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sicurezza informatica

Hacker “attaccano banche svizzere”? Non proprio, risponde MELANI

Hacker “attaccano banche svizzere”? Non proprio, risponde MELANI

Allarmati per le notizie recenti di attacchi informatici alle banche svizzere? Tranquilli: il malware Retefe di cui si parla in queste notizie è una vecchia conoscenza dei servizi di sicurezza informatica e le banche si sono già premunite da mesi per contrastarla. Lo dice MELANI, la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione, in risposta a questo articolo di Trend Micro, che parla di un’operazione denominata, con grande sforzo creativo, Emmental.

L’attacco in realtà non prende di mira i siti delle banche, ma i dispositivi utilizzati dagli utenti per effettuare transazioni bancarie via Internet e in particolare la cosiddetta autenticazione a due fattori: in pratica il sito della banca, oltre a chiedere all’utente qualcosa che sa (la password), gli chiede anche qualcosa che ha (per esempio il telefonino, al quale viene inviato un ulteriore codice usa e getta di autenticazione). Se non vengono forniti entrambi i fattori di autenticazione, il sito della banca rifiuta l’accesso.

La tecnica criminale descritta da Trend Micro non si basa sulla consueta infezione del computer della vittima con malware-spia persistente: usa invece un malware che altera la configurazione del computer, specificamente i parametri DNS che indirizzano il traffico dell’utente, e poi si cancella senza lasciare tracce. Questi parametri vengono modificati in modo che quando l’utente digita il nome di un sito attendibile (per esempio la propria banca), il computer lo porti al sito dei truffatori, che è realizzato a immagine e somiglianza di quello della banca e che usa un certificato SSL di provenienza illecita per sembrare ancora più credibile.

A questo punto il sito-trappola invita l’utente a installare un’app Android, dicendo che si tratta di un generatore di codice di sessione. Invece l’app cattura gli SMS provenienti dalla banca e li dirotta su un computer o un telefonino gestiti dai truffatori. In questo modo i criminali ottengono il primo fattore di autenticazione (login e password) tramite il falso sito e il secondo fattore attraverso l’app. Hanno quindi tutto quel che serve per violare il conto della vittima.

La difesa contro questo attacco piuttosto sofisticato è in realtà semplice: basta non installare app che non provengono da Google Play. MELANI sottolinea inoltre che le banche svizzere non chiedono mai ai propri clienti di fornire informazioni di connessione o di installare un’app su uno smartphone, ricorda la necessità di installare un antivirus, di attivare e aggiornare regolarmente un firewall, di aggiornare il sistema operativo e il browser insieme a tutti gli altri software installati, e di fare attenzione alle mail di origine sconosciuta che contengono allegati o link.

Le mappe degli attacchi informatici in tempo reale

Le mappe degli attacchi informatici in tempo reale

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Sembra una schermata presa da un film sull’apocalisse di una guerra nucleare, ma è in realtà la mappa, aggiornata in tempo reale, degli attacchi informatici in giro per il mondo. La trovate presso map.ipviking.com ed è spettacolare: purtroppo funziona solo con il browser Chrome.

Ancora più dinamica, con la sua grafica tridimensionale, ma leggermente meno informativa è la mappa offerta da Kaspersky presso cybermap.kaspersky.com.

Queste visualizzazioni hanno bisogno di qualche chiarimento per evitare malintesi ed interpretazioni distorte. Innanzi tutto, da dove vengono i dati? Dai cosiddetti honeypot, ossia dai computer che vengono piazzati su Internet come esca dalle società di sicurezza informatica e che simulano computer aziendali, sportelli automatici e altri bersagli tipicamente scelti dai criminali informatici. La mappa di Ipviking.com si basa su otto milioni di questi honeypot.

Attenzione, però, a non prendere per oro colato le indicazioni di provenienza degli attacchi: molti sembrano provenire dalla Cina, ma può essere un’apparenza ingannevole, perché molti aggressori informatici mascherano abilmente la propria reale localizzazione. Le origini principali degli attacchi sono (almeno in apparenza) gli Stati Uniti, i Paesi Bassi, la Russia e un luogo strano: un’isoletta vicina alla costa del Ghana ed etichettata “Mil/Gov”: è un’indicazione arbitraria per rappresentare tutti gli attacchi fatti e subiti dal governo statunitense se non sono disponibili dati di geolocalizzazione.

