Vai al contenuto

spazio

Ci ha lasciato Jim Lovell, astronauta lunare

Jim Lovell davanti al razzo Saturn V che lo stava per portare sulla Luna – o quasi – nel 1970. Foto NASA S70-34268.

James Arthur Lovell, protagonista di quattro voli spaziali, due dei quali sono entrati nella storia per la loro straordinarietà di viaggi verso la Luna, è morto a 97 anni. La notizia è stata diffusa oggi.

Jim Lovell insieme a David Bowie sul set del film L’uomo che cadde sulla Terra.

Fece parte dell’equipaggio della missione più rischiosa della NASA negli anni della corsa alla Luna, Apollo 8, la prima circumnavigazione umana della Luna, nel 1968: insieme ai suoi compagni di viaggio Frank Borman e Bill Anders, fu il primo essere umano nella storia a superare l’abisso di quattrocentomila chilometri che ci separa dal nostro satellite naturale e a vedere la faccia nascosta del nostro satellite, sorvolandola su un veicolo il cui unico motore doveva funzionare perfettamente per permettere ai tre di tornare a casa. Non c’erano motori di riserva o scialuppe o soccorsi possibili. Mentre sorvolavano quella faccia nascosta erano completamente isolati dal resto dell’umanità, perché la Luna bloccava i segnali radio. Andò tutto bene e la missione fu un trionfo. La famosa foto della Terra che si staglia sull’orizzonte della Luna fu scattata durante questo volo.

Lovell tornò a volare verso la Luna nel 1970 per un’altra missione storica: Apollo 13. Quella che, come molti ricorderanno, ebbe “un problema” diventato proverbiale. Durante l’andata verso la Luna, uno scoppio di un serbatoio vitale trasformò un volo che prevedeva che Lovell camminasse sul suolo lunare insieme a Fred Haise in una vera e propria Odissea nello spazio: tre giorni al freddo e al buio su un veicolo che non sapevano quanto fosse stato danneggiato e a corto di ossigeno, di cibo e di acqua.

Quel veicolo spaziale ferito e menomato li riportò a casa grazie alla sua progettazione robusta e grazie ai nervi saldi e alla competenza tecnica straordinaria degli uomini a bordo (il terzo era Jack Swigert) e dei tecnici sulla Terra. Il film omonimo di Ron Howard, di cui quest’anno ricorre il trentennale, è una ricostruzione piuttosto fedele (con qualche licenza narrativa) di quel “disastro di grande successo”. Grazie a Gianluca Atti potete ripercorrere la cronaca reale di quel dramma sui giornali italiani dell’epoca:

Nel film che celebra la sua missione, Jim Lovell ebbe una piccola parte: lo si vede nelle scene finali, a bordo della portaerei, in divisa, mentre stringe la mano a Tom Hanks, l’attore che lo interpreta. Il regista, Ron Howard, offrì a Lovell una divisa da ammiraglio; l’astronauta rifiutò e tirò fuori la propria vecchia divisa da capitano. Aveva lasciato la Marina degli Stati Uniti con il grado di capitano, disse, e con quel grado voleva essere immortalato. Uno stile d’altri tempi.

Dal film Apollo 13 di Ron Howard (1995).

Gli altri due voli spaziali erano stati forse meno storici ma comunque fondamentali: insieme a Borman, a bordo della Gemini 7 era rimasto in orbita intorno alla Terra per due settimane, in una cabina strettissima, per dimostrare che il corpo umano poteva funzionare nello spazio per il tempo necessario per arrivare fino alla Luna, soggiornarvi e tornare indietro. Poi era tornato a volare nello spazio con la missione Gemini 12, insieme a un certo Buzz Aldrin, al suo primo volo. Aldrin aveva effettuato ben tre “passeggiate spaziali” durante quella missione; insieme a Neil Armstrong, sarebbe stato il primo essere umano a camminare sulla Luna a luglio del 1969, con la missione Apollo 11.

Nel 1952 il giovane Jim Lovell, ventiquattrenne appena uscito dall’Accademia navale, aveva sposato Marilyn Gerlach, la ragazza che aveva conosciuto a scuola. La loro missione congiunta durò ben settant’anni, fino a quando Marilyn morì, nel 2023.

La foto che io e la Dama del Maniero abbiamo scattato con lui nel 2015 è qui accanto a me, sulla scrivania, a ricordo di un incontro indimenticabile con una persona straordinaria, che a ottantasette anni smanettava con il suo smartphone, mi parlava di Viber e sapeva tenere con il fiato sospeso una sala di cinquecento persone mentre raccontava per un’ora intera i suoi quattro voli spaziali, senza aver bisogno di PowerPoint ma usando solo i suoi appunti scritti su cartoncini e una lucidità invidiabile a qualunque età. L’avremmo ascoltato per ore.

Sì, quello che ho in mano è il catalogo fotografico originale NASA della sua missione Apollo 13. Firmato.

Vorrei ricordarlo con queste sue parole, dette al pubblico in quell’occasione, che danno la misura dell’uomo straordinario che era:

“Mi sono chiesto spesso cosa sarebbe successo se Apollo 13 avesse avuto successo; se non ci fosse stata nessuna esplosione, fossimo atterrati sulla Luna, avessimo raccolto delle rocce, pronunciato frasi dimenticabili, e poi fossimo tornati sani e salvi. Sette missioni lunari completate con successo. La storia di Apollo 13 sarebbe stata sepolta nel bidone della spazzatura della storia dello spazio. Probabilmente non sarei qui a parlarne: la stessa cosa, fatta per la terza volta.

Per anni sono rimasto molto deluso di non aver potuto atterrare sulla Luna. Era la fine della mia carriera spaziale attiva e forse di quella navale. Era quello che avevo tanto desiderato fare. Ma poi, con il passare degli anni, abbiamo scritto un libro, intitolato inizialmente “Lost Moon” [Luna perduta] e poi “Apollo 13”, e mi sono detto che se fossimo atterrati sulla Luna e fossimo tornati, la lingua inglese non avrebbe il modo di dire “Houston, abbiamo un problema”. Non avrebbe “Il fallimento non è contemplato”. E mi sono detto che [quell’incidente] aveva tirato fuori quello che la gente sa fare quando c’è una crisi.

E quindi mi sono reso conto che la cosa migliore che poteva succedere nel nostro programma spaziale, in quel momento specifico, era avere un’esplosione come questa, che ha fatto emergere tante cose e ha consentito a gente di talento di trasformare una catastrofe quasi garantita in un atterraggio sicuro.”

Abbiamo tanto bisogno di altri Jim Lovell.

Luglio1969: dalla Terra alla Luna (appendice)

Gli emblemi delle missioni del programma Apollo.

Abbiamo celebrato nei giorni scorsi, in una serie di post, il cinquantaseiesimo anniversario del primo sbarco umano sulla Luna, ricordando giorno per giorno quel luglio 1969 in cui avvenne la realizzazione del più antico sogno dell’uomo da parte dell’equipaggio di Apollo 11.

Altre straordinarie missioni si sono succedute dopo quella prima storica esplorazione. Dopo Armstrong e Aldrin, altri dieci uomini hanno avuto modo di vedere con i propri occhi e calpestare con i loro particolari scarponi la superficie del Satellite naturale della Terra.

I volti dei dodici uomini che nel corso del programma Apollo hanno impresso le loro orme sulla superficie lunare. Le foto a colori indicano quelli ancora viventi.

In questi ultimi anni, grazie alla casa editrice Cartabianca Publishing, sono uscite quattro importanti biografie, tradotte in italiano, di astronauti della NASA protagonisti della grande epopea spaziale lunare. Ne consigliamo la lettura.

La più grande avventura del secolo scorso: la folle, intensa e appassionante corsa alla conquista dello spazio e della Luna, il mondo a noi più vicino ma anche incredibilmente lontano, orbitando a oltre 380.000 km dalla Terra.

Chi meglio del comandante della missione Apollo 17 che ha portato gli ultimi uomini sul nostro satellite naturale nel dicembre 1972 può raccontare gli eventi di quella missione culminata nella discesa sul suolo lunare e nella guida della “Rover” che ne hanno percorso la superficie? L’astronauta Eugene Cernan, assieme al giornalista Don Davis, narra con stile discorsivo e linguaggio privo di inutili complessità la vera storia della corsa allo spazio degli Stati Uniti. Una competizione che doveva essere vinta ad ogni costo, sullo sprone delle parole del presidente Kennedy, e proseguita attraverso mille difficoltà fino al successo finale.

Tra tutte le persone che finora hanno avuto il privilegio di volare oltre i vincoli terrestri, una delle più interessanti è senza dubbio l’astronauta statunitense John W. Young, entrato a far parte della NASA nel 1962.
Da quei primi anni avventurosi, in cui lanciarsi nello spazio a bordo delle capsule Gemini era un grande rischio, per quanto calcolato, Young è passato alle celebri missioni Apollo, circumnavigando la Luna con Apollo 10 e successivamente facendo escursioni sulla sua superficie nella missione di Apollo 16, sia a piedi che con il caratteristico “Rover” lunare. In seguito la NASA decise di inaugurare lo Space Shuttle, la celeberrima navetta spaziale, senza compiere preventivamente lanci di prova senza equipaggio. E John W. Young era ai comandi di quel primo Shuttle. Negli anni successivi Young ha continuato a lavorare per la NASA, occupandosi soprattutto di sicurezza degli equipaggi. Questo libro descrive minuziosamente tutto ciò che è accaduto a terra e nello spazio durante quarant’anni di attività della NASA, narrato da uno dei protagonisti.

Nel luglio 1969, Michael Collins era il pilota il modulo di comando dell’Apollo 11, consentendo ai compagni di viaggio Neil Armstrong e Buzz Aldrin di calpestare per la prima volta la superficie di un altro corpo celeste; un evento definito “la più grande avventura dell’umanità”. In questo appassionante libro di memorie, Collins racconta – in modo personale e “senza filtri” – il dramma, la bellezza e persino l’umorismo di quell’epica missione. Ma ripercorre anche la sua carriera professionale, dalle prime esperienze di volo nell’Aeronautica militare alle vicende come pilota collaudatore, fino al coinvolgimento nel progetto Gemini e alla sua prima passeggiata spaziale con la Gemini 10 nel luglio del 1966, prologo alla successiva missione lunare che lo ha consegnato alla Storia.

Fred Haise, pilota del modulo lunare dell’Apollo 13, prima della partenza ricevette alcune lettere in cui gli si chiedeva se temesse che una missione con quel numero potesse essere sfortunata. Non essendo una persona superstiziosa, le gettò via senza pensarci due volte. Ma tre giorni dopo l’inizio della missione Apollo 13, nell’aprile del 1970, un’esplosione a bordo costrinse l’equipaggio a trasformare il modulo lunare in una scialuppa di salvataggio di fortuna per poter rientrare in sicurezza sulla Terra. E quella non sarebbe stata l’ultima volta che Haise si sarebbe trovato ad affrontare una situazione potenzialmente fatale.

Buona lettura!

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (nona parte)

E’ il giorno del rientro sulla Terra per i tre astronauti ormai entrati nella storia: Neil Armstrong, Edwin “Buzz” Aldrin e Michael Collins. A causa dell’arrivo del tifone “Claudia”, il punto di ammaraggio dell’Apollo 11 nell’Oceano Pacifico è stato spostato, la sera precedente, di circa 450 km; lì ci sarà ad attenderli la portaerei Hornet per il recupero dei tre astronauti e dell prezioso materiale lunare raccolto.

24 luglio, giovedì

Ore 01:04 italiane. Viene effettuata l’ultima trasmissione televisiva a colori dallo spazio, che dura dodici minuti. Durante il collegamento i tre astronauti tirano le somme sul significato del volo di Apollo 11, poi inquadrano la Terra in avvicinamento. Armstrong, Collins e Aldrin si trovano a 170.000 km dal nostro pianeta.

Il giorno del rientro di Apollo 11 sulla Terra nelle prime pagine de “La Stampa” e “Il Resto del Carlino” (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 15:30 italiane. Dopo aver riposato e consumato l’ultimo pranzo nello spazio, i tre astronauti si preparano per le ultime delicate fasi del fantastico volo.

Ore 18:21 italiane. Il modulo di comando si distacca dal modulo di servizio e compie la manovra per assumere la posizione di rientro nell’atmosfera terrestre. Il veicolo ora è capovolto, in modo da presentare in avanti la base piatta protetta dallo scudo termico.

Nella rappresentazione artistica della NASA il modulo di comando si distacca dal modulo di servizio, abbandonandolo nello spazio.

Ore 18:35 italiane. La navicella, tutto ciò che rimane dell’immensa struttura lanciata da Cape Kennedy il 16 luglio, a un’altitudine di 120 km inizia il rientro nell’atmosfera. L’ingresso nel “corridoio di rientro” deve avvenire esattamente in un dato punto, con un determinato assetto ed un preciso angolo di discesa. Giungendo con un angolo più ampio del previsto, il veicolo non resisterebbe alle intensissime forze aereodinamiche che lo contrastano e finirebbe con il disintegrarsi. Arrivando con un angolo di discesa minore, potrebbe rimbalzare sugli strati esterni dell’atmosfera e trovarsi respinto nello spazio. Ha inizio il periodo di silenzio radio, il cosiddetto “blackout”, causato dal fatto che la capsula comprime violentemente, e quindi surriscalda, l’aria davanti al proprio fondo quasi piatto; questo calore intensissimo ionizza l’atmosfera intorno al veicolo, creando una barriera per le onde radio.

Raffigurazione artistica della NASA del rientro della capsula Apollo 11 nell’atmosfera terrestre.

Ore 18:44 italiane. Terminato il silenzio radio e ripristinati i collegamenti tra il veicolo spaziale e la base a terra, si dispiegano i primi paracadute ausiliari, utili per iniziare la frenata della navicella verso l’Oceano.

Ore 18:45 italiane. Si aprono i paracadute principali.

Ore 18:50 italiane. Apollo 11 ammara nell’Oceano Pacifico, a 24 km dalla portaerei Hornet, ammiraglia delle forze di recupero. La prima missione umana con esplorazione del suolo lunare è durata complessivamente 195 ore, 18 minuti e 35 secondi.

I tre astronauti a bordo del canotto poco dopo l’ammaraggio con indosso la tuta anticontaminazione. Accanto a loro il veicolo che li ha portati nello straordinario viaggio Terra-Luna-Terra (foto AP11-S69-21698).

Ore 20:12 italiane. Armstrong, Collins e Aldrin giungono a bordo della Hornet dopo aver indossato le speciali tute d’isolamento biologico. Ad attenderli sulla portaerei c’è il Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.

Foto AP11-S69-21365.

Per i tre astronauti di Apollo 11 ha inizio un periodo di quarantena voluta per evitare eventuali pericoli di contaminazione da parte di germi lunari. Torneranno liberi alle 04:04 dell’11 agosto 1969, lunedì.

Il giusto tributo all’impresa lunare dei tre astronauti americani di Apollo 11 sui principali quotidiani italiani (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
Le copertine e gli inserti dei settimanali Epoca e L’Europeo usciti nelle edicole nei giorni successivi al ritorno a Terra di Armstrong, Collins e Aldrin (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

(Fine)

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (ottava parte)

Prosegue tranquillo il viaggio di ritorno verso la Terra di Armstrong, Collins e Aldrin. Gli ultimi due giorni che li separano dallo “splashdown” previsto nell’Oceano Pacifico sono impiegati dai tre astronauti per compiere alcuni esperimenti riguardo l’orientamento interplanetario servendosi delle stelle, il resoconto di alcuni particolari che riguardano l’esplorazione avvenuta nel Mare della Tranquillità, richiesti dai numerosi scienziati presenti a Houston, e le ultime trasmissioni televisive programmate.

Ore 03:08 italiane. Viene riaccesa la telecamera a colori a bordo dell’Apollo per una trasmissione televisiva, la penultima nel programma di volo, della durata di diciotto minuti. Durante il collegamento vengono inquadrate la Luna, ormai alle spalle degli astronauti, e la Terra, ancora lontana a 297.000 km ma prossima a essere raggiunta.

Armstrong mostra ai telespettatori i contenitori nei quali sono racchiuse le rocce lunari raccolte durante l’escursione sul suolo selenico. “Buzz” Aldrin, inquadrato, mostra una delle bevande di bordo, sigillate in un sacchetto, e fa vedere come si spalma il paté di prosciutto sul pane in assenza di peso. Michael Collins, padrone di casa in quanto pilota del modulo di comando, dimostra come l’acqua nonostante l’assenza di gravità rimanga attaccata al cucchiaino e come si beve a bordo del veicolo spaziale.

Alcune immagini tratte dalla penultima trasmissione TV dall’Apollo 11.
Le prime pagine di alcuni quotidiani alla vigilia del rientro sulla Terra dei tre uomini dell’Apollo 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 17:30 italiane. All’equipaggio viene data la sveglia dal Centro di Controllo di Houston dopo aver dormito otto ore.

Ore 21:44 italiane. Apollo 11 supera la metà della distanza Terra-Luna. Tra meno di ventiquattro ore l’intero pianeta è pronto a riabbracciare i tre eroi della Luna, di nuovo a casa!

