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spionaggio

Equation Group infetta i dischi rigidi in modo invisibile

Equation Group infetta i dischi rigidi in modo invisibile

Roba da fantascienza. Un gruppo di intrusi informatici probabilmente legato all’NSA, l’ente di sicurezza e sorveglianza statunitense, infetta impunemente di nascosto da più di un decennio i computer di tutto il mondo. Lo segnala la società di sicurezza informatica russa Kaspersky in un dettagliatissimo rapporto che profuma di spy-story.

Fra le tecniche utilizzate ne spicca una: un malware in grado di riscrivere il firmware (il software di controllo di base) dei dischi rigidi di Western Digital, Maxtor, Samsung, IBM, Micron, Toshiba e Seagate. Il malware creava su ogni disco rigido infettato un deposito nascosto nel quale archiviare dati intercettati. L’archivio e il malware non venivano rilevati dagli antivirus e sopravvivevano allegramente alla cancellazione e alla riformattazione del disco e alla reinstallazione del sistema operativo. La capacità tecnica di creare un malware del genere implica risorse tecniche eccezionali, compreso l’accesso al codice sorgente dei fabbricanti di dischi rigidi.

Un altro esempio notevole: nel 2009 dei ricercatori scientifici che avevano partecipato a una conferenza a Houston, in Texas, ricevettero per posta un CD contenente i documenti della conferenza, come capita normalmente. Ma il CD originale era stato intercettato in transito nel sistema postale ed era stato sostituito con una copia che iniettava nel computer un software-spia.

Anche le penne USB venivano usate come vettori d’infezione già nel 2008 da questi intrusi d’alto livello, che sfruttavano una falla di Windows all’epoca sconosciuta che consentiva d’infettare un PC semplicemente inserendo la penna, anche se l’Autorun era disattivato.

Kaspersky chiama questa squadra d’élite Equation Group per via della passione dei suoi membri per gli algoritmi di cifratura e le tecniche matematiche avanzate usate per nascondere i dati. La società di sicurezza informatica ha documentato circa 500 infezioni perpetrate dall’Equation Group in almeno 42 paesi: in cima alla lista dei paesi colpiti ci sono Iran, Russia, Pakistan, Afghanistan, India, Siria e Mali.

L’utente comune probabilmente non ha motivo di preoccuparsi di questo genere di attacco: a differenza delle forme di sorveglianza di massa usate da altre organizzazioni, secondo Kaspersky questo gruppo effettua attacchi con precisione chirurgica contro utenti estremamente specifici (governi, sistemi militari, società di telecomunicazione, banche, operatori del settore energetico, ricercatori nucleari e attivisti islamici) ed è in mano a gente spettacolarmente competente, anche se è emerso un caso, risalente al 2010, di un utente comune che è stato colpito da Fanny, uno dei malware per chiavette USB dell’Equation Group.

Tuttavia l’esistenza di strumenti d’attacco così sofisticati e invisibili pone un problema di fondo non banale: se esiste malware in grado di alterare il funzionamento di base di un disco rigido e depositarvi dati senza lasciare tracce rilevabili, molte delle tecniche d’informatica forense usate comunemente per documentare reati informatici non possono essere più considerate perfettamente attendibili. D’ora in poi i criminali potranno sempre insinuare il ragionevole dubbio che i reati commessi tramite i loro computer siano stati perpetrati da qualche malware a loro insaputa.

Fonti: Reuters, Ars Technica, TomsHw.

Thunderstrike: come infettare un Mac permanentemente in pochi minuti

Thunderstrike: come infettare un Mac permanentemente in pochi minuti

Circola da tempo la diceria che in alcuni paesi vengano usati, durante i controlli in frontiera, dei sistemi ultraveloci per infettare i computer dei sospettati o delle persone ritenute interessanti per ragioni di sorveglianza o spionaggio. Sembra uno scenario da film, perché pare impossibile scavalcare in pochi minuti le protezioni di un buon computer odierno, ma Ars Technica analizza in dettaglio un tipo di attacco, denominato Thunderstrike, che è in grado di infettare rapidamente un Mac usando un dispositivo collegato alla sua porta Thunderbolt.