I bersagli principali degli attacchi, invece, sono gli Stati Uniti, la Cina, Singapore, il Regno Unito e la Thailandia. Per Kaspersky, i paesi maggiormente infettati sono la Russia, l’India, il Vietnam, gli Stati Uniti e la Germania; la Svizzera è al trentunesimo posto e l’Italia si piazza al ventesimo.

I truffatori della finta assistenza Microsoft ci riprovano. Li registro e li richiamo

I truffatori della finta assistenza Microsoft ci riprovano. Li registro e li richiamo

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “andrea.rug*” e “fabiano.b*”.

Oggi pomeriggio mi hanno telefonato i truffatori che fingono di essere del servizio clienti Microsoft. Sì, di nuovo. Stavolta avevo un po’ più di tempo a disposizione e così mi sono soffermato a prenderli un po’ in giro e a chiedere loro informazioni.

La novità più significativa, rispetto al caso precedente, è che oltre a burlarmi di loro e far perdere loro un bel quarto d’ora li ho poi richiamati io al numero di telefono inglese che mi hanno fornito. E hanno risposto.

Insomma, adesso abbiamo un numero di telefono di truffatori conclamati. Verrebbe voglia di avviare un phonebombing per impedire loro di fare danni ad altre persone, ma ho preferito avvisare la polizia locale.

Cominciamo con ordine. La telefonata (da un numero mascherato) è arrivata sul mio numero di rete fissa; appena mi sono accorto dal contesto che era una chiamata truffaldina di questo genere ho acceso il vivavoce e ho avviato il registratore che ho sul telefonino. Quello che sentite qui sotto è il file integrale della registrazione, convertito in MP3 a 64k per stare nei limiti di dimensione di Tindeck. I vuoti nella registrazione sono presenti anche nella chiamata originale.  


Upload MP3 and download MP3 using free MP3 hosting from Tindeck.

Il copione della truffa è il solito: lei (stavolta è una donna) dice di essere del “Windows PC Support” nel Regno Unito (specifica “East London”), mi dice che ho il computer infettato e che loro lo sanno tramite il loro server centralizzato. Cerca di convincermi a digitare dei comandi al mio PC Windows che mostrino l’Event Viewer e mi diano l’impressione che ci siano messaggi diagnostici che confermano il problema annunciato dalla truffatrice. Faccio finta di digitare i comandi: ovviamente lei in tutta questa storia non sa che sono seduto davanti a un Mac.

Le chiedo (a 2:50 circa) di spiegarmi cosa sto (o starei) facendo al mio (inesistente) computer Windows, ma lei ripete la solita litania. OK, allora provo un altro approccio: a 3:40 le chiedo se il mio computer infettato è contagioso e ha dei germi che potrebbero farmi male. Dico che è un po’ che non mi sento bene, magari è colpa del computer infetto. Non mi dà retta.

Ripete la litania delle lettere che compongono il comando eventvwr. A 6:55 le chiedo schiettamente se è consapevole di far parte di una truffa internazionale e che lei sta cercando di convincermi a eseguire malware sul mio computer. Lei ribatte che se fosse una truffatrice, non saprebbe il mio codice di licenza Windows, e procede a “dimostrarmi” che lo conosce dandomi delle istruzioni che in realtà farebbero comparire un codice, tipicamente 888DCA60-FC0A-11CF-8F0F-00C04FD7D062, che è presente in tutte le installazioni di Windows (è un CLSID). Non ha pudore, insomma.

Credit: Securelist.com.

A 8:30 le chiedo se sta chiamando da parte di Microsoft. Lei dice di no: dice che chiama dal “Windows technical department” e che Microsoft non chiama i clienti (vero). Lei telefona per conto di una società di servizi. Le chiedo come si chiama questa società, ma lei tergiversa e dice che i computer “in tutta l’India…”, poi si corregge (mi sa che s’è tradita e ha rivelato da dove chiama) e dice “in tutto il mondo”, sono collegati a un server specializzato e che tutto quello che passa da qualunque computer Windows viene trasmesso a quel server.

