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Haven, l’app consigliata da Snowden per sorvegliare i propri spazi privati

Haven, l’app consigliata da Snowden per sorvegliare i propri spazi privati

Credit: Peter Hess.

Quando si pensa alla sicurezza informatica, di solito si pensa alle intrusioni compiute via Internet. Ma esiste anche l’universo degli attacchi fisici, nel quale c’è davvero di tutto e spesso l’obiettivo non è rubare un computer o uno smartphone ma accedere ai dati sensibili che vi risiedono.

C’è l’addetto alle pulizie complice di una banda di criminali informatici, che installa di nascosto un keylogger, ossia un minuscolo dispositivo che registra e ritrasmette tutto quello che viene digitato sulla tastiera del direttore di una filiale di una banca o di un’azienda. E c’è il collega di lavoro ficcanaso, il partner sentimentale geloso, il genitore, il figlio o la figlia che vuole a tutti i costi frugare nella nostra vita digitale.

Capita più spesso di quel che si potrebbe immaginare. Nel mio lavoro ho avuto a che fare con tanti partner ed ex-partner ossessivi e anche con bambini che erano attratti irresistibilmente dagli smartphone dei genitori per giocarvi di nascosto, approfittando della loro assenza o distrazione, e per farlo diventavano ladri provetti, rimettendo il telefonino perfettamente a posto dopo l’uso. A tradirli erano le bollette telefoniche maggiorate causate dai loro giochi online.

Ora c’è una soluzione ingegnosa e gratuita per questi problemi: si chiama Haven, ed è un’app per dispositivi Android (scaricabile da Google Play) che trasforma uno smartphone in un cane da guardia digitale.

Funziona così: prendete un vecchio smartphone Android che non usate più (o compratene uno ultraeconomico sacrificabile), dategli una SIM abilitata alla trasmissione dati*, e installatevi Haven. Fatto questo, mettete quello smartphone nell’ambiente che volete proteggere (un ufficio, una stanza di casa, una camera d’albergo).

* La SIM serve solo se volete inviare i dati rilevati da Haven via rete cellulare e ricevere SMS di allerta, per esempio perché temete che qualcuno faccia jamming del Wi-Fi o se il Wi-Fi non c’è; se non avete questo problema, potete usare Haven anche senza SIM.

Se entra qualcuno, grazie a Haven il microfono capterà il rumore, la fotocamera rileverà il movimento, il sensore di luce noterà il cambiamento d’illuminazione e l’accelerometro rileverà qualunque vibrazione o spostamento; Haven si accorgerà di qualunque tentativo di scollegare il telefonino dall’alimentazione o di spegnerlo, registrerà tutti questi eventi e se volete li manderà immediatamente al vostro telefonino principale via SMS o con una connessione Internet criptata.

Naturalmente Haven non protegge contro un ladro che voglia portar via qualcosa: è un modo semplice, tascabile, discreto ed economicissimo per avere la garanzia che un nostro spazio personale non sia stato violato o per sapere in tempo reale se e quando viene violato, oltre che un bel modo per riciclare un vecchio telefonino. Per esempio, se mettete lo smartphone con Haven in un cassetto vi manderà una foto di chiunque apra quel cassetto e saprete chi fruga tra le vostre cose.

Haven, fra l’altro, è open source, ossia liberamente ispezionabile per verificare che a sua volta non faccia la spia, e ha un pedigree molto particolare: è uno dei progetti di protezione della privacy sostenuti da Edward Snowden, il noto ex collaboratore dell’NSA. Uno che sulla riservatezza la sa lunga e che ora mette a disposizione di tutti le proprie competenze. Usiamole.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 2 gennaio 2018. Fonte aggiuntiva: Wired.

Localizzare uno smartphone anche a GPS spento si può

Localizzare uno smartphone anche a GPS spento si può

Vi racconto una storia d’informatica un po’ inquietante per chiudere l’anno del Disinformatico radiofonico perché credo che sia un ottimo esempio di come dati di per sé apparentemente innocui possono essere aggregati per ottenere informazioni sensibili e di come dobbiamo essere quindi molto attenti a quali dati lasciamo in giro.