In sintesi, un aggressore che abbia accesso fisico al Mac deve soltanto riavviare il computer mentre il dispositivo di attacco è connesso appunto alla porta Thunderbolt del Mac. Se il computer è protetto da una schermata di blocco, all’aggressore basta tenere premuto per alcuni secondi il tasto di accensione, in modo da obbligarlo ad effettuare un hard reboot. Il malware installato sul dispositivo Thunderbolt è un bootkit, ossia un software che sostituisce il firmware normale di avvio del Mac e quindi scavalca le password sul firmware e quelle che proteggono la cifratura del disco.

Il malware, operando a livello del firmware, è indipendente dal sistema operativo e sopravvive persino a una formattazione e alla reinstallazione del sistema operativo. Inoltre sostituisce la firma digitale usata da Apple per consentire ai Mac di eseguire solo firmware autorizzato, per cui diventa estremamente difficile da eliminare da un computer infettato.

Si tratta, a quanto risulta, del primo bootkit per Mac: è decisamente inquietante, ma per ora si tratta soltanto di un malware dimostrativo, non circolante in Rete, che è stato creato da un esperto, Trammell Hudson. Hudson ha segnalato la vulnerabilità ad Apple, che la sta correggendo tramite degli aggiornamenti.

In attesa che questa falla venga chiusa, ci sono soltanto due rimedi: uno è assicurarsi che il proprio Mac non rimanga mai incustodito dove può essere maneggiato da qualcuno (per esempio in camera in albergo, dove gli addetti alle camere possono entrare) e l’altro è sigillare fisicamente la porta Thunderbolt, cosa non proprio pratica, dato che da questa porta passano i collegamenti per i monitor esterni e per moltissimi altri dispositivi.

Wikileaks pubblica FinFisher, il software-spia usato dai governi contro i dissidenti e i giornalisti; coinvolta anche VUPEN (antivirus)

Wikileaks pubblica FinFisher, il software-spia usato dai governi contro i dissidenti e i giornalisti; coinvolta anche VUPEN (antivirus)

Oggi Wikileaks ha messo online copie di FinFisher, il software d’intercettazione venduto dall’omonima azienda tedesca ai governi, che spesso lo usano per spiare giornalisti e dissidenti. Il software è in grado di intercettare le comunicazioni e i dati di sistemi OS X, Windows, Linux, Android, iOS, BlackBerry, Symbian e Windows Mobile. Finfisher, normalmente accessibile a caro prezzo soltanto alle agenzie governative, è ora scaricabile qui allo scopo di consentire a tutti (in particolare ai creatori onesti di antivirus) di analizzarlo e realizzare difese.

Finfisher ha fruttato ai suoi creatori circa 50 milioni di euro. Questi sono alcuni dei suoi clienti: in Europa spicca l’Italia insieme al Belgio e ai Paesi Bassi. Insieme al software sono disponibili anche i log dell’assistenza clienti di FinFisher, che contengono dati molto interessanti, compresi gli indirizzi IP dei “bersagli” e degli “agenti”.

Un aspetto particolarmente interessante per l’utente comune è che la società di sicurezza francese VUPEN Security ha collaborato con FinFisher fornendo vulnerabilità (exploit) che non rende pubbliche. Non è la prima volta che VUPEN è stata denunciata giornalisticamente per questo comportamento: anzi, VUPEN se ne vanta pure (Forbes, 2012; grazie a @flameeyes per la segnalazione).

Giusto per capirci: una società di sicurezza scopre una falla in un sistema operativo e invece di pubblicarla responsabilmente per consentirne la correzione, la tiene per sé e la rivela soltanto a chi realizza prodotti di sorveglianza. Questo significa che la falla nota non viene corretta neppure nei sistemi degli utenti onesti e innocenti.

Qui non si tratta più di argomentare se sia giusto o meno che un governo che voglia definirsi democratico abbia strumenti di sorveglianza così potenti e pervasivi, perché c’è sempre chi invoca la scusa (discutibile) che questi strumenti sono necessari per la lotta al terrorismo e al crimine organizzato. Qui siamo di fronte all’equivalente di avere un meccanico che scopre un difetto letale in una marca di automobili e lo rivende alla polizia, invece di segnalarlo al fabbricante, lasciando che continui a esserci (e sia scopribile da malintenzionati) in tutte le auto di quella marca. Compresa la vostra.