Allora le chiedo (9:35) se mi sta spiando, visto che dice che tutto quel che passa sui PC viene visto da quel presunto server. Lei comincia ad avere qualche difficoltà e ritorna alla sua litania standard.

A 10:49 le dico che sono un giornalista e che sto registrando la chiamata. Non sono sicuro che abbia capito ma dice che ho il permesso di registrare la chiamata. Le spiego che sono un informatico e che so che sta cercando di fregarmi e le propongo un’intervista. Macché. Lei insiste che sta chiamando da Londra. Allora le chiedo il suo numero di telefono per richiamarla.

Dopo un po’ di esitazione, finalmente (a 13:30) mi dà un numero: 0044 2035 1430 93. Riprendiamo la procedura. Le rivelo (dopo un quarto d’ora che siamo al telefono) che non ho fatto nulla di quello che lei mi ha chiesto. Inesorabile, lei riprende da capo la sua procedura, chiedendomi di digitare di nuovo eventvwr. Le dico che non funzionerà, perché sono un informatico e so benissimo che sta cercando di fregarmi. Finalmente si arrende e riappende.

Ma a questo punto ho in mano un numero di telefono. Mi aspettavo che fosse finto, una sorta di bluff, ma quando l’ho chiamato (dopo un reverse lookup che lo piazzava a Croydon, Londra) mi ha risposto davvero qualcuno. Ecco la registrazione:


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Risponde una voce registrata con l’annuncio “Windows PC Support”. Chiedo se sto parlando con qualcuno di Microsoft, ma lui (stavolta è una voce maschile) dice che è il “Windows software department”. Chiedo come fanno a sapere che il mio computer è infetto e lui parte con la storiella del CLSID. Stavolta (a 2:50) dico che non sono davanti al computer e chiedo di nuovo se fa parte di Microsoft. Lui mi passa un certo “Mark”. Ripeto la domanda: siete parte di Microsoft? No, risponde lui, si tratta di un’azienda indipendente. Ribadisce che ha la licenza del mio Windows (se solo sapesse) e crede che siano stati loro a chiamare (a 4:30).

Gli chiedo come fanno ad avere il mio numero di licenza se non fanno parte di Microsoft, ma lui racconta storie sul reparto ricerca e sviluppo per poi tornare alla litania standard. Dice (a 5:30) che ha davanti a lui una schermata che gli dice che il mio computer è infetto. Gli chiedo dettagli sul tipo d’infezione, ma lui s’irrita. Ho solo una domanda (a 6:55): se lui ha tutte queste informazioni riguardanti il mio computer, come mai non sa che non ho un PC Windows, ma un Mac? Lui bluffa, dicendo che sa che ho un laptop, ma ovviamente non attacca. Dice allora che si vede che ho sbagliato numero e si congeda.

Ho fatto immediatamente rapporto alla polizia britannica. Se ci saranno novità, ve le segnalerò.

Ma quale sicurezza? Basta un dollaro per convincere gli utenti a installare software ignoto

Ma quale sicurezza? Basta un dollaro per convincere gli utenti a installare software ignoto

Uno studio condotto presso la Carnegie Mellon University sembra confermare uno dei luoghi comuni più diffusi fra gli informatici: gli utenti sono l’anello più debole della catena di sicurezza. Così debole che spesso basta offrire loro un dollaro per convincerli a installare software di provenienza sconosciuta e potenzialmente ostile, in barba a ogni buona norma di sicurezza.

I ricercatori della CMU hanno offerto anonimamente, sul sito Mechanical Turk di Amazon, un software per Windows dicendo vagamente che si trattava di un software di calcolo distribuito per una ricerca e offrendo a chi lo installava ed eseguiva sul proprio computer per un’ora un importo variabile da un centesimo a un dollaro. Il nome dell’università non veniva indicato.