(continua)

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (settima parte)

Dopo gli straordinari avvenimenti che hanno visto quasi l’intera umanità incollata davanti ai televisori per seguire i primi passi di due uomini su un altro corpo celeste al di fuori della Terra, i tre astronauti di Apollo 11, Armstrong, Aldrin e Collins, sono di nuovo insieme, pronti a lasciare l’orbita lunare e a rimettersi in viaggio verso la “casa” Terra.

22 Luglio, martedì

Ore 01:45 italiane. Neil Armstrong e Edwin “Buzz” Aldrin, insieme con il materiale lunare raccolto, rientrano nel modulo di comando ricongiungendosi con Collins. I due hanno anticipato il rientro sul “Columbia” dopo aver segnalato una serie di vibrazioni a bordo del Lem poco dopo l’aggancio tra i due veicoli.

Ore 01:55 italiane. Terminato il suo straordinario compito, “Aquila” viene sganciata da “Columbia” e abbandonata in orbita lunare.

Il successo della prima esplorazione umana della Luna sulle prime pagine dei quotidiani e settimanali italiani (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 06:56 italiane. Dopo aver consumato un veloce pasto, dal Centro di Controllo di Houston viene dato l’ordine di lasciare l’orbita lunare. Viene acceso per circa tre minuti il motore principale (SPS) del modulo di servizio, che sottrae “Columbia” all’attrazione lunare immettendola nella traiettoria di ritorno verso la Terra.

Nella raffigurazione artistica della NASA il veicolo spaziale Apollo, lasciata la Luna, si dirige verso la Terra.

Ore 22:02 italiane. Lieve correzione di rotta necessaria per mantenere “Columbia” con il suo prezioso carico umano, nello stretto corridoio ideale, calcolato dai cosiddetti “cervelli” elettronici, che porta diritto dalla Luna fino al nostro pianeta. Secondo il programma di volo, il rientro a terra di Apollo 11 è previsto per giovedì 24 luglio.

Un ultimo sguardo alla Luna per i tre di Apollo 11 prima di riprendere la strada di casa (foto AS11-44-6667).

(continua)

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (sesta parte)

L’uomo, anzi due uomini, a bordo di uno strano e buffo ma straordinario veicolo, hanno realizzato uno dei più antichi sogni dell’umanità: arrivare sulla Luna! Ora Armstrong e Aldrin, due dei tre protagonisti della missione Apollo 11, attendono il “go” da terra per iniziare l’escursione sul suolo selenico a cui assisterà in diretta televisiva l’intero pianeta Terra.

21 luglio, domenica

Ore 00:30 italiane. Il Centro di Controllo di Houston, in Texas, autorizza Armstrong e Aldrin ad anticipare, su loro richiesta, l’uscita dal Lem per iniziare l’esplorazione lunare, prevista inizialmente dal piano di volo per le 08:17 italiane.

Lo storico allunaggio di Armstrong e Aldrin sulla Luna a bordo del Lem “Aquila” sulle prime pagine dei quotidiani italiani (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 03:53 italiane. Ha inizio la depressurizzazione interna del modulo lunare in previsione dell’apertura del portello di “Aquila” e della discesa del primo uomo che metterà piede sulla Luna.

Ore 04:39 italiane. Il comandante di Apollo 11, Neil Armstrong, comunica al Centro di Houston che il portello è stato aperto.

Ore 04:49 italiane. Armstrong inizia la discesa dalla scaletta. Tirando un anello semicircolare collegato a un cavo, sblocca e apre un vano nel modulo di discesa del Lem dove è installata una telecamera in bianco e nero, che riprenderà non solo i primi passi umani sulla Luna ma l’intera esplorazione dei due astronauti.

Ore 04:56 italiane. Il comandante di Apollo 11, scesi i nove gradini della scaletta del Lem, tocca con il piede sinistro il suolo della Luna. “E’ un piccolo passo per un uomo”, esclama, “un balzo gigantesco per l’umanità”. Aldrin riprende la scena con la cinepresa a colori installata all’interno del modulo lunare, mentre la telecamera in bianco e nero rimanda le immagini a terra, viste in diretta da milioni di telespettatori.

La discesa dalla scaletta del Lem di Armstrong ripresa dalla telecamera in bianco e nero installata in un vano nello stadio di discesa di “Aquila”.

I primi passi di Armstrong sulla superficie lunare, ripresi dalla cinepresa a colori installata all’interno del modulo lunare.

Ore 05:05 italiane. Armstrong raccoglie i primi campioni del suolo selenico nell’eventualità di una partenza improvvisa.

Armstrong raccoglie con una speciale paletta i primi campioni lunari, quelli denominati “di emergenza”, nel caso di una partenza improvvisa dalla Luna.

Ore 05:15 italiane. Fotografato da Armstrong, anche Aldrin esce dal Lem e scende sul suolo lunare. Descrive tecnicamente l’ambiente che lo circonda, aggiungendo un commento che riassume tutta la straordinarietà del luogo che stanno visitando: “Magnifica desolazione”.

Foto AS11-40-5862.
Foto AS11-40-5863.
Foto AS11-40-5866.
Foto AS11-40-5867.
Foto AS11-40-5868.
La sequenza della discesa dal Lem del secondo uomo nella storia a esplorare la Luna (foto AS11-40-5869).

Ore O5:24 italiane. Armstrong e Aldrin scoprono e leggono la targa commemorativa che rimarrà sulla Luna, montata su una delle gambe di “Aquila”, e che porta le firme dei tre astronauti di Apollo 11 e quella del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. “Qui uomini del pianeta Terra posero piede per la prima volta sulla Luna. Luglio 1969. Venimmo in pace per tutta l’umanità”.

La targa scoperta dai due astronauti a perenne memoria della straordinaria missione lunare (foto AS11-40-5899).

Ore 05:41 italiane. I due astronauti piantano sulla Luna la bandiera degli Stati Uniti. La telecamera in bianco e nero, piazzata a circa venti metri dal Lem, riprende la scena.

Ore 05:48 italiane. Il Presidente Nixon parla dalla Casa Bianca con i due astronauti. Terminata la breve conversazione, Armstrong continua la raccolta del materiale lunare sino a riempire i contenitori che ha con sé. I campioni vengono racchiusi in speciali sacchetti di plastica. Aldrin sistema i vari equipaggiamenti scientifici, denominati ALSEP, per gli esperimenti che rimarranno sul suolo lunare: comprendono un dispositivo sismografico e un riflettore laser.

Viene anche dispiegato un foglio di alluminio per la cattura di particelle solari, che però verrà ripiegato e riportato a bordo del Lem una volta terminata l’escursione. Poco prima di rientrare su “Aquila”, mentre Armstrong completa la raccolta di campioni, Aldrin estrae due “carote” di suolo selenico a una decina di centimetri di profondità.

Aldrin fotografato da Armstrong, riflesso nel visore insieme ad una porzione del Lem e ad un puntino azzurro… la nostra Terra!
La Terra fotografata dal suolo selenico dai primi esploratori lunari (AS11-40-5923).

Ore 06:57 italiane. Dopo un’ora, quarantacinque minuti e sette secondi, Aldrin rientra a bordo del modulo lunare.

Ore 07:09 italiane. Dopo due ore e undici minuti dall’inizio della prima storica esplorazione umana di un corpo celeste diverso dalla Terra, anche Armstrong rientra a bordo di “Aquila”.

Ore 07:11 italiane. Il portello del modulo lunare viene chiuso. Verrà riaperto alle 09:37 italiane per consentire ai due astronauti di gettare sul suolo lunare il materiale che non serve più: zaini, caschi, soprascarpe, guanti. Tutto questo rimarrà sulla Luna insieme alle apparecchiature scientifiche, allo stadio di discesa del Lem, alla telecamera in bianco e nero, a due macchine fotografiche, e altro ancora.

I primi due pedoni lunari lasciano ai piedi del modulo lunare anche una busta contenente degli oggetti commemorativi: l’emblema della missione Apollo 1, in onore di Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee, i tre astronauti morti nell’incendio della loro capsula sulla rampa di lancio il 27 gennaio 1967; due medaglie in ricordo dei cosmonauti sovietici Yuri Gagarin e Vladimir Komarov; un ramoscello di ulivo, realizzato in oro, e un piccolo disco di silicio che contiene i messaggi scritti da una settantina di capi di stato del mondo oltre a quello di sua santità Paolo VI. Restano su “Aquila”, e ritorneranno sulla Terra insieme ai tre astronauti, più di venti chilogrammi di campioni lunari e il foglio di alluminio per la cattura delle particelle solari.

Armstrong fotografato da Aldrin dopo il ritorno a bordo del Lem. Faccia stanca ma felice per il primo uomo a camminare sulla Luna. (foto AS11-37-5528). Sotto: “Buzz” Aldrin, pilota del modulo lunare e secondo terrestre nella storia a calcare il suolo lunare. (foto AS11-37-5331)

Le prime pagine dei quotidiani italiani arrivati nelle edicole in mattinata e nel primo pomeriggio dopo l’inizio dell’attività sul suolo lunare di Armstrong e Aldrin (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 11:52 italiane. Dopo aver risposto ad alcune domande e curiosità poste dai tecnici e dagli scienziati in collegamento dal Centro di Controllo di Houston, Armstrong e Aldrin possono finalmente rilassarsi con una buona dormita.

Ore 19:54 italiane. Addio Luna! Armstrong e Aldrin decollano dal Satellite naturale della Terra a bordo dello stadio di ascesa di “Aquila”.

Rappresentazione artistica della NASA della partenza dalla Luna della stadio superiore del Lem.

Lo stadio di ascesa di “Aquila” prossimo all’aggancio con “Columbia” e sullo sfondo la Terra, nella splendida foto scattata da Michael Collins. (foto AS11-44-6642)

Ore 23:35 italiane. “Aquila” si ricongiunge con la navicella-madre “Columbia”, rimasta in attesa in orbita lunare. I due veicoli sono a 110 km di altezza dal suolo lunare. I tre straordinari eroi di Apollo 11 sono di nuovo insieme!

(continua)

Per saperne di più

La prima storica esplorazione umana della Luna, con traduzione in italiano, nel documentario “MOONSCAPE” di Paolo Attivissimo. Moonscape – The Apollo 11 Moonwalk in HD: La versione più recente di Moonscape in italiano

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (quinta parte)

Sono trascorsi otto anni da quando il presidente John Fitzgerald Kennedy pronunciò queste parole davanti ai rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti: “Credo che questa nazione si debba impegnare a raggiungere l’obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e di farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Nessun progetto spaziale di questo periodo sarà più impressionante per il genere umano, o più importante per l’esplorazione spaziale a lungo raggio; e nessuno sarà così difficile e dispendioso da compiere”.

Oggi, domenica 20 luglio 1969, con la missione Apollo 11, quella promessa, considerata dai più utopistica, sta diventando realtà.

20 luglio, domenica

Ore 01:22 italiane. Il comandante Neil Armstrong e il pilota del modulo lunare Edwin “Buzz” Aldrin entrano nel Lem “Aquila” per un’ulteriore ispezione.

Ore 03:17 italiane. Finita l’ispezione del modulo lunare, i due piloti rientrano nel modulo di comando “Columbia” e annunciano, in collegamento con la base di Houston, che il Lem è stato trovato in ottime condizioni.

Uno sguardo verso la Terra vista dall’orbita lunare dall’interno del modulo lunare. Al centro, in primo piano, uno dei sedici ugelli dei motori di manovra e di assetto del veicolo (foto AS11-37-5442).

Ore 04:32 italiane. Consumata la cena, i tre astronauti di Apollo 11 iniziano un periodo di riposo.

La grande attesa per il primo sbarco di un equipaggio umano sulla Luna occupa le prime pagine dei quotidiani italiani e di tutto il mondo (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 15:17 italiane. Dopo un periodo di riposo e il pranzo del giorno, Aldrin ritorna all’interno del modulo lunare, seguito quaranta minuti dopo da Armstrong. Insieme effettuano l’ultimo definitivo controllo di tutti gli strumenti del Lem. Prima di lasciare il modulo di comando “Columbia”, i due vengono aiutati da Collins nella vestizione delle tute; poi, dopo aver controllato insieme che i condotti per la pressurizzazione, i contatti radio e tutto il resto siano perfettamente a posto, anche Collins indossa lo speciale indumento spaziale.

Ore 18:00 italiane. Armstrong e Aldrin, dall’interno del Lem, con un comando automatico dispiegano le gambe di atterraggio del “ragno lunare”.

Ore 19:44 italiane. Il Lem, il cui nome in codice è diventato “Aquila” per le comunicazioni con la Terra e tra le due navicelle, si distacca dal modulo di comando “Columbia”. “Aquila ha messo le ali”, comunica Armstrong a terra. Ora i due veicoli, sulla stessa orbita, sono a circa dieci metri di distanza l’uno dall’altro. Collins, rimasto solo a bordo del “Columbia”, osserva attraverso i finestrini della navicella se le gambe di atterraggio del ragno si sono distese completamente e ne dà comunicazione ai due astronauti a bordo del Lem.

Foto AS11-44-6567.
Foto AS11-44-6568.
Foto AS11-44-6576.
Foto AS11-44-6582.

Ore 20:12 italiane. Michael Collins, l’astronauta nato a Roma il 31 ottobre 1930, pilota del modulo di comando, accende i piccoli motori della sua nave spaziale, guidandola su un’orbita leggermente diversa a circa tre chilometri da “Aquila”.  

Ore 22:05 italiane. Giunto a 15.200 metri dalla superficie selenica, il modulo lunare “Aquila” inizia la discesa a motore, lasciando l’orbita ellittica descritta sino a quel momento e detta “orbita di trasferta” perché Armstrong e Aldrin possono servirsene per trasferire il Lem su una traiettoria diretta di discesa verso il suolo lunare.

Nel corso delle prime fasi della discesa, Armstrong e Aldrin notano che stanno oltrepassando i punti di riferimento sulla superficie lunare quattro secondi prima del previsto. “Aquila” viaggia troppo veloce e quindi essendo un po’ “lunghi” capiscono che probabilmente atterreranno alcune miglia più ad ovest rispetto al punto previsto. 

A 1.800 m sopra la superficie lunare, il computer di navigazione e di guida del modulo lunare richiama l’attenzione dei due uomini a bordo con una serie di allarmi con codice 1202 e 1201, che indicano che il computer di guida si sta sovraccaricando.

Dal Centro di Controllo di Houston i tecnici che seguono il volo, dopo un rapido consulto, tranquillizzano gli astronauti: potete continuare la discesa. Durante l’ultimo tratto Armstrong, guardando dai finestrini, si accorge che il luogo dell’atterraggio indicato dal computer e dalle carte studiate a terra è molto più roccioso e pieno di massi del previsto. A questo punto il comandante di Apollo 11 prende il controllo manuale del Lem.

Ore 22:17 italiane. Il modulo lunare “Aquila”, alla velocità di un metro al secondo, si posa con le gambe del sistema di atterraggio sulla superficie della Luna, precisamente in un punto nel Mare della Tranquillità presso l’equatore lunare. È il comandante Armstrong a dare lo storico annuncio a terra: “Houston, qui Base della Tranquillità , l’Aquila è atterrata!”. L’inclinazione del Lem sul suolo selenico è di appena 4 gradi. il limite di sicurezza per una ripartenza sicura dalla Luna è di 12 gradi.

Sono passate 102 ore, 45 minuti e 40 secondi dal lancio da Cape Kennedy, sono trascorsi otto anni di preparativi dopo la promessa del presidente Kennedy, e probabilmente sono passati migliaia e migliaia di anni da che l’uomo ha sognato di andare sulla Luna: Armstrong e Aldrin sono i primi nella storia a giungere su un corpo celeste al di fuori della Terra.

Foto AS11-37-5449.
Foto AS11-37-5451.
Foto AS11-37-5458.

Queste foto furono scattate dai finestrini del modulo lunare “Aquila” circa un’ora e mezza dopo l’allunaggio, per formare una panoramica d’emergenza e documentare almeno brevemente il sito e non tornarsene a mani vuote qualora si fosse resa necessaria una ripartenza senza escursione. Sono le prime fotografie scattate da un essere umano sulla Luna.

(continua)

Per saperne di più

La conquista della Luna è stata uno degli eventi più importanti della storia dell’umanità e anche la Rai aveva preparato una diretta fiume di trenta ore coordinata da Andrea Barbato e con due commentatori: Tito Stagno in studio a Roma e Ruggero Orlando inviato a Houston. Durante la discesa del Modulo Lunare di Apollo 11 verso la superficie lunare, i due conduttori furono protagonisti di un battibecco in diretta TV: Stagno annunciò l’allunaggio, ma Orlando lo smentì.

Apollo 11 Timeline: 1969/07/20 (22:17 IT): Allunaggio! Il diverbio fra Tito Stagno e Ruggero Orlando

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (quarta parte)

Il terzo giorno di navigazione celeste di Armstrong, Collins e Aldrin segna l’attracco al “porto lunare” per Apollo 11: dopo un viaggio di 384.000 km a bordo del loro fantastico mezzo cosmico, i tre si inseriscono in orbita lunare.

