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Mountain Lion, come ridargli il colore perduto

Mountain Lion, come ridargli il colore perduto

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Minimalismo dei miei stivali. Apple, per Lion e Mountain Lion, ha adottato un’estetica che invece di facilitare l’uso del computer lo ostacola. Mi riferisco ai pulsanti e alle icone nel Finder, che prima erano colorate e quindi distinguibili a colpo d’occhio. La cartella Download era un bel verde, la Home era una casettina bianca, la cartella Applicazioni aveva una matita gialla e un pennello rosso, le cartelle Smart erano di colore diverso da quelle normali, i dispositivi avevano un’icona ocra, i computer condivisi avevano tridimensionalità e colore. Ora invece c’è il grigiore sovietico che vedete qui accanto.

Lo scopo delle icone è quello di comunicare intuitivamente la funzione che rappresentano. Renderle tutte grigie toglie l’efficacissimo stimolo visivo del colore. Dov’è la cartella Download? Ah, eccola: l’icona grigia in un mare di altre icone grigie su sfondo grigio. Che differenza, rispetto ai tempi in cui Steve Jobs proclamava orgoglioso che OS X aveva un’interfaccia così bella (Aqua) che “vorrete leccarla” (video, a 6:50). Era il 2000. Adesso viene voglia di mandarla in rianimazione.

Se volete ridare un minimo di colore a Lion o Mountain Lion, c’è una soluzione molto semplice: SideEffects. È gratuito. Si installa e si attiva senza dover fare reboot. Il risultato è qui accanto.

Fra l’altro, la guida d’installazione di SideEffects segnala un trucchetto che consente di personalizzare l’icona di una cartella: aprite un’immagine con Anteprima, la selezionate e copiate (Comando-A, Comando-C), poi selezionate nel Finder la cartella da personalizzare, visualizzare le sue informazioni (Comando-I) e cliccate sull’icona della cartella in alto a sinistra nella finestra informativa. Comando-V incolla su di essa l’immagine copiata in precedenza. Per rimuovere la personalizzazione basta riaprire la finestra delle informazioni della cartella, cliccare sull’icona della cartella in alto a sinistra e digitare Comando-X).

Quella la chiami interfaccia? QUESTA è un’interfaccia

Un’interfaccia grafica da fantascienza, ma è reale

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C’è molta gente che se la tira parecchio perché ha un’interfaccia grafica più bella di quella del vicino (Vista o Mac OS X o Linux con Beryl che sia). Se siete in quella categoria, auguratevi di non avere mai come vicino Jeff Han. Guardate questo suo video.

No, non è una photoshoppata: è reale. Maggiori info, in inglese, qui.

Nota: purtroppo il link porta a una pagina piena di serpenti di una pubblicità Microsoft prima di mostrare il video. Quindi se come me avete una forte intolleranza acquisita (per i serpenti, intendo), usate prudenza. La versione embedded del video, che ho ospitato per un po’, salta la pubblicità, ma fa crashare il browser di alcuni lettori. Sorry.

Looking Glass, Vista senza Vista

Looking Glass, Vista senza Vista

Grafica cool come quella di Vista su XP? Si può

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Vi piace Aero, l’interfaccia superganza di Windows Vista? Indubbiamente molto carina. Se volete qualcosa di analogo senza dover fare il passo a Vista, date un’occhiata a Looking Glass. E’ un progetto di Sun, distribuito come open source, che usa Java per applicare ai sistemi operativi (Windows XP solo a livello dimostrativo, Linux e Solaris sul serio) un’interfaccia completamente diversa: finestre semitrasparenti e tridimensionali che si possono disporre di sbieco e addirittura ruotare per scrivere appunti sul retro, sfondi altrettanto tridimensionali, una barra delle applicazioni ancora più interattiva e intuitiva di quella di Mac OS X, e molto altro.

Forse, per chi è abituato alle interfacce tradizionali, la novità di Looking Glass può risultare eccessiva e disorientante, ma progetti come questo dimostrano che la grafica sofisticata si può ottenere anche senza ricorrere a computer ultrapotenti come esige Windows Vista. Se poi considerate che questo video dimostrativo risale al 2003, fa impressione pensare quanto tempo ci sia voluto per arrivare dove siamo ora.

