La coppia di vulnerabilità gravi denominata Spectre e Meltdown ha imposto a quasi tutti i produttori di sistemi operativi delle modifiche drastiche ai propri prodotti per contenere il danno, che è causato da un difetto presente in quasi tutti i processori recenti ed è solo in parte rimediabile attraverso soluzioni software.
Apple ha rilasciato degli ulteriori aggiornamenti per iOS, che arriva così alla versione 11.2.2, e per macOS High Sierra, che arriva alla versione 10.13.2.
Questi aggiornamenti si aggiungono a quelli già rilasciati nei giorni scorsi, che avevano mitigato Meltdown, e servono a ridurre gli effetti di Spectre.
iOS 11.2.2 è disponibile per gli iPhone dal 5s in poi, per gli iPad dall’Air in poi e per gli iPod touch dalla sesta generazione in poi. La procedura è la solita: Impostazioni – Generali – Aggiornamento software.
Anche Safari, il browser di Apple, va aggiornato alla versione 11.0.2. Se siete utenti Mac e non siete ancora passati a High Sierra, installate almeno l’aggiornamento di Safari, che è disponibile sia per El Capitan (10.11.6), sia per Sierra (10.12.6). Anche qui la procedura è quella consueta: Mela – Informazioni su questo Mac – Aggiornamento software.
Buone notizie, invece, per i proprietari di Apple Watch: per questo dispositivo non sono necessari aggiornamenti di sicurezza.
Se avete sentito parlare in toni drammatici di due importanti falle informatiche annunciate in questi primi giorni del 2018, rilassatevi.
Sì, il problema è serio, ma se non siete informatici per lavoro (per esempio gestite una banca o un servizio cloud) probabilmente vi basta aggiornare il vostro Windows, Mac, Linux, Android o iOS e le vostre applicazioni (in particolare il browser) come consueto, senza panico. Forse dovrete aggiornare anche il firmware del vostro processore. Se invece siete informatici per lavoro, vi aspettano giorni difficili e mi dispiace molto per voi.
In estrema sintesi, Meltdown e Spectre sono i nomi dati a gravi difetti di progettazione e di funzionamento presenti in buona parte dei processori fabbricati dal 1995 in poi da Intel e in alcuni di quelli prodotti da AMD e progettati da Arm. Sono processori usati in computer, tablet, telefonini e molti altri dispositivi (comprese le auto “intelligenti”). Non si tratta dei soliti difetti di app o sistemi operativi: qui sono proprio i chip stessi a essere fallati.
Specificamente, Meltdown è un difetto dei processori della Intel (e del futuro Cortex-A75 della Arm), mentre Spectre (in due varianti) tocca non solo i processori di Intel ma anche quelli di AMD (Ryzen) e Arm usati sugli smartphone, secondo The Register. Meltdown è risolvibile via software; Spectre per ora no.
Questi difetti hanno una caratteristica comune: entrambi risiedono nelle funzioni di speculative execution dei processori e intaccano le barriere protettive fondamentali che isolano un processo da un altro (per esempio un’app da un’altra). Normalmente un’app non può spiare i dati usati da un’altra app, ma con Meltdown e Spectre questo isolamento cade, e cade malamente, come racconta questo articolo tecnico.
Questo consente per esempio a una pagina Web o a un’app ostile di rubare password (persino da un gestore di password), chiavi crittografiche, Bitcoin e altre criptovalute, mail, foto, documenti o altri dati o di eseguire istruzioni a suo piacimento sul vostro dispositivo. Basta usare del Javascript in un browser non aggiornato. In altre parole, è male.
Per i sistemi aziendali che usano macchine virtuali, è stato dimostrato che un attacco eseguito su una macchina virtuale può leggere la memoria fisica della macchina ospite (host) e da lì leggere la memoria di un’altra macchina virtuale presente sullo stesso host. Per chi gestisce o usa servizi cloud, insomma, è malissimo.
Tanto per darvi un’idea di quanto sia brutta questa situazione, il CERT statunitense aveva inizialmente consigliato di cambiare tutti i processori (“Fully removing the vulnerability requires replacing vulnerable CPU hardware.”) (copia su Archive.is). Poi si è ricreduto.