19 luglio, sabato

Ore 5:11 italiane. Apollo 11 supera la zona dell’equigravisfera, il punto oltre il quale l’attrazione gravitazionale lunare prevale su quella terrestre.

Il giorno dell’ingresso in orbita lunare di Apollo 11 su alcuni quotidiani italiani di sabato 19 luglio 1969 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 19:02 italiane. Dopo un periodo di riposo e dopo aver consumato il pranzo, da Houston arriva agli astronauti la comunicazione che autorizza l’Apollo 11 ad immettersi in orbita lunare.

Ore 19:13 italiane. Il “treno spaziale”, composto dal modulo di comando e di servizio e dal modulo lunare, scompare dietro la Luna, interrompendo così il collegamento radio con la Terra. Sul lato opposto del Satellite naturale della Terra viene effettuata la manovra per inserire il veicolo in orbita lunare: l’unico motore del modulo di servizio (SPS) viene acceso per contrastare l’attrazione lunare che, a circa 8.000 km di distanza, ha accelerato l’Apollo 11 fino a circa 9.000 km orari. L’accensione del motore, per sei minuti e 2 secondi, riduce a 3.200 km/h la velocità del veicolo, consentendogli di immettersi in un’orbita ellittica che ha un apocinzio di 314 km e un pericinzio di 112 km.

Nella raffigurazione artistica, l’entrata in orbita lunare del complesso spaziale Apollo 11.

Ore 19:22 italiane. Apollo 11 entra in orbita lunare.

Ore 19:46 italiane. Il complesso spaziale Apollo 11 riappare da dietro la Luna. Cessa così il silenzio radio, detto “LOS”, dalle iniziali di “Loss of Signal”, e il contatto con la Terra viene ristabilito. “Tutto perfetto”, annuncia con la solita calma il comandante Armstrong. Poi aggiunge: “Stiamo ora sorvolando il punto di atterraggio prescelto nel Mare della Tranquillità, ed è esattamente come nelle fotografie scattate da Apollo 10, ma vedere la nostra pista di atterraggio dal vero è un’altra cosa; c’è la stessa differenza fra assistere a una partita di football allo stadio e vederla in televisione”.

La superficie della Luna fotografata dai tre astronauti di Apollo 11 in orbita. Un paesaggio freddo, eppure affascinante. Senza vegetazione, senza luci di città che rivilano vita, uomini o animali. Ma ad ogni giro intorno alla Luna i tre astronauti hanno l’occasione di rivedere la propria casa, dove sono nati, cresciuti e dove ritorneranno dopo questa straordinaria impresa…la Terra!

Ore 21:56 italiane. Viene accesa per la quinta volta dall’inizio del volo la telecamera a colori per la prima trasmissione dall’orbita lunare. Durante i trenta minuti di collegamento, viene mostrata e descritta dai tre astronauti a distanza ravvicinata la superficie selenica sorvolata dall’astronave.

Ore 23:43 italiane. Il motore principale dell’Apollo viene riacceso per 17 secondi per rendere circolare l’orbita intorno alla Luna, con un apocinzio di 122 km e un pericinzio di 112 km. I tre uomini di Apollo 11 hanno come ancorato il loro straordinario “vascello cosmico” al porto della Luna, terzi nella ancor giovane storia dell’astronautica, dopo gli equipaggi di Apollo 8 e Apollo 10. Ora resta la parte più difficile della missione, quella più affascinante e finora unica nella storia dell’umanità: la discesa con la “scialuppa”, il Lem, denominato “Aquila”, in un punto prescelto nel Mare della Tranquillità.

La copertina del Radiocorriere TV con all’interno i programmi della settimana dal 20 al 26 luglio 1969 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (terza parte)

Per i tre astronauti di Apollo 11 il loro pianeta natale, la Terra, appare sempre più lontano. Superata la metà del percorso celeste, per la giornata di domani, 19 luglio, è prevista l’entrata in orbita lunare: la meta finale è sempre più vicina!

18 Luglio 1969, venerdì  

Ore 01:31 italiane. Nuova trasmissione televisiva da bordo dell’Apollo della durata di trentacinque minuti. Durante il collegamento viene mostrato sullo sfondo nero dello spazio il nostro pianeta azzurro, sempre più piccolo dagli oblò della navicella; i tre astronauti, passandosi tra loro la telecamera e inquadrandosi a vicenda, mostrano anche l’interno del modulo di comando e le carte stellari con cui seguono la rotta celeste, non solo grazie al computer di bordo e a quelli di terra a Houston ma anche, come gli antichi navigatori, con il…sestante!

Il comandante di Apollo 11, Neil Armstrong, ripreso durante la trasmissione televisiva in collegamento con il Centro di controllo a terra a Houston.
Circondato dal nero buio dello spazio, il nostro pianeta azzurro, ripreso da uno dei finestrini dell’Apollo (foto AS11-36-5381).
Lo straordinario viaggio di Armstrong, Aldrin e Collins continua a riempire le prime pagine, e non solo, dei quotidiani di tutto il mondo. Anche i settimanali usciti nelle edicole, colpiti dalla “febbre lunare”, dispensano inserti e gadget nelle loro pubblicazioni (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 22:40 italiane. Nuova trasmissione televisiva di novantasei minuti: Aldrin, ripreso con la telecamera a colori da Armstrong, ispeziona il modulo lunare e illustra ai numerosi telespettatori i vari dispositivi di bordo; vengono anche mostrati i caschi, i guanti e lo zaino per la sopravvivenza (PLSS), che i due dovranno indossare durante l’escursione sul suolo lunare. I tre astronauti vengono anche informati da terra che da Mosca con un telegramma si assicura che la sonda automatica Luna 15, lanciata dal Cosmodromo di Baikonur, tre giorni prima dell’Apollo e già in orbita lunare, non interferirà con la missione americana.

Aldrin fotografato da Armstrong all’interno del modulo lunare durante l’ispezione (foto AS11-36-5390).
L’interno del Lem, ribattezzato “Eagle”, “Aquila”. Si nota a destra la piccola cinepresa che riprenderà su pellicola la discesa del modulo lunare e successivamente quella di Armstrong e Aldrin (foto AS11-36-5389).

Nonostante l’ottimismo che regna tra gli scienziati e i tecnici della NASA per la felice realizzazione del viaggio di Apollo 11, al di là dei proclami ufficiali, il governo americano si è preparato anche al peggio: nel caso che Neil Armstrong e “Buzz” Aldrin non riuscissero ad allunare regolarmente, schiantandosi sulla Luna, o a ripartire una volta conclusa l’attività sul suolo, è pronto un discorso che il presidente Nixon, dopo aver fatto le personali condoglianza alle vedove, leggerà in diretta televisiva al mondo intero. Ma questo è top secret.

(continua)

Per saperne di più: 1969/07/18: TOP SECRET. Viene scritto il messaggio presidenziale in caso di disastro dell’Apollo 11.

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (seconda parte)

Dopo le emozioni del “liftoff” dalla rampa di lancio di Cape Kennedy e le ore che sono seguite, prosegue regolare il terzo viaggio umano della storia verso la Luna, dopo quelli di Apollo 8 e Apollo 10, che hanno preparato questa straordinaria impresa, che prevede il primo sbarco umano sulla superficie selenica di due degli uomini di Apollo 11.

17 Luglio 1969, giovedì

Ore 02:16 italiane. Viene accesa la telecamera a bordo dell’Apollo per una trasmissione televisiva non prevista dal piano di volo. Per 16 minuti e mezzo le riprese a colori della Terra sono captate dalle stazioni terrestri insieme ai commenti dei tre astronauti. In quel momento il “treno spaziale” formato dal modulo di comando e di servizio e dal modulo lunare si trova a circa 94 mila km dalla Terra.

Armstrong, Collins e Aldrin da circa due ore si sono liberati della combinazione di volo indossata per la partenza, compreso il pannolone e il collettore dell’urina. Hanno indossato una tuta di volo più leggera sopra una calzamaglia più intima, muovendosi molto più liberamente all’interno della navicella. Per i “bisogni” fisiologici dovranno urinare in un tubo collegato a un sacchetto, il cui contenuto verrà poi scaricato periodicamente nello spazio. Per le feci c’è un apposito sacchetto che si applica nella zona perianale e non è sempre detto che ciò che si evacua dal proprio corpo vada a finire tutto nel sacchetto!

La Terra ripresa durante la prima trasmissione televisiva, non prevista dal piano di volo, a circa 94 mila km di distanza dall’Apollo 11.

Ore 03:00 italiane. I tre astronauti, al termine della loro prima giornata spaziale, vanno a dormire con un paio di ore di anticipo, essendo stata annullata la correzione di rotta prevista per le 03:16. Armstrong e i suoi due compagni hanno cenato con salmone, pollo al riso, patate dolci, cacao e succhi di frutta.

I quotidiani di quasi tutto il mondo, esclusi i molti paesi che appartengono alla “cortina di ferro”, arrivati ed esposti nelle edicole, presentano a caratteri cubitali l’inizio della grande avventura dei tre uomini di Apollo 11.

Le prime pagine di alcuni quotidiani e settimanali italiani che a grandi titoli danno la notizia dell’inizio dell’avventura lunare di Apollo 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 14:01 italiane. Armstrong, Aldrin e Collins vengono svegliati dal Centro di Controllo di Houston dopo la loro prima notte trascorsa nello spazio.

Ore 15:32 italiane. A ventiquattro ore dall’inizio del viaggio, Apollo 11 si trova a 187.378 km dalla Terra. La sua velocità è di 5.839 km orari.

Ore 16:32 italiane. I tre astronauti si trovano praticamente a metà strada, la distanza ora dalla Terra è di 193.048 km. La sua velocità è scesa, per effetto dell’attrazione gravitazionale terrestre, a 5.600 km orari.

Ore 18:17 italiane. Avviene una lieve correzione di rotta mediante l’accensione, per tre secondi, del razzo principale del modulo di servizio (SPS). Ora la distanza dalla Terra è di 201 mila km. 

Ore 22:00 italiane. Si riaccende la telecamera a colori a bordo dell’Apollo 11 per una nuova trasmissione televisiva della durata di cinquanta minuti.

(continua)

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (prima parte)

Cinquantasei anni fa veniva intrapresa la più grande avventura umana di tutti i tempi. Tre uomini all’interno di una navicella sistemata alla sommità di un gigantesco razzo venivano lanciati in direzione della Luna, dove due di loro, a quattro giorni dalla partenza, vi avrebbero messo piede, primi nella storia, realizzando il più antico sogno dell’uomo.

Si tratta della missione denominata Apollo 11, e questa è la cronologia di quei nove giorni che tennero con il fiato sospeso l’intera umanità.

La patch ufficiale della missione Apollo 11.
L’equipaggio di Apollo 11: a sinistra il comandante Neil Armstrong, scelto per essere il primo umano a camminare sulla Luna; al centro Michael Collins, pilota del modulo di comando; e a destra Edwin “Buzz” Aldrin, pilota del modulo lunare.

16 luglio 1969, mercoledì

Ore 10:15 italiane. Sono le quattro e quindici antimeridiane sulla costa orientale degli Stati Uniti e specificamente in Florida. Gli astronauti di Apollo 11, Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin “Buzz” Aldrin, vengono svegliati. Dopo essersi lavati e rasati scendono nella mensa della NASA situata all’interno del Manned Spacecraft Operation Building per la colazione: uova, bistecche, pane e marmellata, succo di frutta e l’immancabile caffè. D’ora in poi, sino al ritorno sulla Terra i tre dovranno nutrirsi con i cibi contenuti in sacchetti di plastica confezionati nel vuoto secondo la dieta prevista. Molti di questi alimenti sono disidratati e perciò devono essere ricostituiti aggiungendovi acqua, altri invece hanno le dimensioni di un boccone e possono essere ingoiati facilmente.

L’ultima colazione terrestre prima dell’inizio della grande avventura per l’equipaggio di Apollo 11 (foto KSC-69PC-368).

Terminata la colazione, gli astronauti vengono sottoposti ad un rapido esame medico inteso ad accertare la loro completa idoneità fisica prima che inizino le ultime operazioni per il lancio verso la Luna.

Ore 11:30 italiane. Trovati in ottime condizioni, Armstrong e i suoi due compagni passano alla vestizione. In primo luogo viene applicata sulla loro epidermide, specialmente in corrispondenza del torace, una serie di piccoli sensori che serviranno a misurare i battiti del cuore e il ritmo della respirazione durante tutto il volo e a trasmettere, attraverso un dispositivo radiometrico automatico, i dati raccolti ai medici del Centro di Controllo di Houston, i quali saranno così in grado di valutare in ogni momento le condizioni fisiche dei tre uomini di Apollo 11.

E’ poi la volta della combinazione di volo permanente, simile nella foggia alle tute indossate dagli sportivi durante l’allenamento; poi viene la tuta pressurizzata, contenente una vera atmosfera artificiale, gli attacchi per gli apparecchi di comunicazione e il sistema di evacuazione dei rifiuti corporali. Servirà a proteggere gli astronauti da un eventuale incendio all’interno della capsula o dall’eccessivo calore al momento del rientro nell’atmosfera terrestre.  

Foto KSC-69PC-377HR.
Vestizione di Edwin “Buzz” Aldrin.
Michael Collins indossa il cosiddetto Snoopy cap, che è una calottina di tessuto che racchiude la cuffia e i microfoni usati per comunicare quando la tuta è sigillata. Si chiama così perché la sua colorazione bianca con porzioni laterali nere richiama la testa del personaggio dei fumetti Snoopy di Charles Schulz.
Gli astronauti, sigillati nelle loro tute, salgono a bordo del furgone che li porterà alla rampa di lancio.

Ore 12:52 italiane. Armstrong, Collins e Aldrin, preso l’ascensore che corre entro la torre di lancio affiancata al gigantesco razzo vettore Saturn V e raggiunta la passerella che porta alla navicella Apollo, a circa cento metri dal suolo, entrano a turno nella cabina del modulo di comando, aiutati dai tecnici presenti nella cosiddetta “white room”. Dopo che hanno preso posto nelle cuccette, vengono assicurati con le cinghie e iniziano gli ultimi controllo delle apparecchiature. A terra aumenta sempre più la tensione, mentre il conto alla rovescia si avvia verso la conclusione.

Decine di migliaia di persone sono arrivate a Cape Kennedy da ogni parte degli Stati Uniti e da molti altri paesi. Si calcola che per assistere al lancio di Apollo 11 siano stipate sulle spiagge adiacenti al Centro Spaziale Kennedy più di un milione di persone. Sulle tribune erette in vista del complesso di lancio siedono i settemila invitati di riguardo della NASA, tra scienziati, parlamentari, ambasciatori stranieri, uomini d’affari e personalità minori; ad essi si aggiungono i cinquemila giornalisti inviati dai giornali di tutto il mondo, i radiotelecronisti e i cineoperatori. Secondo calcoli fatti alla vigilia del lancio, almeno seicento milioni di persone seguiranno il decollo del Saturn V verso la Luna sui teleschermi di quaranta paesi.

Le prime pagine di alcuni quotidiani italiani il giorno del lancio di Apollo 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 15:32 italiane. Sono le nove e trentadue, ora della Florida. Al termine di un perfetto conto alla rovescia, dal complesso di lancio 39-A avviene la partenza del più potente razzo mai costruito dall’uomo fino a quel momento, il Saturn V. Lingue di fuoco arancione e bianco visibili a 100 chilometri di distanza si sprigionano dai cinque motori F-1 del primo stadio del gigantesco vettore. Il rombo assordante è avvertito fino a 50 chilometri di distanza. Il complesso spaziale, dapprima lentamente poi con una accelerazione sempre più crescente, sale verso il cielo.

Ore 09:32 ora della Florida lo spettacolare lancio del Saturn V.

I tre astronauti sono tutti veterani dello spazio, avendo volato in orbita nel 1966 in tre missioni separate: Neil Armstrong, comandante della missione, 38 anni, con la Gemini 8; Michael Collins, 38 anni, pilota del modulo di comando, con la Gemini 10; e Edwin “Buzz” Aldrin, 39 anni, pilota del modulo lunare, con la Gemini 12.

Nei primi due minuti e mezzo di volo il Saturn V, a una velocità di 9.650 km orari, raggiunge un’altitudine di 61 km, dove avviene il distacco del primo stadio, che ricade in mare. Si accendono quindi i cinque motori J-2 del secondo stadio, che rimangono in azione per circa sei minuti, spingendo il veicolo fino a un’altitudine di circa 185 km e una velocità di oltre 22.500 km orari. Esaurita la sua funzione, anche il secondo stadio si distacca dal vettore, dopo aver consumato 450 tonnellate di propellente.

Il veicolo si trova ormai oltre gli strati densi dell’atmosfera; ciò che rimane del gigantesco vettore che ha lasciato da pochi minuti la rampa di lancio funziona perfettamente e la torre di lancio o sistema di fuga in fase di lancio, ormai inutile, viene sganciata. A questo punto si accende l’unico motore J-2 del terzo ed ultimo stadio, che accelera il veicolo a circa 28.000 km orari, a una velocità cioè bastante ad equilibrarlo in orbita terrestre. Per le statistiche, il lancio del Saturn V-Apollo 11 è il 4.039° oggetto lanciato nello spazio dall’uomo.