Una delle regole fondamentali della sicurezza è che non si scarica e non si installa software di provenienza sconosciuta, eppure il 22% degli utenti che hanno visto l’offerta (64 su 291) ha violato questa regola in cambio di un centesimo. Quando il compenso è salito a 50 centesimi, la percentuale è salita al 36% (294 su 823). Per un dollaro, il 42% degli utenti (474 su 1105) è risultato disponibile a compromettere la propria sicurezza informatica.

Alcune versioni del software facevano comparire la finestra d’allarme dello User Account Control, che chiedeva esplicitamente all’utente se davvero voleva consentire al software di modificare le impostazioni del suo computer; l’avviso non ha fatto alcuna differenza significativa. Gli utenti erano disposti a eseguire un programma di origine sconosciuta che chiedeva permessi a livello di amministratore.

È vero che il software dei ricercatori non attivava gli antivirus, ma è comunque imprudente installare applicazioni sconosciute, perché solitamente gli antivirus riconoscono uno specifico malware soltanto se è già stato segnalato: per quel che ne sapevano gli utenti, in cambio di pochi soldi stavano installando un virus sconosciuto.

La ricerca fornisce molti altri spunti, come per esempio l’osservazione poco intuitiva che gli utenti che avevano un antivirus erano quelli maggiormente disposti a rischiare installando il software di test: l’uso di un antivirus dava loro un falso senso di sicurezza che li spingeva a rischiare più degli altri.

I risultati non mancheranno di suscitare polemiche, perché dicono fondamentalmente che gli utenti sono stupidi e che gli amministratori di sistema fanno bene a impedire l’installazione di applicazioni da parte degli utenti stessi e danno ragione al modello chiuso e monopolistico del “giardino cintato” proposto per esempio da Apple con l’App Store: non avrai altra fonte di software al di fuori di me, perché io sarò il garante della tua sicurezza. L’esatto contrario della libertà che era stata promessa agli utenti dal PC. Per questo, appunto, un tempo si chiamava “personal computer”.

L’NSA raccoglie i dati di Microsoft SkyDrive. Se usate SkyDrive per i dati dei clienti, avete un grosso problema

L’NSA raccoglie i dati di Microsoft SkyDrive. Se usate SkyDrive per i dati dei clienti, avete un grosso problema

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “stefano.bene*” e “antoniopri*”.

Mikko Hypponen di F-Secure ha tweetato oggi quest’immagine tratta dal nuovo libro di Glenn Greenwald, No Place to Hide (“nessun posto dove nascondersi”), che documenta con nuove informazioni quello che sta facendo l’NSA con i nostri dati.

Fondamentalmente, risulta che a partire da marzo 2013 il sistema PRISM raccoglie i dati di Microsoft Skydrive. Questo è il risultato, dice il testo, di “molti mesi di lavoro dell’FBI con Microsoft per stabilire questa soluzione di tasking e di raccolta”. In altre parole, non è che i servizi di sicurezza USA prendono i dati degli utenti da Microsoft Skydrive di nascosto e contro il volere di Microsoft. C’è una collaborazione consapevole da parte sua.

Se la vostra azienda, il vostro studio medico, il vostro studio legale gestisce informazioni passando tramite Skydrive (magari perché usate un Windows Phone), avete un problema: non potete garantire ai vostri clienti la riservatezza di queste informazioni. Questo potrebbe avere implicazioni legali non banali.

Diciamola com’è: un governo straniero ci spia in massa. Lo sospettavamo da tempo, ma grazie a Edward Snowden ora lo sappiamo in dettaglio e sappiamo quanto è vasta e pervasiva questa rete a strascico di spionaggio da parte di un paese “amico”. Vogliamo continuare a far finta che sia il problema di qualcun altro?

Heartbleed, altre info in breve

Heartbleed, altre info in breve

Se avete un telefonino Android, potreste essere vulnerabili a Heartbleed. Un modo efficace per saperlo è usare l’app Heartbleed Detector, disponibile gratuitamente su Google Play. Attenzione agli imitatori-sciacalli, che hanno creato app dai nomi molto simili. In italiano l’app giusta si chiama Heartbleed Sicurezza Scanner.

Anche le chiavi di OpenVPN possono essere intercettate tramite Heartbleed (Ars Technica).