Non risulta al momento che ci siano attacchi attivi che sfruttano queste falle, ma è probabilmente solo questione di tempo [2017/01/05 19:00: sono arrivati]. Le dimostrazioni di efficacia di queste falle realizzate dagli esperti, invece, sono già in circolazione:
Siccome cambiare processore non è granché fattibile nella maggior parte dei dispositivi, è necessario ricorrere a correzioni software, da scaricare tramite aggiornamenti del firmware, del sistema operativo e delle applicazioni.
Nonostante le preoccupazioni iniziali su possibili riduzioni delle prestazioni dei processori dovuti a queste correzioni, le primeindicazioni non rivelano rallentamenti avvertibili in circostanze normali [2018/01/07 00:40 segnalati tempi quasi doppi per il mining della criptovaluta Monero].
Per il firmware, Intel ha annunciato di aver già pubblicato aggiornamenti correttivi per “la maggior parte dei processori introdotti negli ultimi cinque anni”, ma solo per Meltdown; Spectre rimane. AMD ha pubblicato delle informazioni di base; Arm ha messo online un elenco dei prodotti vulnerabili e le patch per Linux.
Per i dispositivi Apple, iOS risulta già corretto dalla versione 11.2, macOS dalla 10.13.2 e tvOS dalla 11.2 (watchOS non richiede aggiornamenti correttivi). Il browser Safari dovrebbe ricevere a breve un aggiornamento.
Per Linux è disponibile un aggiornamento (piuttosto manuale). Il kernel 4.14.11, rilasciato il 3 gennaio, risolve le falle. Per sapere quale kernel avete, il comando (a terminale) è uname -r o uname -a.
Per i dispositivi Android sono disponibili gli aggiornamenti della patch 2018-01-05 (almeno per i telefonini e tablet supportati dai produttori); per sapere se il vostro Android è aggiornato, seguite Impostazioni – Sistema – Informazioni sul telefono (o tablet) – Livello patch di sicurezza.
Firefox è corretto dalla versione 57.0.4. Se avete una versione precedente, aggiornatela.
Google Chrome sarà corretto dalla versione 64, che dovrebbe uscire il 23 gennaio; nel frattempo conviene attivare la site isolation come descritto qui.
Il problema principale è Windows.
Microsoft Edge, Internet Explorer 11, Windows 10, Windows 8.1 e Windows 7 SP1 sono corretti con l’aggiornamento KB4056890 del 3 gennaio scorso (come spiegato nella Client Guidance for IT Pros, nella Server Guidance e nell’Advisory ADV180002 di Microsoft) e con l’aggiornamento KB4056892: lanciate Windows Update per aggiornarvi.
Tuttavia ci sono conflitti con alcuni antivirus, per cui gli aggiornamenti non si installano sui dispositivi che hanno quegli antivirus (la lista è in continua evoluzione; Kaspersky era già a posto da fine dicembre). Siamo insomma all’ironia che gli antivirus ostacolano la sicurezza.
Esiste un’app gratuita per verificare la corretta installazione degli aggiornamenti in Windows: si chiama SpecuCheck.
Per i computer, i tablet e i telefonini (almeno quelli aggiornabili), insomma, il problema è risolvibile, anche se ci sarà sicuramente qualcuno che non si aggiornerà perché si crede più intelligente degli altri o perché ha un capo che si crede più intelligente degli altri. Ma restano i vecchi smartphone e tutti gli altri dispositivi connessi a Internet, quelli dell’Internet delle Cose, come sistemi di monitoraggio e controllo remoto, “smart TV”, automobili, impianti di domotica, che forse non vedranno mai un aggiornamento.
Se siete responsabili informatici di un’azienda, potreste trovare ispirazione in questi consigli per definire un piano d’azione. Preparate i fazzoletti.
2018/01/05 19:00
Come facilmente prevedibile, cominciano ad arrivare i primi attacchi, basati su Spectre.
A volte viene proprio da chiedersi se per caso, nelle grandi società informatiche, c’è qualcuno che ha ancora un neurone funzionante o se stanno andando avanti tutti a furia di deliri di onnipotenza e incapacità di fermarsi e dire “Un momento, siamo proprio sicuri di voler fare questa cosa?”.
