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Gli assistenti vocali danno i numeri

Gli assistenti vocali danno i numeri

Un utente ha chiesto ad un’Alexa statunitense quanto fa 10308: è interessante notare che la sintesi vocale varia la pronuncia della parola “oh” invece di essere sempre monocorde.

Questo è quello che succede se si chiede la stessa cosa ad un’Alexa britannica, che risponde con toni leggermente languidi:

Siri, a quanto pare, è un po’ meno robotica: dice che 10308 è un numero di 309 cifre che inizia con 1, 0, 0, 0 e poi propone il numero per esteso sullo schermo, attingendo al motore di ricerca matematico Wolfram Alpha.

Google Assistant, invece, risponde pigramente “1.0 x 10^308”:

Mah.

Amazon Echo (Alexa) si mette a ridacchiare in casa

Ultimo aggiornamento: 2018/03/12 21:50.

Questa risatina inquietante è prodotta, secondo alcune segnalazioni confermate da Amazon, da Alexa, l’assistente vocale incorporata in Amazon Echo, un dispositivo che le persone comprano e si mettono in casa senza pensare che ha un microfono sempre aperto che capta tutti i suoni emessi in casa.

Il dispositivo si comporta in questo modo senza motivo apparente. In teoria questi assistenti vocali dovrebbero reagire soltanto quando vengono attivati dalla wake word, che di solito è “Alexa”, “Ehi, Siri”, “Ehi Cortana” oppure “Ok Google”, ma a volte si attivano perché hanno interpretato male un rumore o una frase che hanno captato, dice Amazon al Washington Post.

Mettersi in casa un microfono sempre aperto e connesso a Internet continua a sembrarmi una pessima idea, ma a quanto pare molte persone non hanno ben presente come funzionano questi oggetti e se li comprano e installano in casa senza preoccupazioni e senza rendersi conto di come è possibile abusarne.

Un esempio: molti di questi assistenti non discriminano le voci e accettano comandi da chiunque dica le loro wake word. Tanto in casa ci siete solo voi, no? Non è detto: in casa vostra possono arrivare facilmente anche le voci degli altri. Per esempio quelle delle persone che parlano dalla TV e invocano Alexa, come è già successo. Oppure quelle delle persone con le quali state chattando a voce.

Un trucco particolarmente cattivo ma educativo è questo: molti utenti usano servizi di streaming per trasmettere in tempo reale su Internet le proprie sessioni di videogioco o altre attività intime, pensando di non essere rintracciabili. Ma indovinate che cosa succede se qualcuno dice “Alexa, say my name” oppure “Alexa, say my address”.

Fonti aggiuntive: Naked Security, Ars Technica.

Buonanotte al secchio. Nel senso di bucket Amazon scrivibili da chiunque

Buonanotte al secchio. Nel senso di bucket Amazon scrivibili da chiunque

Credit: Victor Gevers.

Avete presente quando si dice che la parola “cloud” andrebbe sostituita mentalmente con “il computer di qualcun altro”? Da oggi bisognerebbe forse usare un’altra frase: “il computer di qualcun altro, aperto a tutti e pure scrivibile da chiunque, sul quale qualcuno lascia messaggi per avvisarti del disastro imminente”.

È quello che stanno scoprendo amaramente le tante aziende e organizzazioni governative che usano i servizi cloud di Amazon, i cosiddetti Amazon Web Services, per mettervi i propri dati. È un sistema potente e flessibile, ma bisogna saperlo usare. A quanto pare molti responsabili informatici non hanno studiato come si usa, perché hanno impostato questi servizi, denominati in gergo bucket (secchio), in modo che possano essere letti da chiunque. E in alcuni casi anche scritti dal primo che passa.

Non è colpa di Amazon, ma dei suoi clienti incompetenti. Clienti con nomi come Uber, Dow Jones, FedEx e persino il Pentagono, che hanno lasciato bene in vista i propri dati in questo modo, come raccontano WeLiveSecurity e la BBC. Secondo i dati della società di sicurezza francese HTTPCS, 1 bucket su 50 non è protetto contro la scrittura.