È stato compiuto il primo arresto legato a Heartbleed. L’arrestato, un diciannovenne, aveva usato la vulnerabilità per violare la Canadian Revenue Agency (l’ente fiscale canadese).

Intego ha una FAQ per gli utenti Apple (Mac OS X e iOS).

Bloomberg dice di avere conferme che l’NSA sapeva di Heartbleed e lo ha sfruttato. L’NSA nega.

Forbes mette in evidenza il vero scandalo della questione Heartbleed: sono soltanto quattro i programmatori principali che si occupano della manutenzione e della verifica di OpenSSL, e uno solo di loro lo considera il proprio lavoro a tempo pieno.

Heartbleed, falla di sicurezza senza precedenti ferma Internet. Come difendersi

Heartbleed, falla di sicurezza senza precedenti ferma Internet. Come difendersi

Sai che una falla è grave
quando ha un logo tutto suo.

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

C’è un forte panico mediatico intorno a Heartbleed, la falla gravissima nel software di autenticazione e cifratura OpenSSL che permette di rubare in modo invisibile password di utenti e identità di siti: proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Il problema, sensazionalismi a parte, è veramente serio. Bruce Schneier, uno dei massimi esperti mondiali di sicurezza, l’ha definito senza mezzi termini “catastrofico”. Le autorità svizzere, specificamente la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione MELANI, hanno pubblicato un dettagliato comunicato (in italiano, francese e tedesco).

Le cose di base da sapere sono queste:

  • Heartbleed è il nome informale dato a un errore di programmazione (CVE-2014-0160) che da due anni è presente nella libreria software crittografica OpenSSL versione 1.0.1, che è usata o è stata usata da due terzi dei siti Internet del mondo per proteggere le comunicazioni sensibili (principalmente scambi di password) e per autenticarsi (far chiudere il lucchetto nei browser). Il nome è un gioco di parole su heartbeat (un termine tecnico che descrive un aspetto del funzionamento di questa libreria).
  • Almeno mezzo milione di siti risulta essere vulnerabile.
  • L’errore è già stato corretto nella nuova versione di OpenSSL (la 1.0.1g).
  • Si presume si tratti di errore e non di sabotaggio intenzionale.
  • L’errore è stato scoperto indipendentemente da due gruppi di ricercatori (Riku, Antti e Matti a Codenomicon e Neel Mehta di Google Security) e annunciato pubblicamente il 7 aprile scorso.
  • Spetta ai responsabili della sicurezza dei singoli siti aggiornarsi installando la nuova versione di OpenSSL.
  • L’errore consente a un aggressore, senza interagire con i computer/dispositivo della vittima, di acquisire dati riservati (mail, password, documenti, numeri di carte di credito) trasmessi dai siti che usano OpenSSL.
  • Cosa ancora più grave, l’errore potrebbe consentire a un sito gestito da un aggressore di spacciarsi per un sito attendibile in modo assolutamente realistico (lucchetto chiuso, https).
  • Sono a rischio webmail, social network e anche VPN.
  • Non sappiamo quanto questa falla è stata sfruttata, perché l’aggressione spesso non lascia tracce. Dobbiamo presumere il peggio. Alcune tracce indicano che viene sfruttata da mesi.
  • Yahoo, Instagram, Tumblr, Dropbox, Minecraft, Flickr, Imgur sono fra i principali siti che risultano essere (o essere stati) vulnerabili: i ricercatori hanno dimostrato di riuscire a estrarre password e indirizzi di e-mail di Yahoo sfruttando questa falla. Tutti i siti citati ora sono a posto e non sono più vulnerabili.
  • Non ci sono aggiornamenti di sicurezza da installare sui computer, tablet o telefonini di noi utenti, ma chi ha un computer che ospita un sito Web oppure un NAS dovrà verificare se sta usando la versione vulnerabile di OpenSSL.
  • Non fa differenza se usate Mac OS, Linux, Windows, Android, iOS e se usate un computer o un tablet o uno smartphone: siamo tutti vulnerabili allo stesso modo.
  • Ci vorrà tempo perché la falla sparisca da Internet: i singoli siti devono installare la versione aggiornata del software OpenSSL e poi devono generare una nuova coppia di chiavi di sicurezza e aggiornare il proprio certificato SSL. Considerata la ressa che ci sarà per fare queste cose presso le autorità che emettono certificati, il problema si trascinerà probabilmente per alcuni giorni.
  • La parte più difficile sarà rimuovere la falla da NAS, firewall, sistemi embedded e altri dispositivi. Cisco, per esempio, ha annunciato che almeno tredici dei suoi sistemi di telefonia IP e server di comunicazione e messaggistica sono vulnerabili e vanno aggiornati.