Prendete Amazon, per esempio: ha partorito l’idea che gli utenti diano ai suoi fattorini il permesso di entrare in casa per le consegne, installando una serratura elettronica, chiamata Amazon Key, che il fattorino di Amazon sbloccherebbe con un’apposita app sullo smartphone se l’utente non è nell’abitazione.
Per evitare abusi, ha pensato bene Amazon, una webcam sorveglierebbe la porta d’ingresso per registrare eventuali comportamenti scorretti dei fattorini. Ma non c’è voluto molto per trovare una falla molto semplice in quest’idea straordinariamente infelice: dato che la webcam è collegata via Wi-Fi, basta sovraccaricare la rete Wi-Fi di appositi segnali (pacchetti di deauthorization) per scollegare la webcam dalla rete e intercettare il comando di richiusura della serratura, che quindi rimane sbloccata. In questo modo l’utente riceve dalla webcam solo l’ultima immagine fissa trasmessa prima del blocco e non può vedere cosa fa il fattorino, che può rientrare in casa, non visto, dopo aver effettuato la consegna ed essersene apparentemente andato via senza far nulla.
È stato pubblicato un video dimostrativo che spiega in dettaglio la vulnerabilità e Amazon ha diffuso un aggiornamento di sicurezza automatico che avvisa i clienti se si verificano attività sospette. L’azienda ha anche obiettato che questa tecnica farebbe cadere immediatamente i sospetti sul fattorino, che sarebbe rintracciabile e quindi non avrebbe nessuna convenienza ad abusare del sistema. Ma gli esperti hanno notato che una terza persona, un criminale informatico in agguato, potrebbe approfittare della visita del fattorino, bloccare la serratura elettronica in posizione aperta e poi far cadere la colpa di un furto sul povero fattorino innocente. Uno scenario non facile, certo, ma non impossibile.
Ci sono poi altre considerazioni: per esempio, che succede se in casa c’è un animale domestico che scappa (o attacca il fattorino)? O se la casa è dotata di allarme antifurto? Forse pensarci prima sarebbe stato un risparmio di tempo per tutti.
Di solito si può stare tranquilli con le app presenti negli store ufficiali (App Store per iOS, Google Play per Android), ma ogni tanto qualche app truffaldina supera i controlli e viene ospitata negli store fino al momento in cui viene scoperta e rimossa.
Di recente Google Play ha rimediato una pessima figura ospitando una falsa app di WhatsApp che è stata scaricata più di un milione di volte prima che qualcuno si accorgesse che era pericolosa.
L’app si chiamava Update WhatsApp Messenger: un nome decisamente ingannevole. Ma la cosa più ingannevole era il nome del produttore, che era WhatsApp Inc.: indistinguibile dall’originale, almeno per l’utente comune, perché era scritto inserendo un carattere speciale che visivamente sembrava un normale spazio.
La falsa app conteneva pubblicità, scaricava software sui dispositivi delle vittime e cercava di nascondersi nell’elenco delle applicazioni. Ora è stata rimossa, ma è imbarazzante che Google non abbia pensato a prevenire questo genere di facile omonimia apparente.
Chi riceve gli aggiornamenti di WhatsApp in modo automatico non ha corso alcun pericolo: la trappola scattava soltanto per chi era ingolosito dall’idea di avere una versione di WhatsApp più aggiornata rispetto agli amici (sì, questo genere di competizione esiste, soprattutto fra gli utenti più giovani) e quindi andava a cercare aggiornamenti come questo. Prudenza.
Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla donazione di eberar*. Se vi piace, potete farne una anche voi (o fare un microabbonamento) per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/10/23 9:40.
Da anni uso Keynote per le mie presentazioni: è stato un aiutante fedele, veloce ed efficace. Tante sue funzioni assenti in Powerpoint mi hanno salvato la vita (professionale) più volte di quante ne possa ricordare.