Mi è stato segnalato, per esempio, un noto canale satellitare europeo che ha la guida TV su Amazon Web Services scrivibile da chiunque. Far comparire qualcos’altro al posto delle immagini di Peppa Pig sarebbe un gioco da ragazzi.

****.s3.amazonaws.com/admin/server/php/files/peppa3.jpg

Gli hacker buoni hanno fatto il possibile, lasciando messaggi di avvertimento nei bucket vulnerabili, ma in molti casi sono rimasti inascoltati. Alcuni esperti di sicurezza hanno contattato le organizzazioni maldestre per avvisarle, ma non sempre sono stati capiti e in alcuni casi rischiano anche ritorsioni legali (che è come rischiare una denuncia perché hai guardato in casa di qualcuno attraverso la finestra, hai visto che c’era un incendio e hai avvisato il proprietario).

Altri hanno preferito creare siti Web come Buckhacker (attualmente offline), che è una sorta di Google per i bucket aperti, in modo da portare il problema all’attenzione dei media.

Il guaio di queste vulnerabilità è che i dati messi a disposizione di chiunque sono spesso i nostri e sono un bersaglio ghiotto e facile per qualunque criminale. Immaginate qualcuno che cancella tutti i dati di un’azienda o di un’agenzia governativa, oppure li blocca con una password che verrà fornita solo in cambio di un riscatto. Se la vostra organizzazione usa gli Amazon Web Services, date un’occhiata alle impostazioni. Amazon ha allestito uno strumento apposito che facilita questo controllo.

Fonte aggiuntiva: Bitdefender.

Pensarci prima no? Amazon vuole dare le chiavi (digitali) di casa ai fattorini. Subito craccate

Pensarci prima no? Amazon vuole dare le chiavi (digitali) di casa ai fattorini. Subito craccate

A volte viene proprio da chiedersi se per caso, nelle grandi società informatiche, c’è qualcuno che ha ancora un neurone funzionante o se stanno andando avanti tutti a furia di deliri di onnipotenza e incapacità di fermarsi e dire “Un momento, siamo proprio sicuri di voler fare questa cosa?”.

Prendete Amazon, per esempio: ha partorito l’idea che gli utenti diano ai suoi fattorini il permesso di entrare in casa per le consegne, installando una serratura elettronica, chiamata Amazon Key, che il fattorino di Amazon sbloccherebbe con un’apposita app sullo smartphone se l’utente non è nell’abitazione.

Per evitare abusi, ha pensato bene Amazon, una webcam sorveglierebbe la porta d’ingresso per registrare eventuali comportamenti scorretti dei fattorini. Ma non c’è voluto molto per trovare una falla molto semplice in quest’idea straordinariamente infelice: dato che la webcam è collegata via Wi-Fi, basta sovraccaricare la rete Wi-Fi di appositi segnali (pacchetti di deauthorization) per scollegare la webcam dalla rete e intercettare il comando di richiusura della serratura, che quindi rimane sbloccata. In questo modo l’utente riceve dalla webcam solo l’ultima immagine fissa trasmessa prima del blocco e non può vedere cosa fa il fattorino, che può rientrare in casa, non visto, dopo aver effettuato la consegna ed essersene apparentemente andato via senza far nulla.

È stato pubblicato un video dimostrativo che spiega in dettaglio la vulnerabilità e Amazon ha diffuso un aggiornamento di sicurezza automatico che avvisa i clienti se si verificano attività sospette. L’azienda ha anche obiettato che questa tecnica farebbe cadere immediatamente i sospetti sul fattorino, che sarebbe rintracciabile e quindi non avrebbe nessuna convenienza ad abusare del sistema. Ma gli esperti hanno notato che una terza persona, un criminale informatico in agguato, potrebbe approfittare della visita del fattorino, bloccare la serratura elettronica in posizione aperta e poi far cadere la colpa di un furto sul povero fattorino innocente. Uno scenario non facile, certo, ma non impossibile.

