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Sequestrato tutto il sito di debunking Butac.it per querela su un singolo articolo

Sequestrato tutto il sito di debunking Butac.it per querela su un singolo articolo

Ultimo aggiornamento: 2018/04/11 7:00.

2018/04/06 12:24. Questo è lo stato attuale di Butac.it, il sito del collega debunker Michelangelo Coltelli. È tutto quello che so. Aggiornerò questo post non appena avrò informazioni.

Eppure ci sono quelli che dicono che i debunker sono pilotati dai poteri forti o sono servi del governo.

13:00. Il Post ha qualche dettaglio fornito direttamente da Michelangelo. Ne parla anche NextQuotidiano.

13:10. Da Michelangelo ricevo queste info, che riporto testualmente: “Un mese fa riceviamo una querela per diffamazione, per un articolo del 2015. La querela non chiede la rimozione dell’articolo che pertanto resta online. Il PM di Brindisi però ritiene evidentemente che per quel singolo articolo vada sequestrato l’intero sito. Il danno per BUTAC d’immagine è ovviamente grosso. L’articolo faceva riferimento ad un medico iscritto all’ordine che spaccia medicina olistica in televisione (canali RAI). l’unica cosa che può servire è che ne parliate in tanti.”

13:40. Alcuni commentatori hanno individuato lo specifico articolo e lo specifico medico in questione. Per non complicare la situazione di Michelangelo, per ora nessun commento di questo genere verrà pubblicato.

15:10. Qualche informazione in più tramite il collega David Puente:

15:55. La notizia è anche su Giornalettismo. Concordo con chi commenta che questo sarà un classico caso di Effetto Streisand.

19.30. Vedo ora che ne ha parlato anche ANSA. Sottoscrivo la richiesta di Michelangelo, fondatore di Butac.it: non lanciatevi in attacchi ai siti di chi pensate che abbia sporto querela. Torce e forconi non aiutano nessuno.

20:20. Ho pubblicato un sunto in inglese qui.

2018/04/11 7:00. Ieri Butac.it è stato dissequestrato ed è tornato online interamente, ad eccezione dell’articolo oggetto di querela. La querela è stata sporta dal medico olistico Claudio Pagliara

Trasparenza: sono amico e collega di Michelangelo Coltelli. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Comunicazione di servizio per querulomani querelomani

Piccolo promemoria generico per tutti quelli che non hanno di meglio da fare che spender soldi in querele temerarie:

Se esprimo la mia opinione descrivendoti come “persona davvero piccola e triste” perché dopo numerosi, educati richiami alla calma insisti ad attaccar briga pubblicamente per motivi non solo futili ma addirittura inesistenti;

se pensi che quando avviso che ho respinto un commento senza pubblicarlo perché conteneva insulti, quel commento debba per forza riguardare te;

se poi ti vanti pubblicamente di aver ottenuto una “vittoria su tutti i fronti” perché pensi di essere stato “censurato” quando in realtà il tuo commento era solo in coda di moderazione;

e se infine fai mandare una lettera di un avvocato che minaccia querela per “diffamazione aggravata” e dice che sei “determinato ad adire le vie legali sia in sede penale […] sia in sede civile (per ottenere il risarcimento dei danni subiti)”;

…forse stai confermando un tantinello che la descrizione è azzeccata.

Ogni ulteriore comunicazione verrà serenamente cestinata.

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Sentite questa: mi diffidano per NON aver pubblicato un commento

Sentite questa: mi diffidano per NON aver pubblicato un commento

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/09/10 23:40.

Avrete sicuramente sentito o letto storie di blogger e giornalisti che si sono visti querelare per qualche commento pubblicato nei loro blog o siti. Ma avete mai sentito di qualcuno diffidato per non aver pubblicato un commento? Beh, ora sì: il qualcuno sono io.

Racconto questa storia perché credo che sia di manifesto interesse pubblico, essendo questo blog piuttosto seguito, sapere cosa c’è dietro un lavoro come il mio, conoscerne la parte non visibile e capire le motivazioni di scelte che da fuori possono sembrare eccessive, e perché credo che sia importante far sapere che la moderazione dei commenti è un mestiere ben più difficile di quello che molti pensano, con trappole difficili da immaginare. Ora vi racconto cosa mi è successo in questi mesi.

Tutto è iniziato con un articolo che ho pubblicato qualche tempo fa, su un argomento assolutamente non controverso: una questione puramente scientifica. Un commentatore ha inviato dei commenti che sostenevano una tesi di complotto piuttosto originale, ma lo ha fatto in modo civile, per cui ho deciso di pubblicarli, nella speranza (purtroppo vana) che dialogando avrebbe capito l’incoerenza delle sue tesi.

Ne è nato uno scambio pubblico, nel quale il commentatore ha inviato commenti contenenti affermazioni sempre più stravaganti. Io dopo un po’ ho deciso di non rispondergli più ma di approvare comunque i suoi commenti, che sono stati quindi pubblicati, ricevendo le critiche argomentate degli altri lettori.

A un certo punto, però, i commenti di questo commentatore sono diventati veramente gravi e a rischio di querela per diffamazione (non da parte mia, ma di terzi) e hanno iniziato a includere minacce di far chiudere questo blog. Per cui, dopo avergli rivolto ripetuti richiami, ho respinto tutti i suoi ulteriori commenti.

Problema risolto, penserete voi.

Macché: questo commentatore mi ha scritto via mail, chiedendomi un indirizzo PEC o l’indirizzo di residenza al quale inviarmi una raccomandata. Gli ho risposto che poteva benissimo cercarsi da solo il mio indirizzo, visto che non è certo un segreto. Lui ha insistito, e gli ho risposto pacatamente che non avevo alcuna intenzione di partecipare a questa sua crociata vessatoria o di perdervi altro tempo. Ha insistito ancora per paio di giorni, poi più nulla.

