story of the fake bomb detectors, di Caroline Hawley (BBC, 2014)

Everything you need to know about encryption: Hint, you’re already using it, di Andrea Peterson (Washington Post, 2015)

Trump says “closing that Internet” is a good way to fight terrorism, di Jon Brodkin (Ars Technica, 2015)

New EU cybersecurity rules neutered by future backdoors, weakened crypto, di Glyn Moody (Ars Technica, 2015)

Telegram blocca gli utenti pro-ISIS. Ma come fa a riconoscerli, se è tutto cifrato come dice?

Telegram blocca gli utenti pro-ISIS. Ma come fa a riconoscerli, se è tutto cifrato come dice?

La notizia che gruppi legati al terrorismo dello Stato Islamico comunicano usando l’app Telegram perché offre una crittografia dei messaggi migliore rispetto agli altri sistemi di messaggistica ha spinto i gestori di Telegram a intervenire annunciando di aver “bloccato 78 canali legati all’ISIS in 12 lingue”.

Ma gli utenti legittimi di Telegram, quelli che usano la sua crittografia per comunicare in modo riservato per tutelare la propria privacy, come è diritto di chiunque fare, hanno drizzato le orecchie: se Telegram cifra i messaggi così bene che neanche i suoi gestori li possono leggere (come dichiarato nelle sue FAQ), come fa a sapere quali messaggi bloccare?

La risposta è che in realtà non tutto il traffico di dati delle comunicazioni di Telegram è cifrato. Spiega infatti Telegram: “tutte le chat di Telegram e le chat di gruppo sono private fra i loro membri… Tuttavia i pacchetti di sticker, i canali e i bot su Telegram sono pubblicamente disponibili”. I canali di Telegram sono un modo per trasmettere uno stesso messaggio a un numero elevato di destinatari, mentre i bot sono degli account di gestione automatica dei messaggi e i pacchetti di sticker (sticker set) sono gruppi di icone disegnate in dettaglio, che mostrano un personaggio e rappresentano un’azione o un’emozione (degli emoji più raffinati, insomma). E poi ci sono i metadati: chi ha parlato con chi, le rubriche telefoniche degli utenti, e altro ancora.

L’intervento dei gestori di Telegram, quindi, si limita a questi aspetti del servizio: i messaggi all’interno dei gruppi privati su Telegram restano inaccessibili. L’unico modo per monitorare questi gruppi è infiltrarli e farne parte, segnalandoli all’apposito indirizzo abuse@telegram.org.

Threema, l’app svizzera consigliata dall’ISIS, spiega dove sbaglia chi vuole bandirla

Threema, l’app svizzera consigliata dall’ISIS, spiega dove sbaglia chi vuole bandirla

Si dice spesso che la cattiva pubblicità non esiste: se parlano del tuo prodotto, nel bene o nel male, comunque ne stanno parlando e lo stanno facendo conoscere. Però vedersi raccomandare da un gruppo terroristico come l’ISIS, come è successo all’app di messaggistica svizzera Threema, non è un tipo di testimonial particolarmente desiderabile.

Threema è stata segnalata in una guida, distribuita a gennaio tra i seguaci dell’ISIS, come una delle forme di comunicazione online più sicure (difficilmente intercettabile) perché neanche i suoi gestori possono decifrare il contenuto dei messaggi scambiati fra due utenti.

Molti governi, in seguito agli attentati di Parigi, stanno spingendo affinché questo genere di messaggistica venga bandito. Sia il direttore dell’FBI, James Comey, sia il direttore della CIA, John Brennan, hanno dichiarato che se non viene introdotta una backdoor, ossia una sorta di chiave governativa che permetta di decifrare e monitorare i messaggi online, i terroristi e i criminali di ogni genere avranno in queste app di messaggistica una risorsa impenetrabile a disposizione per i loro scopi.

Il problema tecnico di quest’idea è che non considera che chi fa crimine o terrorismo probabilmente non rispetterebbe un divieto governativo di usare una certa app.

Terrorista 1: “Ti devo passare le istruzioni per fare una bomba contro il governo.”
Terrorista 2: “OK, mandamele tramite un’app che il governo non può intercettare.”
Terrorista 1: “Uh… il governo che vogliamo far saltare in aria ha detto che le app che non può intercettare sono vietate.”
Terrorista 2: “Ah, allora non possiamo usarle. Peccato.”

Per come è fatta Internet e per come è fatto il software, non c’è nulla che impedisca a un gruppo criminale o sovversivo di scriversi una propria app di messaggistica cifrata e usarla, per cui eventuali divieti governativi avrebbero un solo effetto: quello di indebolire la sicurezza e la privacy di aziende e cittadini onesti, lasciando indisturbati i malfattori.

