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Niente Panico RSI – Puntata del 2025/03/17

È andata in onda lunedì scorso alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Alcuni dei temi che abbiamo toccato in questa puntata:

  • Tesla e il test alla Willy il Coyote: si fa ingannare da una strada dipinta su un muro (video di Mark Rober)
  • Skype chiude il 5 maggio (mio podcast)
  • Anniversario dell’invenzione dell’elastico
  • L’invenzione, nel 1876, della lavastoviglie moderna ad opera di Josephine Cochrane (Byteseu.com)
  • Monopoli: 90 anni del più famoso gioco di società

Podcast RSI – Alexa perde le opzioni di privacy, ma ci sono alternative

Questo è il testo della puntata del 17 marzo 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: Suoni di Alexa, tratti da questo video su YouTube]

Dal 28 marzo prossimo gli assistenti vocali Alexa di Amazon smetteranno di rispettare le scelte di privacy dei loro utenti. Lo ha comunicato Amazon stessa pochi giorni fa, in una mail inviata ad alcuni di questi utenti, ma senza usare parole così chiare. Eppure è questo il senso tecnico della decisione unilaterale di Amazon di cambiare radicalmente il funzionamento dei suoi dispositivi dopo che gli utenti li hanno acquistati, e di cambiarlo a sfavore di quegli utenti.

Tra una decina di giorni, in sostanza, tutto quello che direte in presenza di un Alexa potrà essere registrato e inviato ad Amazon, dove potrà essere ascoltato, trascritto, registrato e dato in pasto all’intelligenza artificiale.* E questo vale anche per le versioni di Alexa che gli utenti hanno acquistato specificamente perché non facevano nulla di tutto questo.

* Per maggiore chiarezza: è così da tempo per la stragrande maggioranza dei dispositivi Alexa. Però finora c‘erano alcuni modelli di Alexa che non funzionavano in questo modo. 

Questa è la storia di come Amazon è riuscita a convincere centinaia di milioni di persone in tutto il mondo a installarsi in casa un oggetto che è a tutti gli effetti un microfono aperto e connesso a Internet e ai suoi server, in ascolto ventiquattro ore su ventiquattro, ed è anche riuscita a convincere queste persone a pagare per avere quel microfono.

Benvenuti alla puntata del 17 marzo 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Siamo nel 2014, a novembre; quasi undici anni fa. Amazon presenta al pubblico Echo, uno strano altoparlante cilindrico, connesso a Internet, che include un assistente vocale simile a Siri di Apple.

Il primo Echo (fonte: Tech.co, 2019).
Spaccato di un Amazon Echo di prima generazione (fonte: Techcrunch).

Come Siri, anche Echo risponde ai comandi vocali quando viene attivato tramite una parola specifica, che per questo prodotto di Amazon è “Alexa”: una parola scelta per il suo suono piuttosto insolito, caratterizzata dalle vocali dolci e dalla X che la fanno spiccare e la rendono più facilmente riconoscibile da parte della limitata potenza di calcolo presente a bordo di Echo. Se in casa c’è qualcuno che si chiama Alexa o Alessia e quindi c’è rischio di confusione, l’utente può scegliere in alternativa le parole Amazon, Echo, Ziggy o Computer [Business Insider; FAQ Amazon].

Al suo debutto, Echo di Amazon costa ben 199 dollari ed è disponibile solo su invito da parte dell’azienda [TechCrunch] e soltanto negli Stati Uniti. Arriva in Europa due anni più tardi, nel 2016, quando viene offerto anche in versione compatta a circa 60 euro [CNBC]. Tramite comandi vocali, permette di fare acquisti su Amazon, comandare vari dispositivi domestici interconnessi, impostare sveglie e timer e rispondere a varie domande attingendo alle informazioni di Wikipedia e di altre fonti.

Il principio di funzionamento di Echo è relativamente semplice. I suoi microfoni estremamente sensibili captano costantemente tutti i suoni e tutte le conversazioni che si svolgono nell‘ambiente nel quale Echo è collocato. I suoi processori analizzano altrettanto costantemente quello che è stato captato dai microfoni. Se secondo questa analisi è stata pronunciata la parola di attivazione (o wake word in gergo tecnico), allora i suoni raccolti vengono trasmessi via Internet ai computer di Amazon, dove vengono elaborati, trascritti e trasformati in comandi. Questi comandi vengono eseguiti, sempre sui computer di Amazon e anche su quelli delle aziende associate ad Amazon, e i loro risultati vengono inviati al dispositivo dell’utente.

L’intero procedimento è talmente veloce e invisibile che chi usa Alexa ha l’impressione che sia il dispositivo a fare tutto questo lavoro. Non ha nessuna percezione del fatto che le sue parole vengano registrate e trasmesse ad Amazon, che le conserva. Lo scopre soltanto se gli capita di accedere al suo account Amazon e di consultare una sezione dedicata appunto ad Echo e Alexa, che contiene la Cronologia voce, ossia tutto quello che è stato registrato dal suo dispositivo.

[Questo è il link alla Cronologia voce di un account (accessibile solo dando login e password): https://www.amazon.it/alexa-privacy/apd/rvh?ref_=privacy0]

Screenshot della Cronologia voce (dal mio account Amazon).

