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Truffa della lotteria, chi vuoi che ci caschi?

Il sito svedese di notizie The Local segnala che una signora cinquantaduenne di Sundsvall, nella Svezia settentrionale, ha perso 57.000 dollari, ingannata da un gruppo di truffatori internazionali che le hanno fatto credere di aver vinto 2,5 milioni di dollari alla lotteria con una mail falsa.

Per riscuotere il premio, le hanno detto, avrebbe dovuto aprire un conto corrente in Olanda, cosa che le sarebbe costata una piccola parcella. La signora ha pagato. Poi le è stato detto, da un consulente nel Regno Unito, che servivano altri soldi per sbloccare un fantomatico codice di accesso alla vincita. Con varie scuse, insomma, la signora è stata convinta a fare ulteriori versamenti, fino a scucire appunto 57.000 dollari, molti sotto forma di prestiti bancari, nell’arco di nove mesi.

La polizia di Sundsvall ritiene che le probabilità di riottenere il maltolto siano pressoché nulle.

Occhio alla pornotruffa che blocca il computer

Occhio alla pornotruffa che blocca il computer

Malwarebytes segnala un’evoluzione a luci rosse del ransomware: il malware che infetta i computer, li blocca e chiede un pagamento per sbloccarli. I criminali informatici guadagnano cifre enormi con questo trucco e quindi hanno scatenato la propria creatività.

Da anni girano la finta multa delle autorità locali di polizia e le finte schermate blu di blocco del computer, ma adesso è in circolazione una variante che massimizza lo shock e il panico bloccando il browser della vittima e facendo comparire nel browser stesso immagini pornografiche accompagnate da un avviso in inglese che parla di “attività sospette” e intima di chiamare un numero di “assistenza tecnica” (in realtà gestito dai truffatori).

Purtroppo non si può chiudere la finestra del browser per far sparire il messaggio offensivo (il blocco del browser è realizzato tramite un semplice Javascript che crea un loop molto lungo o addirittura infinito che impedisce di chiudere la pagina), e così le vittime finiscono per essere disposte a tutto pur di far sparire dallo schermo le immagini invereconde e chiamano il numero dell’“assistenza tecnica”, dove trovano dei complici dei criminali che li invitano a scaricare e installare un software che consente ai truffatori di avere accesso al controllo remoto del computer. In alternativa, i truffatori convincono le vittime ad acquistare un abbonamento a servizi di protezione informatica che in realtà non fanno nulla.

La versione pornografica ha il vantaggio (dal punto di vista dei criminali) che la presenza di immagini scioccanti o imbarazzanti nel browser mette a disagio le vittime, che quindi diventano riluttanti a chiedere aiuto ad amici o tecnici.

Impressionante successo del phishing: abboccano in troppi

Molti pensano che gli attacchi informatici siano frutto di chissà quali astuzie, ma in realtà gran parte delle incursioni ha successo per via dell’impreparazione delle vittime anche nei confronti delle tecniche d’attacco più banali e classiche.

Un rapporto dell’operatore cellulare statunitense Verizon, intitolato Data Breach Investigations Report, ha analizzato con l’aiuto di esperti del settore ben 80.000 incidenti di sicurezza e 2000 intrusioni in vari paesi del mondo. Fra i tanti dati presentati dal rapporto spicca il numero di attacchi basati sul phishing (l’invio di mail false che simulano mittenti attendibili e includono allegati ostili o link a siti che imitano le pagine d’immissione password dei siti più diffusi): i due terzi dei casi di spionaggio informatico è riconducibile a questa tecnica elementare.

Infatti un’analisi di 150.000 mail di phishing ha indicato che il 23% dei destinatari apre questi messaggi-trappola e l’11% apre anche gli allegati. Il tasso d’ingenuità è insomma inquietante, specialmente in ambienti di lavoro e di governo che trattano dati sensibili e informazioni vitali.

Non solo: in media, dal momento in cui viene inviata una bordata di messaggi-trappola al momento in cui la prima vittima abbocca passano ottantadue secondi, e il 50% delle vittime apre gli allegati o clicca sui link-trappola in meno di un’ora, ossia prima che i responsabili dei sistemi informatici possano intervenire sul problema.

