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Il disastro tragicomico di Parler

È stato chiuso Parler, il social network in stile Twitter usato dai sostenitori
di Donald Trump per organizzare l’insurrezione violenta al Campidoglio negli
Stati Uniti il 6 gennaio scorso. Ma prima di chiudere ha regalato amare sorprese
agli utenti che si sono fidati di questo servizio.

Un’informatica, nota come
donk_enby, ha preso l’iniziativa di creare una copia di tutti i messaggi di Parler,
pieni di dettagli incriminanti, sapendo che prima o poi gli utenti si
sarebbero resi conto che quei messaggi erano prova dei loro reati e che
Amazon, Apple e Google avrebbero presto chiuso Parler. È riuscita a copiare
circa il 99% dei messaggi pubblicati, ossia 80 terabyte, compreso circa un
milione di video.

donk_enby ha scoperto con meraviglia che Parler era un disastro di
sicurezza informatica: non c’era autenticazione nella sua API pubblica, e
quando un utente cancellava un messaggio, Parler in realtà si limitava a
segnarlo come cancellato, senza eliminarlo realmente. Ogni post aveva
un numero identificativo progressivo.

Questi errori dilettanteschi hanno permesso all’informatica di lanciare uno
script che ha raccattato praticamente tutti i dati pubblicamente accessibili e li ha
messi a disposizione di giornalisti,
ricercatori e forze dell’ordine.

Non è finita: Parler
non toglieva la geolocalizzazione dalle immagini e dai video. Twitter,
Google e altri siti lo fanno abitualmente per proteggere i propri utenti, ma
Parler consegnava a chiunque i file video e le foto con tutti i loro
metadati.

Morale della storia: chiedetevi sempre quali dati digitali state disseminando
e soprattutto a chi li state affidando. Spesso chi si presenta come salvatore
e difensore delle libertà è il primo che non le tutela.

Fonti:
Ars Technica, Vice,
Gizmodo.

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