Sappiamo tutti che uno smartphone sul quale sono attivi i servizi di localizzazione (GPS, soprattutto) è localizzabile da qualunque società commerciale che gestisca una delle app alle quali avete dato i permessi di tracciamento. Sappiamo inoltre che anche a GPS spento gli operatori telefonici, le forze dell’ordine e i servizi di soccorso sono in grado di localizzare qualunque telefonino acceso. Molti utenti sono convinti che per evitare il tracciamento commerciale (o da parte di un partner ficcanaso) basti disattivare la localizzazione nelle impostazioni del dispositivo. Non è così.

Alcuni ricercatori della Princeton University hanno creato un’app dimostrativa, chiamata PinMe, che consente di tracciare un telefonino anche a GPS spento, usando soltanto i dati raccolti dai vari sensori presenti nello smartphone (iOS o Android). La loro ricerca, pubblicata presso il sito dell’IEEE (PinMe: Tracking a Smartphone User around the World, accessibile a pagamento ma riassunta da Naked Security) mostra come i dati del barometro, dell’altimetro, del giroscopio, dell’accelerometro, del magnetometro e dell’orologio presenti nello smartphone siano sufficienti a determinare dove si trova un utente se li si aggrega e confronta con i dati pubblicamente disponibili.

Per esempio, l’accelerometro consente di capire il tipo di movimento: se è lento e oscillante, l’utente sta camminando. Se è più veloce e fa svolte a 90 gradi, l’utente sta andando in auto, in moto o in bici. Velocità superiori e curve ampie indicano l’uso di un treno o di un aereo. Se il barometro indica una pressione ridotta è un aereo. Incrociando per un po’ di tempo i dati di pressione atmosferica con il fuso orario rilevato dal telefonino, con i dati pubblici di altimetria e con l’orientamento della bussola è possibile circoscrivere rapidamente la zona in cui può trovarsi l’utente.

A ogni svolta, per esempio, si riduce il numero di strade corrispondenti al percorso coperto. Durante una dimostrazione, i ricercatori hanno notato che bastano dodici svolte per sapere esattamente dove si trova l’auto nella quale l’utente si sta spostando.

I rimedi sono pochi. A parte la scelta drastica di smettere di usare uno smartphone e tornare a un telefonino classico, si può provare a togliere ogni app che non si usa più e a non installare app di dubbia provenienza. I ricercatori consigliano ai produttori di imporre ai sensori dei limiti alla frequenza con la quale raccolgono dati quando sono inattivi e di aggiungere degli interruttori fisici ai dispositivi, in modo da consentire di spegnere con certezza i sensori non utilizzati.

Come evitare le app false e truffaldine

Come evitare le app false e truffaldine

Credit: Leonardoverona.it.

Per lavoro mi capita di esaminare gli smartphone di tante persone, e uno degli errori più frequenti che vedo in questi dispositivi è l’installazione di app false, ingannevoli o addirittura truffaldine che somigliano a quelle vere nel nome e nelle icone ma hanno scopi ben differenti.

Queste app possono spiare l’utente, attivandogli di nascosto la localizzazione e la fotocamera, rubare password, bombardarlo di pubblicità spesso imbarazzanti, causare addebiti in bolletta oppure addirittura provocare danni fisici al telefonino, per cui è meglio imparare presto a riconoscerle.

  • Attenzione ai cloni: uno dei trucchi usati più frequentemente dai truffatori è creare un’app che somiglia, per nome e icona, a un’altra app molto popolare, come è successo di recente con una finta app di WhatsApp.
  • Guardate il nome dello sviluppatore: se non lo riconoscete o è diverso da quello che vi aspettate, è probabilmente falso.
  • Controllate le recensioni e la popolarità: le app autentiche ne hanno tantissime e hanno decine di milioni di scaricamenti.
  • Non cercate un’app digitandone il nome in App Store o Google Play, ma andate al sito del suo produttore: lì troverete il link all’app autentica.
App Android sfruttano telefonini per generare criptovalute

App Android sfruttano telefonini per generare criptovalute

La settimana scorsa ho segnalato l’esistenza di siti che usano la potenza di calcolo dei dispositivi dei visitatori per generare criptovalute. È uno degli effetti della “febbre da bitcoin” (termine efficace ma improprio, visto che i bitcoin non c’entrano nulla ma sono coinvolte altre criptovalute). Questa stessa febbre ha generato un’altra forma di sfruttamento dei dispositivi altrui talmente grave da poterli distruggere.