L’unico modo per contenere questo bagno di sangue è educare gli utenti a diffidare dei messaggi che invitano a cliccare su un link o ad aprire un allegato, anche se sembrano provenire da mittenti attendibili. Se sono sgrammaticati o non sono personalizzati, è meglio cestinarli direttamente; un controllo degli allegati con un antivirus aggiornato è sempre consigliabile, e i link vanno esaminati per vedere se portano a siti diversi da quelli dichiarati.

Attenzione a Whatsappchiamate e agli altri siti che promettono di attivare chiamate vocali in WhatsApp

Attenzione a Whatsappchiamate e agli altri siti che promettono di attivare chiamate vocali in WhatsApp

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WhatsApp sta attivando davvero l’opzione di effettuare chiamate vocali, ma fate attenzione ai siti che promettono di attivarla per voi se solo invitate un certo numero di amici, come fa per esempio Whatsappchiamate.com: sono inganni che vi fanno sorbire pagine su pagine di pubblicità e alla fine non vi attivano un bel niente ma guadagnano sulle visualizzazioni degli spot.

Intorno all’attivazione delle chiamate vocali in WhatsApp c’è molto interesse, sin da quando fu annunciata ufficialmente per il secondo trimestre del 2014 al Mobile World Congress, ed esistono realmente vari modi per attivarla sperimentalmente (a rischio e pericolo di chi ci prova) prima del lancio ufficiale: sono descritti per esempio da Cnet, AndroidpitIBTimes. Ma questi modi non c’entrano nulla con il reclutamento di amici ai quali mandare inviti.

I siti che vi chiedono di fare inviti sono soltanto truffe messe in atto da chi vuole guadagnare sulla popolarità di WhatsApp e sull’ansia di novità degli utenti che non sanno aspettare. Non fa nessuna differenza se la segnalazione di cliccare su uno di questi siti vi arriva da una persona fidata: vuol dire semplicemente che quella persona ha abboccato all’inganno e crede di farvi un favore condividendo con voi quello che crede essere un trucchetto vantaggioso. È più prudente lasciar perdere e aspettare che WhatsApp attivi ufficialmente la funzione di chiamata vocale.

Fonti aggiuntive: Androidorigin, AndroidpitDeccanchronicle.

Miniguida contro il sexting e le sue estorsioni

Miniguida contro il sexting e le sue estorsioni

Da My Little Safebook
per genitori (ti.ch). 

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il guaio di certe parole, come sexting, è che fanno quasi sembrare intrigante quella che è in realtà semplicemente una truffa squallida: qualcuno convince una persona a mostrarsi in atteggiamenti sexy in una foto o davanti alla webcam e poi la ricatta o la umilia diffondendo le immagini.

Gli scenari tipici sono due. Nel primo c’è un legame sentimentale o di conoscenza diretta fra chi si mostra e chi richiede l’immagine: per esempio, un ragazzo che chiede alla propria ragazza una foto intima e poi tradisce la fiducia data perché mostra a tutti l’immagine che invece doveva essere destinata soltanto ai suoi occhi. L’inganno approfitta spesso di app che promettono foto “temporanee”, come Snapchat, che sono in realtà decisamente permanenti.

Nel secondo scenario, invece, si tratta di incontri fatti via webcam con sconosciuti. La vittima, in questo caso, è spesso di sesso maschile: su Internet s’imbatte in una bella ragazza, che si mette a chattare con lui e poi lo invita a spogliarsi davanti a lei, mentre a sua volta lei si sveste. In realtà la ragazza è una registrazione appositamente confezionata, i cui vari spezzoni vengono mostrati in modo da assecondare eventuali richieste di gesti o espressioni. La trappola è molto professionale: i truffatori usano un apposito software che permette di fare vera e propria regia e comandare le azioni della ragazza. La vittima, nel frattempo, viene registrata dal truffatore, che poi si rivela e chiede denaro per non inviare la registrazione imbarazzante a tutti gli amici della vittima. Il truffatore sa chi sono questi amici perché li ha trovati tramite social network come Facebook (dove l’elenco degli amici è solitamente pubblico). Il pagamento viene richiesto tramite Western Union o bitcoin.