[CLIP: spezzoni delle mie registrazioni di Alexa]

Questi sono alcuni campioni di quello che ha registrato il mio Alexa, nei rari momenti in cui l’ho tenuto acceso per fare qualche esperimento. Alcuni risalgono a più di cinque anni fa, ed è chiaro da quello che è stato registrato che Alexa registra e archivia non solo i comandi impartiti ma anche spezzoni di conversazioni nei quali viene citato il suo nome o qualcosa che gli assomiglia. Cosa ancora più interessante, registra e archivia anche alcuni secondi di quello che è stato detto prima di dire la parola di attivazione.

Un esempio di audio ambientale raccolto da Alexa e inviato ad Amazon nonostante non fosse un comando rivolto ad Alexa (dalla mia Cronologia voce).

[CLIP: una nostra amica che dice “è un po’ lenta Alexa” e Paolo che dice “OK Google parla con Alexa”. Notate che in entrambi i casi “Alexa” è l’ultima parola registrata e sono state registrate anche quelle dette appena prima]

Questo dimostra che Alexa è costantemente in ascolto e altrettanto costantemente in registrazione. Quando “crede” di aver sentito la parola di attivazione, prende l’audio che ha registrato e lo invia ad Amazon. E questo vuol dire che qualunque conversazione domestica è a rischio di essere registrata e inviata. Una confidenza, un momento di intimità con un partner, una telefonata al proprio medico per discutere la propria situazione di salute, una riunione confidenziale di lavoro, una discussione politica o religiosa. Tutto può finire negli archivi di Amazon.


È chiaro che questo modo di funzionare di Alexa è un grave rischio per la privacy, e non si tratta di ipotesi paranoiche: nel 2023 Amazon ha accettato di pagare un’ammenda di 25 milioni di dollari perché era stata colta a conservare per sempre le registrazioni delle interazioni dei bambini con Alexa, violando le leggi statunitensi sulla privacy [New York Times].

Amazon ha dichiarato che conserva tutte le registrazioni indefinitamente, se l’utente non provvede a cancellarle a mano [CNET; ZDNET] o a impostare la cancellazione automatica dopo tre o diciotto mesi. Ha aggiunto anche che un campione “estremamente piccolo” delle registrazioni acquisite viene ascoltato dai suoi dipendenti. Nel caso di Amazon, “estremamente piccolo” significava, nel 2019, che ciascuno dei suoi addetti specializzati a Boston, in Costa Rica, in India e in Romania ascoltava fino a mille spezzoni di audio domestico ogni giorno, e fra l’altro questi spezzoni venivano condivisi fra gli addetti non solo per ragioni tecniche ma anche semplicemente perché erano divertenti [Bloomberg (copia su Archive.is); Ars Technica].

Il fatto che le conversazioni degli utenti di Alexa possano essere ascoltate da queste persone non viene mai indicato nelle sue rassicuranti informazioni di marketing [copia su Archive.is; altre info qui] e neppure nelle sue informative sulla privacy. E così l’impressione che ha l’utente medio è che quello che dice ad Alexa nell’intimità della propria casa sia ascoltato soltanto da freddi e indifferenti sistemi automatici, ma non è affatto così.

Screenshot parziale delle informazioni di Amazon sul funzionamento di Alexa.

A volte va anche peggio: queste registrazioni possono finire in mano a sconosciuti. Nel 2018 un utente Alexa in Germania ha provato a esaminare la propria cronologia delle conversazioni e vi ha trovato circa 1700 registrazioni di qualcun altro: un uomo che in casa propria parlava con la compagna. Quando ha segnalato la serissima violazione della privacy, inizialmente Amazon non gli ha neppure risposto e ha avvisato la vittima solo quando la notizia è uscita sulla stampa specializzata. L’azienda ha dichiarato che si è trattato di “un errore umano e un caso singolo isolato” [Washington Post; Reuters].*

* C’è poi tutta la questione degli attacchi intenzionali agli assistenti vocali: esistono vari modi per ingannare il loro riconoscimento vocale, usando per esempio suoni verbali che alle nostre orecchie sembrano privi di senso (i cosiddetti nonsense attack) oppure sembrano avere un altro significato (missense attack). Maggiori informazioni sono negli articoli Nonsense Attacks on Google Assistant and Missense Attacks on Amazon Alexa (2019), Researchers show Alexa “skill squatting” could hijack voice commands (2018), Skill Squatting Attacks on Amazon Alexa (2018) e A Survey on Amazon Alexa Attack Surfaces (2021).

Insomma, il problema di fondo è che i microfoni di questi dispositivi di Amazon, come del resto quelli equivalenti di Google e di Apple, prendono i suoni ascoltati in casa e li consegnano alle rispettive aziende per l’analisi e l’elaborazione. Se questa analisi ed elaborazione avvenissero localmente, a bordo del dispositivo, in modo da non trasmettere esternamente i suoni ambientali, il funzionamento di questi oggetti sarebbe molto più rispettoso della naturale riservatezza che ci si aspetta di avere in casa propria.