Beh, no: una volta me la ricordo. Cinque minuti d’orologio prima dell’evento, in una grande sala conferenze, arrivano finalmente le immagini degli sponsor. Sono una ventina e ciascuna deve comparire a tutto schermo secondo una sequenza specifica. Panico degli organizzatori: creare venti slide nuove, caricare in ciascuna slide l’immagine corrispondente e animarla richiede troppo tempo.
Niente panico, dico io: prendo la chiavetta con le immagini, la inserisco nel Mac, creo in Keynote una sola slide vuota, vi inserisco una funzione di galleria d’immagini e vi trascino sopra tutte le immagini in un solo colpo. Le dispongo nell’ordine desiderato e il gioco è fatto. I PowerPointiani presenti non avevano mai visto nulla del genere. Il vecchio Keynote aveva tante chicche come questa.
La versione 6, rilasciata nel 2013, ha perso molte di queste funzioni (come appunto lo slideshow dentro una singola slide) in nome della compatibilità con iOS, e ho sopportato questa perdita perché Keynote restava comunque un buon prodotto e convertire le mie tante presentazioni a un altro software sarebbe stato un incubo. Ma adesso la versione attuale di Keynote (la 7.0.5) mi sta facendo disperare al punto che devo fare un downgrade a una versione precedente. Se non avete ancora installato Keynote 7 e usate Keynote come me, pensateci due volte prima di passare alla versione 7 e tenetevi stretta la versione precedente.
Keynote 7.0.5 ha infatti un problema che, almeno per me, è un disastro che lo rende inutilizzabile: io salto spesso da una slide all’altra delle mie presentazioni, per esempio per illustrare una risposta a una domanda del pubblico. Non capita quasi mai che io mostri tutte le slide in sequenza, dalla prima all’ultima; di solito ho cento e più slide pronte a disposizione e scelgo al volo quelle pertinenti alla situazione. Ma da quando è arrivato Keynote 7 saltare da una slide a un’altra è diventato stupidamente impraticabile.
Premessa: uso sempre Keynote nella modalità Presentazione, nella quale sul mio monitor ho la slide corrente, quella successiva, le note di accompagnamento alla slide che sto mostrando e i comandi di navigazione con la striscia delle slide, mentre sul proiettore c’è la slide corrente. La descrizione che segue è riferita a questa modalità.
Supponiamo, per esempio, che capiti uno scenario come questo: parto mostrando le slide 1, 2, 3 e 4. Poi vado al Navigatore, che mi mostra l’elenco delle slide centrandosi sull’ultima mostrata (la 4) e salto alla 12 per poi mostrare le slide dalla 12 alla 16 in sequenza. Poi voglio saltare alla 21. Logicamente, il Navigatore dovrebbe mostrarmi l’elenco delle slide posizionandosi sull’ultima slide mostrata, ossia la 16. Infatti questo è quello che succede con Keynote 6.2.2. Ecco un video di dimostrazione:
Keynote 7, invece, torna all’inizio della presentazione o a un altro punto che sembra essere scelto a caso, facendomi perdere completamente il segno. Considerato che ho spesso presentazioni con cento e passa slide fra le quali scegliere, un riposizionamento di questo genere è un disastro: ogni volta devo far scorrere tutte le slide fino a tornare dov’ero, come potete vedere qui sotto.
In attesa che l’attuale Keynote riprenda (forse) a funzionare correttamente, ho recuperato un vecchio Keynote 6.2.2 da uno dei miei backup e l’ho installato accanto alla versione corrente: funziona senza problemi. Per convertire le presentazioni create con Keynote 7 in modo che siano leggibili da Keynote 6 basta esportarle con Keynote 7 salvandole in formato Keynote ’09.
Ovviamente ho considerato le alternative. Se vi state chiedendo come si comporta Impress (il software di presentazione di LibreOffice) sul Mac, è peggio che andar di notte: il Navigatore si riposiziona implacabilmente all’inizio della presentazione. Se resto nel Navigatore non lo fa, ma è comunque scomodissimo da usare, come potete vedere nel video qui sotto, nel quale provo entrambi i metodi.