Ore 15:44 italiane. Il complesso formato dalla navicella Apollo e dal terzo stadio del Saturn V si inserisce con regolarità in un’orbita di parcheggio intorno alla Terra con un perigeo (punto più vicino al nostro pianeta) di 183 km e un apogeo (punto più lontano) di 190 km. Spento il motore del terzo stadio, i tre astronauti controllano le apparecchiature di bordo per accertare che non vi siano danni dopo il tremendo sforzo del lancio. Intanto nella base di Houston alla quale è passato il controllo del volo dopo il distacco dalla rampa di lancio, i tecnici a terra, insieme agli elaboratori elettronici, eseguono i calcoli per stabilire il momento esatto in cui il veicolo dovrà essere inserito nella cosiddetta “traiettoria translunare”, la via che dovrà essere seguita per intercettare la Luna alla data stabilita.

Ore 18:16 italiane. Subito dopo l’inizio della seconda rivoluzione in orbita terrestre, il motore del terzo stadio viene riacceso per cinque minuti e 23 secondi in modo da passare dalla prima velocità cosmica (28,000 km orari circa), alla seconda velocità cosmica, o velocità di fuga dalla Terra (39.000 km orari circa), necessaria per sottrarre il veicolo alla forza di attrazione terrestre inserendolo nella “traiettoria translunare”. Ha inizio il fantastico viaggio di 73 ore dalla Terra alla Luna.

Il quotidiano “Il Giornale D’Italia”, con uscita pomeridiana, è tra i primi a riportare il felice inizio del volo di Armstrong, Collins e Aldrin (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 18:43 italiane. Il complesso CSM, formato dal modulo di comando (CM) e dal modulo di servizio (SM), si stacca dal terzo stadio del Saturn V al quale rimane agganciato internamente il modulo lunare (LM o “Lem”). I bulloni che tengono uniti i quattro pannelli dell’adattatore entro il quale è avvolto il Lem vengono fatti saltare con un radiocomando inviato dalla navicella. I pannelli dell’adattatore si aprono come petali per consentire al CSM, che sta compiendo una piroetta di 180 gradi, di accostarsi con la prua al modulo lunare.

Ore 18:53 italiane. Il CSM perfeziona la manovra di accostamento effettuando l’aggancio con il modulo lunare.

Ore 19:42 italiane. Il CSM, agganciato prua contro prua al Lem, si stacca dal terzo stadio che si allontana definitivamente, evitando possibili collisioni, per finire in un’orbita solare. L’astronave si trova ora a 29.437 km dalla Terra, viaggia alla fantastica velocità di 4.517 metri al secondo e pesa ora “solo” (rispetto al momento della partenza da Cape Kennedy) 48.365 kg.

(continua)

Per saperne di più: Siamo davvero andati sulla Luna? Le risposte a tutti i dubbi in questo sito:

LUNA? Sì, ci siamo andati! (disponibile anche in edizione cartacea con il titolo Siamo mai andati sulla Luna?https://www.cicap.org/new/prodotto.php?id=7858).

Cinquant’anni fa la missione ASTP, la prima stretta di mano nello spazio tra USA e Unione Sovietica

Ricorre in questi giorni di luglio 2025 il 50° anniversario della missione congiunta tra una navicella americana Apollo e una russa della serie Soyuz, che ha segnato la prima collaborazione nei viaggi umani nello spazio tra gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica. Ripercorriamo ora quella prima storica impresa, che mise fine alla grande gara spaziale che caratterizzò gli anni sessanta del XX secolo.

La “patch” ufficiale della storica missione ASTP.
La prima pagina del quotidiano “La Stampa” di martedì 15 luglio che annuncia l’imminente avvio del volo spaziale Apollo-Soyuz (dalla mia collezione personale).

Sono le 14:20 italiane di martedì 15 luglio 1975 quando un potente razzo vettore A2 si innalza nel cielo del cosmodromo sovietico di Baikonur, lanciando verso l’orbita terrestre la navicella Soyuz 19 con a bordo i cosmonauti Aleksei Leonov, comandante della missione, eroe dell’Unione Sovietica e primo uomo nella storia a compiere una “passeggiata spaziale” dieci anni prima durante il volo della Voskhod 2, e Valeri Kubasov, ingegnere, tra i protagonisti della prima saldatura di metalli nello spazio durante la missione Soyuz 6 nell’ottobre del 1969.

Per la storia della cosmonautica sovietica, la missione che decolla oggi è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta per due motivi straordinari e particolari: il primo è che per la prima volta il lancio viene trasmesso in diretta TV in mondovisione, con un seguito di oltre cento milioni di spettatori nella sola Unione Sovietica; il secondo è che a sette ore e trenta minuti di distanza (alle 21:50 in Italia), dalla rampa di lancio 39-B del Centro spaziale Kennedy in Florida, un Saturn IB immette in orbita una navicella Apollo con a bordo tre astronauti allo scopo di incontrare il veicolo sovietico: i tre sono Thomas Stafford, veterano dello spazio, Vance Brand e Donald Slayton.

Pochi minuti dopo il lancio l’Apollo si inserisce in orbita a circa 220 km di altezza con lo stesso grado di inclinazione, ossia 51,8 gradi, della navicella sovietica. È l’inizio della storica missione denominata ASTP (Apollo Soyuz Test Project). L’Apollo di Stafford e la Soyuz di Leonov sono le protagoniste della prima esperienza di cooperazione internazionale nello spazio.

La prima pagina de “La Stampa” di mercoledì 16 luglio 1975 (dalla mia collezione personale).
L’inizio dello storico incontro tra le due potenze spaziali capeggia nella prima pagina del quotidiano politico “L’Unità” (dalla mia collezione personale).

C’è da ricordare che la prima iniziativa spaziale congiunta tra Stati Uniti e Unione Sovietica si era avuta undici anni prima, nel 1964, con gli esperimenti di riflessione delle onde radio mediante il satellite-pallone Echo 2, ma da allora in poi la collaborazione tra le due grandi protagoniste della “corsa spaziale” si è limitata a un semplice, e a volte diffidente, scambio di opinioni.

Tuttavia, grazie anche al miglioramento dei rapporti politici tra i due paesi, tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, durante la presidenza Nixon, la cooperazione si è fatta più concreta, tanto che nel maggio del 1972 è stato sottoscritto un accordo quinquennale che prevede lo studio e la realizzazione di “un sistema compatibile di rendez-vous e aggancio delle stazioni e delle navicelle abitate dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti, al fine di accrescere la sicurezza dei voli umani nello spazio e di avere l’occasione in avvenire di effettuare esperienze scientifiche congiunte”. Il primo obiettivo dell’accordo è un volo combinato in orbita terrestre tra una cosmonave Soyuz e una navicella Apollo.

Gli uomini che compongono i due equipaggi della missione congiunta ASTP: in piedi a sinistra, il comandante dell’Apollo Thomas Stafford; in piedi a destra, il comandante sovietico Alexei Leonov; seduti, da sinistra a destra, gli americani Deke Slayton e Vance Brand e il sovietico Valery Kubasov (foto S75-22410).

I problemi di compatibilità tecnica da risolvere sono numerosi: innanzitutto, le differenze esistenti tra i dispositivi di aggancio dei due veicoli. Per superare l’ostacolo senza dover modificare la struttura originale dell’Apollo, i tecnici della NASA costruiscono uno speciale “modulo di docking”, che da un lato si incastra all’estremità dell’astronave americana, dopo essere stato estratto dal suo alloggiamento posto nell’ultimo stadio del razzo vettore (in pratica si eseguiva l’identica manovra che avveniva durante le missioni verso la Luna con l’estrazione del modulo lunare dall’involucro del terzo stadio), dall’altro risulta adatto a raccordarsi con la Soyuz sovietica.

Un altro problema è rappresentato dalle condizioni di passaggio degli equipaggi da un veicolo all’altro: a bordo dell’Apollo si respira un’atmosfera composta di ossigeno puro con una pressione del 34% dell’atmosfera terrestre, mentre sulla Soyuz si respira la normale aria composta da ossigeno e azoto, e quindi un trasferimento diretto degli astronauti potrebbe provocare dei gravi scompensi organici: a ciò si pone rimedio installando una camera di compensazione nel modulo di aggancio.

Altre difficoltà nella realizzazione dello storico volo riguardano le comunicazioni radio tra i due veicoli una volta in orbita intorno alla Terra e inoltre il superamento delle ovvie barriere linguistiche.

Giovedì 17 luglio 1975 è il giorno stabilito per lo storico aggancio tra la navicella Apollo e la Soyuz, come titola il quotidiano “L’Unità” (dalla mia collezione personale).
17 luglio 1975: il veicolo Apollo fotografato dalla Soyuz in orbita poco prima delle ultime manovre per l’aggancio. Si nota sul “naso” lo speciale dispositivo “Docking Module” (DM) per l’aggancio delle due navicelle.
La Soyuz 19 fotografata da uno dei finestrini dell’Apollo. L’unione fisica tra le due navicelle è sempre più vicina.

Tutti questi problemi vengono felicemente superati e così il 17 luglio 1975, cinquantuno ore e 49 minuti dopo il lancio della Soyuz 19, le due navicelle effettuano un perfetto aggancio in orbita a 225 km di altezza. La manovra è seguita in diretta TV in tutto il mondo. In Italia sono le 18:10 di un caldo giovedì.

Alle 21:19, a tre ore dallo storico “docking”, vengono aperti i portelli della camera di compensazione e i due comandanti Leonov e Stafford si incontrano a metà strada nel tunnel di collegamento: la loro lunga e calorosa stretta di mano viene seguita con entusiasmo e commozione da milioni di telespettatori in tutto il mondo, compresi anche i due cosmonauti Piotr Klimuk e Vitali Sevastiyanov che si trovano a bordo del laboratorio spaziale Salyut 4 da maggio. I due equipaggi si scambiano le rispettive bandiere nazionali insieme al vessillo delle Nazioni Unite. Ricevono dalla Terra che scorre sotto (o sopra?) le loro navicelle i saluti e gli auguri per la buona riuscita del volo da parte del primo ministro sovietico Leonid Breznev e del presidente americano Gerald Ford.

La storica stretta di mano tra i due comandanti e veterani dello spazio Leonov e Stafford (foto ASTP-S75-29932).
Volti sorridenti dopo lo storico aggancio nella grande sala controllo di volo al Centro spaziale di Houston (foto ASTP-S75-28685).
Il presidente degli Stati Uniti Gerald Ford si congratula con i due equipaggi russo-americani per la storica unione in orbita (foto PD-USGOV-NASA).
Una nuova data nella storia dell’astronautica in prima pagina sul quotidiano “La Stampa” di venerdì 18 luglio 1975 (dalla mia collezione personale).
Il successo dell’unione nello spazio di due veicoli spaziali di nazionalità diversa in diretta televisiva in mondovisione, celebrato sulla prima pagina de “L’Unità” (dalla mia collezione personale).

Il programma di lavoro per gli equipaggi nei due giorni in cui le navicelle formano un unico “treno spaziale” è intenso: trentadue esperimenti scientifici, dallo studio sugli effetti della microgravità, all’astronomia, alla medicina e all’osservazione della Terra. Avviene anche una seconda manovra di docking, dopo uno sganciamento e il successivo riaggancio durante la quale è la Soyuz a fare da cacciatore e l’Apollo da lepre, a differenza di quanto è successo nella prima storica operazione.

Particolarmente spettacolare è la realizzazione di una eclisse solare artificiale, durante il quale è l’Apollo che fa da disco di occultazione del Sole, mentre l’equipaggio della Soyuz effettua osservazioni della nostra stella scattando foto della corona solare. I cinque trovano anche il tempo di partecipare in collegamento TV ad una conferenza stampa “spazio-Terra” della durata di trenta minuti con alcuni giornalisti americani e russi che dalle basi a terra di Houston e Mosca seguono lo sviluppo della missione.

Due giorni dopo, il 19 luglio, i due equipaggi si congedano. Sono le 17:26 ora italiana: sbloccato il meccanismo di aggancio, le due navicelle prendono le rispettive strade del ritorno. “Missione compiuta”, comunica il comandante della Soyuz 19 Leonov allontanandosi dall’Apollo. “Bello spettacolo, Soyuz”, gli fa eco il veterano dello spazio Thomas Stafford.

La navicella russa rientra sulla Terra, per la prima volta nella storia dei voli spaziali sovietici in diretta televisiva, il 21 luglio atterrando nelle steppe del Kazakhstan. L’Apollo invece continua ad inanellare giri intorno al nostro pianeta ancora per altri tre giorni: ultimo viaggio del glorioso “vascello” che ha portato ventiquattro americani verso la Luna, dodici dei quali vi hanno camminato, esplorandola e riportando sulla Terra più di trecento chilogrammi di suolo selenico.

Giovedì 24 luglio 1975: l’ultimo ammaraggio di una navicella Apollo. Si concludono la missione ASTP e il glorioso “Programma Apollo”. L’ultimo “splashdown” nell’Oceano Pacifico.

La missione ASTP è un volo congiunto svolto nel miglior modo possibile, anche se nel finale, durante il rientro della navicella Apollo viene evitata per poco una tragedia che sarebbe potuta costare la vita ai tre astronauti americani.

Poco dopo aver effettuato la manovra di ingresso nell’atmosfera, dei gas tossici penetrano dal circuito di ventilazione all’interno della cabina a causa di una valvola degli RCS (Reaction control system, serie di propulsori grandi e piccoli per il controllo dell’assetto) probabilmente aperta per errore da uno dei tre astronauti; inoltre anche i paracadute principali non si aprono automaticamente, richiedendo l’intervento per lo spiegamento manuale da parte di Brand.

In conseguenza di ciò, l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico avviene abbastanza violento, capovolgendo la capsula. È Brand che nuovamente interviene azionando il congegno che raddrizza in maniera corretta l’Apollo prima di perdere i sensi. Prontamente il comandante Stafford riesce a fare indossare all’astronauta svenuto una maschera di ossigeno e ad aprire il portellone della navicella, facendo defluire all’esterno i gas tossici e facendo entrare all’interno della cabina la fresca aria marina del Pacifico. Tutto è bene quel che finisce bene, dunque, anche se Stafford, Slayton e Brand rimarranno per circa due settimane in ospedale per osservazioni.

Lo storico volo congiunto dell’ASTP, nonostante il successo e la promessa di continuare la cooperazione tra le due superpotenze, non ebbe un seguito immediato, anche a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Bisognerà attendere il febbraio del 1994, tre anni dopo la caduta dell’Unione Sovietica, per vedere un cosmonauta russo viaggiare insieme ad astronauti della NASA (Sergei Krikalyov, nella missione della navetta Discovery STS-60), e venti anni esatti, nel giugno 1995, per vedere di nuovo un veicolo della NASA, lo Shuttle Atlantis (STS-71), attraccare alla stazione orbitale russa MIR nell’ambito del programma russo-americano Shuttle-Mir.

29 giugno 1995: di nuovo russi e americani uniti nello spazio. La navetta Atlantis (STS-71) agganciata alla stazione spaziale MIR.
“Vent’anni dopo” non è solo il titolo del romanzo di Alexandre Dumas ma vale anche come titolo del secondo incontro con aggancio tra un veicolo spaziale della NASA e uno russo. Dal quotidiano “Il Giornale” di venerdì 30 giugno 1995 (dalla mia collezione personale).

In arrivo il cinquantenario di Apollo-Soyuz: sovietici e americani nemici ma uniti nello spazio

Prima della collaborazione fra Russia e Stati Uniti per costruire e occupare la Stazione Spaziale Internazionale, prima dei voli dello Shuttle statunitense verso la stazione spaziale sovietica Mir, in tempi di Cortina di Ferro e guerra fredda, quando non si parlava ancora di glasnost o perestrojka, ci fu una missione spaziale congiunta sovietico-americana, nella quale un veicolo spaziale degli Stati Uniti e uno dell’Unione Sovietica si incontrarono e i rispettivi equipaggi si strinsero la mano, in un memorabile gesto simbolico di distensione: la Apollo-Soyuz.

Tra pochi giorni ne ricorre il cinquantenario: il veicolo Apollo partì dagli Stati Uniti il 15 luglio 1975, portando nello spazio tre astronauti (Stafford, Slayton e Brand) e raggiungendo in orbita intorno alla Terra il veicolo Soyuz decollato poche ore prima dal cosmodromo di Baikonur in Kazakistan, allora facente parte dell’Unione Sovietica, con a bordo i cosmonauti Leonov e Kubasov.

Illustrazione del 1973 del volo congiunto della navicella Apollo (a sinistra) e del veicolo Soyuz (a destra). In mezzo, agganciato al veicolo statunitense, il vano pressurizzato di raccordo fra i due veicoli. Immagine NASA S73-02395.

Una collaborazione del genere tra superpotenze nucleari nemiche non era certo frutto dell’improvvisazione: erano stati necessari anni di lunghissime trattative politiche e diplomatiche (quale nome mettiamo per primo facendolo sembrare più importante? Soluzione: Apollo-Soyuz in USA, Soyuz-Apollo in URSS), per non parlare delle risoluzione di innumerevoli aspetti tecnici.