Infatti nel 2020 Amazon ha presentato i dispositivi Echo Dot di quarta generazione, che insieme agli Echo Show versione 10 e 15, dotati di schermo e telecamera, erano in grado di elaborare localmente i suoni che captavano. Una rivoluzione nel modo di funzionare di questi dispositivi che li rendeva decisamente appetibili per chiunque avesse riflettuto seriamente sulla questione. Finalmente un prodotto fatto come si deve in termini di privacy.*

* Questa funzione era disponibile esclusivamente agli utenti statunitensi con Alexa impostato sulla lingua inglese [The Technology Express]

Ma chi ha comprato questi dispositivi ora si trova con una sorpresa molto amara: il 28 marzo prossimo Amazon disabiliterà l’elaborazione locale dell’audio su tutti questi apparati, che cominceranno a funzionare esattamente come tutti gli altri di Amazon, mandando quindi ai server dell’azienda (e alle orecchie dei suoi dipendenti addetti al servizio Alexa) tutto quello che viene ascoltato dai loro sensibilissimi microfoni e interpretato come comando da mandare.

L’utente che ha pagato per avere questi prodotti si troverà quindi con un dispositivo degradato che non farà più la cosa fondamentale per la quale era stato acquistato, ossia rispettare la riservatezza dell’utente. E non ci sarà nulla che potrà fare per opporsi.*

* Negli Stati Uniti la legge DMCA (1998) rende punibile con cinque anni di carcere e una sanzione da 500.000 dollari l’alterazione del software (e in questo caso del firmware) di un dispositivo protetto dal copyright, anche se viene fatta dal proprietario del dispositivo stesso.

Quello di Amazon è un comportamento che viene spesso chiamato cinicamente “l’MBA di Darth Vader”, con riferimento al celeberrimo personaggio malvagio di Star Wars, il cui potere è così assoluto che se tenesse un corso di formazione per l’amministrazione aziendale insegnerebbe ai suoi studenti che il rispetto dei contratti e delle regole concordate è roba per gli inferiori, alle cui fastidiose obiezioni si risponde sempre in questo modo:

[CLIP: Darth Vader che dice “Ho cambiato il nostro accordo. Prega che non lo cambi ancora” (da L’Impero Colpisce Ancora, 1:34:10)]


Amazon giustifica questa menomazione intenzionale dei dispositivi comprati dai suoi clienti con la scusa onnipresente del mondo informatico: l’intelligenza artificiale. Sta infatti per arrivare Alexa+, che è in grado di offrire servizi più complessi e sofisticati grazie appunto all’intelligenza artificiale [Ars Technica]. Intelligenza che però sta nei computer di Amazon, non fisicamente dentro i dispositivi degli utenti, per cui non c’è scelta: l’audio captato deve essere per forza trasmesso ad Amazon ed elaborato sui computer dell’azienda. Alexa+, fra l’altro, avrà probabilmente un canone mensile, a differenza dell’Alexa attuale.*

* La maggior parte delle fonti prevede che questo canone sarà di 20 dollari al mese per gli utenti generici ma gratuito per gli utenti iscritti ad Amazon Prime [Aboutamazon.com].

Questa transizione all’intelligenza artificiale remota significa che gli attuali dispositivi Echo Show perderanno una delle loro funzioni più potenti: la capacità di identificare le voci delle varie persone che li usano e di offrire agende, musica e promemoria personalizzati ai vari membri di una famiglia elaborando l’audio localmente per riconoscere le varie voci, grazie a una funzione chiamata Voice ID. Amazon ha avvisato i proprietari di questi dispositivi che questa funzione non ci sarà più. Adesso la stessa cosa verrà fatta con l’intelligenza artificiale, ma mandando l’audio di casa ad Amazon.

Certo, l’azienda sottolinea nel suo avviso che l’audio è cifrato in transito e che gli utenti potranno chiedere che venga cancellato dopo l’uso, e aggiunge che ci sono “strati di protezioni di sicurezza per tenere al sicuro le informazioni dei clienti”. Ma visti i precedenti di Amazon, e visto che in generale l’intelligenza artificiale ha la discutibile abitudine di rigurgitare in modo inatteso i dati personali che ha ingerito, una certa diffidenza è comprensibile e inevitabile.*

* Anche perché fino al 2022 Amazon era lanciatissima verso l‘elaborazione on-device, che era presentata come una tecnologia con “tanti benefici: riduzione della latenza, ossia del tempo che Alexa impiega a rispondere alle richieste; riduzione del consumo di banda, importante sui dispositivi portatili; e maggiore disponibilità per le unità a bordo di auto e per altre applicazioni nelle quali la connettività verso Internet è intermittente. L’elaborazione on-device consente anche di fondere il segnale vocale con altre modalità, come la visione, per funzioni come il parlare a turno naturale di Alexa” [Amazon Science, gennaio 2022]. Se questi non sono più “benefici” e Amazon vuole accollarsi l’onere computazionale di elaborare in-cloud tutte le richieste, ci sarà probabilmente un tornaconto sotto forma di utilizzo dei dati vocali per addestramento di IA o ulteriore analisi.

Per chi preferisce non avere in casa, in ufficio o nello studio medico microfoni aperti e connessi a Internet, le soluzioni alternative ad Amazon non mancano. Una delle più interessanti è Home Assistant, un ecosistema di dispositivi e di software che fa quasi tutto quello che fa Alexa di base, compreso il collegamento con i sistemi domotici di ogni marca che rispetti gli standard tecnici, lo fa senza canone mensile ed è configurabile in modo che elabori tutto l’audio localmente, senza mandare nulla via Internet a nessuno, tenendo privacy e sostenibilità come valori centrali.*

* Due altre opzioni sulla stessa falsariga sono Mycroft AI (ora OpenVoiceOS) e Snips AI (acquisita da Sonos).