Ci sono poi altre considerazioni: per esempio, che succede se in casa c’è un animale domestico che scappa (o attacca il fattorino)? O se la casa è dotata di allarme antifurto? Forse pensarci prima sarebbe stato un risparmio di tempo per tutti.



Fonte aggiuntiva: The Register.

Amazon ha mandato in tilt mezza Internet con un errore di battitura

Amazon ha mandato in tilt mezza Internet con un errore di battitura

Ultimo aggiornamento: 2017/03/04 2:00. 

Avete presente il mito secondo il quale Internet, essendo nata come progetto militare, sarebbe in grado di funzionare anche in caso di attacco nucleare? È un mito, appunto, e molti utenti se ne sono accorti molto chiaramente martedì scorso, quando molti dei siti e servizi più popolari di Internet hanno smesso di colpo di funzionare.

Sono andati in tilt siti come Quora, Gizmodo, Slack, Medium, Imgur, Giphy, e molti utenti hanno scoperto che le loro lampadine “smart” e persino i mouse (Razer) dipendevano dalla connessione a Internet.

Il blackout ha colpito soprattutto gli utenti e i siti statunitensi, ma ha avuto ripercussioni in tutto il pianeta. Non si è trattato di un attacco informatico, ma di un incidente che è capitato a un tecnico di Amazon.

Moltissimi siti, infatti, dietro le quinte dipendono dai servizi online di Amazon, gli Amazon Web Services o AWS. Alcuni server di questi servizi Amazon erano lenti, per cui un tecnico ha tentato di sistemare il problema mettendo offline alcuni server di gestione dei pagamenti AWS, come è normale in questi casi.

Ma come spiega Amazon nella sua lettera pubblica di scuse, il comando per metterli offline è stato immesso in modo erroneo e così sono stati scollegati da Internet molti più server del previsto, in particolare quelli del Simple Storage Service (S3), che affittano spazio su disco e in memoria alle app più popolari.

Alcuni di questi sistemi non venivano riavviati completamente da anni, per cui è stato necessario parecchio tempo, circa quattro ore, per rimetterli online in modo sicuro e affidabile. È stato in queste quattro ore che gli internauti si sono resi conto che dai servizi di Amazon passa circa un terzo di tutto il traffico di Internet, e che dipendere totalmente da un unico fornitore di servizi cloud significa che se quel fornitore va in tilt non funziona più niente.

Si potrebbe argomentare che un blackout del genere è l’equivalente di un’interruzione della corrente elettrica, ma non per questo ci equipaggiamo tutti di un generatore elettrico: vero, ma l’equivalenza è un po’ fallace, perché un generatore domestico costa e richiede installazione e manutenzione, mentre progettare lampadine o mouse in modo che possano essere impostati anche senza la connessione a Internet è solo questione di software.

Fonti aggiuntive: Gizmodo, Engadget.

Amazon Echo accetta ordini di acquisto da chiunque. Anche da una voce alla TV

Amazon Echo accetta ordini di acquisto da chiunque. Anche da una voce alla TV

Echo è un piccolo dispositivo domestico di Amazon che si collega a Internet ed è dotato di microfoni sempre in ascolto, che consentono di usarlo come maggiordomo virtuale al quale dare ordini a voce. Echo, infatti, riconosce i comandi vocali e risponde con una voce sintetica chiamata Alexa. In una casa “smart”, per esempio, può essere usato per comandare luci, tapparelle, serrature, riscaldamento, apricancello, citofoni e altro ancora, facilitando enormemente l’attività di chiunque abbia problemi di mobilità.

Ma Echo, o meglio Alexa, come la chiamano i suoi utenti, di recente ne ha combinata una grossa, che ha rivelato i limiti di questa tecnologia e soprattutto del modo in cui Amazon l’ha impostata. Alexa, infatti, accetta ordini da chiunque, non solo dalla voce dei suoi proprietari. E così Brooke, una bimba di sei anni che vive in Texas, ha usato l’Alexa di casa per ordinare su Amazon una casa per bambole e due chili di biscotti a insaputa dei genitori e senza neanche rendersene conto: ha semplicemente detto ad Alexa “Puoi giocare alla casa delle bambole con me e prendermi una casa delle bambole?” (“Can you play dollhouse with me and get me a dollhouse?”).