Se v’intriga, date un’occhiata al sito ufficiale e al sito contenente i download per Linux, Windows XP e Solaris. Quello per Windows pesa 52 MB, ma se non avete problemi di banda potete anche cimentarvi con il Live CD da 264 MB (solo Linux). Vi sfido a resistere alla tentazione di fingervi Tom Cruise in Minority Report.

Apple vende musica EMI senza DRM. Occhio!

Apple vende musica EMI senza DRM. Occhio!

iTunes offre musica senza lucchetti, ma c’è il colpo di coda

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Dal 30 maggio iTunes, il popolarissimo negozio online di musica scaricabile legalmente a pagamento, offre canzoni dal catalogo della EMI prive di lucchetti digitali o DRM. L’offerta si chiama iTunes Plus e offre file in formato AAC a 256 kbps liberamente copiabili e riproducibili su qualsiasi lettore che supporti il formato AAC.

I prezzi dei brani sono differenziati: 99 eurocent per quelli con DRM, 1,29 euro (2 franchi svizzeri, sarebbero 1,21 eurocent al cambio di oggi) per quelli senza DRM. I prezzi dei video musicali sono identici per le due versioni.

Le tracce precedentemente acquistate in versione lucchettata possono essere convertite, se disponibili senza DRM, pagando 30 eurocent per ciascuna (30% del prezzo base per gli album interi): basta avviare il programma iTunes, selezionare la sezione iTunes Plus e poi Aggiorna la mia libreria. Viene chiesto se si vuole impostare iTunes Plus come preferenza, in modo da essere sempre avvisati se esiste la versione senza DRM di un brano. E qui comincia il calvario.

Anche in iTunes Plus c’è il curioso limite ai minori di tredici anni nelle condizioni di servizio, che includono altri cavilli interessanti e francamente demenziali come il divieto di usare come suoneria del cellulare una canzone acquistata (presumo sia perché si ricadrebbe nella riproduzione in pubblico del brano). E se risiedete in Svizzera, vi beccate le paginate delle condizioni in tedesco e basta. Buona fortuna.

Vanno notate le condizioni d’uso dei brani senza lucchetti: “Lei è autorizzato a copiare, memorizzare e masterizzare Prodotti iTunes Plus come ragionevolmente necessario per uso personale, non commerciale”. E bisogna sempre ricordare chi è che comanda qui: “iTunes si riserva il diritto di modificare le Regole di Utilizzo in ogni momento”. Interessante. Che cosa succederà, in tal caso, alla musica che ho già comprato? Se San Steve Jobs decide che non ho più diritto di masterizzare, il mio lettore di CD in auto diverrà fuorilegge se ci suono le canzoni di iTunes regolarmente pagate?

C’è poi la chicca da Grande Fratello orwelliano: “Il Servizio è attualmente disponibile solo in Italia e non è disponibile in nessun altro paese”. Bugia, bugia! Mi sa che la frase è mal formulata. E poi: “Lei accetta di non utilizzare o tentare di utilizzare il Servizio al di fuori di detto territorio, ed accetta che iTunes possa utilizzare strumenti tecnologici per verificarne l’osservanza da parte sua”. Ma scusate, che crimine commetto, che danno causo se uso iTunes in un altro paese? I soldi che ho pagato cessano magicamente di valere quando varco la frontiera? Vuol dire che mentre sto a Lugano o a Vienna non posso legalmente usare iTunes? E allora le mie canzoni comprate su iTunes sono legali o no? Sono complicazioni vessatorie come queste che imbrigliano il mercato della musica legale.

Per non parlare, poi, di altre perle come questa: “22. Legge applicabile. Il presente Contratto e l’utilizzo del Servizio sono governati dalla legge inglese.” Uhm, scusate, ma che cosa volete che ne sappia io (e specialmente il cliente medio) della legge inglese? Da quando le leggi inglesi valgono in territorio italiano (o svizzero, dove mi trovo ora)? E iTunes è una società lussemburghese. Non è che devo sapere anche le leggi del Granducato, vero?