Inoltre Home Assistant è basato sul principio dell’open source, per cui tutti i componenti e tutto il software sono liberamente esaminabili e modificabili e tutti gli standard utilizzati sono liberi e documentati. Non c’è nessun Darth Vader o Jeff Bezos che possa cambiare gli accordi e far pregare che non li cambi ancora, ma c’è una fondazione, la Open Home Foundation, che coordina lo sviluppo di Home Assistant e ha fra l’altro sede in Svizzera [altre info], c’è una base legale solida e collaudata che tutela il tutto e c’è una vasta comunità di utenti che sviluppa il prodotto e insegna a usarlo, per esempio pubblicando dettagliati tutorial su YouTube.

Screenshot della pagina iniziale della Open Home Foundation.

Insomma, se vi è sempre sembrato assurdo che con la domotica per accendere le luci in soggiorno il comando dovesse fare il giro del mondo e dipendere da una rete di computer gestita da chissà chi, le soluzioni ci sono. Si tratta solo di scegliere fra ricevere la pappa pronta da chi può ritirare il suo costoso cucchiaio in ogni momento e rimboccarsi le maniche per studiare come cucinarsi le cose da soli. Di solito si fatica di più, ma si risparmia, e le cose fatte in questo modo hanno più gusto.

Fonti aggiuntive

Amazon annihilates Alexa privacy settings, turns on continuous, nonconsensual audio uploading, Cory Doctorow, 2025

Amazon’s subscription-based Alexa+ looks highly capable—and questionable, Ars Technica, 2025

Amazon Ends Local Voice Processing for Echo Devices, The Technology Express, 2025

Everything you say to your Echo will be sent to Amazon starting on March 28, Ars Technica, 2025

Amazon is getting rid of the option for Echo devices to process Alexa voice requests locally, Engadget, 2025

Amazon admits that employees review “small sample” of Alexa audio, Ars Technica, 2019

Amazon’s Echo will send all voice recordings to the cloud, starting March 28, TechCrunch, 2025

Amazon is ending the option to not send Echo voice recordings to the cloud, The Verge, 2025

Amazon plans to give Alexa an AI overhaul — and a monthly subscription price, CNBC, 2024

The Gdańsk man who brought US giant Amazon to Poland, The First News, 2020

Occhio alle condizioni di Facebook, cambiano qual piuma al vento

Occhio alle condizioni di Facebook, cambiano qual piuma al vento

C’è un po’ di panico in Rete per un recente cambiamento delle condizioni di
servizio di Facebook: ne parla
qui
Punto Informatico, per esempio, e ci sono già 68.000 iscritti al gruppo di
protesta
People Against the new Terms of Service
(“Persone contrarie alle nuove condizioni di servizio”).

La prima stesura di un
articolo su Consumerist.com
titolava
Facebook’s New Terms Of Service: ‘”We Can Do Anything We Want With Your
Content. Forever'”
, ossia
“Nuove condizioni di servizio di Facebook: ‘Possiamo fare tutto quello che ci
pare con i vostri contenuti. Per sempre'”
.

Sapete bene che io sono l’ultimo a voler prendere le difese di
Facebook (o meglio, dell’uso sconsiderato che ne fanno i suoi utenti), ma va
chiarito che la notizia è ora ingannevole e obsoleta, perché nel frattempo
Facebook ha fatto dietrofront, come segnala per esempio
The Standard.

Al momento in cui scrivo, le
condizioni aggiornate di servizio
dicono infatti:

By posting User Content to any part of the Site, you automatically grant, and
you represent and warrant that you have the right to grant, to the Company an
irrevocable, perpetual, non-exclusive, transferable, fully paid, worldwide
licence (with the right to sublicence) to use, copy, publicly perform,
publicly display, reformat, translate, excerpt (in whole or in part) and
distribute such User Content for any purpose, commercial, advertising, or
otherwise, on or in connection with the Site or the promotion thereof, to
prepare derivative works of, or incorporate into other works, such User
Content, and to grant and authorise sublicences of the foregoing.

In sintesi, è vero che le condizioni dicono che quando pubblicate
qualcosa su Facebook concedete una
“licenza (con diritto di sublicenza) irrevocabile, perpetua, non esclusiva,
trasferibile, interamente pagata e mondiale di usare, copiare, rappresentare
in pubblico, mostrare in pubblico, riformattare, tradurre, citare (in tutto o
in parte) e distribuire”

quello che avete pubblicato e che questa licenza permette a Facebook di
distribuire il vostro materiale per qualsiasi scopo.

E’ altrettanto
vero che questa frase, isolata dal contesto, fa sembrare che Facebook si
appropri per sempre di quello che postate e che possa farne quello che le pare.
Ma non è così.

Le medesime condizioni, infatti, ora contengono subito
dopo una frase che era stata rimossa:

You may remove your User Content from the Site at any time.
If you choose to remove your User Content, the licence granted above will
automatically expire
,
however you acknowledge that the Company may retain archived copies of your
User Content.

Facebook does not assert any ownership over your User Content; rather, as
between us and you, subject to the rights granted to us in these Terms, you
retain full ownership of all of your User Content and any intellectual
property rights or other proprietary rights associated with your User Content.