Dalla traduzione dei rispettivi manuali di lancio e di volo alle decisioni su come rendere compatibili due sistemi di attracco e di pressurizzazione drasticamente differenti (con pressioni operative molto differenti fra i due veicoli), dalla risoluzione dei problemi di comunicazione radio alle tecniche di rendez-vous, fu necessario uno sforzo tecnico e organizzativo straordinario. E c’era poi il problema che gli statunitensi sapevano benissimo che i sovietici li avrebbero spiati e avrebbero fatto di tutto per carpire i segreti della tecnologia spaziale americana, di gran lunga superiore a quella russa, eppure bisognava collaborare per il bene della missione.

Gli equipaggi della missione Apollo-Soyuz: in piedi a sinistra, il comandante americano Thomas Stafford; in piedi a destra, il comandante russo Alexei Leonov; seduti, da sinistra a destra, Deke Slayton e Vance Brand (per gli Stati Uniti) e Valery Kubasov (per l’Unione Sovietica). Foto S75-22410, marzo 1975.

A livello personale, fra astronauti e cosmonauti nacque un’amicizia che continuò per decenni, in particolare fra i comandanti, Stafford e Leonov. Ricordo con piacere l’incontro con Leonov a Martigny, nel 2015, in cui il cosmonauta spiegò che dopo anni di studio dell’inglese si rese conto che la sua controparte non parlava inglese, ma Oklahomski. Entrambi ci hanno lasciato (Leonov nel 2019, Stafford nel 2024); di quegli equipaggi è vivo ancora soltanto Vance Brand, oggi novantaquattrenne. Slayton è morto nel 1993, Kubasov nel 2014.

Insieme all’amico Gianluca Atti, racconterò alcuni aspetti di questa missione molto particolare (l’ultimo volo di un veicolo Apollo) in una serie di articoli. Se volete approfondire l’argomento, sul sito della NASA c’è una sezione apposita, insieme a un libro scaricabile di 580 pagine, pubblicato nel 1978 (e tutto scritto usando il sistema metrico decimale, che in quegli anni si tentò di introdurre negli Stati Uniti).

Nel frattempo, dalla Russia arrivano queste immagini. Cinquant’anni dopo Apollo-Soyuz, una navicella cargo Progress (la versione senza equipaggio della Soyuz, derivata dal veicolo di mezzo secolo fa) viene approntata per il lancio, sempre presso il centro di lancio di Baikonur. Sul suo rivestimento esterno spicca il logo della missione Apollo-Soyuz.

Fonte: Katya’s Space News su Telegram

Spazio, 55 anni fa il felice ritorno a terra dei tre astronauti di Apollo 13

Al Centro spaziale di Houston le lancette degli orologi dei numerosissimi tecnici che stanno seguendo la drammatica odissea nello spazio dei tre astronauti di Apollo 13 hanno superato da pochi secondi la mezzanotte. In Italia sono le sette del mattino. È l’inizio di un nuovo giorno, precisamente venerdì 17 aprile 1970, una data da ricordare, perché se tutto andrà bene rimarrà nella memoria come il giorno della felice conclusione del primo salvataggio spaziale della storia.

Dopo aver superato diverse difficoltà in seguito all’esplosione avvenuta all’interno del modulo di servizio nella notte italiana tra il 13 e il 14 aprile (fra cui l’uscita dalla rotta di ritorno verso la Terra e il problema dell’eccessivo tasso di anidride carbonica a bordo del “treno spaziale”), tra circa dodici ore, secondo il piano di volo stabilito dalla NASA, è previsto il rientro sulla Terra di James Lovell, Fred Haise e John Swigert. Ha inizio una lunga attesa, tra paura, preghiera e speranza.

A bordo dell’Apollo “ferito” fa terribilmente freddo. La stanchezza e lo stress nei tre uomini aggiungono brividi. Dal Centro di Controllo consigliano loro di vestirsi il più possibile per ripararsi dalle basse temperature e di assumere qualche pastiglia di dexedrina, uno psicofarmaco stimolante, necessario in questo caso ai tre eroi dello spazio per sentirsi un po’ più in forma in vista della delicata fase del rientro sulla Terra.

La prima pagina de “La Stampa” di venerdì 17 aprile 1970

A 138 ore dalla partenza dalla rampa di lancio di Cape Kennedy, Lovell, Haise e Swigert sganciano il Modulo di Servizio danneggiato, che hanno tenuto agganciato alla propria navicella affinché proteggesse lo scudo termico dagli sbalzi di temperatura dello spazio.

È solo a questo punto che i tre vedono, per la prima volta, la reale entità dei danni che il loro veicolo ha subìto: una fiancata è completamente squarciata e i componenti interni danneggiati sono totalmente esposti. Gli astronauti scattano frettolosamente alcune fotografie, a colori e in bianco e nero, per documentare i danni e consentire ai tecnici a terra di avere maggiori informazioni per tentare di capire cosa è successo esattamente.

Il modulo di servizio di Apollo 13 gravemente danneggiato dallo scoppio

Poco più di tre ore dopo gli astronauti di Apollo 13 si separano anche dal LEM “Aquarius”, trasformato in “scialuppa di salvataggio” dopo l’esplosione nel modulo di servizio: le sue risorse hanno permesso a Lovell, Haise e Swigert di avere energia elettrica e ossigeno sufficienti per il viaggio di ritorno e il suo unico motore principale, insieme ai più piccoli razzi di manovra (RCS), ha permesso di accorciare i tempi del rientro e di inserire il veicolo spaziale nella giusta traiettoria verso la Terra.

Il modulo lunare “Aquarius”, diventato “scialuppa di salvataggio” per i tre di Apollo 13 fotografato dopo il distacco dal modulo di comando “Odyssey”

Alle 18:54 ora italiana, le 11:54 del mattino a Houston, la navicella Apollo, ciò che rimane del gigantesco razzo Saturn V lanciato la sera dell’11 aprile, con nessun sasso lunare a bordo ma con un ben più prezioso carico, quello umano, si tuffa attraverso l’atmosfera.

Alle 19:01 italiane, dopo più di quattro interminabili minuti di silenzio radio, è la voce del comandante Lovell la prima a giungere nelle cuffie dei tecnici di turno della base spaziale texana e ad essere amplificata dalle radio e televisioni in tutto il mondo: “Come mi sentite Houston?”.

“Okay. Perfettamente Odyssey”, gli rispondono quasi gridando. È la conferma che gli astronauti stanno bene.

In tutto il pianeta, pronto ad accogliere nuovamente i tre esploratori cosmici, vi sono scene di pianto, di gioia, di emozione. Sul Pacifico, a sud delle Isole Samoa, il Sole è sorto da appena un’ora quando appaiono tra le nubi i tre grandi paracadute che sostengono il Modulo di Comando.

Alle 19:07 ora italiana, le 12:07 di Houston, la capsula si posa, con un perfetto “splashdown”, sulle acque agitate del Pacifico. Due elicotteri si alzano dalla portaerei di recupero e si dirigono verso la zona dell’ammaraggio. La portaerei Iwo Jima è a soli sette chilometri di distanza. Alcuni uomini-rana si tuffano dagli elicotteri, agganciano il grande collare di galleggiamento alla base di “Odyssey”, poi aprono il portello. Finalmente gli astronauti possono uscire, respirare aria pura, essere riscaldati dai raggi del Sole, respirare l’odore del mare. E’ la fine del dramma.

Sono trascorse 145 ore, 54 minuti e quarantuno secondi dall’inizio del quinto volo umano verso la Luna, un viaggio che avrebbe dovuto portare, per la terza volta in meno di un anno, due uomini a calpestare la superficie del satellite naturale della Terra e si è trasformato invece nell’operazione di salvataggio più spettacolare ed emozionante nella storia dell’umanità.

La bellissima immagine dei tre grandi paracadute spiegati che riportano sul loro pianeta natale i tre eroi di Apollo 13
I tre di Apollo 13 appena sbarcati a bordo della portaerei “Iwo Jima”. Da sinistra Fred Haise, James Lovell e Jack Swigert
La prima pagina de “La Stampa” di sabato 18 aprile 1970

Spazio, 55 anni fa: “Houston, abbiamo avuto un problema qui”

Sono trascorsi pochi minuti da quando le lancette dell’orologio hanno scoccato in Texas le nove di sera di lunedì 13 aprile; in Italia sono già le prime ore del mattino di martedì 14, precisamente le 04:08. Si è da poco concluso il quarto collegamento televisivo in diretta con l’equipaggio di Apollo 13. Gli inviati speciali della carta stampata di buona parte del pianeta, presenti nella sala adibita ai giornalisti al Centro spaziale di Houston, stanno già trascrivendo gli articoli da spedire nelle varie redazioni dei quotidiani sulle prossime importanti e delicate manovre che James Lovell, Fred Haise e “Jack” Swigert dovranno effettuare nelle prossime ore: l’ingresso in orbita lunare, la discesa del quinto e sesto americano sulla Luna a bordo del Modulo Lunare “Aquarius” e le due attività previste sulla superficie selenica.

All’improvviso la voce del pilota del Modulo di Comando “Odyssey”, Swigert, fa sobbalzare l’intera squadra dei tecnici che a turno, da sabato 11 aprile, sta seguendo e monitorando minuto per minuto il viaggio lunare:

“Okay, Houston, we’ve had a problem here” (“OK, Houston, abbiamo avuto un problema qui”). Questa è la frase esatta pronunciata, anche se molti la citano erroneamente come “Houston, we have a problem”, ossia “Houston, abbiamo un problema”.

Subito dopo la voce del comandante Lovell conferma: “Houston, we’ve had a problem” (“Houston, abbiamo avuto un problema”). “Le spie di allarme stanno lampeggiando, i manometri dell’ossigeno in due delle tre celle a combustibile segnano zero… perdiamo gas all’esterno… abbiamo sentito un forte botto… il veicolo sta beccheggiando fortemente”.

A Houston appare subito evidente che la situazione è estremamente critica: è il primo, drammatico S.O.S. nella storia dell’esplorazione umana nello spazio. La voce del comandante di Apollo 13 continua a giungere a terra calma ma fredda come una lama d’acciaio: “Houston, la pressione dell’ossigeno nella cabina di Odyssey sta diminuendo rapidamente”.

Per quanto imprevisto e imprevedibile sia il dramma scoppiato a 370.000 km dal nostro pianeta, i controllori a terra si attivano preparando subito un piano di emergenza. Houston comunica: “Trasferitevi all’interno del Modulo Lunare, potrete così continuare a respirare utilizzando le scorte di ossigeno del Lem e continuare nelle manovre di emergenza”.

Mentre Lovell e Haise prendono posto a bordo di “Aquarius”, Swigert rimane solo su “Odyssey” per eseguire tutte le operazioni necessarie che gli vengono suggerite dai tecnici a Houston: è necessario spegnere tutti i sistemi vitali del Modulo di Comando, per ridurre al minimo il consumo di energia e conservare l’esiguo margine di 15 minuti di erogazione elettrica rimasto, per quando i tre intrepidi eroi tenteranno il ritorno sulla Terra. Anche le comunicazioni radio Terra-spazio vengono ridotte al minimo per risparmiare energia. A bordo di “Odyssey” cala il buio e aumenta il freddo; da questo istante gli astronauti sopravvivranno solo grazie ai generatori del Modulo Lunare “Aquarius”, nato per diventare base per il quinto e sesto esploratore lunare sulla superficie di Fra Mauro, ma diventato ora “scialuppa di salvataggio” per i tre valorosi americani. 

A poco più di due ore dall’incidente, alle 11:24 della sera a Houston (le 06:24 del mattino in Italia), il Centro di controllo della base texana annuncia ufficialmente di avere annullato “l’operazione sbarco sulla Luna”. Ora quello che più conta è far ritornare a casa sani e salvi gli sfortunati protagonisti di quella che avrebbe dovuto essere la prima missione scientifica sul suolo del satellite naturale della Terra. 

La prima cosa da fare è riportare il complesso formato dal Modulo di Comando/Servizio e dal Modulo Lunare nella giusta traiettoria di “libero ritorno” che Apollo 13, nel suo viaggio translunare, aveva abbandonato già al secondo giorno di volo per consentire una manovra più precisa di discesa di “Aquarius” nella zona prevista di Fra Mauro. I tecnici a Houston, in completa alleanza con i calcolatori elettronici a loro disposizione, stabiliscono le modalità della delicata e drammatica operazione: la correzione di rotta può essere effettuata solo dal motore del modulo di discesa del Lem, dopodiché se l’operazione riuscirà Apollo 13 si riporterà automaticamente sulla giusta strada del ritorno verso la Terra. 

Fortunatamente la manovra riesce: il motore del modulo di discesa di “Aquarius” viene acceso per trentaquattro secondi, inserendo sulla giusta strada del “libero ritorno” il complesso spaziale e il suo prezioso carico umano. Sono le 02:43 ora di Houston, le 09:43 italiane.

Un’altra buona notizia è che grazie ai giroscopi elettronici l’equipaggio è riuscito a stabilizzare il rollio del complesso spaziale e secondo i calcoli fatti dai tecnici della NASA gli astronauti hanno riserve sufficienti a bordo per ritornare sulla Terra venerdì 17 aprile. A Houston si comincia a sperare. 

Sulla Terra, intanto, è ormai giorno in buona parte del mondo occidentale, la cui opinione pubblica è stata messa al corrente del dramma che si sta consumando a quasi quattrocentomila chilometri di distanza. Le varie edizioni straordinarie di TV, radio e giornali informano minuto per minuto che la terza missione umana destinata a scendere sulla Luna ha la seria possibilità di trasformarsi nel primo naufragio spaziale della storia.

Alcuni astronauti e controllori di volo nella sala controllo principale di Houston. Seduti, da sinistra: Raymond Teague (Guidance Officer), Edgar Michell (astronauta), Alan Shepard Jr. (astronauta). In piedi, da sinistra: Anthony England (astronauta), Joe Engle (astronauta), Gene Cernan (astronauta), Ronald Evans (astronauta) e M.P. Frank (controllore di volo). L’orario esatto della foto non è noto ma è successivo alla decisione di annullare l’allunaggio; l’equipaggio stava già tentando di tornare a terra (Foto S70-34986).
Le prime pagine de “Il Resto del Carlino” e “Il Corriere della Sera” di mercoledì 15 aprile 1970.

55 anni fa il lancio di Apollo 13 verso l’altopiano lunare di Fra Mauro

Le lancette dell’orologio in Italia segnano le 20:13 di sabato 11 aprile 1970. Sulla costa orientale degli Stati Uniti, e specificamente nello stato della Florida, sono le 14:13. Le televisioni di quasi tutto il pianeta sono collegate con il Centro spaziale Kennedy. In Italia, poco prima dell’inizio del telegionale serale delle 20:30, è in onda un’edizione straordinaria; in studio ci sono Tito Stagno e Piero Forcella. La voce dell’annunciatore della NASA Chuck Hollinshead ha appena finito di scandire gli ultimi secondi di un conto alla rovescia impeccabile, al contrario degli eventi umani che hanno preceduto questo momento (la rosolia di Mattingly e la sua sostituzione con Swigert), quando la rampa di lancio 39-A viene investita da una vampata immensa di fuoco e fiamme scaturite dai cinque potenti motori F-1 del primo stadio del gigantesco Saturn V.

Dapprima lentamente, poi via via sempre più veloce, il razzo più grande e più potente mai costruito dall’uomo fino a quel momento si distacca dal suolo terrestre, allungando sempre di più la sua corsa verso il cielo: è iniziato il viaggio di Apollo 13 verso la la Luna con a bordo l’equipaggio formato da James Lovell, Fred Haise e John Swigert.

Nelle fasi iniziali del volo, però, non tutto funziona alla perfezione: dopo il regolare distacco dell’S-IC, il primo stadio del Saturn, a due minuti e 44 secondi dal distacco dalla torre di lancio, e dopo l’accensione del secondo stadio S-II, il motore centrale di quest’ultimo cessa di funzionare due minuti prima del previsto. Da bordo della cabina dell’Apollo, lanciata ad altissima velocità verso la quota orbitale, si sente la voce del comandante Lovell: “Questo non sarebbe dovuto succedere”. Fortunatamente il “cervello elettronico” del Saturn comanda agli altri quattro motori di rimanere accesi 45 secondi in più.

Dopo nove minuti e 53 secondi anche il secondo stadio viene abbandonato, e l’accensione dell’unico motore del terzo stadio, l’S-IVB, permette la perfetta inserzione nella prevista orbita di parcheggio intorno alla Terra. Sono trascorsi 12 minuti e 39 secondi dal distacco dalla rampa di lancio. In Italia sono le 20:25. A Houston il grande orologio della sala di controllo segna le 14:25.

La prossima manovra del piano di volo è prevista a due ore e 41 minuti dal “liftoff”, quando verrà riacceso il potente motore del terzo stadio per immettere Apollo 13, con il suo prezioso carico umano, nella giusta traiettoria per l’altopiano lunare di Fra Mauro.

Per la terza volta, in meno di nove mesi, due astronauti americani, il quinto e il sesto nella storia dell’umanità, James Lovell e Fred Haise, si accingono a raggiungere il satellite naturale della Terra e a camminare sulla sua desolata superficie, per la prima vera esplorazione scientifica della Luna. Jack Swigert li attenderà in orbita.