—-

Tutto questo vari mesi fa. Oggi il commentatore mi ha scritto di nuovo, lamentandosi perché un suo nuovo commento non era stato pubblicato. Gli ho spiegato che il commento era stato respinto, perché questo blog è mio, pubblicato sotto la mia responsabilità, per cui sta a me decidere se pubblicare o no un commento. Tutto qui. Nei blog non c’è nessun diritto di vedersi pubblicati: un concetto chiaro ed evidente a ogni frequentatore di Internet, ma a quanto pare non a lui. Siccome avevo già dovuto perdere parecchio tempo su questa vicenda, gli ho chiesto cortesemente e nuovamente di non insistere.

Problema risolto, penserete di nuovo voi.

Macché. Poco fa è mi arrivata la mail certificata (PEC) di diffida di un avvocato. Una diffida partita, noterete, perché non ho pubblicato un commento, visto che per tutti questi mesi il commentatore non ha fatto nulla e proprio oggi, solo dopo che gli ho respinto il commento, è invece stata inviata la diffida.

Questa mail dell’avvocato mi diffida “dall’assumere… inequivocabili condotte di natura diffamatoria” nei confronti del commentatore, chiede la rimozione di alcuni commenti (senza però specificare quali) entro tre giorni, e lamenta una mia “aprioristica inibizione del contraddittorio”. Come se io fossi obbligato legalmente a discutere con il suo cliente.

Il suo cliente, dice inoltre l’avvocato, sarebbe “disposto a soprassedere” se gli venisse “concessa e garantita la possibilità di esprimersi compiutamente”. In altre parole: sta facendo tutto questo solo perché vuole vedere pubblicati qui i suoi commenti. Una proposta di baratto molto rivelatrice.

Seguono le parole di rito su “tutte le più opportune iniziative, sia in sede civile che penale” qualora io non ottemperassi. Nessun riferimento di legge.

Ho composto una risposta precisa e pacata per l’avvocato, visto che sta solo facendo il suo mestiere, e gliel’ho mandata via mail dalla casella sulla quale l‘ho ricevuta, ma ho ottenuto questa simpatica risposta:

Messaggio non recapitato
Impossibile inviare il messaggio a [omissis]pecavvocati.it perché il server remoto non è stato configurato correttamente. Visualizza i dettagli tecnici di seguito per maggiori informazioni.
Risposta:

554 [omissis]: Sender address rejected by smtpproxy: Access denied

Io non ho una PEC, e a quanto pare la casella di mail dell‘avvocato non accetta una mail non PEC. Abitando in Svizzera, non ho alcuna intenzione o necessità di fare acrobazie burocratiche per procurarmi un indirizzo PEC per rispondere a un singolo messaggio.

Per cui pubblico qui la mia risposta come lettera aperta:

Egregio Avvocato,

In risposta alla sua mail di oggi alle 16:59, visto che la sua casella PEC non accetta mail non-PEC ed io non dispongo di una casella di mail PEC, le chiedo pubblicamente e cortesemente di specificare con precisione quale sarebbe il presunto “contenuto ingiurioso” che il suo cliente asserisce di aver rilevato nel mio blog “Il Disinformatico”.

I link che lei mi ha fornito nella suddetta mail, infatti, portano genericamente ad articoli e non a singoli commenti.

Se vorrà cortesemente linkarmi o citarmi testualmente i singoli contenuti oggetto di contestazione, li riprenderò in considerazione.

In quanto alla “aprioristica inibizione del contraddittorio… senza alcuna motivazione plausibile”, la invito a riferire al suo cliente che, come già spiegatogli, il blog “Il Disinformatico” è soggetto a moderazione; chi invia commenti non ha diritto automatico di pubblicazione e i commenti possono essere respinti senza che al commentatore sia dovuta una motivazione.

Aggiungo che non ho alcun desiderio o interesse, men che meno dovere o obbligo, di intrattenere un contraddittorio personale con il suo assistito, che è naturalmente libero di imbastire ogni e qualsiasi contraddittorio in qualunque altra sede e con qualunque altro interlocutore.

Ritengo inoltre importante sottolineare che le asserzioni fatte pubblicamente dal suo cliente sono non solo prive di qualunque fondamento scientifico, ma anche e soprattutto gravemente lesive dell’onorabilità di tecnici e scienziati di NASA ed ESA, in quanto insinuano una sorta di congiura di tutti questi soggetti per nascondere una presunta verità misteriosa che il suo cliente avrebbe invece scoperto.

Come giornalista, infine, mi corre l’obbligo di sottolineare l’inevitabile “effetto Streisand” che qualunque ulteriore insistenza su questa questione comporterebbe per il suo cliente.

Cordiali saluti

Paolo Attivissimo

Sono un tipo tranquillo. Ma se non mi lasciate in pace, mordo. E non mollo.

2017/08/26 22:20

L’avvocato mi ha inviato una nuova PEC, alla quale ancora una volta non posso rispondere. Ora chiede l’immediata rimozione di questo articolo entro mezzanotte “per le asserzioni di carattere ingiurioso e diffamatorio rivolte al sottoscritto [l’avvocato]” e mi invita a reperire i suoi recapiti di studio.

La mia risposta pubblica:

Egregio Avvocato,

no.

Cordiali saluti

Paolo Attivissimo

2017/08/26 23:10

L’avvocato mi ha inviato poco fa una terza PEC. Dice che sto pubblicando “commenti fortemente ingiuriosi” e ribadisce la richiesta di rimozione di questo articolo. In più offre un indirizzo di mail non-PEC a cui scrivergli.

La mia risposta pubblica:

Egregio Avvocato,

Se ha comunicazioni legali da farmi, le faccia secondo legge. Mi scriva una lettera su sua carta intestata. Il mio indirizzo postale è pubblico, facilmente reperibile e anche verificabile presso le autorità locali.

Per tutto il resto, la risposta è sempre no.

Cordiali saluti

Paolo Attivissimo

2017/08/26 23:45

Nuova PEC. L‘avvocato dice che mi scriverà al mio indirizzo e richiama “le innumerevoli pronunce di merito e di legittimità ben rapportabili al caso di specie tra le quali: Cass. pen. Sez. V, 25-02-2016, n. 12536.”