Ovviamente la prevenzione è la soluzione ideale in entrambe le situazioni. Ma cosa potete fare se ormai il fattaccio è avvenuto?

Se conoscete la persona che ha diffuso abusivamente le immagini, potete denunciarla alle autorità (o chiedere una mediazione, specialmente nel caso di minori). Non è detto che questo bloccherà la diffusione della foto, ma probabilmente aiuterà a scoraggiarla. È importante ricordare, fra l’altro, che la detenzione o diffusione di immagini intime di minorenni può essere considerata reato di pedopornografia anche se chi le trasmette è il soggetto stesso delle immagini oppure le ha ricevute consensualmente dal soggetto. Per esempio, in molti casi una quattordicenne che manda una propria foto intima a un’altra persona commette il reato di diffusione di pedopornografia (anche se il giudice terrà presente le circostanze attenuanti); la persona che le riceve e le diffonde commette reato sia di detenzione, sia di diffusione.

Nel caso dell’estorsione, invece, la cosa migliore è non pagare. Potete bluffare, dicendo che non v’importa se il video viene diffuso o no perché non avete nulla da nascondere. Potete anche ribattere che non avete modo di procurarvi i soldi da spedire (questo vale soprattutto per i minorenni). Resistete in ogni caso alle minacce del truffatore: dato che siete soltanto una delle tante vittime che ha per le mani, se opporrete un minimo di resistenza tipicamente vi mollerà per passare a un’altra vittima più malleabile. Se pagate, invece, vi chiederà sicuramente altri soldi. Non sono soluzioni a prova di bomba, ma nella mia esperienza (ho aiutato parecchie persone che si erano messe nei guai in questo modo) di solito funzionano.

Tecnicamente non c’è modo di distruggere definitivamente il video intimo: il massimo che potete fare è segnalarlo come abuso al sito che lo ospita (per esempio Youtube) e chiederne la rimozione, che tipicamente avverrà piuttosto in fretta, ma sul computer del truffatore ne resterà comunque una copia.

Per maggiori informazioni su questi problemi e come gestirli, consiglio la pratica Guida della Polizia Cantonale e le pubblicazioni My little Safebook per i genitoriMy little Safebook per i figli. Per le segnalazioni e le richieste d’aiuto alle forze dell’ordine, in Svizzera c’è il Centro di coordinamento per la lotta alla criminalità in Internet (SCOCI), i cui consigli tecnici sono ben applicabili anche oltre frontiera.

Nuova telefonata dei truffatori del falso “servizio clienti” Microsoft

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Poco fa mi ha chiamato, per l’ennesima volta, un truffatore del falso servizio clienti Microsoft. Questa è la registrazione della chiamata.

Stavolta mi sono fatto confermare che si spacciava per Microsoft e mi sono fatto dire da dove chiamava (India, ha detto). Poi gli ho fatto perdere un po’ di tempo quando mi ha chiesto di accendere il computer: quale dei tanti, gli ho chiesto. E ovviamente non gli ho detto subito che nessuno dei miei computer aveva su Windows.

Per la prossima volta ho un’idea cattivella, ma non voglio fare spoiler.

Se vi state chiedendo qual è lo scopo di queste telefonate truffaldine, ne parlo in questo articolo e in questo.

Acquisti di Natale online, consigli di sicurezza

La società di sicurezza informatica Intego ha pubblicato una pratica lista di raccomandazioni per rendere più sicuri gli acquisti via Internet, specialmente in questo periodo natalizio. Cito qui i principali consigli proposti.

Dati della carta di credito o pagamenti con PayPal? Soltanto su pagine con il lucchetto chiuso. Al momento di immettere i dati della vostra carta di credito o quelli del vostro conto PayPal, controllate che nella casella dell’indirizzo del vostro browser ci sia un lucchetto chiuso accanto al nome del sito dal quale state facendo acquisti o che state usando per effettuare il pagamento: se c’è, vuol dire che i dati vengono trasmessi in forma cifrata e quindi non sono facilmente intercettabili. Se non c’è il lucchetto chiuso, non immettete i vostri dati: è una truffa oppure il gestore del sito non sta pensando alla vostra sicurezza.