In altre parole,
se rimuovete un vostro contenuto dal sito, la suddetta licenza scade. Tuttavia, per ragioni tecniche, è possibile che restino copie d’archivio del
vostro materiale. Facebook ribadisce anche che tutti i diritti di proprietà
intellettuale rimangono vostri.

Inoltre va da sé che se avete inviato
un contenuto a un altro utente, quel contenuto inviato non viene rimosso quando
rimuovete la sua versione originale pubblicata nella vostra pagina Facebook.

Questa clausola mancava nella versione aggiornata delle condizioni
di servizio pubblicate il 4 febbraio scorso; ora le condizioni sono state
ripristinate alla versione precedente.

Il vero problema, qui, è che
Facebook ha mostrato chiaramente di avere il diritto di cambiare le regole in
qualsiasi momento e non è tenuta a preavvisarvi (anche questo è scritto nelle
condizioni di servizio che avete accettato, se siete utenti di Facebook):

We reserve the right, at our sole discretion, to change, modify, add, or
delete portions of these Terms of Use at any time without further notice. If
we do this, we will post the changes to these Terms of Use on this page and
will indicate at the top of this page the date these terms were last revised.

Traduzione:
“Ho cambiato il nostro accordo, prega che non lo cambi ancora“ (L’Impero Colpisce Ancora, 1:34:10).

Mark Zuckerberg, boss di
Facebook, è
intervenuto ieri nel suo blog
per chiarire la vicenda e promette condizioni future più comprensibili e
democraticamente scelte. Staremo a vedere.

Anticopia: Google chiude i video a pagamento, utenti buggerati

Anticopia: Google chiude i video a pagamento, utenti buggerati

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

A Ferragosto Google chiuderà il servizio a pagamento di Google Video e
chiunque abbia acquistato video lucchettati da questo servizio non potrà più
vederli. E non c’è assolutamente nulla da fare per cambiare le cose.

Questa,
in sintesi, la lezione più bruciante ed esemplare di cosa significa il DRM:
l’arroganza del potere applicata al mondo digitale. Quello che rende ancora più
irritante la notizia è la fonte di questo sopruso: Google, il dittatore
illuminato della Rete, la società che non sbaglia un colpo, il colosso che ci
dovrebbe aiutare a sconfiggere il monopolio di zio Bill.

Forse è ora
di svegliarsi e capire che Google è come tutte le altre aziende: non fa
beneficenza, e se deve scegliere fra i propri interessi e quelli dei suoi
clienti, sceglie i propri senza batter ciglio, e al diavolo la Difesa della
Cultura Digitale e tutte quelle fesserie con cui spesso i pensatori della Rete
imbellettano le dispute online.

Qui trovate la
mail di annuncio della chiusura: chi ha pagato non potrà più vedere i video a partire dal 15 agosto. Trovate
altri dettagli
qui
e qui, e un
articolo profetico di Cory Doctorow
qui. Ai clienti verranno dati cinque dollari di rimborso, da spendere nei siti
convenzionati con il sistema di pagamento Google Checkout. Entro 60 giorni.

Questo
è quello che chi è contrario al DRM paventava da tempo: comperando musica o
video lucchettati, l’acquirente si espone alla
revocabilità dei suoi diritti di
visione o ascolto. Il DRM che consente il ritiro dei diritti di fruizione, come
quello di Google Video, è equivalente a un poliziotto privato che ti entra in
casa e ti porta via i libri che hai comprato e che credevi di possedere per
sempre. E lo fa perché gli gira così, punto e basta. E tu, misero cliente, devi
stare zitto e non fiatare, altrimenti sei un pirata, un sovversivo.

Per
citare una celebre battuta, Google è come Darth Vader:
“Ho cambiato il nostro accordo. Prega che non lo cambi
ancora”
(L’Impero Colpisce Ancora, 1:34:10).

Aggiornamento (2007/08/22)

Google ha cambiato le regole dell’accordo. Ora sono leggermente migliori,
ma la sostanza non cambia. I dettagli sono
qui.

Thunderbird aggiornato, come si riattiva la colorazione alternata nel pannello dei messaggi?

Thunderbird aggiornato, come si riattiva la colorazione alternata nel pannello dei messaggi?


Pubblicazione iniziale: 2023/09/23 18:03. Ultimo aggiornamento: 2025/03/15 15:05.

Ho appena aggiornato Thunderbird alla versione più recente, la 115.2.3, e vedo
che è scomparsa un’impostazione che trovavo utilissima e che vorrei
ripristinare: la colorazione alternata delle righe dell’elenco dei messaggi
ricevuti.

Ora l’elenco è un mare bianco di righe tutte uguali, come vedete qui sotto, ed
è facile (perlomeno per me) perdere l’allineamento e pensare che un titolo si
riferisca a un mittente che non è quello giusto. Con la colorazione alternata,
come quella della carta dei moduli continui di una volta, è tutto molto più
semplice e chiaro, specialmente quando la finestra di Thunderbird è molto
larga. Ho sempre adottato questa colorazione e adesso mi manca; anche la Dama
del Maniero lamenta la sua scomparsa.

Prima era così:

Avete idee su come risolvere la questione?

Ho già cercato nei
Temi (Themes) per
Thunderbird e non ho trovato nulla; molti mi sembrano molto obsoleti o
comunque incompatibili, e nessuno sembra indicare specificamente di avere
quest’impostazione.