OK, aspettiamo e vediamo.

2017/08/27 00:02

È passata mezzanotte, ora dell’ultimatum, e come vedete questo articolo è ancora qui. Intanto sono andato a verificare una cosa che forse il cliente non ha ben chiarito al suo avvocato e che potrebbe diventare un epilogo perfetto per questa vicenda. Ma aspetto un po’ a raccontarvela. Buona notte.

2017/08/28 16:50

Nessuna novità da parte dell’avvocato. Il commentatore, invece, ha inviato a questo blog un commento aggressivo e astioso sulla vicenda, che ho respinto. Se è visibilità che cerca, non l’avrà. Se vuole rendersi identificabile, dovrà farlo in altro modo. Ha poi inviato anche una mail (anzi due) grosso modo dello stesso contenuto (non lo so, ho cestinato dopo le prime righe). Non rispondo privatamente a nessuna mail sua o del suo avvocato: visto che hanno deciso che vogliono a tutti i costi una lite legale, dovranno comunicare seguendo le procedure di legge. Chissà se l’avvocato sa che il suo cliente mi sta scrivendo personalmente e se questa interferenza nel suo iter legale gli sta bene. E poi c’è sempre quella questioncella che il cliente forse non ha ancora raccontato al suo avvocato. Ma staremo a vedere.

2017/08/29 19:05

Molti commentatori hanno notato che in tutta la mia narrazione non ho mai citato il nome del commentatore o quello del suo avvocato e non ho mai precisato quale delle tante discussioni con complottisti ospitate da questo blog fosse quella contestata dal commentatore. Nonostante le vessazioni e nonostante il commentatore abbia accusato le persone che lavorano presso NASA ed ESA di essere dei bugiardi e dei cospiratori, ho deciso comunque di tutelare la sua identità e quella del suo avvocato (o presunto tale).

Non solo: il commentatore, in questo blog, si era sempre presentato usando uno pseudonimo: non ha mai usato il proprio nome e cognome. Nessuno dei partecipanti a questo blog conosceva la sua identità o l’ha mai citata pubblicamente. Per cui qualunque ipotetica diffamazione ci fosse stata, sarebbe stata comunque impossibile da collegare al suo vero nome. E come si può diffamare un anonimo?

Ma ora il commentatore si è presentato online con nome e cognome, linkando la discussione originale in questo blog (quella nella quale, dice, sarebbe stato diffamato) e collegando volontariamente il proprio nome e cognome allo pseudonimo usato in quella discussione. Non ha fatto il nome dell’avvocato che mi ha inviato la diffida.

In altre parole:

  • è stato lui, non io, a rivelare qual è la discussione contestata;
  • è stato lui, non io, a divulgare il proprio nome e cognome;
  • è stato lui, non io, ad associare il proprio nome e cognome allo pseudonimo usato nella discussione;
  • e quindi è stato lui, non io, e consentire a tutti di sapere esattamente che è stato lui a rivolgere, attraverso i commenti del mio blog, accuse di cospirazionismo alla NASA e all’ESA. 

Ha fatto tutto da solo. Mi rifiuto comunque, per ora, di pubblicare link ai suoi commenti, di indicare dove si è palesato online, di rivelare il suo pseudonimo o di pubblicare il suo nome, perché questo potrebbe soddisfare la sua smisurata fame di visibilità e di attenzioni e perché credo che a volte sia necessario proteggere le persone dalle conseguenze dei loro atti anche quando non lo vogliono.

A questo punto, comunque, il previsto Effetto Streisand si è realizzato puntualmente: questo mio articolo si avvicina ormai alle cinquantamila visualizzazioni.

Se ci saranno altri sviluppi, vi aggiornerò.

2017/09/04 9:05

Tutto tace. Nessuna comunicazione via mail, nessuna lettera di avvocati nella posta cartacea. Boh. Intanto questo articolo è arrivato a oltre 71.000 visualizzazioni, ossia circa 20.000 in più da quando il commentatore-contestatore ha pubblicato la propria identità. Effetto Streisand decisamente garantito.

2017/09/10 23:40

Ancora nulla. Intanto, per chi mi chiede se ho controllato la validità della PEC usata, per ora posso dire solo che ho usato questo sito,
www.inipec.gov.it/cerca-pec, e che risulta valida.

Mi hanno chiesto di rimuovere un articolo per diritto all’oblio. A malincuore l’ho fatto

Mi hanno chiesto di rimuovere un articolo per diritto all’oblio. A malincuore l’ho fatto

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Ho un caso personale da raccontare a proposito del diritto all’oblio, la controversa norma europea del 2014 (in vigore in Italia da maggio 2016) che in sintesi consente a una persona di richiedere la deindicizzazione dai motori di ricerca (in particolare Google, che ha una FAQ) di un’informazione che la riguarda se è lesiva e se il danno che quest’informazione le causa è prevalente rispetto al diritto dei cittadini di esserne informati.

Ovviamente sono subito nati metodi per abusare di questo diritto e per eluderlo, creando intorno a chi ricorreva alla norma un effetto Streisand che paradossalmente riportava alla notorietà chi invece voleva svanire nell’oblio. Ne avevo dato alcuni esempi qui nel 2014.

In linea di principio sono contrario a questa norma proprio perché è inefficace (troppo facile da eludere per un utente competente) e rischia di essere un comodo paravento per le malefatte di personaggi che invece non dovremmo mai dimenticare. Ma soprattutto mi puzza di censura orwelliana.

Provate infatti a immaginare se il diritto all’oblio si applicasse alla carta stampata. Andreste in un archivio di un giornale a cercare gli articoli che parlano di una persona e trovereste, al loro posto, un grosso buco ritagliato con le forbici. Come vi sentireste? Deindicizzare un articolo da Google è come sforbiciare un articolo da un giornale: non esiste più, non è più leggibile, e non potete neanche sapere che cosa diceva. Anzi, non sapete neanche che è mai esistito. Con il calo dei lettori dei giornali e il boom delle notizie lette in Rete, la presenza o l’assenza online di una notizia conta più di quella cartacea.