Questo acquisto clandestino è stato possibile perché questi dispositivi vengono forniti da Amazon già preimpostati per gli acquisti automatici: è l’utente che deve decidere di disabilitarli o proteggerli con un codice segreto di autorizzazione. Una preimpostazione un po’ furbetta, molto vantaggiosa per Amazon, ovviamente, ma svantaggiosa per chi compra il dispositivo, secondo una tendenza sempre più diffusa fra i produttori di dispositivi e servizi informatici: la sicurezza del cliente è secondaria e quello che conta è raccogliere il più possibile dati personali da rivendere, come nel caso dei social network, oppure rendere più facile fare acquisti impulsivi, come nel caso di Amazon.

Ci sarebbe anche da riflettere sul concetto piuttosto inquietante di avere in casa dei microfoni che ascoltano tutto quello che viene detto e lo condividono con un’azienda, ma i pasticci di Alexa non sono ancora finiti: infatti la notizia della bimba texana è stata ripresa dai telegiornali statunitensi e in particolare il conduttore di un’emittente televisiva di San Diego, in California, l’ha commentata in diretta dicendo “Adoro la bimba che dice ‘Alexa, ordinami una casa per bambole’” (video, a 2:00).

Avete già indovinato cos’è successo a quel punto: numerosi dispositivi Amazon Echo dei telespettatori hanno interpretato la voce del conduttore come un comando dato da una persona in casa e hanno tentato in massa di ordinare case per bambole su Amazon. I telespettatori hanno chiamato l’emittente avvisandoli del problema e lamentandosi che il conduttore aveva fatto partire ordini indesiderati.

Amazon è corsa subito ai ripari dichiarando che gli ordini fatti per errore potranno essere restituiti gratuitamente e ha ricordato che gli acquisti automatici di Alexa possono essere disabilitati, ma il doppio equivoco ha messo in luce un problema di fondo delle tecnologie basate sul riconoscimento vocale: per ora non sono abbastanza selettive da distinguere una voce specifica da un’altra e quindi le possibilità di equivoco, dispetto o di sabotaggio sono troppo elevate.

Anche perché Amazon non può risolvere un problema di fondo: come spiegare a un bimbo o a una bimba che il bellissimo giocattolo che è appena arrivato dovrà essere rimandato indietro?

Fonti: CNN, Fortune, Graham Cluley.

Aiuto, la mia casa smart è stata posseduta via radio

Aiuto, la mia casa smart è stata posseduta via radio

Qualcuno, probabilmente un autore di fantascienza, una volta ha detto che nelle case “smart” del futuro sarà impossibile distinguere un attacco informatico da una possessione demoniaca.

Ma non c’è bisogno di aspettare il futuro, secondo quanto riferisce la catena di emittenti radiofoniche pubbliche statunitensi NPR. Chi ha comprato l’assistente di domotica Echo di Amazon ha già questo bizzarro problema.

Echo è un dispositivo che riceve comandi vocali dal padrone di casa e manda comandi digitali ai vari dispositivi interconnessi dell’abitazione: antifurto, luci, cucina elettrica, riscaldamento. Basta dire “Alexa, spegni l’antifurto”, eccetera (“Alexa” è la parola chiave e anche il nome della assistente virtuale integrata in Echo).

 Tutto molto bello, molto cool, molto futuribile. Fino al momento in cui nella casa “smart” c’è la radio accesa su un programma come quello presentato un paio di settimane fa dalla NPR, che parlava proprio di Amazon Echo citando fra l’altro alcuni esempi di comandi. Avete indovinato: i microfoni sensibili di Echo hanno captato i comandi annunciati alla radio e li hanno eseguiti. Gli ascoltatori si sono trovati con il riscaldamento reimpostato, l’impianto audio impazzito, e altro ancora.