Cercando online ho trovato
questo suggerimento, riferito però a Thunderbird 91.8, che consiglia quanto segue:

  1. Andare nel Config Editor di Thunderbird (tre trattini in alto a destra,
    Settings/Impostazioni, scorrere giù, Config Editor/Editor di configurazione) e cambiare
    toolkit.legacyUserProfileCustomizations.stylesheets a True.
  2. Identificare la cartella del profilo generale di Thunderbird: la si trova
    cliccando in Thunderbird sui tre trattini in alto a destra –
    Help/Aiuto – Troubleshooting information/Informazioni sulla risoluzione dei problemi, trovando Profile Folder/Cartella del profilo e
    cliccando su Show in Finder/Mostra nel Finder, perlomeno su macOS.
  3. In questa cartella, creare una sottocartella di nome chrome (se non
    esiste già).
  4. Creare un file di testo semplice di nome userChrome.css (con la C
    maiuscola) e metterlo nella cartella chrome suddetta.
  5. Nel file userChrome.css, immettere le proprie preferenze e salvare il
    file.
  6. Chiudere e riavviare Thunderbird: le modifiche immesse in
    userChrome.css vengono attivate e valgono per tutti gli account di
    mail.

Ho visto che questo modo di usare userChrome.css
non è ufficialmente supportato
ma funziona in Thunderbird 115, perlomeno per alcune impostazioni: per
esempio, le seguenti righe (trovate
qui)
evidenziano in rosso qualunque mail non ancora letta.

#threadTree tbody [data-properties~="unread"] {
color: red !important;
}

Queste righe (trovate
qui) cambiano la spaziatura fra le righe dell’elenco:

html|tr[is="thread-row"] {
   height: 24px !important;
   }

Queste (trovate
qui)
tracciano una sottile riga grigia fra un messaggio e l’altro, facilitando la lettura;
non è una soluzione perfetta, ma è meglio di niente:

table[is="tree-view-table"] td {
     border-bottom: solid 1px #d3d3d3 !important;
}

Tuttavia le righe suggerite a suo tempo per impostare la colorazione alternata
delle righe dell’elenco messaggi non sembrano funzionare:

#threadTree treechildren::-moz-tree-row(odd) {
   -moz-appearance: none !important;
   background-color: rgb(232,232,232) !important;
}

Non è facile trovare informazioni sulla questione, anche perché non ha un nome
preciso. Nell’help di Thunderbird “antico” ho trovato che viene citata a volte
come Zebra striping.

Se avete suggerimenti, segnalateli nei commenti. Grazie anticipate!

2023/09/23 19:25

La soluzione è nei commenti, fornita da Nikybiasion, ed è qui sotto. Funziona! Grazie!!

#threadTree tr:nth-child(2n) {
background-image: linear-gradient(rgba(0,0,0,.08), rgba(0,0,0,.08)) !important;
}

2023/10/09

Ho aggiornato Thunderbird alla versione 115.3.1 sul mio Macbook Air M1 e il suggerimento non mi funziona più.

2023/12/03

Ho aggiornato Thunderbird alla versione 115.5.1, sempre sul mio Macbook Air M1, e il suggerimento adesso funziona.

2025/03/15

Ho aggiornato questo articolo e ne ho preparato una nuova versione su Attivissimo.me.

“Zebra striping” in Thunderbird: come cambiare l’aspetto dell’elenco messaggi

Come si fa a dare una colorazione alternata (il cosiddetto zebra striping) alle righe dell’elenco dei messaggi in Thunderbird, in modo che siano più leggibili? Ne avevo scritto un paio d’anni fa, sul blog “classico”, e posso confermare che il metodo descritto allora funziona ancora oggi con la versione più recente di Thunderbird, che è la 136.0.

Lo riassumo brevemente qui:

  1. Andare nel Config Editor di Thunderbird (tre trattini in alto a destra, Settings/Impostazioni, scorrere giù, cliccare sul pulsante Config Editor/Editor di configurazione) e digitare le lettere iniziali di toolkit.legacyUserProfileCustomizations.stylesheets fino a che viene elencata solo la voce omonima.
  2. Questa voce è probabilmente settata su False. Cliccare sull’icona con le due mezze frecce contrapposte in modo che questa voce diventi True.
  3. Identificare la cartella del profilo generale di Thunderbird: la si trova cliccando in Thunderbird sui tre trattini in alto a destra – Help/Aiuto – Troubleshooting information/Informazioni per la risoluzione dei problemi, trovando Profile Folder/Cartella del profilo e cliccando su Show in Finder/Mostra nel Finder, perlomeno su macOS.
  4. In questa cartella, creare una sottocartella di nome chrome (se non esiste già).
  5. in questa sottocartella, creare un file di testo semplice di nome userChrome.css (con la C maiuscola) e metterlo nella cartella chrome suddetta.
  6. Nel file userChrome.css, immettere queste righe di testo (la prima riga è un commento di documentazione ed è opzionale):
    /* riabilita lo zebra striping */
    #threadTree tr:nth-child(2n) {
    background-image: linear-gradient(rgba(0,0,0,.08), rgba(0,0,0,.08)) !important;
    }
  7. Salvare il file.
  8. Chiudere e riavviare Thunderbird: le modifiche immesse in userChrome.css vengono attivate e valgono per tutti gli account di mail.