Tutto questo è teoria: ma la pratica è sempre un po’ diversa. Qualche mese fa un avvocato mi ha contattato telefonicamente e via mail, chiedendomi di eliminare un mio articolo nel quale descrivevo una vicenda accaduta ad una persona. Quello che avevo scritto, ha spiegato, era datato (l’articolo riguardava fatti di più di dieci anni fa) e a suo avviso causava gravissimi danni all’immagine e alla reputazione della persona assistita, dato che l’articolo era fra i primi risultati che comparivano in Google digitando il nome della persona. La richiesta dell’avvocato si basava appunto sul diritto all’oblio (scusatemi se sono molto vago e non fornisco dettagli, ma vorrei evitare appunto l’effetto Streisand che citavo prima).

Più precisamente, mi si chiedeva di eliminare uno specifico link (quello che portava all’articolo) o di deindicizzarlo oppure di rimuovere il nome della persona dall’articolo. Tre richieste assurde dal punto di vista tecnico:

– eliminare il link non ha molto senso: l’articolo è linkato non solo nei miei blog e siti, ma anche in molti altri di terzi, sui quali non ho alcun controllo, e comunque anche se quei link venissero eliminati Google indicizzerebbe comunque il mio articolo.

– deindicizzare un link da Google non dipende da me: è ovviamente compito di Google.

– togliere il nome della persona dall’articolo non otterrebbe comunque il risultato desiderato, perché il testo dell’articolo e soprattutto il suo URL, che contiene il nome della persona, permetterebbero comunque di identificarla facilmente.

Oltre alle questioni tecniche, però, c’era la questione di principio. In sostanza, un avvocato stava chiedendo a un giornalista di censurare un articolo. E il giornalista in questione ero io: un conto è sentenziare in astratto, un altro è trovarsi di fronte alla realtà concreta. Ci ho pensato su un paio di settimane.

Poi, a malincuore, ho risposto offrendomi di cancellare l’articolo indicato dal link e spiegando che le richieste originali erano tecnicamente impraticabili o inefficaci. Ho chiesto però di ricevere una lettera formale di richiesta (firmata e su carta intestata). Contemporaneamente ho messo in guardia contro l’inevitabile effetto Streisand: togliendo il mio articolo, che faceva il più obiettivamente possibile il punto della situazione e ridimensionava accuse pesanti fatte alla persona in questione, Google avrebbe probabilmente fatto emergere in cima ai propri risultati altre copie del mio articolo oppure altre citazioni degli articoli di giornale sui quali mi ero basato: citazioni magari ostili, parziali e fuorvianti. Insomma, la richiesta rischiava di essere un autogol.

L’avvocato ha riferito le mie osservazioni alla persona assistita, che ha confermato di voler chiedere comunque la cancellazione della pagina. Così ho rimosso l’articolo, chiedendo colpevolmente scusa al fantasma di George Orwell e alla mia sgualcitissima copia di 1984.

Sapete bene che in altri casi non sono stato conciliante (ricorderete le diffide e le denunce mandatemi da Giulietto Chiesa e da vari direttori dei giornali che coglievo a pubblicare bufale, cordialmente cestinate), ma stavolta ho valutato che non valeva la pena di sostenere il rischio e il costo di un’eventuale azione legale per difendere un articolo di più di dieci anni fa, che non era ormai di interesse per nessuno se non per la persona direttamente coinvolta. Per le balle di Giulietto o di Repubblica o del Corriere sì, eccome, perché sono bufale socialmente pericolose, ma non per una storia diventata ormai irrilevante.

Vi racconto tutto questo perché secondo me è un buon esempio di come funziona o non funziona, in concreto, il diritto all’oblio, e perché volevo mostrarvi i dilemmi concreti che comporta. E poi qualcuno mi verrà a chiedere come mai quell’articolo è sparito e vorrei avere già pronta una spiegazione esauriente da dargli. Eccola.

Fra l’altro, ho per le mani un’altra richiesta di applicazione del diritto all’oblio, assai diversa da questa, che riguarda un altro mio articolo. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò non appena l’avrò dipanata e risolta.

Mackeeper è utile o pericoloso? Di certo non gestisce bene le critiche

Mackeeper è utile o pericoloso? Di certo non gestisce bene le critiche

Mi arrivano spesso domande su MacKeeper, una utility per Mac che promette di aiutare a risolvere problemi di sicurezza ma è nota soprattutto per la sua pubblicità onnipresente e assillante oltre che per aver custodito i dati e le password dei propri utenti tenendoli in chiaro in un file accessibili via Internet.

L’esperto di sicurezza informatica Graham Cluley nota che MacKeeper “non gode della migliore delle reputazioni” anche per via delle proprie campagne pubblicitarie che spaventano gli utenti con frasi allarmanti come “IL TUO MAC È LENTO E PROBABILMENTE INFETTO!”. Gli sviluppatori di MacKeeper rispondono che è colpa dei loro affiliati pubblicitari, però non sembrano scoraggiare queste tattiche promozionali.

Non è l’unico problema di gestione di Kromtech, l’azienda che ora possiede MacKeeper, sta gestendo molto male: Apple Insider segnala che la Kromtech ha risposto ai video di critica di un quattordicenne, Luqman Wadood, intimandogli di toglierli da Youtube se non voleva affrontare una causa legale per molestie e diffamazione e facendogli notare che un’azione legale intentata da Kromtech contro un altro recensore su Youtube era costato al recensore oltre 60.000 dollari di spese legali e giudiziarie.

Uno dei video è ancora pubblico e contiene citazioni e documenti decisamente imbarazzanti, che denunciano comportamenti disonesti e ingannevoli da parte di MacKeeper, come siti di finte recensioni. Il video segnala anche le critiche tecniche e commerciali di iMore, Cult of Mac, PC World e altri siti. PCWorld, in particolare, nota che MacKeeper segnala che un Mac è in condizioni “serie” persino quando si tratta di un OS X appena installato e aggiornato.