La cifratura senza backdoor viene usata dalle banche, dagli ospedali, dagli enti pubblici per tutelare i dati: anch’io, come giornalista, uso app come Threema per garantire la riservatezza delle mie fonti. E c’è un altro problema: se un governo ha un passepartout, come fa a garantire che non finisca nelle mani dei criminali o di altri governi, dando loro un potere enorme?

Roman Flepp, portavoce di Threema, ha spiegato infatti che “sacrificare alcuni dei fondamenti delle nostre democrazie, come la libertà, la riservatezza e il diritto all’espressione in cambio di un falso senso di sicurezza non sembra essere una cosa furba da fare”. E giganti dell’informatica come Google, Apple, Microsoft, Intel e Facebook confermano quest’opinione: di recente hanno dichiarato congiuntamente che “La crittografia è uno strumento di sicurezza al quale ci affidiamo ogni giorno per impedire ai criminali di svuotarci i conti correnti, per proteggere le nostre automobili e i nostri aerei dall’essere sabotati da attacchi informatici e in generale per tutelare la nostra sicurezza e riservatezza. Indebolire la sicurezza dicendo di voler migliorare la sicurezza è semplicemente un controsenso”. Il rischio di abbandonarsi al teatrino della sicurezza, politicamente appagante ma tecnicamente rovinoso, è insomma chiaro agli esperti. Speriamo che lo sia anche ai politici.

Come cifrare e autenticare la mail

Come cifrare e autenticare la mail

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente in quattro parti, che ora sono accorpate qui. Ultimo aggiornamento: 2015/09/23 11:05.

Nelle puntate precedenti del Disinformatico ho segnalato i limiti delle promesse di privacy e di garanzia d’identità dei social network e dei vari sistemi di chat, da WhatsApp a Telegram: in pratica non c’è nessun sistema social, per ora, che sia allo stesso tempo:

1. completamente trasparente e ispezionabile (open source);
2. indipendente da un servizio o fornitore centrale;
3. basato su uno standard universale, per non avere il problema di convincere i nostri amici e contatti a seguirci nell’adottare un’app specifica.

C’è già, però, un sistema di comunicazione via Internet che ha tutte queste caratteristiche. Esiste da prima che ci fossero le app e i social network: è la mail cifrata con la cosiddetta crittografia a chiave pubblica.

Anche se il nome può dare l’impressione che si tratti di una cosa difficile e riservata solo agli smanettoni, in realtà oggi è piuttosto facile da adoperare. Non solo vi consente di comunicare in modo realmente riservato, ma vi permette anche di autenticare i vostri messaggi e quelli altrui.

Tanto per fare un esempio, se tutti usassero la mail autenticata sarebbero molto più difficili da portare a segno le truffe basate su mail false che fingono di provenire da banche o altri servizi e ci invitano a cliccare su un link per confermare la password ma in realtà ce la vogliono rubare (phishing).

Se volete un’analogia, la crittografia a chiave pubblica è contemporaneamente come una busta che protegge una mail (che altrimenti è leggibile in transito quanto una cartolina, salvo sistemi come TLS che la proteggono mentre viaggia su Internet) e come un sigillo personalizzato che ne garantisce l’origine.

Interessati? Allora serve una breve introduzione al concetto di crittografia a chiave pubblica.

La mia password? È pubblica (o quasi)

Il limite dei sistemi di crittografia tradizionali è che richiedono che gli interlocutori si scambino un codice segreto prima di poter comunicare in modo protetto. Farlo per ciascuna persona con quale vogliamo comunicare sarebbe un lavoro immenso, e comunque per farlo bisogna già avere un canale segreto o sicuro, per cui si finisce in un circolo vizioso.

La crittografia a chiave pubblica risolve il problema usando due chiavi, legate tra loro grazie a della matematica che non faccio neppure finta di capire a fondo (se volete, qui trovate i dettagli). Una chiave è segreta e viene custodita gelosamente dall’utente che l’ha generata, mentre l’altra viene resa pubblica. Sì, sembra paradossale rivelare un pezzo di “password”, ma è così che funziona.

Questa chiave pubblica viene data proprio a tutti, tanto che viene indicata in coda a ogni mail autenticata o cifrata. Per esempio, Glenn Greenwald, giornalista legato al caso Snowden, la mette in ogni articolo che pubblica su The Intercept, principalmente per consentire a chiunque di autenticare i messaggi che Greenwald invia e per permettere a chiunque di mandare a Greenwald messaggi cifrati senza doversi prima incontrare con lui per scambiarsi le password di decrittazione. Soltanto chi ha la chiave privata può decifrare i messaggi destinati a lui e cifrati con quella chiave pubblica.