Le cose fondamentali da fare, invece, sono queste:

  • Controllate se i siti che visitate sono vulnerabili o si sono aggiornati, immettendone il nome in ssllabs.com/ssltest oppure filippo.io/Heartbleed/.
  • Se un sito risulta vulnerabile, non interagite con esso fino a che non si aggiorna. Non cambiate la vostra password: è inutile se il sito non si aggiorna. La nuova password verrebbe letta dagli aggressori.
  • Se un sito risulta non vulnerabile, visitatelo e cambiate immediatamente la vostra password.
  • Non usate la stessa password per siti differenti: se lo fate, mai come oggi è il momento di smettere di essere così pigri e imprudenti.
  • Non fidatevi di mail o altri messaggi che vi invitano a cliccare su un link per aggiornare le vostre password: sono quasi sicuramente trappole di criminali.
  • Non seguite link a siti presso i quali avete un account: digitate a mano il nome del sito nel vostro browser.
  • Se avete NAS o altri server personali esposti a Internet, aggiornateli appena possibile.

Infine, alcune considerazioni generali:

  • Il fatto che la falla sia in un componente software open source non è una dimostrazione dell’inaffidabilità dell’open source. Anzi, il fatto che il codice di questa libreria sia aperto e ispezionabile da chiunque ha agevolato la scoperta e la correzione dell’errore. Non è detto che errori come questo non ci siano anche nel software chiuso, e se ci sono possono essere scoperti solo da un numero molto ristretto di addetti ai lavori.
  • Si sa chi è il “colpevole”: lo sviluppatore tedesco Robin Seggelmann, che ha materialmente inserito la modifica errata il 31 dicembre 2011 alle 23:59:57 (almeno stando ai log), ma anche il suo collega revisore Stephen Henson che non ha visto l’errore.
  • Gli errori di questo genere avvengono perché un elemento vitale della sicurezza come OpenSSL viene gestito da un numero molto modesto di esperti volontari non pagati. Se le aziende che usano questo software per fare milioni di guadagni donassero qualcosa al progetto OpenSSL, avremmo più occhi a sorvegliare la qualità del software.
  • Allo stato attuale sembra improbabile che l’errore sia stato introdotto intenzionalmente da parte di agenzie governative come NSA per facilitare le intercettazioni, ma è presumibile che queste agenzie abbiano notato e sfruttato la falla.

Fonti aggiuntive: Ars Technica, MELANI. Ringrazio Luigi Rosa per alcune info tecniche.

Occhio ai siti che usano Google per rubare password

Occhio ai siti che usano Google per rubare password

La falsa schermata di login
(credit: Symantec)

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Una delle tecniche più diffuse e classiche per rubare le password è il cosiddetto phishing: la vittima riceve una mail, proveniente da un mittente apparentemente credibile, che contiene un invito a cliccare su un link allo scopo di aggiornare i propri dati o recuperare un account bloccato o altre scuse analoghe. Il link porta in realtà a un sito falso, gestito dai ladri di password, che assomiglia visivamente al sito autentico relativo all’account: immettendovi la password, la vittima la regala ai ladri.

La difesa è altrettanto classica: guardare la destinazione del link, per esempio lasciando fermo il puntatore del mouse sopra il link per qualche istante oppure (soluzione meno preferibile) cliccando sul link e guardando se nella barra dell’indirizzo compare un lucchetto chiuso insieme all’indicazione “https” e al nome esatto del sito di cui è stata chiesta la password.

Questo di solito è sufficiente, ma di recente è stato segnalato da Symantec un caso di phishing per il quale questa difesa non basta. Infatti è in circolazione un tentativo di rubare le password degli account Google che arriva, come consueto, sotto forma di una mail proveniente apparentemente da Google e contenente il solito link-trappola, con la differenza che stavolta il link ingannevole porta a Google.