Se Kromtech non avesse minacciato di far causa a un ragazzino, probabilmente il suo video e la sua storia non sarebbero diventati così conosciuti. Per cui una cosa è certa: i gestori di MacKeeper dovrebbero ripassarsi il concetto di effetto Streisand.

La farsa del “diritto all’oblio” online: nasce il servizio che rivela cosa è stato rimosso

La farsa del “diritto all’oblio” online: nasce il servizio che rivela cosa è stato rimosso

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/08/13 17:00.

Di recente l’Unione Europea ha imposto a Google di rimuovere certi link dai propri risultati, in nome del “diritto all’oblio”. Ma la norma vale soltanto per le ricerche effettuati da utenti i cui computer risultano essere nell’Unione Europea.

Per cui basta usare Google.com invece di Google.it o Google.fr e simili (meglio se da un indirizzo IP non-UE reale o simulato con un tunnel/proxy, ma non sempre è necessario) per vedere anche i risultati rimossi.

Ovviamente è nato Hidden from Google, un servizio che cataloga i risultati censurati e permette di sapere che cosa non si vuole che gli utenti UE possano leggere, attirando quindi maggiore attenzione proprio su quello che si voleva nascondere.

Certo, la norma UE serve per proteggere gli innocenti. Ma guardate chi sta usando la norma per nascondersi a Google e al mondo: Scientology su Der Spiegel, banche sulla BBC, pedofili confessi e condannati, e molto altro. Non vengono rimossi blog offensivi di dilettanti rabbiosi, ma pagine di giornalismo autorevole.

Per esempio, ho cercato in Google.ch “Fred Anton” (tra virgolette) insieme a scientology da un mio IP in UE (o Svizzera): l’articolo di Der Spiegel che lo cita in relazione a Scientology, datato 1995, non compare. Compare invece questo (notate l’ultima riga e il fatto che ora viene elencato il risultato citato da Hidden from Google):

Se immetto la stessa ricerca in Google.com riappare il risultato oscurato. Se vi sembra molto simile a una censura, e se vi sembra assolutamente inutile, non siete i soli. Di certo è un Effetto Streisand perfetto: non appena vedi l’avviso di Google che mi dice che è stato rimosso qualcosa, ti viene la curiosità di sapere cos’è. E lo puoi sapere.

Il ritorno di Valentin il Redento

Il ritorno di Valentin il Redento

Ultimo aggiornamento: 2016/07/22 7:30.

Chi era alla recente Cena dei Disinformatici lo ha saputo in anteprima: è tornato Valentin Mikhaylin, lo spammer-truffatore russo che alla fine degli anni Novanta raccontava di essere un povero studente al freddo e al gelo di Kaluga, in Russia, e si faceva mandare soldi da chi si fidava delle sue commoventi parole.

Nel 2003 avevo pubblicato la sua storia nel Servizio Antibufala; nel 2005 Valentin, scoprendo il mio articolo, aveva reagito con un attacco personale piuttosto vivace, condito da uno scambio di mail davvero surreale: minacce di farmi perseguire dal KGB, pubblicazione di annunci a mio nome su siti gay, tentativi di bloccarmi l’account PayPal e di incastrarmi come spammer oltre a insinuazioni sulla propensione di mia moglie per gli uomini neri ricchi, come racconto in questo articolo e in questo.

In risposta a queste sue esternazioni era nata l’iniziativa Manda anche tu una cartolina a Valentin.

La sua attività truffaldina è proseguita per anni: era ancora in corso nel 2009 sotto altri nomi. Grazie ai lettori del Disinformatico erano poi emersi i suoi trascorsi con la giustizia russa, in particolare in seguito al suo memorabile tentativo di ottenere denaro spacciandosi per un gruppo di addetti al lancio di missili nucleari che per protesta contro il mancato pagamento degli stipendi minacciavano di bombardare con armi atomiche le città dell’Europa occidentale.

La via di Kaluga dove Valentin diceva di abitare.

Ora Valentin è tornato. Mi ha scritto il 21 maggio scorso dicendo che è da qualche anno che non manda più messaggi di spam e non lo farà più. Dice di aver trovato un lavoro in quel di Kaluga e chiede che io rimuova le “false informazioni” su di lui perché danneggiano la sua reputazione in Russia. Adesso usa l’indirizzo di mail emik@kaluga.ru. Nella mail ha incluso anche il suo numero di telefono (non so se è quello vero).

Gli ho risposto qualche tempo dopo, spiegandogli che quelle che lui chiama “false informazioni” provengono dai giornali russi e che ho soltanto riferito quello che riportavano quei giornali. Gli ho anche chiesto perché mai dovrei credergli e soprattutto se ha restituito i soldi alle persone che ha truffato.

Mi ha risposto ieri, dicendo che era diventato spammer per disperazione (non c’era lavoro a Kaluga? Era proprio necessario fingersi lanciatore di missili nucleari?) e mi ha allegato quella che lui chiama una “copia dei documenti medici” della madre cieca. Se qualcuno sa il russo e vuole provare a tradurli, glieli mando; non so se sono autentici, e comunque sono datati 2009; Newocr e Google Translate non ne hanno ricavato granché.

Valentin dice anche di avere “un buon lavoro, una bellissima famiglia e un figlio [o figlia – in inglese dice child]e così gli ho chiesto di mandarmi una foto. Si giustifica dicendo che le persone dalle quali ha ricevuto denaro “non hanno mai chiesto di restituire nulla”. Bella forza, gli ho detto: pensavano di aiutare un bisognoso, non uno spammer.

Voi siete più spiritosi e creativi di me: a parte delle grosse risate, che facciamo?

16:30. Valentin si è rifatto vivo ignorando le mie domande e minacciando di “contattare le autorità di Lugano” a proposito della mia indagine. Gli ho risposto dicendogli di fare come meglio crede e avvisandolo che ogni ulteriore corrispondenza verrà pubblicata. Preparate il popcorn.

2016/07/19 9:30. Tutto tace: Valentin non ha più replicato. Intanto pubblico qui sotto le immagini dei “documenti medici” che mi ha inviato, debitamente censurati nei dati personali grazie a FacePixelizer.