L’NSA raccoglie i dati di Microsoft SkyDrive. Se usate SkyDrive per i dati dei clienti, avete un grosso problema

L’NSA raccoglie i dati di Microsoft SkyDrive. Se usate SkyDrive per i dati dei clienti, avete un grosso problema

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “stefano.bene*” e “antoniopri*”.

Mikko Hypponen di F-Secure ha tweetato oggi quest’immagine tratta dal nuovo libro di Glenn Greenwald, No Place to Hide (“nessun posto dove nascondersi”), che documenta con nuove informazioni quello che sta facendo l’NSA con i nostri dati.

Fondamentalmente, risulta che a partire da marzo 2013 il sistema PRISM raccoglie i dati di Microsoft Skydrive. Questo è il risultato, dice il testo, di “molti mesi di lavoro dell’FBI con Microsoft per stabilire questa soluzione di tasking e di raccolta”. In altre parole, non è che i servizi di sicurezza USA prendono i dati degli utenti da Microsoft Skydrive di nascosto e contro il volere di Microsoft. C’è una collaborazione consapevole da parte sua.

Se la vostra azienda, il vostro studio medico, il vostro studio legale gestisce informazioni passando tramite Skydrive (magari perché usate un Windows Phone), avete un problema: non potete garantire ai vostri clienti la riservatezza di queste informazioni. Questo potrebbe avere implicazioni legali non banali.

Diciamola com’è: un governo straniero ci spia in massa. Lo sospettavamo da tempo, ma grazie a Edward Snowden ora lo sappiamo in dettaglio e sappiamo quanto è vasta e pervasiva questa rete a strascico di spionaggio da parte di un paese “amico”. Vogliamo continuare a far finta che sia il problema di qualcun altro?

”Il televisore che vi ascolta”: in tempi di sorveglianza pervasiva, vantiamocene pure

”Il televisore che vi ascolta”: in tempi di sorveglianza pervasiva, vantiamocene pure

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “buon12*”.

Neanche Orwell aveva avuto il coraggio di immaginare che invece di farci imporre un teleschermo che guarda e ascolta in casa da uno stato totalitario ossessionato dal controllo, come descritto nel suo profetico libro 1984, saremmo stati noi stessi a installarcelo in casa, pagandolo di tasca nostra e oltretutto vantandoci di averlo fatto.

Un “televisore che vi ascolta e vi capisce”, che riconosce i gesti e le voci ed è collegato a Internet: lo strumento perfetto per il monitoraggio domestico. Sono paranoico? No, perchè è già successo.

Ho già parlato (Borsa della Spesa, pag. 20) dei televisori Samsung che potevano essere controllati via Internet (articolo; video). Ora è il turno dei televisori LG, che trasmettono alla casa produttrice in Corea non solo i nomi dei file video che guardate, ma anche i nomi dei file (non necessariamente video) condivisi sulla rete domestica, e informano la LG ogni volta che accendete o spegnete il televisore (Ars Technica). E dato che queste informazioni sono trasmesse in chiaro, facilitano inoltre il lavoro degli intrusi.

La LG, in altre parole, si è arrogata il diritto di sapere quando e quanto guardate la TV e che video guardate. E la pubblicità esalta queste caratteristiche. “Possibilità illimitate”: sì, ma di farsi i fatti degli altri. Qui non stiamo parlando di NSA o altri grandi ficcanaso di stato, ma di un’azienda che si prende il diritto di sapere cosa facciamo. No, no, no e ancora no: quello che faccio io con il mio televisore, quello che leggo e quello che guardo, sono e devono essere fatti miei. Non è questione di non avere niente da nascondere: è un diritto fondamentale della libertà civile. Se non vi è chiaro il concetto, se vi sembra retorica esagerata, non dovete fare altro che pubblicare nei commenti qui sotto la vostra cronologia completa di navigazione. Con nome e cognome.

Se avete una Smart TV, non collegatela a Internet. O imparate a bloccare i pacchetti di dati in uscita dal televisore spione.