Cape Kennedy. Mentre la terra trema a chilometri di distanza, il Saturn V si avvia a portare in orbita terrestre i tre di Apollo 13.
La prima pagina del “Corriere della Sera” di domenica 12 aprile 1970.
L’inizio del terzo sbarco lunare umano sulla prima pagina del quotidiano “La Stampa”.

Lanciata con successo la Soyuz MS-27 verso la Stazione Spaziale Internazionale

In perfetto orario questa mattina, 8 aprile 2025, alle 07:47 ora italiana, è stata lanciata dal Cosmodromo di Baikonur la Soyuz MS-27, con a bordo un equipaggio formato da tre astronauti. Obiettivo del volo, raggiunto felicemente tre ore dopo il distacco dalla rampa di lancio, l’aggancio alla Stazione spaziale Internazionale (ISS).

I tre uomini arrivati con la Soyuz, i russi Sergei Ryzhikov e Aleksei Zubritsky e l’americano Jonathan Kim, rimarranno sull’avamposto orbitale per circa otto mesi. Il ritorno a terra è previsto, se il programma di volo sarà rispettato, per il mese di dicembre di quest’anno.

Con l’arrivo dei tre nuovi “inquilini”, la ISS ha ora a bordo dieci persone: otto uomini e due donne.

Durante il lungo periodo che i nuovi arrivati trascorreranno in orbita, verranno condotti numerosi esperimenti e inoltre alcuni lavori di manutenzione interna ed esterna della Stazione spaziale, compresa una attività extraveicolare per il segmento statunitense, alla quale potrebbe partecipare lo stesso Jonathan Kim. Il lancio della Soyuz MS-27 è il 353° volo orbitale umano da quel primo storico compiuto il 12 aprile 1961 da Yuri Gagarin.

I tre astronauti che hanno raggiunto la ISS a bordo della Soyuz MS-27. A sinistra l’americano Jonathan Kim, al centro il comandante del volo Sergei Rizhikov, e a destra Aleksei Zubritsky.
La Soyuz con i suoi tre uomini in volo verso lo spazio per l’appuntamento orbitale con l’ISS.

55 anni fa il primo “abbiamo un problema” di Apollo 13

7 aprile 1970, martedì. Mentre il conto alla rovescia per il terzo sbarco umano sulla Luna procede spedito verso la conclusione prevista per l’11 aprile alle ore 20:13 italiane, al Centro spaziale Kennedy giunge come un fulmine a ciel sereno la notizia che durante una delle ultime visite mediche a cui sono sottoposti periodicamente i tre astronauti titolari di Apollo 13 (James Lovell, Fred Haise e Thomas Mattingly) e quelli di riserva (John Young, John Swigert e Charlie Duke), risulta che quest’ultimo, pilota di riserva del Modulo Lunare, ha contratto da uno dei suoi due figli la rosolia.

Mattingly, pilota del Modulo di Comando, dopo ulteriori ed accurati controlli medici, risulta essere l’unico dei sei che non è immune a questa malattia. Per non correre il grave rischio che si ammali durante la missione che porterà i tre uomini a quasi 400.000 chilometri di distanza dalla Terra, il medico della NASA, Charles Berry, chiede l’immediata sostituzione del pilota titolare con la sua riserva John “Jack” Swigert.

Nonostante il parere contrario del comandante del volo James Lovell, restio a modificare parte dell’equipaggio a pochi giorni dall’inizio del grande viaggio, il rischio che la missione possa subire un lungo rinvio convince il veterano dello spazio, che ha al proprio attivo tre voli spaziali, ad accettare la decisione dell’ente spaziale.

Swigert già il giorno successivo inizia una serie di prove tecniche intensive sul simulatore di bordo del Modulo di Comando per garantire un maggior affiatamento tra i membri dell’equipaggio e con i tecnici del Centro di controllo di Cape Kennedy e di Houston che monitoreranno la quinta spedizione umana verso la Luna.

L’equipaggio originale designato per la missione Apollo 13. A sinistra il comandante James Lovell, al centro il pilota del modulo di comando Thomas Mattingly (l’astronauta a rischio di sviluppare la rosolia mentre è nello spazio), e a destra Fred Haise, pilota del modulo lunare.
John “Jack” Swigert, l’astronauta di riserva chiamato a sostituire come pilota del modulo di comando Thomas Mattingly.

9 aprile 1970, giovedì. A due giorni dall’inizio del volo programmato verso la Luna di Apollo 13, c’è molta attesa nel mondo scientifico e nell’opinione pubblica per via della grande incertezza che regna dopo la notizia, resa ufficiale dalla NASA e apparsa sui giornali di tutto il mondo, del possibile contagio con la rosolia subìto da uno dei tre astronauti dell’equipaggio titolare, Thomas Mattingly, pilota del modulo di comando.

Da Stampa Sera del 9 aprile 1970.
Da La Stampa del 9 aprile 1970.

Le voci che circolano al di fuori del Centro spaziale Kennedy ipotizzano un probabile lungo rinvio della terza missione, la prima veramente scientifica rispetto alle due precedenti, che avrebbe visto come protagonisti oltre allo stesso Mattingly il veterano dello spazio James Lovell come comandante e Fred Haise, al suo primo volo, come pilota del modulo lunare.

Ma l’ente spaziale americano ha già preso la sua decisione: si parte comunque. Mattingly per precauzione resterà a terra e verrà sostituito dalla riserva John “Jack” Swigert, ugualmente ben preparata alle difficoltà del viaggio.

Il conto alla rovescia alla base spaziale di Cape Kennedy dunque non si ferma. Il “liftoff” di Apollo 13 verso la Luna con destinazione la zona di Fra’ Mauro, una regione ritenuta molto interessante dai selenologi, viene confermato per sabato 11 aprile, quando in Italia saranno le 20:13 italiane, le 14:13 in Florida.

Spettacolare ammaraggio nel Pacifico chiude la prima missione spaziale umana a sorvolare i poli

Venerdì scorso (4 aprile 2025) uno spettacolare ammaraggio nelle acque dell’Oceano Pacifico (non nuove a rientri sulla Terra di navicelle spaziali statunitensi, tra cui quelle indimenticabili delle missioni lunari Apollo) ha concluso la breve ma storica missione della Dragon “Resilience” con a bordo quattro astronauti non professionisti.

Chi ha assistito alle fasi finali del rientro in diretta televisiva sul canale ufficiale della NASA non ha saputo trattenere le emozioni, tanto era la chiarezza delle immagini trasmesse in 4K.

Subito dopo l’ammaraggio, avvenuto alle 18:19 ora italiana, i quattro astronauti, una volta issata la navicella sulla piattaforma di recupero, sono riusciti ad uscire autonomamente dalla Dragon, anche se con qualche comprensibile difficoltà ma sorridenti: anche questo era uno dei tanti esperimenti compresi nel breve volo durato tre giorni, 14 ore e 32 minuti.

Durante il volo a bordo della “Resilience” nella missione “Fram-2”, così denominata in onore della nave norvegese che effettuò i primi viaggi pionieristici nell’Artico e in Antartide tra il 1893 e il 1912, l’imprenditore cinese ma naturalizzato maltese Chun Wang, la regista norvegese Jannicke Mikkelsen, l’esploratore australiano Eric Philips e l’ingegnere tedesca Rabea Rogge, oltre ad aver sorvolato i poli dall’orbita terrestre (per primi nella storia dell’esplorazione spaziale umana), hanno compiuto più di venti esperimenti scientifici. I più importanti: la prima radiografia del corpo umano nello spazio, lo studio della regolazione del glucosio in microgravità e la possibile coltivazione dei funghi in un ambiente di microgravità.

Una immagine dalla Dragon “Resilience” durante un sorvolo di un polo terrestre.
Lo “splashdown” della Dragon nelle acque dell’Oceano Pacifico al termine di una missione di quasi quattro giorni in orbita polare.

Spazio, 50 anni fa il primo rientro d’emergenza di un equipaggio pochi minuti dopo il lancio

Domani, 5 aprile 2025, ricorre il cinquantesimo anniversario della prima missione spaziale con rientro d’emergenza durante le fasi del lancio.

Il disastro sfiorato accade durante l’inizio dell’ascesa verso gli strati alti dell’atmosfera della Soyuz 18 (successivamente ribattezzata Soyuz 18-A), a bordo della quale si trovano Vasili Lazarev e Oleg Makarov. Obiettivo della diciassettesima missione di una Soyuz con equipaggio è il raggiungimento e l’aggancio al laboratorio Salyut 4, che si trova in orbita dal 26 dicembre 1974 ed è già stato visitato dal precedente equipaggio della Soyuz 17.

Il lancio avviene la mattina del 5 aprile 1975 dal Cosmodromo di Baikonur, nel Kazakistan, allora facente parte all’Unione Sovietica (diventerà indipendente nel 1992 dopo lo scioglimento dell’URSS); Lazarev e Makarov sono alla loro seconda impresa spaziale, avendo già volato insieme durante la missione Soyuz 12 nel settembre del 1973.  

L’inizio del volo verso gli alti strati dell’atmosfera fila liscio come l’olio, ma al momento previsto per la separazione del secondo stadio, ormai esaurito, dal terzo, quattro minuti e 48 secondi dopo il decollo e ad una quota di 145 km, il distacco non avviene nella maniera corretta: il motore del terzo stadio, indispensabile per raggiungere l’orbita terrestre, si accende quando il secondo stadio è ancora agganciato ad esso.

Fortunatamente la spinta del motore del terzo stadio spezza gli agganci che ancora tengono uniti i due veicoli; a questo punto la forte sollecitazione fa deviare pericolosamente il complesso spaziale dalla prevista traiettoria di volo. A causa del guasto tecnico, e avendo rilevato l’anomalia, il sistema di guida automatico della Soyuz attiva il programma di “abort”: l’interruzione di emergenza durante una fase di lancio. È la prima volta nella storia della esplorazione spaziale umana che questo accade.

Al momento dell’avaria, la “torre di salvataggio” collocata all’estremità del razzo A-2 era già stata sganciata ed è quindi necessario attivare il motore principale della Soyuz, separando dapprima il veicolo dal terzo stadio e successivamente dal modulo orbitale e quello di servizio.

Avvenuto ciò, il ritorno verso la Terra della navicella è alquanto drammatico: essendo accelerata fortemente la sua discesa, i due cosmonauti subiscono una decelerazione di 21,3 g invece dei 15 g previsti per queste situazioni di emergenza. Fortunatamente, nonostante il sovraccarico di pressione alla quale viene sottoposta la Soyuz, a pochi chilometri dal suolo i paracadute si dispiegano perfettamente, frenando la navicella e garantendo il ritorno sulla Terra dei due cosmonauti dopo soli 21 minuti e 27 secondi di volo.

Tutto bene dunque per i cosmonauti; i due rientrano a terra sani e salvi, come rilanciano le principali fonti giornalistiche sovietiche nel dare notizia al paese e al mondo dell’avvenuto incidente. Ma a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, come ricorda il sito Almanacco dello Spazio di Paolo Attivissimo alla data 5 aprile, i guai di Lazarev e Makarov non sono finiti: la capsula cade su un pendio innevato e rotola verso uno strapiombo alto 150 metri, finché i paracadute s’impigliano nella vegetazione e trattengono il veicolo spaziale.

L’equipaggio si trova immerso nella neve alta fino al petto e a -7 °C, per cui indossa l’abbigliamento termico d’emergenza. Inizialmente teme di essere finito in territorio cinese, in un momento in cui i rapporti fra Unione Sovietica e Cina sono molto ostili, e quindi si affretta a distruggere i documenti riguardanti un esperimento militare che si sarebbe dovuto svolgere durante la missione.

In realtà l’atterraggio è avvenuto in territorio sovietico, a sud-ovest di Gorno-Altaisk, circa 830 km a nord del confine con la Cina e a circa 1500 km dalla base di lancio, ma i cosmonauti non lo sanno fino a quando viene conseguito il contatto radio con un elicottero di soccorso, il cui equipaggio li informa sul luogo di atterraggio. Lazarev e Makarov sono in patria, ma la zona è talmente impervia che non vengono recuperati fino all’indomani.

Inizialmente le autorità sovietiche dichiarano che i cosmonauti non hanno subito lesioni, ma emergerà poi che Lazarev ha subito traumi a causa dell’elevatissima decelerazione. Makarov, invece, tornerà a volare con le Soyuz 26, 27 T-3.

La censura sovietica nasconde la serietà dell’incidente all’opinione pubblica nazionale fino al 1983: all’indomani del lancio i giornali russi si limitano a scrivere in seconda pagina, con un titolo piccolo e blandissimo (“Comunicato dal centro di controllo del volo”) che lo fa passare pressoché inosservato, che “durante il percorso del terzo stadio del razzo i parametri della traiettoria hanno deviato da quelli prestabiliti e un meccanismo automatico ha fatto interrompere il volo, distaccando la cabina spaziale in modo che scendesse a terra. L’atterraggio morbido è avvenuto a sud-ovest di Gorno-Altaisk (Siberia occidentale). I servizi di ricerca e soccorso hanno ricondotto al cosmodromo i due cosmonauti, che stanno bene”.

Gli Stati Uniti, invece, vengono avvisati sommariamente il 7 aprile, dopo il recupero dell’equipaggio, ma chiedono maggiori chiarimenti, perché sono in corso i preparativi per una storica missione spaziale congiunta fra russi e americani, l’Apollo-Soyuz Test Project, che dovrà decollare tre mesi dopo.


Nella storia dei voli spaziali umani dal 1961, a tutto il mese di marzo 2025, ci sono stati altri tre “abort”, interruzioni improvvise di un volo con equipaggio poco dopo il lancio. A quel primo della Soyuz 18-A si sono aggiunte altre due missioni sovietiche/russe: Soyuz T-10A (settembre 1983) e Soyuz MA-10 (ottobre 2018). Anche in questi casi i cosmonauti a bordo sono rientrati a terra sani e salvi. Ben più tragico l’unico “abort” di una missione della NASA, l’esplosione della navetta Shuttle “Challenger” dopo 73 secondi dal lancio, con la morte dei sette astronauti a bordo.

I due sfortunati cosmonauti della missione Soyuz 18-A Oleg Makarov (a sinistra nella foto) e Vasili Lazarev. (fonte: Spacefacts).
La notizia del fallimento del lancio della Soyuz a pag. 12 del quotidiano con uscita pomeridiana Stampa Sera, datato 7 aprile 1975 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
Il mancato raggiungimento in orbita della Soyuz di Makarov e Lazarev nell’edizione del mattino de “La Stampa” dell’8 aprile 1975 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Lanciata la Dragon “Resilience”: primo volo spaziale con equipaggio per l’osservazione dei poli terrestri

Puntuale sulla tabella di marcia è partita dal Centro spaziale Kennedy questa notte, quando in Italia erano le 03:46 di martedì primo aprile 2025, la navicella spaziale Dragon “Resilience” con a bordo due uomini e due donne. Il distacco è avvenuto dalla storica rampa di lancio 39-A, la stessa che ha visto partire le missioni umane verso la Luna nel corso del programma Apollo negli anni sessanta e settanta del secolo scorso.

La partenza, come sempre quando si tratta di un lancio notturno, è stata spettacolare e per alcuni istanti il propellente che usciva dal primo stadio del Falcon IX ha illuminato a giorno il cielo buio della Florida. Nello stato orientale americano erano infatti le 21:46.

Il volo di ”Fram 2” è una novità storica per l’astronautica: nessuna missione umana nello spazio aveva fino ad ora sorvolato i poli terrestri. I quattro astronauti non professionisti a bordo di “Resilience” (Chun Wang, imprenditore e finanziatore della spedizione, la regista norvegese Jannicke Mikkelsen, la ricercatrice tedesca Rabea Rogge e l’australiano Eric Philips, esperto guida nelle esplorazioni polari), sono i primi a viaggiare in orbita intorno alla Terra con una inclinazione di 90 gradi, consentendo un sorvolo da un’altezza superiore ai 400 chilometri dei poli Nord e Sud del nostro pianeta.

Da ricordare che oltre alle osservazioni e allo studio delle due regioni polari verrà effettuata all’interno della Dragon una serie di esperimenti scientifici sugli effetti della microgravità sul corpo umano e verrà realizzata, per la prima volta, una radiografia su un essere umano nello spazio.

Il rientro a Terra della Dragon “Resilience” è previsto per la giornata di venerdì 4 aprile dopo cinque giorni di permanenza nello spazio.

Missione SpaceX “Fram2”: primo volo con equipaggio sopra i poli terrestri

Centro spaziale Kennedy. È previsto quando in Italia sarà piena notte (il conto alla rovescia dovrebbe terminare alle 03:46 di martedì 1 aprile 2025 salvo inconvenienti tecnici o meteorologici dell’ultimo momento) il lancio dalla storica rampa di lancio 39-A della Dragon “Resilience” con a bordo un equipaggio di quattro persone in una missione denominata “Fram-2”. Per la storia dell’Astronautica è questa la prima missione spaziale con equipaggio in orbita polare.