2016/017/22. Nicola (che ringrazio per la disponibilità) ha tradotto il testo dei documenti:

Gruppo handicappati: primo gruppo
Causa dell’handicap: invalidità generale (invalidità della vista)
Grado di impossibilità allo svolgimento del lavoro: secondo grado
Durata temporale dell’handicap: senza scadenza
Data del prossimo check-up medico: nessuna
Note addizionali: nessuna
Origine dell’emissione del documento: certificato medico del ente specialistico medico-sociale della Federazione Russa.
Certificato medico emesso n. 819 emesso il 5 novembre 2009
Presente documento emesso il 16 novembre 2009
Sergey Miloslavovich Tihomirov

La decisione dell’ente medico-sociale deve obbligatoriamente essere soddisfatta dalle corrispondenti autorità statali locali e dalle organizzazioni, indipendentemente dalla loro forma legale e organizzativa (articolo 8 della legge federale in materia di protezione di persone handicappate nella Federazione Russa)
Ministero del Servizio Sanitario e Sviluppo Sociale della Federazione Russa
Filiale N. 8 Oftalmologica
(nome dell’ente federale statale del servizio medico-sociale)
Tel. 504366
CERTIFICATO    serie MCE-2007        n. 5216437
(emesso a persona handicappata)
a [nome di donna]
Data di nascita 22.04.1955 – 248600  provincia di Kaluga – città di Kaluga – [nome della via] – edificio 60 – appartamento 13
 (luogo di residenza, se nessun luogo di residenza – il luogo di vita effettivo sul territorio della Federazione Russa, o se la persona ha lasciato il paese il luogo dove sono conservati i documenti pensionistici)
L’handicap è stato riscontrato per la prima o ulteriore volta (sottolineare la voce interessata)
Data di registrazione dell’handicap 05.11.2009

Non ci sono segni evidenti di manipolazione digitale, anche se si tratta di documenti che sarebbero molto facili da ritoccare.

Nonciclopedia (auto)sospesa, accusata di aver diffamato Vasco Rossi

Nonciclopedia (auto)sospesa, accusata di aver diffamato Vasco Rossi

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2011/10/05.

“Nonciclopedia chiude i battenti a tempo indeterminato per colpa di quelle persone che si prendono troppo sul serio”. La Nonciclopedia, sito di satira inesorabile contro tutto e tutti (me compreso), oggi ha come pagina d’ingresso questo avviso che cita Vasco Rossi. Tutto il contenuto della Nonciclopedia è offline.

Secondo il link di approfondimento, che fornisce i dettagli della vicenda, “Nonciclopedia chiude a causa di una denuncia che Vasco Rossi ha sporto contro il sito. Vasco Rossi si è sentito diffamato dalla pagina che lo riguardava.”

Dato che l’avviso è scritto nel tipico stile di Nonciclopedia, la notizia è da prendere con un pizzico di cautela, ma sembra abbastanza chiaro che non si tratta di una provocazione dei Nonciclopediani (aggiornamento: non lo è, come potete leggere negli aggiornamenti qui sotto).

Se confermata, la notizia della denuncia da parte di Vasco Rossi rischia di tramutarsi in un Epic Fail internettiano per il cantante, scatenando un potente Effetto Streisand: nell’era della Rete, più si tenta di seppellire una notizia sgradita, più la notizia rimbalza da un utente all’altro e viene copiata e ripubblicata mille volte, nel bene e nel male.

Infatti l’oscuramento di Nonciclopedia non serve a nulla se non ad amplificare la figuraccia censoria, perché la pagina incriminata di Nonciclopedia dedicata a Vasco Rossi è disponibile su Archive.org, dove tutti possono vederla, giudicarla, salvarla e conservarla.

Costruire la propria immagine sulla trasgressione e poi fare il fighetto permaloso che va dall’avvocato perché non sa stare alla presa per i fondelli è uno di quegli autogol che la Rete non perdona.

Complimenti. Ne stanno già parlando tutti: Il Post, Lega Nerd, L’Unità, L’Espresso. Io ho appena tweetato la notizia a circa 42.000 follower, ed è solo l’inizio. Ci sono molte forme di protesta civile disponibili agli internauti: scrivere al suo sito ufficiale, annullare l’iscrizione ai suoi canali Facebook e Twitter, non comprare più i suoi brani. E chiedergli chiarimenti pubblici sulla vicenda (aggiornamento: sono arrivati, come descritto qui sotto). Chi pensa di usare la Rete solo per farsi pubblicità senza accettarne le regole ha bisogno di una cordiale svegliata.

Se ne sapete di più, segnalate le info nei commenti.

Aggiornamenti

2011/10/03 12:40. Siamogeek segnala che “in questo momento su Twitter l’hashtag #VascoMerda è al primo posto della classifica mondiale”. Non è il tipo di azione che incoraggio, ma è una perfetta dimostrazione dell’efficacia dell’Effetto Streisand. Nessuna dichiarazione chiarificatrice, per ora, da parte di Vasco Rossi o suoi legali rappresentanti.

2011/10/03 22:50. Oggi ne hanno parlato Sky TG24Rai TG3, Fiorella Mannoia, Wired.it (anche con una rassegna di altri casi analoghi), Corriere, Repubblica, Max, Zeus News, Punto Informatico e moltissimi altri siti.

Riporto integralmente il post comparso oggi pomeriggio (14:44), a firma di Tania Sachs, sul profilo Facebook e sul sito ufficiale di Vasco Rossi, con il titolo “A proposito di Nonciclopedia”:

A proposito di Nonciclopedia, prima di tutto fatti e non solo parole: piu’
di un anno fa, nel febbraio 2010, abbiamo sporto querela per diffamazione
nei confronti del sito Nonciclopedia che degli insulti contro Vasco Rossi
aveva fatto la sua bandiera. Insulti quotidiani e gratuiti, insulti a tempo
perso e senza alcun motivo.