“Perché ti scoccia se ti sorveglio? Hai qualcosa da nascondere?”

“Perché ti scoccia se ti sorveglio? Hai qualcosa da nascondere?”

In tutto questo pasticcio delle intercettazioni statunitensi rivelate da Edward Snowden sento levarsi una puzza d’ipocrisia. Troppe volte i governanti (anche europei) hanno detto che la sorveglianza elettronica sistematica, il tracciamento di tutte le transazioni economiche e la raccolta a lungo termine di dati sono una necessità anche nelle società che si definiscono democratiche, perché c’è il terrorismo, e soprattutto hanno spesso zittito chi osava chiedere il rispetto del diritto fondamentale alla privacy insinuando che soltanto chi ha qualcosa da nascondere ha paura della sorveglianza.

È un mantra che sento ripetere anche a tante persone comuni, che sono indifferenti alla marea montante di rivelazioni su quanto siamo spiati perché, dicono, tanto non hanno nulla da nascondere.

La notizia di stasera, proveniente dal Guardian, è che l’NSA avrebbe spiato le comunicazioni telefoniche di almeno 35 leader politici e militari del mondo. È partito subito il coro degli indignati, in Francia e Germania (con Hollande e Merkel in testa) ma anche in Italia.

Cari politici, adesso che siete voi a essere intercettati, la cosa improvvisamente dà fastidio ed è uno scandalo inaccettabile. Ma scusate un momento: se non avete niente da nascondere, perché vi indignate?

È il solito teatrino della sicurezza: i politici strilleranno, manderanno lettere di ferma protesta a Washington, il governo americano giurerà che davvero non lo farà mai più (ma in realtà continuerà a farlo, perché così fan tutti – perlomeno tutti quelli che possono), i nostri governanti potranno vantarsi pubblicamente di aver risolto il problema e noi, che eleggiamo questi commedianti della sicurezza, faremo finta di crederci. E il teatrino riprenderà come prima, come fa da decenni. Che pena.

La postazione d’ascolto statunitense di Menwith Hill, nel Regno Unito (2003).

Governo tedesco accusato di iniettare malware

Governo tedesco accusato di iniettare malware

Dalla Germania un trojan commissionato dal governo

Il Chaos Computer Club tedesco ha annunciato, pochi giorni fa, di aver analizzato un malware per Windows capace di intercettare le comunicazioni via Skype, registrare le digitazioni e accendere di nascosto la telecamerina del computer per poi trasmettere i dati raccolti a due server negli Stati Uniti e in Germania. Il malware è anche aggiornabile da remoto e utilizzabile per installare altri programmi sul computer infettato.

Niente di speciale, fin qui: ma il creatore di questo software ostile, battezzato R2D2 dal CCC (nomi alternativi: Bundestrojaner o 0zapftis), non è una banda di criminali. È la società tedesca Digitask. E il committente è il governo tedesco, che ha confermato i sospetti iniziali del CCC. Digitask ha venduto il malware di stato ai governi dell’Austria, della Svizzera e dei Paesi Bassi. In almeno un caso, il trojan è stato installato sul laptop di una persona sospetta durante le procedure d’immigrazione all’aeroporto internazionale di Monaco.

Può sembrare preoccupante che un governo faccia fabbricare cimici informatiche e le installi di nascosto, ma questo genere di attività fa parte del lavoro d’indagine di oggi, che fa leva anche sui dispositivi digitali utilizzati dalle persone sospette. La vera preoccupazione, semmai, è che questo genere di intrusione totale nella vita di una persona venga utilizzato senza le adeguate tutele di legge: per esempio, in Germania questo genere di malware può essere usato soltanto se ci sono vite in pericolo o per tutelare beni dello stato, e in ogni caso soltanto con l’autorizzazione di un giudice.