Ecco il risultato:

Astronautichicche stasera ad Ascona

Questa sera al Centro Congressi del Monte Verità di Ascona (Svizzera), via Collina, in occasione dell’evento Asconoscienza 2025 (Asconoscienza.ch), Paolo parlerà di Spazio con la conferenza Astronautichicche: gli aspetti poco conosciuti dell’esplorazione spaziale.

L’appuntamento è alle 20.30.

Ci saranno alcune copie di Carrying the fire in vendita.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/03/10

È andata in onda lunedì 10 marzo scorso alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Podcast RSI – Blender, software libero e gratuito, aiuta a vincere un Oscar. Creatività per tutti senza ostacoli di costi

Questo è il testo della puntata del 10 marzo 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: brano dall’inizio di Flow (2024)]

Un gatto vaga in un mondo nel quale gli esseri umani sembrano svaniti nel nulla ma i cani, eterni persecutori di felini, ci sono ancora, e al micio tocca trovare nuovi rifugi, insoliti compagni di viaggio e nuove strategie per cercare di sopravvivere. È l’inizio di Flow – Un mondo da salvare, l’opera che ha vinto l’Oscar come migliore film d’animazione di quest’anno dopo aver conquistato anche il Golden Globe.

Il trailer di Flow (YouTube).

Il film ha molti meriti e molte caratteristiche insolite: un regista lettone, la totale assenza di dialoghi perché la storia è raccontata dalle immagini, e il fatto di aver battuto la concorrenza di colossi dal portafogli ben fornito come Disney, Pixar e Netflix.

Ma Flow ha anche una particolarità molto informatica: è stato realizzato usando il software Blender, che è libero e gratuito eppure riesce a generare animazioni ed effetti paragonabili a quelli dei costosi software commerciali che si usano normalmente per produrre i film di animazione digitale.

Questa è la storia di Blender, di come è possibile che un software che non costa nulla competa e vinca contro applicazioni sostenute e sviluppate dalle più importanti aziende del settore e sia giunto al traguardo dell’Oscar grazie al talento di un gruppo di persone creative, ed è anche la storia di cosa significa tutto questo per chiunque sogni di trasformare le proprie idee in immagini sullo schermo ma si trova paralizzato o intrappolato da costi di licenza insostenibili. Ed è anche la storia di un inaspettato legame di questo nome,Blender,con la Svizzera.

Benvenuti alla puntata del 10 marzo 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


È il 1994. Uno studio di animazione olandese, NeoGeo, che oggi non esiste più, sviluppa un software di grafica e animazione digitale per uso interno. I suoi creatori lo chiamano Blender, frullatore, come tributo all’omonimo brano della band svizzera Yello che l’azienda usa nel suo video dimostrativo.

Il brano degli Yello che ha dato il nome al software Blender (YouTube).
Il video dimostrativo di NeoGeo (YouTube).

Il software viene poi rilasciato pubblicamente come freeware, ossia come software gratuito liberamente scaricabile e utilizzabile senza pagare nulla, e successivamente come shareware, vale a dire come software che si può scaricare gratis in prova limitata e poi si paga per averne una versione completa.

Blender però non fa grandi progressi, e langue fino al 2002, quando Tom Roosendaal, principale autore del software, crea nei Paesi Bassi la fondazione senza scopo di lucro chiamata Blender Foundation e avvia con successo una campagna di raccolta fondi per rendere Blender libero e open source: in altre parole, gratuito, liberamente ispezionabile e modificabile da chiunque, a patto che le modifiche siano a loro volta distribuite gratuitamente e altrettanto ispezionabili.

Nasce così una comunità internazionale di sviluppatori appassionati che lo fanno crescere, sotto il coordinamento dei membri della Blender Foundation, e lo fanno diventare quello che è oggi: uno strumento potentissimo di grafica digitale accessibile a chiunque a costo zero, che include modellazione, animazione, rendering, compositing ed è disponibile in versioni per Windows, MacOS e Linux presso Blender.org.

Ogni uno o due anni, inoltre, la Blender Foundation gestisce la produzione di un cortometraggio di animazione che serve per stimolare l’innovazione e dimostrare pubblicamente le potenzialità di Blender. Questi brevi video (come per esempio Big Buck Bunny, Sintel, Tears of Steel) hanno un discreto successo di critica e di pubblico e vengono indicati come esempi di modi alternativi, collettivi e aperti, di creare arte e cinema d’animazione: chiunque sia competente può partecipare alla loro realizzazione e tutte le risorse e i modelli creati vengono messi a disposizione di chiunque per essere riutilizzati. L’esatto contrario del cinema tradizionale, dove tutti i diritti sono riservatissimi e usare un costume o un oggetto di scena senza permessi e contratti appositi è assolutamente vietato.

Dai primi anni Duemila Blender non è più uno strumento per appassionati e autori indipendenti ma comincia a essere usato nella preproduzione e negli effetti visivi di film e telefilm commerciali, anche con budget molto consistenti [Spider-Man 2; Captain America: The Winter Soldier; The Man in the High Castle], e viene usato anche dalla NASA per le animazioni che illustrano le sue missioni spaziali. Ma tutto questo è poco visibile al grande pubblico ed è quasi trascurabile rispetto all’impatto mediatico di vincere, come adesso, un premio Oscar con Flow.