A un anno e mezzo circa dalla denuncia per diffamazione il magistrato in
questi giorni ha riscontrato che gli elementi di reato per diffamazione
esistono tutti e lo ha comunicato alle parti.

In seguito alla comunicazione del magistrato, gli ammministratori di quel
sito hanno deciso autonomamente di chiudere il sito perché si sono
evidentemente accorti di essere nel torto. Vasco non ha mai chiesto la
chiusura del sito, ha molto semplicemente chiesto al suo avvocato di
difenderlo in sede giudiziaria dalla diffamazione, persistente. E’ evidente
che non sono vittime, ed è un giudice a decidere che sussiste il reato per
diffamazione, cosa ben diversa dal definirsi un sito di satira. Attenzione
a pubblicare notizie solo unilaterali, chi si occupa di web sa bene che è
molto difficile far chiudere un sito, se non addirittura impossibile.
Difendersi dagli insulti che piovono in maniera gratuita e non si sa per
quale motivo, non è solo lecito, E’ DOVEROSO: libertà di stampa non è
libertà di offendere.

Tania Sachs

Alle 16:06 è stato pubblicato, sempre sul profilo Facebook di Vasco Rossi, un secondo comunicato (presente anche sul sito ufficiale):

Prendendo atto del contenuto diffamatorio delle ultime dichiarazioni rese
sul sito di Nonciclopedia, si deve precisare quanto segue.

L’Artista ha sempre richiesto alla Community non l’intera rimozione del
sito, bensì esclusivamente la rimozione della pagina a lui dedicata, e non
per via del contenuto satirico (del tutto assente) ma per la presenza di
contenuti offensivi, diffamatori e non veritieri.

Tuttora si grida allo scandalo per il fatto che l’Artista avrebbe provocato
la chiusura di Nonciclopedia ma Vasco non ne ha responsabilità essendosi
limitato a chiedere la cancellazione della sola pagina a lui dedicata.

La decisione di depositare querela per diffamazione nei confronti sia degli
autori dei commenti presenti nella pagina web
http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Vasco_Rossi, sia degli amministratori
del sito de quo (artt. 595 e ss. c.p.), è derivata dal fatto che non ha
avuto seguito la richiesta bonaria di rimuovere la pagina dedicata
all’Artista sul portale.

In seguito a tale denuncia ed all’iscrizione della notizia di reato
nell¹apposito [sic] registro, l’Autorità inquirente, evidentemente ritenendo
fondate le accuse mosse dall’Artista, ha effettuato le indagini preliminari
volte ad individuare i soggetti che hanno concorso nel reato in questione.

Allo stato attuale, ed in attesa che l’Autorità Giudiziaria si pronunci nel
merito, non si comprende per quale ragione si voglia incolpare l’Artista per
fatti (ovvero la chiusura di Nonciclopedia) a lui non imputabili.

Allo stesso tempo, è bene sottolineare come l¹atteggiamento offensivo e
diffamatorio dello staff di Nonciclopedia prosegua tuttora, poiché da un
lato Vasco è ingiustamente accusato di aver oscurato il sito (cosa mai
chiesta), dall’altro lato il messaggio attualmente pubblicato dagli
amministratori sull’homepage, ed il cui contenuto è ben lontano dalla realtà
dei fatti come sopra messo in luce, ha scatenato una serie di insulti del
tutto ingiustificati.

Nessuno, e tantomeno Vasco, ha mai messo in dubbio il diritto di satira e la
libertà di pensiero e di espressione delle proprie opinioni, ma in presenza
di aggressioni gratuite e distruttive dell’immagine e della reputazione,
chiunque si attiverebbe per impedirne la continuazione.

Voi come reagireste a chi vi offende?
Offendere è forse diritto di libertà?
La libertà è un diritto ma ha un limite nella libertà e nel rispetto degli
altri!

Giornalettismo.com ha pubblicato un’analisi molto lucida e una replica da parte dei Nonciclopedisti:

Allo stato attuale non c’è stato alcun processo. Nessun magistrato ha contattato gli amministratori (che di conseguenza non hanno motivo di sentirsi in “torto”). Il sito chiude per protesta, non per costrizione. La protesta si è resa necessaria nel momento in cui venendo incontro alle richieste (seppur opinabili, visto che questo È un sito di satira) dell’avvocato di Vasco Rossi di rimuovere la pagina dedicata al “rocker”, la denuncia a carico di “ignoti” non è affatto caduta. Abbiamo offerto la nostra piena collaborazione già nel 2010. Per tutta (non)risposta alcuni amministratori sono stati convocati dalla polizia postale un anno dopo!!!

Nonciclopedia non ha motivo di preoccupazione da tutta questa vicenda. Siamo totalmente aperti al dialogo con Vasco, Tania Sachs (la sua portavoce) o l’avvocato che finora sembra aver deciso di non rivolgerci più la parola.

In ultimo, mi sento in dovere di ricordare a Vasco Rossi e ai grandi vip come lui che Nonciclopedia è una comunità eterogenea costituita per la maggior parte da adolescenti. Ragazzi che credono ancora nel mito dell’eroe buono, del vip in grado di comprenderli e guidarli sulla retta via senza bisogno di usare il bastone. Abbiamo GIÀ RIMOSSO LA PAGINA, non vediamo per quale motivo continuare con una azione legale totalmente superflua contro ragazzi di 15 anni.

Da questi post e dalla spiegazione di Nonciclopedia risulta che l’oscuramento non è stato chiesto da Vasco Rossi o dai suoi legali rappresentati, ma è stato deciso dai responsabili di Nonciclopedia, e non si è ancora giunti a un processo nonostante l’azione legale sia stata avviata a febbraio 2010.

Il contenuto di Nonciclopedia risulta al momento invisibile, ma in realtà l’HTML delle sue pagine contiene ancora il testo integrale delle voci (tranne quella dedicata a Vasco Rossi, che non c’è proprio), a quanto pare a causa di un “sabotaggio”, come lo definisce MFH nei commenti qui sotto, da parte dell’hosting provider Wikia.

Questo sembra essere un forum pubblico nel quale discutono i responsabili di Nonciclopedia.