PowerPoint per Mac (versione 15.28), invece, funziona in modo perfetto: l’elenco delle slide è sempre sullo schermo (nella modalità Visualizzazione Relatore), per cui non c’è un Navigatore da attivare (basta posizionare il cursore sull’elenco e poi scorrere) e non c’è nessuna possibilità di posizionamento errato.
Di conseguenza, userò Keynote vecchio per le presentazioni già fatte e PowerPoint per quelle nuove. Non prendetelo come un mio tradimento dei prodotti Apple: per tradire bisogna aver promesso fedeltà, e io non l’ho mai fatto, perché ho sempre considerato il software come un taxi, che si prende per andare dove si vuole andare e si molla quando non serve più o non fa quello che serve. Tutto qui.
–––
Dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, su suggerimento di @skaiwoka ho inviato questa segnalazione ad Apple tramite l’apposita pagina: vediamo se serve.
When using dual-screen presentation mode in Keynote 7.0.5, Navigator does not retain position at current slide but repositions itself at the first slide or randomly.
Example: You show slides 1, 2, 3 and 4. Then you use Navigator to skip to slide 12. You show slides 12 to 16. So far, so good. Then you want to skip to slide 21: you go to Navigator, and instead of being at the last slide shown (slide 16), you’re at the top of the presentation. This is extremely annoying and confusing in presentations that have many slides. It is also contrary to what Keynote 6.2.2. did.
Se ne parlaovunque da qualche giorno: come ho già segnalato, è stato scoperto che il WPA2, il protocollo di sicurezza che protegge abitualmente le connessioni Wi-Fi contro le intercettazioni, ha una serie di falle gravi che sono state denominate KRACK. Queste falle consentono di intercettare dati sensibili, come per esempio le password usate per collegarsi ai siti, e riguardano praticamente tutti i dispositivi digitali di ogni marca dotati di Wi-Fi: televisori “smart”, router Wi-Fi, smartphone, computer. Ma non è il caso di farsi prendere dal panico.
I fabbricanti di dispositivi, infatti, sono stati avvisati a luglio scorso dai ricercatori che hanno scoperto le falle e quindi quelli diligenti hanno già distribuito gli appositi aggiornamenti di sicurezza. Trovate qui una chilometrica lista di produttori di software vulnerabili e aggiornati: Apple, Microsoft, Linux, iOS e Android sono tutti coinvolti, ma hanno già distribuito gli aggiornamenti o li stanno per distribuire (eccetto quelli per i vecchi dispositivi Android, che è comunque il caso di cambiare per molte altre ragioni).
Un attacco basato su KRACK, inoltre, funziona soltanto se la vittima si collega a un sito usando HTTP (connessione non cifrata); se usa HTTPS, come avviene ormai in molti siti e soprattutto quando si digita la password di accesso, questo attacco non è possibile. Lo stesso vale se usate una buona VPN.
Ma il limite più importante di KRACK è che è sfruttabile soltanto se l’aggressore è nel raggio di azione della rete Wi-Fi usata dalla vittima. Questo rende impraticabili gli attacchi a distanza fatti a casaccio e in massa, che sono il metodo preferito dai criminali informatici. In altre parole, l’aggressore dovrebbe avercela proprio con voi: questo non capita molto spesso, e comunque si risolve usando le già citate connessioni cifrate (HTTPS e VPN).
Ci sono anche altre limitazioni che rendono KRACK difficile da sfruttare, ma quello che conta è che se aggiornate il software dei vostri principali dispositivi siete sostanzialmente al sicuro da KRACK. Il vero problema è fare l’inventario di tutti i dispositivi che usano il Wi-Fi: rimboccatevi le maniche e preparatevi a dedicare un po’ di tempo a questa magagna.
Il più recente aggiornamento di sicurezza per chi usa software Microsoft è piuttosto massiccio: risolve una sessantina di falle che riguardano Internet Explorer, Edge, Windows, Office, Skype e altro ancora. È consigliabile installare questo aggiornamento appena possibile, anche perché una delle falle corrette viene già sfruttata attivamente per attacchi informatici.
La falla in questione, la CVE-2017-11826, riguarda quasi tutte le versioni di Microsoft Office e permette a un aggressore di prendere il controllo del computer della vittima semplicemente mandando alla vittima un file Office appositamente confezionato e convincendola ad aprirlo.