Ovviamente Flow non è stato creato da Blender; questo software è solo uno strumento a supporto della creatività umana, e in questo caso il creativo si chiama Gints Zilbalodis ed è un regista e animatore lettone, che ha già realizzato da solo vari cortometraggi digitali e un intero lungometraggio, intitolato Away [trailer], usando il software commerciale Maya di Autodesk, ma nel 2019 decide di abbandonare questo prodotto per passare appunto a Blender, perché questo software libero e gratuito ha delle caratteristiche superiori, che gli servono per i suoi progetti successivi.

È in quell’anno che Zilbalodis inizia lo sviluppo di quello che diventerà poi Flow. Numerose scene prevedono ambientazioni acquatiche, per cui serve un software capace di generare simulazioni realistiche di fluidi e di vari fenomeni fisici, di fare modellazione, di fare il cosiddetto rigging (cioè la creazione delle articolazioni virtuali dei personaggi), l’animazione vera e propria, l’unione di tutti gli elementi della scena e anche il rendering in tempo reale, vale a dire la visualizzazione immediata del risultato finale, senza dover attendere tempi di elaborazione (per fare un paragone, ai tempi del primo Toy Story, nel 1995, alcuni fotogrammi richiedevano trenta ore di calcoli ciascuno, e ne servono 24 per ogni secondo di un film). Blender consente di fare tutto questo all’interno di un singolo programma, e questo rende più efficiente, rapido e coerente il flusso di lavoro.

Anche così, per concepire gli 80 minuti di animazione di Flow servono in tutto cinque anni e mezzo, perché i calcoli oggi si fanno velocemente, ma la creatività e la ricerca di fondi per finanziare un progetto di film d’animazione richiedono tempo come e forse anche più di prima. La produzione vera e propria delle 22 sequenze che compongono Flow richiede in totale sei mesi alla squadra di venti animatori sparsi fra Parigi, Marsiglia e Bruxelles. Il resto del tempo viene speso in preparativi, organizzazione, scrittura, sviluppo dei personaggi e della trama, e ovviamente promozione e trattative per trovare sostegno economico e canali di distribuzione.

Vincere un Oscar come miglior film d’animazione è un grande riconoscimento al talento creativo del regista Gints Zilbalodis, ma è anche un segnale importantissimo per l’intera comunità dei progetti informatici basati sui principi dell’open source di libertà, collaborazione aperta e trasparenza. Comunica in modo forte che questo modo di creare software è capace di competere alla pari con la maniera commerciale di sviluppare applicazioni.

Soprattutto, l’Oscar conquistato conferma che “la creatività, il talento e la visione contano più dell’investimento economico riversato in costosi strumenti a codice sorgente chiuso”, come scrive It’s Foss News, aggiungendo che “il successo di Flow ispirerà molti creatori che non hanno accesso a carissimi software di creazione 3D per sviluppare le proprie idee.”


La questione dell’accesso a questi software è fondamentale per chiunque voglia incamminarsi lungo un percorso per diventare autore di animazioni, per i giovani talenti che vorrebbero emergere. Un costo di licenza che è sostenibile per un’azienda avviata non lo è per una persona che vuole imparare e farsi le ossa con l’animazione digitale. Duemila euro l’anno, come nel caso del software Maya, sono una cifra importante per chi studia o fa animazione per passione. Possono rendere impossibile un sogno o un desiderio di carriera.

E c’è il problema aggiuntivo che se si crea qualcosa con un software che ha un costo di licenza ricorrente, quella creazione diventa dipendente da quel software e quindi per lavorarci, per aggiornarla o modificarla in qualunque modo, bisogna continuare a pagare, pagare, pagare, come sa bene chiunque abbia creato progetti con i popolarissimi software di Adobe Creative Cloud, come Photoshop o Premiere, giusto per fare un esempio molto conosciuto.

I prezzi attuali di licenza per usare le app di Creative Cloud (Adobe.com).
I prezzi attuali di licenza d’uso di Autodesk Maya (Autodesk.com).

Per non parlare della dipendenza che nasce dal tempo investito per imparare a usare quel software, o della dipendenza da aziende che risiedono in paesi soggetti a ghiribizzi politici surreali come quelli attuali che stanno sconvolgendo anche l’informatica e il mondo del cinema, con censure e autocensure che rievocano e fanno riscoprire il maccartismo di settant‘anni fa.

Il potenziale dirompente del software libero e gratuito è stato sottolineato proprio da Gints Zilbalodis in un’intervista subito dopo aver ricevuto l’Oscar: “Blender è un software libero, gratuito e a codice sorgente aperto” dice il regista “e questo vuol dire che è accessibile a tutti, e quindi oggi qualunque persona giovane ha a disposizione strumenti che vengono usati per realizzare film che ora hanno anche vinto un Oscar. Quindi credo che vedremo creare film emozionanti di ogni genere da parte di giovani che altrimenti non avrebbero mai avuto l’occasione di farlo. Blender è un grande strumento, non è in alcun modo un compromesso: ha la stessa qualità di tutti gli altri prodotti in circolazione, e lo useremo anche per il mio prossimo film.”

Blender è scaricabile liberamente presso Blender.org. Se vi interessa, datevi da fare.

Fonti aggiuntive

Ton Roosendaal Reveals the Origin of Blender’s name, BlenderNation, 2021

Open Source Fueled The Oscar-Winning ‘Flow’, It’s FOSS News, 2025