“Fram-2” prende il nome dalla storica nave norvegese Fram, che completò diverse spedizioni nelle regioni artiche e antartiche tra il 1893 e il 1912. I quattro futuri astronauti sono due uomini e due donne: nessuno di loro ha ancora volato nello spazio. Si tratta di Chun Wang, nato in Cina ma imprenditore maltese e comandante della missione; la norvegese Jannicke Mikkelsen, comandante di “Resilience”; l’australiano Eric Philips come pilota; e la tedesca Rabea Rogge come specialista di missione. Saranno i primi a viaggiare su un’orbita con inclinazione di 90 gradi, consentendo loro di sorvolare direttamente i poli Nord e Sud del nostro pianeta.

La capsula è dotata di una cupola per consentire l’osservazione della Terra da un’altitudine di 425 – 450 km. Oltre all’osservazione delle regioni polari, i quattro effettueranno una serie di esperimenti scientifici, tra cui alcuni studi sugli effetti della microgravità sul corpo umano; inoltre durante i cinque giorni di volo previsti sarà realizzata per la prima volta la prima radiografia di un essere umano nello spazio. La Dragon “Resilience” sarà lanciata in orbita intorno alla Terra da un razzo Falcon di SpaceX.

Spirale luminescente in cielo stasera: è gas rilasciato da un razzo di SpaceX. Nessun pericolo (e nessun alieno)

Ho visto che sui social network ci sono moltissime foto che mostrano una spirale luminescente avvistata nei cieli dell’Europa questa sera intorno alle 21. Si tratta di una scia di propellente sfiatato da un razzo di SpaceX e illuminato dal Sole.

In dettaglio, si tratta del propellente rilasciato dal secondo stadio di un razzo Falcon 9 di SpaceX, partito alle 18.48 (ora dell’Europa centrale) dalla Florida per portare in orbita un satellite militare. La nuvola di propellente riflette il Sole (che alla quota alla quale si trova il veicolo spaziale è ancora sopra l’orizzonte) e forma una spirale perché lo stadio ruota su se stesso mentre sta sfiatando.

Lo stadio è poi rientrato sulla Terra precipitando senza pericolo nell’Oceano Indiano.

Questo tipo di fenomeno non è una novità: lo sfiato avviene a ogni lancio di un razzo (un esempio qui sul mio blog precedente). Tuttavia la spirale diventa visibile soltanto quando ci sono le condizioni giuste di illuminazione: deve esserci buio al suolo ma il Sole deve essere ancora in grado di illuminare la nuvola di gas.

Chiunque parli di fenomeni misteriosi, di presenze aliene, di portali cosmici e via dicendo dimostra solo una di due cose: nel migliore dei casi, la propria ignoranza delle attività spaziali e la propria incapacità di stare zitto quando non sa di cosa parla; nel peggiore dei casi, la propria meschina pochezza nel cercare di acchiappare qualche clic e qualche like creando misteri e allarmi inesistenti invece di informarsi e informare.

Astronautichicche stasera ad Ascona

Questa sera al Centro Congressi del Monte Verità di Ascona (Svizzera), via Collina, in occasione dell’evento Asconoscienza 2025 (Asconoscienza.ch), Paolo parlerà di Spazio con la conferenza Astronautichicche: gli aspetti poco conosciuti dell’esplorazione spaziale.

L’appuntamento è alle 20.30.

Ci saranno alcune copie di Carrying the fire in vendita.

Katy Perry andrà nello spazio con il primo equipaggio tutto femminile dopo oltre 60 anni

Blue Origin, la società aerospaziale di Jeff Bezos, ha annunciato il 27 febbraio scorso l’equipaggio di uno dei prossimi voli suborbitali del vettore New Shepard, ed è un annuncio particolarmente interessante per due motivi. Uno è la presenza della superstar canora e ambasciatrice UNICEF Katy Perry; l’altro è che per la prima volta in 60 anni un volo spaziale ha un equipaggio composto interamente da donne. Non succedeva dai tempi del volo orbitale di Valentina Tereshkova nel 1963.

Il lancio, etichettato NS-31, è previsto per questa primavera, e supererà per alcuni minuti i 100 km di quota (la linea di Kármán), qualificandosi come volo spaziale pur senza entrare in orbita. Oltre a Katy Perry, l’equipaggio include la giornalista e pilota di elicotteri Lauren Sánchez (vincitrice di un Emmy, compagna di Jeff Bezos e organizzatrice del volo); l’imprenditrice ed ex scienziata della NASA Aisha Bowe; la ricercatrice di bioastronautica, candidata al Nobel per la pace e Donna dell’Anno di Time Amanda Nguyen (che diventerà la prima donna astronauta vietnamita); la giornalista e conduttrice radiofonica Gayle King; e l’imprenditrice sociale Kerianne Flynn.

Qui sotto trovate il testo integrale dell’annuncio da parte di Blue Origin.

Fonte aggiuntiva

Jeff Bezos is sending Katy Perry to space, The Verge (2025)


Blue Origin Announces Crew For New Shepard’s 31st Mission

New Shepard’s 11th Human Flight, NS-31, Will Launch This Spring with Aisha Bowe, Amanda Nguyen, Gayle King, Katy Perry, Kerianne Flynn, and Lauren Sánchez

Blue Origin today announced the six people flying on its NS-31 mission. The crew includes Aisha Bowe, Amanda Nguyen, Gayle King, Katy Perry, Kerianne Flynn, and Lauren Sánchez, who brought the mission together. She is honored to lead a team of explorers on a mission that will challenge their perspectives of Earth, empower them to share their own stories, and create lasting impact that will inspire generations to come.

Meet the NS-31 Crew

Aisha Bowe
Aisha is a former NASA rocket scientist, entrepreneur, and global STEM advocate. She is the CEO of STEMBoard, an engineering firm recognized twice on the Inc. 5000 list of America’s fastest-growing private companies, and the founder of LINGO, an edtech company on a mission to equip one million students with essential tech skills. Of Bahamian heritage, Aisha hopes her journey from community college to space will inspire young people in the Bahamas and around the world to pursue their dreams.

Amanda Nguyen
Amanda is a bioastronautics research scientist. She graduated from Harvard, and conducted research at Harvard Center for Astrophysics, MIT, NASA, and International Institute for Astronautical Sciences. Amanda worked on the last NASA shuttle mission, STS-135, and the Kepler exoplanet mission. For her advocacy for sexual violence survivors, she was nominated for the Nobel Peace Prize and awarded TIME’s Woman of the Year. As the first Vietnamese and Southeast Asian woman astronaut, Amanda’s flight is a symbol of reconciliation between the United States and Vietnam, and will highlight science as a tool for peace.

Gayle King
Gayle is an award-winning journalist, co-host of CBS Mornings, editor-at-large of Oprah Daily, and the host of Gayle King in the House on SiriusXM radio. In a career spanning decades, King has been recognized as a gifted, compassionate interviewer able to break through the noise and create meaningful conversations. As someone who is staying open to new adventures, even ones that scare her, Gayle is honored to be part of Blue Origin’s first all-female flight team and is looking forward to stepping out of her comfort zone.
 
Katy Perry
Katy is the biggest-selling female artist in Capitol Records’ history and one of the best-selling music artists of all time with over 115 billion streams. Aside from being a global pop superstar, Katy is an active advocate of many philanthropic causes, including as a UNICEF Goodwill Ambassador where she uses her powerful voice to ensure every child’s right to health, education, equality, and protection, and her own Firework Foundation, which empowers children from underserved communities by igniting their inner light through the arts. Katy is honored to be a part of Blue Origin’s first all-female crew and hopes her journey encourages her daughter and others to reach for the stars, literally and figuratively. 
 
Kerianne Flynn
After a successful career in fashion and human resources, Kerianne Flynn has spent the last decade channeling her energy into community-building through board service and nonprofit work with The Allen-Stevenson School, The High Line, and Hudson River Park. Passionate about the transformative power of storytelling, Kerianne has produced thought-provoking films such as This Changes Everything (2018), which explores the history of women in Hollywood, and LILLY (2024), a powerful tribute to fair-pay advocate Lilly Ledbetter. Kerianne has always been drawn to exploration, adventure, and space, and hopes her Blue Origin space flight serves as an inspiration for her son, Dex, and the next generation of dreamers to reach for the stars.
 
Lauren Sánchez
Lauren is an Emmy Award-winning journalist, New York Times bestselling author, pilot, Vice Chair of the Bezos Earth Fund, and mother of three. In 2016, Sánchez, a licensed helicopter pilot, founded Black Ops Aviation, the first female-owned and operated aerial film and production company. Sánchez released her New York Times bestselling debut children’s book, The Fly Who Flew to Space, in 2024. Her work in aviation earned her the Elling Halvorson Vertical Flight Hall of Fame Award in 2024 for her expertise as a helicopter pilot and aviation businesswoman. Sánchez’s goal is to inspire the next generation of explorers.

This mission will be the 11th human flight for the New Shepard program and the 31st in its history. To date, the program has flown 52 people above the Kármán line, the internationally recognized boundary of space. This is the first all-female flight crew since Valentina Tereshkova’s solo spaceflight in 1963.
 
The flight will launch this spring. To fly on a future New Shepard mission, go to BlueOrigin.com/New-Shepard/Fly.

Follow Blue Origin on X, Instagram, Facebook, LinkedIn, Threads, and YouTube, and sign up on BlueOrigin.com to stay current on all mission details. 

Disponibile subito “Niente panico, per ora”, l’autobiografia di Fred Haise (Apollo 13), su carta ed e-book. Ne parliamo a Sci-Fi Universe il 18 e 19 gennaio

L’editore Cartabianca Publishing ha appena pubblicato un‘altra autobiografia di un astronauta lunare: stavolta il protagonista è Fred Haise, che molti conoscono come uno degli astronauti della drammatica missione Apollo 13 che rischiò di concludersi tragicamente dopo uno scoppio avvenuto durante il viaggio verso la Luna.

Ma Haise racconta una storia ben più ricca, che include le sue numerosissime esperienze di pilota collaudatore, le sue reazioni all’occasione mancata di camminare sulla Luna, il terribile incidente aereo che quasi gli costò la vita e i voli di collaudo atmosferico dello Space Shuttle. Con grande gioia dei fan di Star Trek, lui è infatti stato comandante dell’Enterprise, il primo esemplare dello Shuttle.

La sua è una vita intensa, ricca di eventi che lo hanno consegnato alla Storia con la S maiuscola, e Haise si racconta con lucidità e precisione.

Niente panico, per ora (Never Panic Early in originale) è stato tradotto da Diego Meozzi con il supporto di esperti e con la mia revisione tecnica: è disponibile subito come e-book (universale, per Kindle o per dispositivi Apple) a 9,99 euro e su carta (228 pagine, 70 foto) a 20 euro.

Il libro verrà presentato e sarà acquistabile alla convention di fantascienza, astronomia e astrofisica Sci-Fi Universe, al Parc Hotel di Peschiera del Garda (VR), il 18 e 19 gennaio, e io avrò il piacere di condurre l’incontro con Cartabianca Publishing alle 14.45 di sabato 18 (tenete d’occhio il programma per eventuali variazioni). Ci vediamo là?

Sci-Fi Universe, 18-19 gennaio 2025: scienza e fantascienza insieme per divertimento e conoscenza, con Luca Perri, Tony Amendola e tanti altri ospiti

Dopo il successo e il divertimento dell’edizione sperimentale di gennaio scorso, torna Sci-Fi Universe (per gli amici “la Sciallacon”), un weekend di conferenze di scienza e fantascienza, con ospiti come Luca Perri e Tony Amendola (Stargate), osservazioni astronomiche e solari (meteo permettendo) e workshop dedicati a fotografia, doppiaggio, podcasting, realtà virtuale e tanto altro ancora.

L’evento è organizzato dallo Stargate Fanclub Italia e io ho il piacere di esserne co-organizzatore, co-conduttore e docente di alcuni workshop e conferenze (per questa edizione, mi occuperò di podcasting e multiverso scientifico e fantascientifico).

Il raduno si tiene al Parc Hotel di Peschiera del Garda (con piscina, palestra, spa e spazi di gioco e intrattenimento per tutta la famiglia), il 18 e 19 gennaio 2025, con un prequel a sorpresa per chi arriva già di venerdì durante l’allestimento. Inoltre durante la convention ci sarà il compleanno della Dama del Maniero, per cui faremo anche un festeggiamento speciale per lei, con alcune cose mai viste e irripetibili.

L’ingresso standard costa 35 euro e vale per entrambi i giorni; ragazzi e ragazze dai 12 ai 17 anni e portatori di handicap entrano con 15 euro; chi ha meno di 11 anni o accompagna portatori di handicap entra gratis.

Se siete interessati a partecipare, la scheda d’iscrizione è qui e il programma completo è qui. Consiglio di non rinviare la prenotazione, perché i posti disponibili sono quasi esauriti. Le ultime notizie e le chicche della SFU vengono pubblicate non solo sul sito dell’evento (scifiuniverse.it) ma anche sui social network: Facebook, X/Twitter, YouTube, Instagram, TikTok e Mastodon.

Questi i club e le associazioni presenti: Stargate Fanclub Italia, Deep Space One, Moonbase ’99, S.T.E.I. Stazione Eco-Interstellare, Star Trek Torino, CICAP, ASIMOF, Doctor Who Italian Fan Club, Starfleet Section 31 Italy Department, Steampunk Nord-Est. Il media partner è FantascientifiCast.

Ospiti e relatori: l’attore Tony Amendola, l’astrofisico Luca Perri, il fisico e astrofisico Simone Jovenitti, l’esperto musicale Claudio Sonego, il traduttore e interprete specializzato in videogiochi Samuele Voltan, la docente di inglese Aurora Fumagalli (laureata in Lettere Moderne con tesi triennale su Star Trek), il giornalista e saggista Cesare Cioni, la consulente editoriale e traduttrice Chiara Codecà, l’ingegnere Dario Kubler (esperto di costruzione di componenti satellitari e di modelli spaziali ultrafedeli).

Workshop ed experience: Meet & Greet con Tony Amendola (che parla italiano), Stampa 3D a cura di GEALab.net, osservazione del Sole in sicurezza con gli esperti di Physical.pub, scrittura con Ida Daneri (docente di scrittura creativa), fotografia per smartphone con Andrea Tedeschi, podcasting con il sottoscritto, doppiaggio con Luca Gatta, scherma con spade laser a cura di GLSabers e Tortellino Laser ASD, prova della realtà virtuale, volo spaziale con Davide Formenti, ginnastica Klingon con Elena Albertini, e altro ancora.

Ci vediamo lì!

“Carrying the Fire”, come sono andate le vendite?

È tempo di chiusure e rendiconti di fine anno, e l’editore Cartabianca Publishing mi ha mandato i dati delle vendite e i dettagli dei costi del progetto Carrying the Fire al quale tanti di voi hanno partecipato: in 12 mesi sono state vendute 1282 copie (919 cartacee e 363 digitali). Merito in gran parte del crowdfunding che avevamo avviato per far partire questa traduzione sofferta ma molto appagante.

Questi sono alcuni grafici con altri dettagli:

Nel frattempo è quasi terminata la traduzione di Never Panic Early, l’autobiografia di Fred Haise di Apollo 13. A questo proposito, l’editore mi ha chiesto di cercare di entrare in contatto con il commentatore Claudio che il 9 ottobre scorso ha scritto il suo suggerimento per il titolo nei commenti di questo blog. Claudio, se leggi questo post, l’editore vorrebbe citarti nel libro con nome e cognome, se ti fa piacere, e ovviamente farti avere una copia del libro.

Ci vediamo a Segrate oggi alle 18 per parlare di alieni?

Come preannunciato, oggi alle 18 sarò a Segrate, all’Auditorium Centro Verdi, per parlare di ricerca della vita extraterrestre (quella seria) nell‘ambito del Mese dello Spazio, che è una serie di conferenze, laboratori, cineforum e concerti dedicati al fascino dell’Universo, realizzata grazie al supporto del Comune e della Biblioteca di Segrate.

Fra gli ospiti, nelle varie giornate, ci sono Massimo Polidoro, Luca Perri (che sarà ospite della convention Sci-Fi Universe che co-organizzo a gennaio 2025), Giulio Magli, Giulia Malighetti, Luna Rampinelli, Aniello Mennella, Sonia Spinello, Eugenia Canale e Manuel Consigli. Il programma completo è qui su Physical.pub; i dettagli della mia serata di oggi sono qui.

Tutti gli incontri sono gratuiti e ad accesso libero, fino ad esaurimento dei posti; chi ha piacere può lasciare una donazione a Physical Pub. Ove possibile vi saranno firmacopie e gadget astronomici. Io porterò qualche copia di Carrying the Fire – Il mio viaggio verso la Luna (la traduzione italiana dell’autobiografia dell’astronauta lunare Michael Collins).

SpaceX prende al volo il lanciatore gigante

Visto in diretta. Non ho parole.

23:55. Mi sono ripreso dallo stupore (ed è finita la cena di chiusura del CicapFest). Questo lancio ha dimostrato la fattibilità di una tecnologia che molti consideravano impossibile: riuscire non solo a far tornare dallo spazio un lanciatore senza distruggerlo e facendolo diventare riutilizzabile, ma addirittura a farlo atterrare appendendolo alla torre di lancio, pronto per essere revisionato, rifornito e rilanciato.