Per esempio, potreste trovarvi con il computer infettato semplicemente perché avete ricevuto una mail con un allegato Word che sembrava provenire da un amico o da un cliente e avete aperto l’allegato con Word non aggiornato: una tecnica classica, che in questo caso non è ipotetica ma molto concreta, dato che sono già stati segnalati attacchi che la sfruttano e campioni di documenti infettanti.
Uno di questi, rilevato a fine settembre, mostra bene cone funzionano in concreto questi attacchi: l’aggressore ha preso di mira un numero limitato di bersagli, in modo da limitare il rischio di essere scoperto dai sistemi sentinella degli antivirus; ha creato un documento in formato RTF che a sua volta conteneva un file docx di Word. Il testo del documento era costruito su misura per essere allettante per le vittime, inducendole ad aprirlo. Una volta aperto, il documento installava un trojan con controllo remoto per rubare dati sensibili alle vittime, andando a caccia di tutti i file nei formati più diffusi usati per documenti, presentazioni e immagini (doc, docx, pdf, ppt, xls, eml, jpg, png e altri ancora) per poi inviarli via Internet al centro di comando e controllo dell’aggressore. Un sistema perfetto per procurarsi informazioni da sfruttare in seguito per attacchi mirati ai dipendenti, per esempio per convincerli a effettuare trasferimenti di denaro verso conti che sembrano quelli dei fornitori ma appartengono in realtà ai truffatori.
Conviene quindi aggiornare i prodotti Microsoft, se li usate, avere un antivirus aggiornato e comunque usare prudenza (per esempio un prodotto alternativo come Libreoffice) nell’aprire gli allegati di qualunque provenienza.
Se avete aspettato ad aggiornare il vostro macOS alla versione 10.13, denominata High Sierra, e ad aggiornare il vostro iPhone, iPad o iPod touch alla versione 11 di iOS, avete fatto bene: ci sono stati parecchi problemi, oltre a quelli segnalati la settimana scorsa, tanto che Apple ha pubblicato degli aggiornamenti agli aggiornamenti.
Per macOS è uscito il Supplemental Update, che oltre a risolvere alcuni problemi di stabilità del programma d’installazione, di Adobe InDesign e della mail di Yahoo aveva un difetto decisamente imbarazzante: le password di protezione dei dischi cifrati in formato APFS erano visualizzate sullo schermo quando si usavano le applicazioni di gestione dei dischi, come racconta Apple. I problemi con Unity, la suite di sviluppo di giochi multipiattaforma molto popolare fra gli utenti Mac e iOS, invece continuano e vale ancora la raccomandazione di non aggiornare macOS a High Sierra se usate Unity.
Per il mondo iOS, invece, sono stati distribuiti due aggiornamenti dopo il rilascio di iOS 11: il più recente, iOS 11.0.2, risolve i problemi di audio nelle telefonate fatte con l’iPhone 8, di sparizione di alcune foto (in realtà semplicemente nascoste ma non cancellate) e nella posta cifrata. Le magagne con chi usa Microsoft Exchange per la posta su iOS sono già state risolte con l’aggiornamento precedente (11.0.1).
Passati questi problemi di dentizione, per così dire, ora è probabilmente il momento giusto per aggiornare macOS e iOS se i vostri dispositivi lo consentono.
Apple ha rilasciato l’aggiornamento gratuito del proprio sistema operativo per computer, macOS 10.13, denominato High Sierra: introduce parecchie novità tecniche, ma non c’è urgenza di installarlo. Anzi, vi conviene fare particolare attenzione prima di procedere.
I cambiamenti tecnici profondi di High Sierra comportano infatti una serie di incompatibilità con alcuni dispositivi e applicazioni: se usate una tavoletta grafica Wacom, per esempio, non funzionerà sotto High Sierra. Lo ha annunciato Wacom stessa, aggiungendo che il driver aggiornato necessario per far funzionare le tavolette sarà pronto entro fine ottobre.