I ricercatori di Kaspersky hanno infatti trovato un trojan per dispositivi Android, denominato Loapi, che è capace di obbligare un telefonino o un tablet Android a fare calcoli complessi per generare la criptovaluta Monero. Lo sfruttamento è così estremo che dopo alcuni giorni le batterie degli smartphone-cavia dei ricercatori si sono gonfiate deformando la custodia del telefonino.

Il malware Loapi si annida nei siti che offrono contenuti pornografici o falsi antivirus. Fra le altre cose, è anche capace di bombardare la vittima con pubblicità assillanti e tenta di rimuovere eventuali antivirus presenti.

Difendersi è principalmente questione di buon senso: non scaricate app da siti di dubbia reputazione, specialmente se promettono accesso a, uhm, servizi speciali, e installate un vero antivirus sul vostro dispositivo Android.

Gli smartphone Android hanno tracciato la posizione anche a localizzazione spenta

Gli smartphone Android hanno tracciato la posizione anche a localizzazione spenta

È piuttosto ben noto che gli smartphone hanno funzioni di geolocalizzazione, utili per esempio per orientarsi in una città o per trovare il ristorante più vicino. Ad alcuni utenti questa localizzazione dà fastidio perché significa regalare alle aziende la cronologia di dove vanno, per cui la spengono usando le apposite opzioni del telefonino. Problema risolto? No.

È emerso che Google ha raccolto le coordinate di localizzazione dei telefonini Android, e quindi dei loro utenti, anche quando le opzioni di localizzazione erano spente, non c’era inserita una SIM e non c’erano app installate. La scoperta riguarda qualunque telefonino Android e questa raccolta di dati non è in alcun modo disattivabile dall’utente se non spegnendo completamente il telefonino o mettendolo in modalità aereo.

Google ha confermato, ammettendo che dall’inizio di quest’anno ha raccolto questi dati usando i segnali delle antenne delle reti cellulari e facendo triangolazione. Secondo Google, questi dati servivano per provare a recapitare meglio le notifiche e i messaggi, non sono stati conservati e non verranno più raccolti a partire dalla fine di novembre 2017. Peccato non aver pensato di avvisarci che i nostri dispositivi non rispettavano i nostri desideri.

Google non è nuova a questo genere di raccolta di dati non annunciata: nel 2010 era stata colta a raccogliere per anni password, nomi utente e mail private tramite i Wi-Fi delle sue auto usate per creare le mappe e le foto di Street View, finendo davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti e ricevendo sanzioni e proteste da Francia, Australia, Regno Unito e molti altri paesi. Anche in quell’occasione, Google aveva detto che non raccoglieva e conservava questi dati, ma poi era emerso che lo faceva eccome.

Fonte aggiuntiva: Engadget.

Quanto siamo tracciabili e spiabili tramite app e pubblicità: inchiesta della TV svizzera

Quanto siamo tracciabili e spiabili tramite app e pubblicità: inchiesta della TV svizzera

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Ieri sera è andata in onda una puntata del programma di difesa dei consumatori Patti Chiari della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana dedicata interamente alla questione del tracciamento commerciale, truffaldino o criminale reso possibile dalla disinvoltura con la quale gli utenti installano sui propri smartphone tante app senza fare alcun controllo su quali dati personali vengono letti e collezionati da queste app. Basta che sia un bel giochino e sia gratis, e gli utenti installeranno qualunque cosa.

Ho partecipato al programma sia nei servizi di redazione, sia in studio, dove c’era anche l’Incaricato federale per la protezione dei dati del governo svizzero, Adrian Lobsiger.

Potete rivedere la puntata qui (o nell’embed qui sotto) insieme ai video di accompagnamento che ampliano le spiegazioni e le informazioni per imparare a difendersi dall’invadenza delle app ficcanaso. Complimenti anche a Cryms per la creazione dell’app dimostrativa e a Compass Security per la dimostrazione di come rubare account e identità digitali a una vittima usando semplicemente un’app.