Password robuste e uniche per i siti d’acquisto. Spesso i siti dai quali fate acquisti vi chiedono di creare un account presso di loro al momento del primo acquisto. Proteggete questo account con una password che non sia facilmente indovinabile e che non sia la stessa che usate altrove, altrimenti se qualcuno scopre quella password (per esempio attaccando il sito di acquisti) avrà accesso non solo al vostro account presso il negozio online ma anche presso tutti gli altri siti nei quali avete riusato la stessa password.

Niente acquisti sui Wi-Fi pubblici. Su queste reti è troppo facile intercettare dati sensibili che transitano via radio; lo può fare chiunque sia sulla stessa rete Wi-Fi. Se dovete usare un Wi-Fi pubblico, proteggetevi adoperando una VPN per cifrare tutto.

Comperate solo da siti di indubbia reputazione. Quel sito mai visto prima potrà anche avere delle offerte irresistibili, ma chiedetevi sempre come fa un sito sconosciuto a spuntare prezzi così bassi o ad avere i prodotti introvabili altrove. Ci sono tanti siti piccoli e onesti, ma come regola generale è meglio acquistare da chi ha una buona nomea. Spesso i siti piccoli vendono anche tramite catene come Amazon o eBay, che offrono protezioni migliori per gli acquirenti, per cui passate da questi nomi ben noti.

Controllate sempre i prezzi usando anche un altro browser. Ci sono negozi online che offrono prezzi migliori ai clienti nuovi rispetto a quelli proposti a chi ha già un account presso di loro: adoperate quindi un altro browser, diverso da quello che avete usato per entrare nel vostro account presso il negozio, e confrontate i prezzi offerti a chi non ha fatto login al proprio account e quelli praticati a chi visita il sito entrando tramite il proprio account.

Nuovo furto di immagini intime: stavolta di minori che hanno creduto alle promesse di SnapChat

Nuovo furto di immagini intime: stavolta di minori che hanno creduto alle promesse di SnapChat

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

L’ultimo esempio della falsità del mito del “nativo digitale”, secondo il quale i giovani d’oggi sarebbero istintivamente capaci di gestire le tecnologie informatiche, arriva con un avvertimento forte: non trafficate con l’ultimo lotto di immagini intime rubate, perché diffondereste pedopornografia.


È infatti in circolazione in Rete un nuovo, immenso lotto di immagini intime rubate. Si parla di circa 13 gigabyte, per un totale di circa centomila fotografie. Ma sono foto intime di minorenni, e come tali farle circolare (o scaricarle tramite circuiti peer-to-peer) comporta il rischio di essere accusati del reato di diffusione di pedopornografia.

Il furto sarebbe avvenuto, stando ai primi dati, tramite un’app Android, SnapSave (ora scomparsa), che è un client di SnapChat, un servizio che promette foto che si cancellano automaticamente e irrevocabilmente dal dispositivo del destinatario dopo che sono state viste; l’ideale, pensano molti, per foto intime da condividere in modo effimero. Secondo le dichiarazioni di alcuni dei distributori di questo nuovo lotto, denominato The Snappening, SnapSave conservava di nascosto una copia di tutte le foto “temporanee”. SnapSave nega tutto. Snapchat si è dichiarata estranea al furto. Intanto gli utenti di 4chan, che sono fra quelli che distribuiscono le immagini, stanno creando un database che associa le foto ai nomi degli utenti.

Chiunque creda alla promessa di foto che si autocancellano su un dispositivo altrui non è un nativo digitale: è un analfabeta che tocca icone senza capire cosa sta succedendo dentro il lucido giocattolo che ha in mano. Una volta che un dato finisce sul dispositivo di qualcun altro, non c’è nessun modo di garantire che venga realmente cancellato e che non possa essere recuperato: è un concetto fondamentale dell’informatica. Non solo ci sono app che salvano automaticamente le foto di SnapChat, come faceva appunto SnapSaved: basta fare uno screenshot della foto, o fotografare lo schermo del dispositivo ricevente mentre mostra la foto.

La colpa di questo analfabetismo, però, non sta solo negli utenti. Servizi come SnapChat andrebbero denunciati per quel che sono: truffe che promettono una cosa tecnicamente impossibile e alimentano l’illusione che esista davvero la possibilità di condividere qualcosa temporaneamente con i mezzi digitali.