Ci sono ancora molte tappe tecniche da superare prima che il lanciatore gigante Super Heavy e il veicolo Starship possano diventare operativi, ma oggi ne è stata superata una importantissima. La Luna è un pochino più vicina.

Come tradurreste il titolo “Never Panic Early”?

La copertina dell’edizione statunitense del libro.

Come forse già sapete, sto lavorando insieme all’editore Cartabianca Publishing alla traduzione dell’autobiografia dell’astronauta lunare Fred Haise (uno dei protagonisti della drammatica missione Apollo 13). Il titolo originale è Never Panic Early, che significa letteralmente “Mai farsi prendere dal panico troppo presto”.

La traduzione letterale è decisamente troppo prolissa per essere usata come titolo di un libro, per cui chiedo aiuto: se avete proposte, anche radicali e originali, segnalatele nei commenti; se qualcuno dei titoli già proposti vi ispira, votatelo.

Questi sono quelli che abbiamo partorito finora: per pura coincidenza, sono proprio tredici.

  1. Niente panico in anticipo
  2. Niente panico anticipato
  3. Niente panico troppo presto
  4. Niente panico precoce
  5. Non farsi prendere dal panico in anticipo
  6. Non farti prendere dal panico in anticipo
  7. Mai farsi prendere dal panico in anticipo
  8. Mai farti prendere dal panico in anticipo
  9. Non andare nel panico in anticipo
  10. Non andare nel panico troppo presto
  11. Panico solo quando serve?
  12. Panico quando serve?
  13. Panico al momento giusto?

2024/10/19. Ne aggiungo un altro che mi è venuto in mente di colpo: “Per il panico c’è tempo”.

Podcast RSI – NASA, monitor giganti, piatti e a colori 60 anni fa. Con tecnologia svizzera


Questo articolo è importato dal mio blog precedente Il Disinformatico: l’originale (con i commenti dei lettori) è qui.

logo del Disinformatico

Ultimo aggiornamento: 2024/07/01 16:30.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunesGoogle PodcastsSpotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Questa è l’ultima puntata prima della pausa estiva: il podcast tornerà il 19 luglio.


Gli appassionati di archeologia misteriosa li chiamano OOPART: sono gli oggetti fuori posto, o meglio fuori tempo. Manufatti che si suppone non potessero esistere nell’epoca a cui vengono datati e la cui esistenza costituirebbe un anacronismo. Immaginate di trovare una lavastoviglie o uno schema di sudoku dentro una tomba egizia mai aperta prima: sarebbe un OOPART. In realtà i presunti OOPART segnalati finora hanno tutti spiegazioni normali ma comunque affascinanti.

In informatica, invece, esiste uno di questi OOPART davvero difficile da spiegare. Questo oggetto apparentemente fuori dal tempo è un monitor gigante per computer, a colori, ultrapiatto, ad altissima risoluzione, che misura ben tre metri per sette ed è perfettamente visibile in piena luce. Prestazioni del genere oggi sono notevoli, ma si tratta di un manufatto che risale a sessant’anni fa, quando i monitor erano fatti con i tubi catodici, pesantissimi e ingombrantissimi.

La cosa buffa è che questo anacronismo extra large è sotto gli occhi di tutti, ma oggi nessuno ci fa caso. È il monitor gigante che si vede sempre nei documentari e nei film dedicati alle missioni spaziali: il mitico megaschermo del Controllo Missione.

13 aprile 1970. Il Controllo Missione durante una diretta TV trasmessa dal veicolo spaziale Apollo 13. A sinistra si vede lo schermo gigante a colori in alta risoluzione. A destra, la videoproiezione Eidophor a colori (NASA).

Come è possibile che la NASA avesse già, sei decenni fa, una tecnologia che sarebbe arrivata quasi trent’anni più tardi? Tranquilli, gli alieni non c’entrano, ma se chiedete anche ai tecnici del settore e agli informatici come potesse esistere un oggetto del genere a metà degli anni Sessanta, probabilmente non sanno come rispondere.

Questa è la strana storia di questo oggetto a prima vista impossibile e di una serie di tecnologie folli e oggi dimenticate, a base di olio viscoso, dischi rotanti e puntine di diamante, nelle quali c’è di mezzo un notevole pizzico di Svizzera. Se il nome Fritz Fischer e la parola Eidophor non vi dicono nulla, state per scoprire una pagina di storia della tecnologia che non è solo un momento nerd ma è anche una bella lezione di come l’ingegno umano sa trovare soluzioni geniali a problemi in apparenza irrisolvibili.

Benvenuti alla puntata del 28 giugno 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Un oggetto impossibile

Se siete fra i tanti che in questo periodo stanno acquistando un televisore ultrapiatto gigante in alta definizione, forse vi ricordate di quando lo schermo televisivo più grande al quale si potesse ambire a livello domestico era un 32 pollici, ossia uno schermo che misurava in diagonale circa 80 centimetri, ed era costituito da un ingombrantissimo, costosissimo e pesantissimo tubo catodico, racchiuso in un mobile squadrato e profondo che troneggiava nella stanza.* Sì, c’erano anche i videoproiettori, ma quelli erano ancora più costosi e ingombranti. Magari avete notato questi strani scatoloni nei film di qualche decennio fa. Oggi, invece, è normale avere schermi ultrapiatti, con una diagonale tre volte maggiore, che sono così sottili che si appoggiano contro una parete.

* Nel 1989 la Sony presentò in Giappone il televisore a tubo catodico Trinitron più grande mai realizzato, il KV-45ED1 o PVM-4300 (43 pollici, 225 kg, 40.000 dollari in USA).

Eppure alla NASA, a metà degli anni Sessanta, su una parete del Controllo Missione che gestiva i lanci spaziali verso la Luna, c’erano non uno ma ben cinque megaschermi perfettamente piatti, nitidissimi, con colori brillanti, visibili nonostante le luci accese in sala. Il più grande di questi schermi misurava appunto tre metri di altezza per sette di larghezza. La risoluzione di questi monitor era talmente elevata che si leggevano anche i caratteri più piccoli delle schermate tecniche e dei grafici che permettevano agli addetti di seguire in dettaglio le varie fasi dei voli spaziali.

Per fare un paragone, maxischermi come il Jumbotron di Sony o i Diamond Vision di Mitsubishi arriveranno e cominceranno a essere installati negli stadi e negli spazi pubblicitari solo negli anni Ottanta,* e comunque non avranno la nitidezza di questi monitor spaziali della NASA.** Certo, al cinema c’erano dimensioni e nitidezze notevoli e anche superiori, soprattutto con i grandi formati come il 70 mm, ma si trattava di proiezioni di pellicole preregistrate, mentre qui bisognava mostrare immagini e grafici in tempo reale. I primi monitor piatti, con schermi al plasma, risalgono anch’essi agli anni Ottanta ed erano installati nei computer portatili di punta dell’epoca, ma non raggiungevano certo dimensioni da misurare in metri e in ogni caso erano monocromatici.

* Sony è famosa per il suo Jumbotron, ma fu battuta sul tempo dalla Mitsubishi Electric, i cui megaschermi Diamond Vision furono prodotti per la prima volta nel 1980. Il primo esemplare, basato su CRT (tubi catodici) compatti a tre colori (rosso, blu e verde) fu installato a luglio dello stesso anno al Dodger Stadium di Los Angeles e misurava 8,7m x 5,8 m (Mitsubishi Electric).

** Un Jumbotron da 10 metri aveva una risoluzione di soli 240 x 192 pixel.

I primi schermi piatti a colori arriveranno addirittura trent’anni dopo quelli della NASA, nel 1992, e saranno ancora a bassa risoluzione. Il primo televisore a schermo piatto commercialmente disponibile sarà il Philips 42PW9962 (un nome facilissimo da ricordare), classe 1995, che misurerà 107 centimetri di diagonale e avrà una risoluzione modestissima, 852 x 480 pixel, che oggi farebbe imbarazzare un citofono. Costerà ben 15.000 dollari dell’epoca. Oggi dimensioni diagonali di 98 pollici (cioè due metri e mezzo) e risoluzioni dai 4K in su (ossia 3840 x 2160 pixel) sono commercialmente disponibili a prezzi ben più bassi.

Insomma, quella tecnologia usata dall’ente spaziale statunitense sembra davvero fuori dal tempo, anacronistica, impossibile. Però esisteva, e le foto e i filmati di quegli anni mostrano questi schermi all’opera, con colori freschissimi e dettagli straordinariamente nitidi, nella sala ben illuminata del Controllo Missione.

Per capire come funzionavano bisogna fare un salto a Zurigo.

Eidophor, il videoproiettore a olio

Per proiettare immagini televisive, quindi in tempo reale, su uno schermo di grandi dimensioni, negli anni Sessanta del secolo scorso esisteva una sola tecnologia: andava sotto il nome di Eidophor ed era un proiettore speciale, realizzato dalla Gretag AG di Regensdorf.

Era questo apparecchio che mostrava le immagini che arrivavano dallo spazio e dalla Luna ai tecnici del Controllo Missione di Houston, e si trattava di un marchingegno davvero particolare, concepito dall’ingegner Fritz Fischer, docente e ricercatore presso il Politecnico di Zurigo, dove lo aveva sviluppato addirittura nel 1939 [brevetto US 2,391,451], presentando il primo esemplare sperimentale nel 1943. Se ve lo state chiedendo, il nome Eidophor deriva da parole greche che significano grosso modo “portatore di immagini”.

Questo proiettore usava un sistema ottico simile a quello di un proiettore per pellicola, ma al posto della pellicola c‘era un disco riflettente che girava lentamente su se stesso. Questo disco era ricoperto da un velo di olio trasparente ad alta viscosità, sul quale un fascio collimato e pilotato di elettroni depositava delle cariche elettrostatiche che ne deformavano la superficie.

Uno specchio composto da strisce riflettenti alternate a bande trasparenti proiettava la luce intensissima di una lampada ad arco su questo velo di olio, e solo le zone del velo che erano deformate dal fascio di elettroni riflettevano questa luce verso lo schermo, permettendo di disegnare delle immagini in movimento.

Schema di funzionamento del velo d’olio e dello specchio a strisce, tratto da Eidophor – der erste Beamer, Ngzh.ch, 2018.

Lo so, sembra una descrizione molto steampunk. E come tanta tecnologia della cultura steampunk, anche l’Eidophor era grosso, ingombrante e difficile da gestire. Usarlo richiedeva la presenza di almeno due tecnici e un’alimentazione elettrica trifase, e se il velo d’olio si contaminava l’immagine prodotta veniva danneggiata. Però la sua tecnologia completamente analogica funzionava e permetteva di mostrare immagini televisive in diretta, inizialmente in bianco e nero e poi a colori, su schermi larghi fino a 18 metri.

Nel 1953 l’Eidophor fu presentato negli Stati Uniti in un prestigioso cinema di New York, su iniziativa della casa cinematografica 20th Century Fox, che sperava di installarne degli esemplari in centinaia di sale per mostrare eventi sportivi o spettacoli in diretta, ma non se ne fece nulla, perché l’ente statunitense di regolamentazione delle trasmissioni non concesse le frequenze televisive necessarie per la diffusione.

Negli anni Sessanta le emittenti televisive di tutto il mondo cominciarono a usare questi Eidophor come sfondi per i loro programmi, specialmente nei telegiornali e per le cronache degli eventi sportivi. Fra i clienti di questa invenzione svizzera ci furono anche il Pentagono, per applicazioni militari, e appunto la NASA, che ne installò ben trentaquattro esemplari nella propria sede centrale per mostrare le immagini dei primi passi di esseri umani sulla Luna a luglio del 1969. 

Un Eidophor EP 6 chiuso e aperto. Era alto 1,97 metri, largo 1,45 e profondo 1,05 (Nationalmuseum.ch).

Gli Eidophor della NASA furono modificati in modo da avere una risoluzione quasi doppia rispetto allo standard televisivo normale, 945 linee orizzontali invece delle 525 standard, rendendo così leggibili anche i caratteri più piccoli delle schermate di dati. In pratica la NASA aveva dei megaschermi HD negli anni Sessanta grazie a questa tecnologia svizzera, che fra l’altro piacque anche ai rivali sovietici, che installarono degli Eidophor anche nel loro centro di lancio spaziale.

Ma per lo schermo gigante centrale della NASA neppure l’Eidophor era all’altezza dei requisiti. Per quelle immagini ultranitide a colori era necessario ricorrere ai diamanti e alla Bat-Caverna.

Diamanti e Bat-Caverne

Anche in questo caso la tecnologia analogica fece acrobazie notevolissime. Lo schermo usava una batteria di ben sette proiettori, alloggiati in una enorme sala completamente dipinta di nero e battezzata “Bat-Caverna” dai tecnici che ci lavoravano.

Schema del sistema di proiezione, che mostra i grandi specchi usati per deviare i fasci di luce dei proiettori e ridurre così le dimensioni della sala tecnica.

Questi proiettori usavano lampade allo xeno, la cui luce potentissima illuminava delle diapositive e le proiettava su grandi lastre di vetro semitrasparente, che costituivano gli schermi veri e propri. Ma il calore di queste lampade avrebbe fuso o sbiadito in fretta qualunque normale diapositiva su pellicola, e i grafici dovevano invece restare sullo schermo per ore.

Così i tecnici si inventarono delle diapositive molto speciali, composte da lastrine di vetro ricoperte da un sottilissimo strato opaco di metallo. Su queste diapositive si disegnavano in anticipo le immagini da mostrare, incidendole direttamente nel metallo, un po’ come si fa per i circuiti stampati. Il metallo rimosso lasciava passare la luce, e poi dei filtri colorati permettevano di tingere la luce proiettata sullo schermo.

Questo permetteva di avere grafici e immagini di grandissima nitidezza, ben oltre qualunque risoluzione di monitor dell’epoca, e risolveva il problema delle immagini statiche, per esempio quella del globo terrestre o di un grafico di traiettoria o dei consumi di bordo del veicolo spaziale. Ma non risolveva il problema di aggiornare quei grafici con i dati di telemetria che provenivano dallo spazio e dai centri di calcolo della NASA.

Dettaglio di una porzione del megaschermo principale del Controllo Missione.

La soluzione ingegnosa, anche in questo caso fortemente analogica, fu montare alcuni di questi sette proiettori su un supporto che permetteva di orientarli. Questi proiettori avevano delle diapositive metalliche nelle quali c’era incisa la sagoma dei vari veicoli spaziali da seguire, e il loro puntamento era comandato dai dati che arrivavano dal centro di calcolo della NASA [l’adiacente Real-Time Computer Complex, descritto in italiano qui da Tranquility Base], pieno di grandi computer IBM 360, che elaboravano i dati trasmessi dal veicolo spaziale. In pratica, invece di aggiornare l’intera immagine come si fa con i normali monitor, veniva semplicemente spostata la diapositiva che raffigurava il veicolo e lo sfondo restava fisso.

Ma i grafici e le traiettorie andavano disegnati e aggiornati man mano, e quindi questo trucco di spostare la sagomina, per così dire, non bastava. Così la NASA adottò un trucco ancora più elegante: una testina di diamante, simile alle puntine dei giradischi, comandata da dei servomotori sugli assi X e Y, incideva la diapositiva, rimuovendo lo strato metallico opaco e facendo passare la luce del proiettore attraverso la zona incisa.

Sì, le immagini venivano letteralmente incise, formando simpatici truciolini metallici, spazzati via da delle potenti ventole. Quindi quando vedete nei documentari di quel periodo che il tracciato grafico della traiettoria di un veicolo spaziale si aggiorna, è perché la diapositiva veniva grattata. Semplice ed efficace, anche se ovviamente non era possibile rifare e correggere.

Sono tutte tecniche in apparenza semplici, una volta che qualcuno le ha escogitate, ma soprattutto sono tecniche che rivelano una lezione troppo spesso dimenticata nell’informatica di oggi: invece di usare potenza di calcolo a dismisura e risolvere tutto con il software per forza bruta, conviene esaminare bene il problema e capire prima di tutto quali sono i requisiti effettivi del progetto.

Nel caso della NASA, quei monitor dovevano mostrare in altissima risoluzione solo immagini statiche con pochi elementi in movimento, per cui non era necessario un approccio “televisivo”, nel quale l’immagine intera viene aggiornata continuamente. Per le immagini televisive vere e proprie c’era l’Eidophor; per tutto il resto bastavano diapositive metalliche e una puntina di diamante che le grattasse.

Sarebbe bello vedere applicare questi principi, per esempio, all’intelligenza artificiale. Il modello di oggi delle IA è forza bruta, con impatti energetici enormi. Ma ci sono soluzioni più eleganti ed efficienti. Per esempio, se si tratta di fare riconoscimento di immagini di telecamere di sorveglianza, non ha senso fare come si fa oggi, ossia mandare le immagini a un centro di calcolo remoto e poi farle analizzare lì da un’intelligenza artificiale generalista; conviene invece fare l’analisi sul posto, a bordo della telecamera, con una IA fatta su misura, che consuma infinitamente meno e rispetta molto di più la privacy.

Ma per ora, purtroppo, si preferisce la forza bruta.

Fonti