I tutorial di accompagnamento:

  • Come impostare le autorizzazioni su Android, iPhone, Google e Facebook
  • Interviste a Michal Kosinski, al sottoscritto e ad Alessandro Trivilini, docente del Dipartimento di tecnologie innovative della SUPSI.
  • Big Data: il caso Trump e Cambridge Analytica, rapporti tecnici e programmi di prevenzione
  • Notizie correlate alla raccolta di dati da parte dei social network
  • I commenti dei telespettatori e le mie risposte.
Addio, Windows Phone 8.1

Addio, Windows Phone 8.1

Amici, utenti di smartphone, compatrioti, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Windows Phone, ma anche a lodarlo. Il male che gli smartphone fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro SIM; e così sia di Windows Phone. Shakespeare 2.0.

Dall’11 luglio scorso Microsoft non offre più supporto per Windows Phone 8.1. Chi ha uno smartphone compatibile può aggiornarlo a Windows Phone 10, ma molti modelli (compreso il mio Nokia 1020 e la sua fotocamera Zeiss con sensore da 41 megapixel, nella foto qui sopra) sono stati esclusi dall’aggiornamento ufficiale pur essendo teoricamente compatibili. Se volete provare (a vostro rischio e pericolo) i metodi non ufficiali per passare a Windows Phone 10, date un’occhiata a Windowsblogitalia o a IBTimes.

Mi capita spesso di vedere che gli utenti Windows Phone vengono presi in giro dagli altri. Colpa, in parte, della quota di mercato minuscola (circa lo 0,3% di tutte le vendite di smartphone a fine 2016 contro l’81,7% di Android e il 17,9% di iPhone, secondo Gartner), che spinge molti creatori di app a non fornire una versione dei loro prodotti per Windows Phone. Ma chi tratta male Windows Phone non considera che dal punto di vista della sicurezza è considerato uno dei più robusti fra i sistemi operativi per smartphone.

Certo, questa reputazione è merito appunto anche della sua quota di mercato: visto che sono pochissimi a usarlo, ai creatori di malware conviene creare trappole per i sistemi più diffusi (e infatti Android è quello più preso di mira). Ma considerate queste testimonianze, raccolte da Naked Security: “Windows Phone sembra il più difficile da scardinare… se ho accesso fisico al dispositivo, di solito Android è il bersaglio più facile, poi c’è l’iPhone e poi ci sono le vecchie versioni di BlackBerry…se devi tenerti uno smartphone non recente, usa un Blackberry basato su BB10 o un Windows Phone che usa Windows Phone 8 o successivo” (Steve Lord di Mandalorian Security Services).

O questa: “La storia dimostra che i Windows Phone erano dispositivi a basso rischio… nella foga di passare a una piattaforma alternativa (iPhone o Android) gli utenti dovranno valutare l’impatto di migrare da una piattaforma che i criminali informatici hanno per lo più ignorato a una sulla quale questi criminali si concentrano.” (Simon Reed di Sophos).

Insomma, se avete un Windows Phone vecchiotto, non buttatelo via. Trattatelo con rispetto e siate fieri di essere differenti dalla massa.

Scanner dell’iride sugli smartphone: scavalcabile anche a distanza

Una delle nuove tendenze nella sicurezza dei dispositivi mobili è il riconoscimento dell’iride. Sembra una buona idea: l’iride è una cosa che portiamo sempre con noi, il suo schema è unico sostanzialmente quanto un’impronta digitale, e rispetto a quest’impronta ha il vantaggio che non ne lasciamo copie in giro continuamente. Così Samsung propone lo sblocco tramite riconoscimento dell’iride del suo smartphone Galaxy S8.

Ma i ricercatori del Chaos Computer Club tedesco hanno messo alla prova questo sistema e l’hanno beffato con estrema facilità: come si può vedere nel video qui sotto, è vero che non lasciamo in giro copie dell’iride, ma l’iride è comunque facilmente copiabile a distanza usando una comune fotocamera digitale e fotografando il soggetto da una distanza non eccessiva. Non occorre avvicinarsi esageratamente: è sufficiente una foto scattata in condizioni di normale interazione sociale (a tavola o durante una lezione o una conferenza stampa, per esempio). Basta usare la modalità notturna, perché il sensore del Samsung Galaxy S8 usa gli infrarossi.