Un altro esempio di come l’Internet delle Cose ci viene proposta senza alcuna riflessione sulle conseguenze e senza includere una minima sicurezza predefinita, come per esempio una parola chiave di autorizzazione personalizzata o un riconoscimento della voce delle persone abilitate a dare comandi.

Amazombi!

Amazombi!

Avete presente che si dice sempre che bisogna leggere bene e fino in fondo le clausole di ogni contratto che si accetta? E avete presente che non lo fa nessuno, specialmente per i contratti dei servizi su Internet? Amazon ha pensato di approfittare di questa diffusissima cattiva abitudine per nascondere una chicca contrattuale notevole: la clausola anti-zombi.

Non sto scherzando: è realmente presente una clausola che parla di zombi, una sorta di easter egg o di ricompensa per chi si prende la briga di leggere le condizioni di Amazon Web Services almeno fino alla cinquantasettesima clausola compresa.

Questa clausola infatti parla di usi accettabili di un motore per giochi 3D di Amazon e dei suoi materiali e dice che questi materiali “non sono concepiti per l’uso con sistemi critici per la sopravvivenza o la sicurezza, come l’uso nell’azionamento di apparati medici, sistemi di trasporto automatici, veicoli autonomi, aerei o controllo del traffico aereo, impianti nucleari, veicoli spaziali con equipaggio, o uso militare in relazione al combattimento non simulato.” Fin qui sembra una restrizione standard, ma poi la clausola prende una piega decisamente bizzarra: “Tuttavia questa restrizione non si applica al verificarsi (certificato dai Centri per il Controllo delle Patologie degli Stati Uniti o dall’ente ad essi successore) di un’infezione virale ad ampia diffusione, trasmessa mediante morsi o contatto con fluidi corporei, che induca i cadaveri umani a rianimarsi e cercare di consumare carne umana, sangue, cervelli o tessuto nervoso di esseri umani viventi e che probabilmente causerà la caduta della civiltà organizzata”.

In altre parole, Amazon, in un contratto legalmente vincolante, sta parlando seriamente di zombi.

Questo è l’originale:

57.10 Acceptable Use; Safety-Critical Systems. Your use of the Lumberyard Materials must comply with the AWS Acceptable Use Policy. The Lumberyard Materials are not intended for use with life-critical or safety-critical systems, such as use in operation of medical equipment, automated transportation systems, autonomous vehicles, aircraft or air traffic control, nuclear facilities, manned spacecraft, or military use in connection with live combat. However, this restriction will not apply in the event of the occurrence (certified by the United States Centers for Disease Control or successor body) of a widespread viral infection transmitted via bites or contact with bodily fluids that causes human corpses to reanimate and seek to consume living human flesh, blood, brain or nerve tissue and is likely to result in the fall of organized civilization.

Umorismo per avvocati geek. Ringrazio i tanti lettori che mi hanno segnalato questa chicca.

Kindle Previewer su OS X El Capitan non funziona? Risolto

Kindle Previewer su OS X El Capitan non funziona? Risolto

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento).

Amazon offre un software gratuito di conversione da EPUB a MOBI, Kindle Previewer, che fa tutto in automatico, verifica la conformità con gli standard di Kindle e offre l’anteprima in emulazione di vari dispositivi Kindle. Molto comodo, ma ha il difetto non trascurabile (perlomeno nella versione corrente, la 2.94) di non funzionare assolutamente sotto OS X El Capitan perché Amazon ha sbagliato la sua configurazione.

Ho speso un bel po’ di tempo oggi a cercare la soluzione a questo problema, per cui la pubblico qui, caso mai servisse a qualcun altro.

Per prima cosa occorre installare Java, se non è già installato, e anche X11 (XQuartz). Occorre riavviare OS X. Poi si installa Kindle Previewer.

Terminate queste installazioni, si va nella cartella Applications, si fa clic destro su Kindle Previewer.app, si sceglie Show Package Contents e si apre con un editor di testo (TextEdit va benissimo) il file Contents/MacOS/Launcher all’interno del pacchetto dell’applicazione.