Ma R2D2 è espandibile ed è progettato male, tanto da essere pericoloso anche per chi è innocente. Una volta iniettato può essere aggiornato da remoto. Cosa ancora peggiore, altre persone, al di fuori della polizia, possono prenderne il controllo o manipolarne i risultati. Scrive il Chaos Computer Club:

L’analisi ha inoltre rivelato gravi falle di sicurezza che vengono aperte dal trojan nei sistemi infettati. Gli screenshot e i file audio che invia sono cifrati in maniera incompetente e addirittura i comandi dal software di controllo verso il trojan sono completamente privi di cifratura. Né i comandi verso il trojan né le sue risposte vengono autenticati o protetti nella loro integrità. Non solo dei terzi non autorizzati possono prendere il controllo del sistema infettato, ma anche aggressori con competenze di medio livello possono collegarsi alle autorità, spacciarsi per una istanza specifica del trojan, e inviare dati falsi.

Se può essere accettabile, in alcuni casi, che un governo spii in modo così intrusivo persone sospettate di gravi crimini, non è assolutamente accettabile che lo faccia usando strumenti grossolani che possono essere abusati sia dai sorveglianti, sia da qualunque criminale informatico, con estrema facilità. Questa vicenda è la versione statale del disastroso trojan XCP della Sony del 2005. Chiunque può usare questo trojan governativo. In sintesi, il governo tedesco ha dato un sacco di soldi dei contribuenti a degli incompetenti che in nome della sicurezza hanno inconsapevolmente regalato le nostre chiavi di casa ai criminali.

Se vi interessano i dettagli tecnici, è stata diffusa online una presentazione della Digitask, tratta da questa conferenza, che spiega come funziona R2D2 e quali funzioni possono essere aggiunte. L’analisi impietosa di F-Secure è qui e qui. Le FAQ di Sophos sono qui. La scelta del nome deriva dal fatto che una stringa nel trojan, usata per iniziare la trasmissione di dati, è C3PO-r2d2-POE: una chiara allusione a Star Wars.

La domanda forse più interessante, a questo punto, è cosa devono fare le società che producono antivirus. Devono agevolare le autorità e non rilevare il malware di stato, in modo da non interferire nelle indagini, oppure devono tutelare gli utenti a prescindere da chi fabbrica e diffonde il software ostile? Molte società antivirali hanno scelto la seconda strada, per la semplice ragione che non hanno modo di sapere se il trojan è stato piazzato dalla polizia o da un criminale. Symantec, invece, in passato ha scelto di non rilevare malware governativo. Se volete sapere se il vostro antivirus funziona contro R2D2 e quindi il suo produttore ha scelto di stare dalla parte dell’utente, Siamogeek.com ha pubblicato il link per scaricare una copia del malware. Siate prudenti.

Ogni tanto qualcuno mi chiede a cosa servono gli hacker. La risposta è in casi come questo: a tenere in riga chi vuole abusare del potere e dell’autorità che gli è stata conferita e a evitare che si causino disastri con la scusa di un’arrogante e maldestra lotta al crimine e al terrorismo. In altre parole, a gridare che il re è nudo.


Fonti aggiuntive: Austrian Police to use crime-busting Trojans (2007), Swiss coder publicises government spy Trojan (2009), Berlin’s shaky Trojan horse (2011), Several German states admit to use of controversial spy software (2011), German Government’s Skype Spying Tool has Holes, Hackers Say (2011).

Nuovo iPhone in arrivo?

Nuovo iPhone in arrivo?

Scavando nel firmware emerge un “iPhone 2,1”?

PinchAnalytics, uno strumento di analisi di utilizzo del software per gli iPhone e gli iPod Touch di Pinchmedia.com, ha rilevato tracce di una nuova versione di iPhone già in uso, annidate nei rapporti generati dalle analisi. Questi rapporti contengono infatti la stringa “iPhone 2,1”, e MacRumors l’ha trovata anche nel firmware più recente distribuito da Apple (immagine qui accanto).

Se Apple mantiene le proprie abitudini, la stringa dovrebbe appartenere alla prossima versione del popolare telefonino. Il primo iPhone è identificato come “iPhone 1,1”, la versione 3G è “iPhone 1,2”; il Touch originale è “iPod 1,1” e la versione più recente è “iPod2,1”.