La foto viene poi stampata in grandezza naturale e viene applicata su di essa una comune lente a contatto per simulare l’aspetto e la riflettività di un occhio reale. Fatto questo, basta mostrare questa foto al telefonino per vederlo sbloccarsi come se avesse davanti il legittimo proprietario.

La cosa è piuttosto preoccupante perché, come nota Engadget, il riconoscimento dell’iride viene proposto anche come soluzione per le carte di credito (Mastercard) o come sostituto dei passaporti (Australia).

Messaggino paralizza smartphone Android non recenti

Gli esperti di sicurezza informatica di Context IS hanno scoperto un difetto negli smartphone Samsung Galaxy S4, S4 Mini, S5 e Note 4 che consente di attaccarli e forzarne continuamente il riavvio semplicemente inviando loro un messaggio appositamente confezionato.

Più specificamente, l’attacco avviene tramite i messaggi di configurazione WAP, una tecnologia quasi in disuso ma ancora presente negli smartphone, che la implementano senza fare alcuna verifica sull’origine o sul contenuto, come dimostrato in un video molto eloquente.

Le versioni più recenti degli smartphone Samsung non sono vulnerabili, ma quelle vecchie sono ancora molto diffuse. Conviene aggiornare il più possibile il software (Samsung ne ha rilasciato una versione che risolve questa falla) ed evitare, se possibile, di usare smartphone non più aggiornabili.

Fonti aggiuntive: Bitdefender, BoingBoing. 

Telefonino nuovo? Mettetegli un cane da guardia. Ma pensateci bene

Telefonino nuovo? Mettetegli un cane da guardia. Ma pensateci bene

Se per Natale vi capita di ricevere in regalo uno smartphone nuovo e costoso, c’è purtroppo il rischio che qualcuno ve lo rubi. C’è chi installa apposite app di tracciamento per gestire questo tipo di situazione spiacevole, ma c’è anche chi usa queste app in maniera inconsueta. Uno studente di cinematografia olandese, Anthony van der Meer, dopo aver subìto il furto di un iPhone, ha deciso installare Cerberus su un Android e ha lasciato che il telefonino gli venisse rubato, per poi documentare come veniva utilizzato. Il risultato è un documentario di 21 minuti, Find My Phone.

Cerberus resiste ai reset e ai cambi di SIM che di solito rendono inservibili i normali sistemi di tracciamento degli smartphone rubati o smarriti, e consente di accedere da remoto ai file presenti nel dispositivo e accenderne la fotocamera e il microfono. Così lo studente è riuscito a pedinare, fotografare e ascoltare le conversazioni del ladro (o di qualcuno che aveva successivamente acquisito il suo smartphone-esca). Lo ha seguito nei suoi viaggi e spostamenti in Olanda e in altri paesi. Ha intercettato le chiamate dell’uomo a una linea erotica e registrato una lunga conversazione fra il sorvegliato e una donna. Ha imparato a conoscerne le abitudini e i comportamenti.

Il sorvegliato non era affatto quello che lo studente si aspettava: aveva una vita, una religione, delle amicizie, dei problemi. Poi van der Meer è andato a visitare di persona il luogo dove abitava il presunto ladro, scoprendo che spesso dormiva in un rifugio per senzatetto o a casa di amici e incontrandolo faccia a faccia.

Van der Meer è rimasto così scosso dalla sua intrusione nella vita di un’altra persona che ha finito per mandare al “ladro” del credito telefonico, visto che la sua sorveglianza tramite Cerberus consumava molto credito per la trasmissione di dati.

Lascio i dettagli e l’epilogo della vicenda alla vostra visione di Find my Phone, ma l’esperimento dello studente mostra la potenza dei sistemi di sorveglianza incorporabili nei telefonini e pone seri problemi di legalità. Come nota Sophos, installare un sistema di tracciamento sui propri dispositivi è lecito, ma usarlo per sorvegliare le persone (per esempio installandolo sul telefonino del partner o del coniuge) è indubbiamente illegale.

C’è anche un altro rischio: le persone sorvegliate vengono trattate come colpevoli fino a prova contraria, dimenticando che potrebbero anche essere innocenti, avendo trovato il telefonino o avendolo ricevuto senza conoscerne la provenienza furtiva, come è già successo in alcuni casi analoghi di utilizzo di sistemi antifurto.