Confusi? È normale. In realtà l’uso pratico di questi sistemi è molto automatizzato: una volta che avete installato il software necessario, tutto avviene dietro le quinte. Il modo migliore per capire come funziona questo processo è vederlo in pratica.

Installare il software

Vediamo allora come si installa un sistema di crittografia a chiave pubblica aperto e trasparente: GnuPrivacy Guard, che è software libero, gratuito, conforme allo standard OpenPGP e disponibile per i sistemi operativi più diffusi. La versione Windows è Gpg4Win; quella Mac è GPGTools; per Linux c’è per esempio GPA; le altre versioni sono nella sezione di download di Gnupg.org.

L’installazione è piuttosto semplice ed è descritta in dettaglio nei rispettivi siti di download: la cosa importante è che al termine dell’installazione dovete generare la vostra coppia di chiavi (quella privata e quella pubblica), da associare all’indirizzo di mail che volete proteggere.

In pratica, immettete nel software il vostro nome (o pseudonimo) e il vostro indirizzo di mail e poi generate una passphrase, ossia una password molto lunga e complessa. Questa passphrase deve restare assolutamente segreta e protetta, perché protegge la vostra coppia di chiavi di cifratura: pensatela come la chiave che chiude un armadietto che custodisce delle altre chiavi.

A questo punto il software vi propone di pubblicare la vostra chiave pubblica presso un server su Internet, dove tutti potranno reperirla per mandarvi mail cifrate e verificare l’autenticità delle mail che mandate: è una scelta consigliabile, perché semplifica moltissimo tutto l’uso futuro della mail cifrata, ma se volete potete anche distribuire la vostra chiave pubblica in maniere differenti (per esempio dandola materialmente soltanto ad alcuni amici o colleghi).

Ultima fase: procurarsi un software che permetta al vostro programma di mail di cifrare le mail e autenticarle. Per esempio, per Thunderbird (Windows, Mac, Linux) c’è Enigmail e per Mail.app (Mac) c’è GPGTools. Li installate, riavviate il computer se richiesto, e siete a posto. Riavviando il vostro programma di mail troverete che sono comparsi dei pulsanti in più, che servono per gestire la crittografia e l’autenticazione delle vostre mail.

Il grosso è fatto. Resta solo da procedere alle prove pratiche, inviando mail autenticate e cifrate. Secondo le rivelazioni di Edward Snowden, a questo punto neanche l’NSA è in grado di leggere le vostre mail in transito su Internet: l’unica cosa che può fare per leggerle è cercare di entrare nel vostro computer.

Mandare una mail autenticata

Cominciamo con le cose semplici: mandiamo una mail autenticata. Per ora non si tratta di comunicare in modo segreto, ma semplicemente di dare a chi ci legge la possibilità di verificare che il nostro messaggio arriva veramente da noi e non è stato falsificato o alterato.

Inviare una mail autenticata è semplicissimo: la si compone esattamente come una mail normale, ma alla fine della composizione, prima di inviarla, si attiva l’autenticazione (di solito cliccando su un’icona OpenPGP o simile e scegliendo Firma il messaggio). Tutto qui.

Chi riceve la vostra mail autenticata troverà che contiene il testo normale, seguito da una serie di caratteri strani che iniziano con l’avviso “Begin PGP Signature”: quei caratteri sono la firma digitale del messaggio. Il messaggio in sé è ricevibile e leggibile da chiunque e con qualunque dispositivo e programma, anche da chi non usa la crittografia: la firma è semplicemente un’opzione che consente, a chi vuole, di verificare l’autenticità del mittente.

Potete insomma firmare tutti i messaggi che inviate: se il destinatario ha il software giusto, come voi, potrà autenticarli. Se non ce l’ha, vedrà semplicemente questi caratteri strani in calce al messaggio, ma leggerà comunque senza problemi il testo del messaggio stesso.

Ricevere una mail autenticata

Autenticare una mail ricevuta è altrettanto semplice: se avete installato il software di crittografia a chiave pubblica, il vostro programma di posta vi avvisa visivamente che il messaggio ricevuto contiene codici di autenticazione (è firmato, insomma) e vi informa sul livello di fiducia che ha la firma, che potete scegliere voi in base a quanto conoscete il mittente e al modo in cui avete ricevuto la sua chiave pubblica.

Fra l’altro, se il vostro interlocutore ha depositato la propria chiave pubblica su Internet (presso i cosiddetti keyserver), come proposto durante l’installazione, potete procurarvela semplicemente avviando il vostro software di gestione delle chiavi e digitando l’indirizzo di mail dell’interlocutore.