Mi spiace, nativi digitali minorenni che componete la metà dell’utenza di Snapchat: l’informatica non funziona così, una cosa condivisa è condivisa per sempre, e gli adulti sono bastardi disposti a mentire spudoratamente pur di guadagnare sulla vostra pelle. E gli adulti che creano i social network sono ancora più bastardi. Mettete giù un attimo il telefonino, e invece di farvi un selfie, fate di questa vicenda una lezione di vita.

Truffatori del falso servizio clienti Windows punibili con le loro stesse armi

Le bande organizzate di truffatori che telefonano alle persone spacciandosi per il servizio di assistenza di Windows potrebbero trovarsi con una brutta sorpresa: la persona di cui vorrebbero saccheggiare il computer potrebbe fare lo stesso a loro.

Spesso, infatti, i truffatori convincono le vittime a installare il software di controllo remoto Ammyy, che di per sé non è ostile, dicendo loro che è necessario per liberarsi di un’infezione in realtà inesistente. Se le vittime cadono nella trappola, i criminali usano questo software per infettare i computer o per rubarne i dati personali, chiedendo poi centinaia di dollari per “riparare” il problema. Ma uno di questi gruppi di truffatori ha colpito i nonni di Matt Weeks, uno degli sviluppatori del progetto di sicurezza informatica Metasploit. Mai far arrabbiare un informatico.

Matt ha infatti studiato attentamente Ammyy e ha scoperto che è possibile usarlo per aprire un varco in senso inverso: invece di permettere ai criminali di entrare nel computer della vittima, può consentire all’aggredito di entrare nei computer degli aggressori e prenderne il controllo.

Matt ha reso disponibili i dettagli della tecnica utilizzata e il software da usare per sfruttarla, ma ha collaudato il tutto soltanto su macchine virtuali sue e non sui computer dei criminali, per non commettere azioni che potrebbero essere un reato nella maggior parte dei paesi. Tuttavia il suo studio dimostra che gli utenti, se vogliono, possono essere meno indifesi di quel che si aspettano questi truffatori senza scrupoli, per i quali la vita da criminale è ora diventata un po’ più rischiosa.

Come fanno gli altri a sembrare così belli nelle foto?

Come fanno gli altri a sembrare così belli nelle foto?

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Occhio alle fotografie che “documentano” diete miracolose: Psychguides.com, sito dedicato ai disturbi dell’alimentazione e delll’immagine del corpo, mostra una demo illuminante realizzata da Melanie Ventura, una personal trainer australiana, che in due foto, le classiche “prima” e “dopo”, sembra aver perso quasi una decina di chili e aver ripreso una forma fisica invidiabile.

Ma le due foto sono state scattate a un quarto d’ora di distanza. Come ha fatto? Photoshop? No. Ha tirato in dentro la pancia, si è messa gli slip del bikini neri e della sua taglia giusta invece di quelli rossi e di una misura troppo stretta che la segnava, ha impostato bene le luci, ha scelto una posa più dinamica e impettita, con una mano sul fianco che visivamente toglie centimetri e le gambe leggermente divaricate, ha sorriso e si è fatta la foto un po’ più da lontano, evitando le distorsioni prodotte dagli obiettivi quando si fanno foto a distanza ravvicinata.

C’è anche l’esempio maschile, che usa trucchi quasi tutti differenti: il coach Jason Barnett pare inizialmente un po’ flaccido, ma poi sostituisce i pantaloncini flosci con degli short aderenti, si mette un po’ d’olio e usa luci dirette per evidenziare i muscoli (messi in risalto anche da un po’ di ginnastica appena prima dello scatto), si avvicina alla fotocamera per sembrare più massiccio, tira la pancia in dentro, gira leggermente il tronco e, come Melanie, fa un sorriso vincente a testa alta. Il video di Barnett rivela anche un altro trucco: la foto del “prima” viene scattata per seconda. In questo modo le campagne promozionali dei prodotti dietetici non possono essere accusate di usare foto false, perché le foto in sé sono entrambe autentiche. Geniale.