Sarebbe molto interessante sapere quali sono di preciso, secondo la denuncia, i “contenuti offensivi, diffamatori e non veritieri”. Sottolineo il “non veritieri”, che mi pare un po’ bislacco. Anche affermare che Nonciclopedia “degli insulti contro Vasco Rossi aveva fatto la sua bandiera” è oggettivamente “non veritiero”. Come è “non veritiero” accusare lo staff di Nonciclopedia di aver detto che Vasco ha oscurato il sito.

A questo punto la lezione della vicenda mi sembra una sola: Nonciclopedia ha saputo cogliere l’occasione per farsi conoscere scegliendo la strada della sospensione completa del sito, che ha reso più visibile e drammatica la questione. Nonciclopedia ne ha approfittato, certo: ma non dimentichiamo che chi le ha permesso questo exploit mediatico è stato Vasco Rossi, con la sua permalosa dabbenaggine, la sua incapacità di rispettare i meccanismi della Rete invece di sfruttarli per il marketing e l’incoerenza di atteggiarsi a trasgressivo di ferro per poi correre dall’avvocato perché qualcuno gli ha detto brutte parole. Queste sono ipocrisie che gli internauti non perdonano.

Grazie ai tanti lettori che hanno contribuito alla raccolta d’informazioni su questa storia.

2011/10/04. Sul profilo Facebook di Vasco Rossi è comparso un nuovo post sulla vicenda, intitolato “W la satira quando è satira”:

Cosa pensiamo della libertà di espressione e altro lo testimonia l’esistenza di questo profilo per tutto quello che contiene, con il libero contributo di chiunque.

Abbiamo chiesto ad anonimi gestori di un sito ( secondo noi con contenuto diffamatorio ) di rendere non anonimi i gestori e gli inserzionisti.

La richiesta è stata considerata non ricevibile, la risposta è che il sito non può essere considerato responsabile dei contenuti anonimi diffusi.

Questo resta per noi un problema da chiarire, anonimi possono diffondere considerazioni del tipo:

V. Rossi è un vecchio bavoso tossicomane che vende cocaina davanti alle scuole e deve la sua fama alla credulità di milioni di rimbambiti fatti e strafatti quanto e più di lui …. !

Se questo è lecito saremo ben contenti di pagare danni e quanto serve agli anonimi gestori e inserzionisti di Nonciclopedia, in caso contrario proseguiremo nella richiesta di conoscere l’identità dei gestori del sito e degli autori anonimi delle attività solo diffamatorie e per nulla comiche o ” satiriche “.

Il contenuto di Nonciclopedia nelle parti segnalate da noi ai gestori non ha nulla a che fare con la satira.

Esistono per fortuna una discreta quantità di parodie e altro su Vasco create e diffuse, state pur certi anche per il nostro divertimento, senza nessun contrasto in quanto arte sottoscritta da autori e interpreti con nome e cognome come la ” vittima ” della stessa.

.. meditate o meglio: fate quel che vi pare !!!

Va notato che il “Cosa pensiamo della libertà di espressione e altro lo testimonia l’esistenza di questo profilo per tutto quello che contiene, con il libero contributo di chiunque” omette di segnalare che i post dei lettori, ieri, erano stati bloccati. Forse è proprio questo che pensano della libertà di espressione?

Viene esplicitata almeno una delle frasi di Nonciclopedia ritenute offensive (aggiornamento: la frase è solo un esempio fatto dalla Sachs e non è presente nella voce di Nonciclopedia): “V. Rossi è un vecchio bavoso tossicomane che vende cocaina davanti alle scuole e deve la sua fama alla credulità di milioni di rimbambiti fatti e strafatti quanto e più di lui”.

L’offerta di “pagare danni e quanto serve agli anonimi gestori e inserzionisti di Nonciclopedia” è vuota, dato che non ci sono danni quantificabili dalla cessazione di un sito senza scopo di lucro, ed è interessante l’insistenza sul voler “conoscere l’identità dei gestori del sito e degli autori anonimi delle attività solo diffamatorie e per nulla comiche o ” satiriche “”. A che pro, ammesso che sia tecnicamente fattibile?

Ma credo che la frase più significativa sia quella finale: “… meditate o meglio: fate quel che vi pare !!!”, che fa molto trasgressivo “che se ne frega di tutto sììììì”, come direbbe Vasco Rossi, ma resta il fatto che l’azione legale va avanti. Fate quel che vi pare, però ci vediamo in tribunale. Bizzarro.

2011/10/04 21:00. La Nonciclopedia è tornata online e ha pubblicato questo annuncio:

“Cari lettori,
Ringraziandovi per il caloroso sostegno, vogliamo innanzitutto chiarire che ci dissociamo dalla violenza con cui il web ha reagito alla nostra decisione di oscurare il sito. Il nostro intento non è mai stato quello di incitare l’utenza contro Vasco, quanto quello di informarla dei fatti avvenuti.
Ci scusiamo se i contenuti della pagina di Vasco Rossi siano sembrati diffamatori, ma non c’è mai stata l’intenzione di offendere il cantante. Aggiungiamo che non abbiamo responsabilità su alcuni stralci della pagina di Vasco Rossi che circolano in rete (e che sono stati diffusi da alcuni TG) poiché non corretti, in quanto non sono mai stati presenti sul nostro sito.
Da entrambe le parti c’è una volontà di garantire umorismo di qualità, pertanto non escludiamo la possibilità futura che un giorno su Nonciclopedia tornerà ad esistere un articolo su Vasco Rossi che faccia ridere tutti quanti.
Tania Sachs, la portavoce ufficiale del rocker, ha assicurato che ritirerà la querela contro Nonciclopedia.”

2011/10/05 9:40. Mi è stato segnalato che la frase “V. Rossi è un vecchio bavoso tossicomane che vende cocaina davanti alle scuole e deve la sua fama alla credulità di milioni di rimbambiti fatti e strafatti quanto e più di lui” è solo esemplificativa e non proviene dalla voce di Nonciclopedia.