I ladri di password, infatti, hanno creato in Google Drive una pagina che imita l’aspetto della schermata di login di Google, che è quello che l’utente tipicamente si aspetta di vedere. Essendo ospitata su Google, la pagina visualizza il lucchetto chiuso e l’https che solitamente garantiscono l’autenticità del sito visitato. Se l’utente abbocca e immette la propria password, viene poi portato a un documento Google normalissimo, per cui è possibile che non si accorga neanche di essere stato ingannato dai ladri.

Qualunque buon antivirus dovrebbe proteggere contro questo genere di trappola, ma è meglio comunque essere vigili:

  1. Diffidate sempre delle mail che vi chiedono di cliccare su un link per accedere a un account per qualunque ragione e usano un testo molto generico.
  2. Se le ricevete, cestinatele senza pietà.
  3. Se volete essere sicuri di non aver cestinato un messaggio autentico, accedete manualmente al sito citato nella mail (digitandone il nome o cliccando sui Preferiti se l’avete incluso fra i Preferiti) per vedere se c’è davvero una comunicazione da parte del sito: se non c’è, vi siete appena salvati da un tentativo di furto di password.
Aggiornamento di Flash Player per Mac, Windows, Linux

Aggiornamento di Flash Player per Mac, Windows, Linux

Adobe ha rilasciato la versione 12.0.0.77 per Mac e Windows di Flash Player e la versione 11.2.202.346 per Linux. Questi aggiornamenti turano falle di sicurezza importanti, come descritto nel bollettino Adobe.

Se usate Flash, controllate se avete già la versione più aggiornata cliccando qui e scaricate l’aggiornamento qui.

Se usate Google Chrome come browser, l’aggiornamento della versione di Flash usata in questo browser è automatico.

Europol: non usate i WiFi pubblici, sono a rischio di furto di dati. Come difendersi

Europol: non usate i WiFi pubblici, sono a rischio di furto di dati. Come difendersi

Troels Oerting, responsabile dell’Europol (Ufficio di Polizia Europeo) per la lotta al crimine informatico, ha messo in guardia gli internauti contro il rischio di furto di dati sensibili se usano gli accessi WiFi pubblici.

In un’intervista alla BBC, Oerting ha segnalato la crescita degli attacchi effettuati utilizzando questi accessi “per rubare informazioni, identità o password e soldi… dovremmo insegnare agli utenti che non dovrebbero gestire informazioni sensibili quando usano un WiFi aperto non sicuro.” Il WiFi di casa va bene, ha aggiunto, ma è meglio evitare l’accesso senza fili spesso offerto da luoghi di ristoro o locali pubblici.

La tecnica d’attacco è semplice: il criminale crea un hotspot WiFi che somiglia a quelli pubblici (non è difficile, basta un laptop o uno smartphone) e convince le persone a collegarsi a Internet tramite quell’hotspot. In questo modo i dati delle vittime transitano dai dispositivi del criminale che, con il software opportuno, può intercettarli e decifrarli.

L’attacco in sé non è una novità (in gergo si chiama “man in the middle”, letteralmente “uomo che si mette in mezzo”): uno dei casi più noti riguarda il Parlamento europeo, che qualche mese fa ha spento il proprio sistema WiFi pubblico dopo che un informatico ha dimostrato quanto era facile usarlo per compiere proprio questo genere d’incursione.

La difesa, per fortuna, è semplice: usare la connessione dati cellulare invece del WiFi. Purtroppo questo diventa assai costoso se si è in roaming. In casi come questo si può usare il WiFi pubblico, avendo però l’accortezza di adottare un software di cifratura della connessione (VPN), che ha il vantaggio aggiuntivo di mascherare la reale posizione geografica e di scavalcare i filtri adottati da molti fornitori d’accesso (consentendo, per esempio, di vedere i video di Youtube che hanno restrizioni geografiche). Alcuni nomi: Anonymizer, Avast SecureLine, TunnelBear, disponibili per Windows, Android e iOS.