Secondo PinchMedia, la stringa è stata rilevata per la prima volta a inizio ottobre 2008 (nel senso che un’applicazione che utilizzava lo strumento di analisi Pinch Analytics è stata eseguita da un dispositivo che si identificava come “iPhone 2,1”. Le applicazioni che usano questo strumento e includono funzioni di localizzazione collocano questi dispositivi quasi esclusivamente nella zona meridionale della Bay Area di San Francisco, dove si trova la sede di Apple.

L’imminenza di un nuovo prodotto Apple non è in sé una grande notizia, dato che ogni società sviluppa e collauda in continuazione nuovi modelli: quello che è interessante è il fatto che con la tecnologia informatica le fughe di informazioni sono sempre più difficili da evitare e gli strumenti a disposizione dei curiosi (e dello spionaggio, per esempio a scopo industriale) sono sempre più numerosi e vari.

Virus usati per spionaggio mirato in arrivo dalla Cina

La strana storia delle patch di Office e degli attacchi ai siti pro-Tibet

Wired ospita un articolo interessantissimo sull’uso di virus per attacchi estremamente mirati, provenienti a quanto pare dalla Cina e destinati principalmente a siti pro-Tibet e ad aziende nel settore della difesa statunitense. Gli aggressori sono tanto decisi da arrivare addirittura a telefonare alle vittime per sapere, tramite qualche scusa, che tipo di antivirus usano e calibrare meglio i propri attacchi.

E’ dall’inizio del 2006 che dalla Cina arrivano e-mail contenenti documenti Word ed Excel infetti: dei veri e propri cavalli di Troia. Mikko Hyppönen di F-Secure ha dichiarato di recente che questi attacchi sono la ragione per cui Microsoft, nello stesso periodo, ha distribuito numerosi aggiornamenti di sicurezza (con un picco di 26 patch a ottobre 2006) senza fornire spiegazioni.

La tecnica di base dell’aggressione è sempre la stessa: un allegato che fa da esca, a volte travestito da curriculum vitae, e fa andare in crash l’applicazione intanto che installa un keylogger (un programma che registra tutte le digitazioni e le invia all’aggressore) e software per carpire dati dal computer infetto e da quelli della sua rete locale.

L’origine cinese (non si sa se governativa o criminale) degli attacchi è indicata dal fatto che i dati rubati vengono inoltrati a server situati in Cina, come ha scoperto con rammarico una grande società del settore militare che Hyppönen non nomina: una singola macchina Windows infetta aveva trasmesso informazioni a un server cinese per ben 18 mesi senza che nessuno notasse nulla.

A marzo di quest’anno, in concomitanza con le sommosse in Tibet, si è verificata una nuova serie di attacchi contro i siti e computer di gruppi pro-Tibet, riferisce Wired. L’esca è stata, stavolta, un allegato che si spacciava per una comunicazione delle Nazioni Unite ad una mailing list pro-Tibet. L’allegato, una volta aperto, installava malware che rubava le chiavi PGP di cifratura delle comunicazioni.

Gli aggressori non esitano a chiamare per telefono le aziende-bersaglio spacciandosi per contatti di lavoro che stanno cercando di inviare un e-mail che torna respinto e, con questa scusa, facendosi dire quale antivirus è in uso. Non solo: falsificano le intestazioni dei messaggi per far credere che la comunicazione arrivi da un collega, e per farlo studiano gli organigrammi aziendali. Non si tratta certo di dilettanti.

Il problema non è circoscritto a Microsoft Office: anche Acrobat è stato utilizzato come vettore di malware, e Hyppönen consiglia l’uso di un programma alternativo per la lettura dei file PDF, usatissimi nelle aziende. Hyppönen ha anche notato che OpenOffice.org (alternativa libera e gratuita a Microsoft Office e simili) non è stato preso di mira.

Soprattutto sul luogo di lavoro, oltre a potenziare le proprie difese usando antivirus e anti-rootkit, conviene quindi fare sempre attenzione agli allegati inattesi e alle telefonate contenenti domande troppo tecniche, soprattutto se fatte in modo da metterci sotto pressione o creare uno stato d’ansia che impedisce di pensare con chiarezza. L’utente è sempre uno degli anelli più deboli della catena della sicurezza, e le emozioni sono la cesoia perfetta per spezzare quest’anello.