In alternativa, potete guardare se il vostro interlocutore ha pubblicato da qualche parte il fingerprint della propria chiave e immettere quello nel software di crittografia. Una delle mie chiavi ha per esempio questo fingerprint: BE61 583A 1113 DC92 6CB5  0125 C29D C040 2C35 CD18.

Mail cifrata

Per mandare una mail cifrata (ossia leggibile soltanto dal destinatario che abbiamo scelto) vi serve la chiave pubblica del vostro interlocutore (e ovviamente il vostro interlocutore deve averne una). La potete trovare in una sua mail oppure nel suo sito oppure ancora nei keyserver, come descritto prima. Se non avete la sua chiave pubblica, il vostro programma di posta si ferma e vi propone di procurarvela.

Fatto questo, componete il messaggio come al solito e alla fine cliccate sul pulsante OpenPGP (o simile) scegliendo l’opzione Cifra il messaggio. Chiunque intercetti la mail cifrata vedrà soltanto l’indirizzo del mittente, quello del destinatario e il titolo: il contenuto sarà completamente incomprensibile.

Se invece ricevete una mail cifrata, il procedimento è molto simile: dovete aprirla su un computer nel quale ci sia la vostra chiave con il software di gestione. Questo impedisce ad altri di decifrare il messaggio.

Tutto il processo è assolutamente trasparente: il software decifra automaticamente il messaggio e ve lo visualizza subito in chiaro, indicando che si tratta di un messaggio cifrato e autenticato.

La crittografia a chiave pubblica, insomma, non è un arcano riservato a spie e superesperti: è una garanzia che possiamo usare tutti per tutelare il nostro lavoro e la nostra privacy contro qualunque occhio indiscreto.

La sublime ingenuità della sicurezza con passepartout: la “chiave magica” della TSA si stampa a casa

La sublime ingenuità della sicurezza con passepartout: la “chiave magica” della TSA si stampa a casa

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/09/17 18:15.

Se vi è mai capitato di fare un viaggio verso gli Stati Uniti, conoscerete bene i lucchetti e le chiusure per valigie “approvate dalla TSA”, di cui solo gli addetti ai controlli di sicurezza della Transportation Security Administration hanno la chiave universale, per cui noi possiamo chiudere serenamente a chiave le nostre valigie e loro possono aprirle per ispezionarle allo scopo di prevenire il terrorismo.

Quando questa misura fu introdotta, in seguito agli attentati devastanti dell’11 settembre 2001, gli esperti di sicurezza avvisarono che era un’idea particolarmente stupida, perché prima o poi qualcuno avrebbe messo le mani sulla chiave passepartout. I politici avevano risposto che non sarebbe mai successo perché la chiave sarebbe rimasta segreta, custodita gelosamente dalla TSA. Indovinate cos’è successo.

Poche settimane fa il Washington Post ha pubblicato una foto delle chiavi passepartout TSA (ce n’è più di una) in un articolo che portava i lettori dietro le quinte del lavoro dei controllori di sicurezza. La foto è stata subito rimossa, ma non prima che qualcuno ne conservasse una copia e la usasse per ricostruire la forma esatta delle chiavi e farne un modello per stampanti 3D che funziona, come raccontano Wired e The Register. Il modello delle varie chiavi è ora online su Github, così adesso chiunque può stamparsi una segretissima chiave TSA.

La vicenda è una dimostrazione perfetta di uno dei princìpi della sicurezza informatica che ancora oggi, dopo tanti tentativi, fa più fatica a entrare in testa ai non addetti ai lavori (per esempio ai politici che devono approvarli o ai cittadini che devono eleggere quei politici): se un sistema di sicurezza si basa su un segreto condiviso fra tante persone, prima o poi qualcuno farà trapelare quel segreto. Se poi il segreto non è modificabile dopo che è stato svelato, il sistema non solo non funziona, ma è proprio bacato in partenza ed è una presa in giro.

Più in generale, qualunque sistema di crittografia che abbia una chiave universale segreta di decifrazione, da affidare per esempio a un’azienda o alle forze dell’ordine, è fallimentare, perché prima o poi quella chiave segreta finirà nelle mani sbagliate. Nell’era di Internet, oltretutto, per farla trapelare basta pochissimo. Per cui esigere che ci sia è stupido. Chissà se stavolta la lezione verrà capita.

2015/09/17 18:15: Ars Technica ha pubblicato una bella dimostrazione video accompagnata da spiegazioni tecniche di come l’hanno realizzata.