Superate le forche caudine del contratto, l’interfaccia di iTunes è di una semplicità disarmante: si clicca e si compra, pensa a tutto il software (iTunes memorizza i dati della carta di credito). L’unica pecca che ho notato è che manca un’indicazione chiara della presenza o meno del lucchetto digitale, anche se lo si può dedurre dal prezzo (almeno per i brani singoli) prima di acquistare. Per i brani acquistati, Sheldon Pax ha segnalato che il menu Informazioni dei singoli brani presenta dati differenti: “Doc. Audio AAC acquistato” per i brani senza DRM, “Doc. Audio AAC protetto” per quelli con DRM. Inoltre i file con DRM hanno l’estensione m4p, quelli senza DRM hanno l’estensione m4a.

Va notato, inoltre, che non tutti i brani sono disponibili in versione senza DRM; soltanto EMI, per ora, ha adottato questa formula commerciale, e non tutti i suoi brani sono già disponibili in versione senza lucchetto (Speed of Sound dei Coldplay, che avevo già acquistato in versione single, non c’è, e quindi non posso neppure convertirla al pagando 30 cent). Gli artisti già disponibili includono i Coldplay (sic), i Rolling Stones, Norah Jones, Frank Sinatra, i Pink Floyd e una decina di album di Paul McCartney (senza Beatles).

Ma sono davvero scomparsi tutti i lucchetti? Non proprio. Certo, i brani senza DRM sono copiabili liberamente e riproducibili su qualsiasi lettore (e convertibili in MP3, sia pure al prezzo di una leggera perdita di qualità), ma al loro interno ci sono informazioni personali sull’acquirente.

La scoperta è di Ars Technica, che sottolinea che i dati sono presenti in tutte le canzoni acquistate presso iTunes, non solo quelle senza DRM, e le istruzioni per verificare queste informazioni annidate sono pubblicate da Tuaw.com. E’ sufficiente aprire un file musicale con un editor esadecimale (va bene anche un editor di testi come TextEdit del Mac) per trovarci, in chiaro, il proprio nome e cognome preceduti dalla chiave name. Ci sono anche la data e l’ora d’acquisto.

Perché Apple non ha speso qualche parolina del suo interminable contratto d’uso per informare gli utenti di questo fatto? Non penserà certo che possa essere un sistema per tracciare chi distribuisce i brani agli amici o nei circuiti P2P (cosa vietata dal contratto), perché i dati sono perfettamente modificabili da chiunque con un banale editor (ho verificato) senza alterare il brano, per cui non hanno alcuna valenza probatoria. Ci si potrebbe scrivere il nome di qualcuno che ci sta antipatico e poi accusarlo di pirateria, per esempio.

E allora a cosa serve? Ars Technica ha una teoria: la raccolta di dati statistici. Il programma iTunes potrebbe comunicare ad Apple se un utente ha sul proprio disco brani che appartengono ad altri utenti e quindi si è macchiato di pirateria. Ma è soltanto una teoria, appunto. Quel che è certo è che Apple ha perso una buona occasione per dimostrarsi trasparente.

Comunque sia, Apple ora vende musica degli artisti EMI senza DRM, e io ho fatto una promessa a febbraio scorso: ho detto che avrei comprato 200 euro di musica dalla prima major che avesse mollato il DRM. Vado a spulciare il catalogo EMI.

Scrivere i messaggi con il pensiero

Scrivere i messaggi con il pensiero

Non è più fantascienza, ma il cappellino telepatico è da migliorare: come scrivere con la mente

Adam Wilson è un dottorando in ingegneria biomedica presso la University of Wisconsin-Madison. All’inizio di aprile ha scritto un messaggio su Twitter, il popolare sito di microblogging, usando esclusivamente il pensiero.

Come potete vedere nel video pubblicato presso il sito dell’università, il sistema di scrittura rileva le onde cerebrali emesse nel momento in cui l’utente vede lampeggiare sullo schermo la lettera che desidera digitare.

Può sembrare un sistema poco pratico, ma a parte la sua natura sperimentale, suscettibile quindi di perfezionamenti, per le persone colpite da paralisi totale questo potrebbe essere l’unico modo di comunicare messaggi complessi.

Wilson paragona il suo sistema all’interfaccia dei telefonini per gli SMS. Dover premere un tasto anche quattro volte prima di ottenere la singola lettera desiderata è macchinoso, ma i successo degli SMS indica che gli utenti si abituano presto. Secondo Wilson, gli utenti del suo cappello telepatico arrivano a dieci caratteri al minuto. Resta solo da perfezionare il cappellino di sensori, la cui estetica è al momento un pochino carente.