Questo file va modificato in modo che punti al path corretto di Java. Questa è la mia versione, con le righe aggiunte/modificate in grassetto:

#!/bin/sh

dir=`dirname "$0"`
cd "$dir"
classpath=./:./lib/touchLibs/etc/fonts/fonts

for i in `ls ./lib`
do
    classpath=$classpath:./lib/$i
done

export DYLD_LIBRARY_PATH=.

export JAVA_HOME=$(/usr/libexec/java_home -v 1.6*)

# start the previewer
fileExtT=`echo $1 | awk -F. '{print $NF}'`
fileExt=`echo $fileExtT | tr '[:upper:]' '[:lower:]'`

if [ "$fileExt" == mobi -o "$fileExt" == azw3 -o "$fileExt" == epub -o "$fileExt" == opf -o  "$fileExt" == html -o  "$fileExt" == zip ]
then
    # opens only the first book in command line.  TODO: handle multiple books in command line
    ${JAVA_HOME}/bin/java -d32 -XstartOnFirstThread -Dfile.encoding=UTF-8 -cp "${classpath}"  com.amazon.epub.reader.Main "$1"
    exit 1
else
    ${JAVA_HOME}/bin/java -d32 -XstartOnFirstThread -Dfile.encoding=UTF-8 -cp "${classpath}"  com.amazon.epub.reader.Main
    exit 1
fi

Si salva questo file e si lancia Kindle Previewer: se è tutto giusto, parte l’applicazione (non vi preoccupate se l’icona nel Dock scompare dopo l’avvio; ricompare poco dopo), sulla quale si può trascinare il file EPUB da convertire (si può anche scegliere l’interfaccia in italiano).

Se il file EPUB viene convertito correttamente perché non contiene errori di sintassi o incompatibilità, si ottiene un’anteprima grafica dell’aspetto che avrà l’e-book sui vari dispositivi: Kindle Fire, DX, Kindle per iPhone e iPad. Ta-da!

Amazon, consegna merci con droni: trovata pubblicitaria o intento reale?

Amazon, consegna merci con droni: trovata pubblicitaria o intento reale?

A dicembre scorso ha suscitato scalpore la notizia che Amazon aveva intenzione di avviare la consegna dei propri libri e altri prodotti utilizzando dei droni che avrebbero volato automaticamente fino a casa del cliente. La consegna robotica avrebbe ridotto i costi e reso ancora più celere il servizio, recapitando addirittura entro mezz’ora dall’ordine online.

L’annuncio, tuttavia, è in conflitto con le norme che regolano l’aviazione negli Stati Uniti. La FAA (Federal Aviation Administration), l’ente preposto a gestire tutto il traffico aereo statunitense, ha da poco pubblicato un documento nel quale specifica “la consegna di pacchetti alle persone in cambio di un compenso” fra gli esempi di attività non consentite dalla regolamentazione dei droni, il cui uso commerciale è vietato.

Amazon si è affrettata ad argomentare che il documento della FAA si limita a dire che l’uso commerciale di droni non è equiparabile a quello per hobby o ricreativo (cosa ovvia ma che andava puntualizzata formalmente). La FAA, da parte sua, ha ribadito che comunque ogni attività aerea commerciale richiede un’autorizzazione specifica e che al momento l’autorizzazione viene data soltanto a velivoli certificati e comandati da un pilota con brevetto; quindi niente aerei automatici. Finora soltanto due attività commerciali basate su droni hanno ricevuto quest’autorizzazione ed entrambe sono nell’Artico.

Sia come sia, l’annuncio di Amazon resta per ora principalmente una trovata geniale per far parlare dell’azienda: chi si aspettava di assistere presto allo spettacolo discutibile di recapiti aerei ronzanti dovrà attendere a lungo e forse per sempre. Regolamenti a parte, far volare e atterrare autonomamente un drone incustodito in aree densamente abitate non sembra un’idea molto pratica.

Fonti: Ars Technica, Bizjournals.