L’altra incompatibilità importante riguarda alcune applicazioni non recenti, che cesseranno di funzionare se passate a High Sierra: è il caso, per esempio, di Microsoft Office 2011. Inoltre High Sierra è l’ultima versione che supporterà applicazioni a 32 bit “senza compromessi”; la versione successiva le supporterà, ma avviserà del problema, e quella ancora successiva rifiuterà di eseguirle. È quindi il caso di cominciare a pianificare la migrazione ad applicazioni a 64 bit, che tra un annetto saranno le uniche supportate. Per sapere se un’applicazione è a 32 o 64 bit, lanciate Informazioni di sistema (è nella cartella Applicazioni/Utility), raggiungete la sua sezione Software/Applicazioni, aspettate che si carichi l’elenco delle applicazioni e cercate la colonna 64 bit. Se dice Sì, l’applicazione è ovviamente a 64 bit; se dice No, non lo è e vi conviene aggiornarla o sostituirla se decidete di passare a High Sierra.
Visivamente, con High Sierra non cambia praticamente nulla: la novità principale è l’introduzione di un file system completamente nuovo, denominato APFS, che è concepito per offrire maggiore sicurezza (tramite cifratura a vari livelli), velocità e robustezza, ma è quasi invisibile (a parte il calcolo delle dimensioni delle cartelle, che diventa pressoché istantaneo).
Ci sono novità anche in campo multimediale, con nuovi formati come HEIF e HEVC che si affiancano a JPEG e H.264 rispettivamente per immagini e video, offrendo la stessa qualità con file grandi circa due terzi in meno, ma attenzione alla compatibilità con i sistemi Windows e Linux.
Si tratta comunque di una transizione importante, per cui valgono le regole consuete: prima di tutto fate una copia di sicurezza dei vostri dati e delle vostre applicazioni (usando per esempio Time Machine) e controllate l’integrità del disco lanciando l’opzione S.O.S. dell’applicazione Utility disco. Poi ritagliatevi un’oretta di tempo per lo scaricamento e l’aggiornamento.
In quanto all’allarme per una falla di sicurezza che consente a certe app di rubare le password anche in questa nuova versione di macOS, bisogna aspettare che Apple diffonda un aggiornamento correttivo. Nel frattempo è importante evitare di installare app non firmate digitalmente e provenienti da fonti poco attendibili, che sono le uniche che possono sfruttare questa falla. E, sopratutto, non cullarsi nell’illusione che i Mac siano invulnerabili.
CCleaner è un’applicazione molto popolare per l’ottimizzazione dei computer Windows e Mac e dei dispositivi Android, che vanta circa 130 milioni di utenti ed è stata acquisita recentemente dalla società di sicurezza informativa Avast. Ma è emerso che alcune versioni contenevano un malware decisamente pericoloso, concepito per infiltrarsi nelle reti informatiche aziendali e prenderne il controllo.
I ricercatori della Talos Intelligence (Cisco) hanno scoperto che la versione 5.33 di CCleaner, quella regolarmente distribuita e firmata digitalmente dall’azienda, era infetta. Chi scaricava CCleaner per aggiornarlo scaricava quindi anche il malware, che eludeva i controlli di sicurezza di base perché appunto l’aggiornamento era garantito dal produttore. Gli utenti colpiti sarebbero circa 2,3 milioni.
Più specificamente, chiunque abbia scaricato la versione 5.33.6162 di CCleaner oppure la versione 1.07.3191 di CCleaner Cloud, disponibili dal 15 agosto al 13 settembre scorso, dovrebbe ripristinare i propri dispositivi partendo da una copia di sicurezza. Aggiornare CCcleaner o cancellarlo non basta, dicono gli esperti di Talos/Cisco. La versione 5.34 non è pericolosa.
L’attacco, secondo le analisi, è particolarmente sofisticato e prendeva specificamente di mira grandi nomi come Intel, Google, Epson, Akamai, Samsung, Sony, VMware, HTC, Linksys, D-Link, Microsoft e Cisco, per cui si sospetta un tentativo di spionaggio industriale, forse appoggiato da un governo nazionale, effettuato infettando utenti a caso confidando che alcuni di loro avrebbero poi portato l’infezione nelle proprie aziende.