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Podcast RSI – Interfacce touch per auto, 40 anni di seduzione pericolosa

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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[CLIP: Rumore di auto elettrica che parte da ferma e accelera]

Le automobili di oggi sono dei computer su ruote, hanno un numero sempre maggiore di funzioni e servizi, e si pone il problema di come permettere al conducente di gestire tutta questa complessità. Per usare il gergo informatico, è necessario adeguare la cosiddetta interfaccia utente.

La soluzione sempre più diffusa è uno schermo tattile, che sostituisce le levette e i pulsanti fisici, ma ci sono anche i comandi capacitivi, ossia finti pulsanti che si azionano semplicemente sfiorandoli e non si muovono fisicamente.

Eppure la sensazione di molte persone che guidano questi veicoli è che le interfacce touch, una volta passato l’effetto wow e superato l’impatto estetico seducente, siano scomode e in alcuni casi addirittura pericolose. Cominciano a essere pubblicate anche delle ricerche tecniche che sembrano confermare questa sensazione. Ma allora perché quasi tutti i costruttori di automobili insistono a usare questo tipo di interfaccia?

Questa è la storia delle interfacce touch nelle automobili. Una storia che comincia, sorprendentemente, nel 1986, quasi quarant’anni fa, e che rivela il lungo flirt dell’industria automobilistica con una tecnologia in apparenza avveniristica ma in realtà perlomeno controversa. Un flirt nel quale la persona più importante, cioè il conducente, finisce spesso per trovarsi nel ruolo del terzo incomodo che deve fare buon viso a cattivo gioco.

Benvenuti alla puntata del 2 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se qualcuno nomina il concetto di interfaccia touch per le auto, o in altre parole parla di automobili che si comandano in gran parte non con dei pulsanti, delle manopole o delle levette fisiche ma usando uno schermo interattivo e sensibile al tocco, il pensiero corre facilmente a una marca ben precisa: Tesla. Le sue auto, esclusivamente elettriche, sono famose per i loro schermi giganti incastonati nel cruscotto, da usare per comandarne le mille funzioni offerte dal software di bordo.

Ma in realtà la prima interfaccia touch, ossia il primo schermo sensibile al tocco presente in un’automobile risale a molto prima della nascita del marchio Tesla: risale addirittura al 1986. In quell’anno la casa automobilistica statunitense Buick presentò il Graphic Control Center, uno schermo tattile da nove pollici, incastonato nel cruscotto della sua coupé Riviera di settima generazione. Era un monitor a tubo catodico, monocromatico, con caratteri verdi su sfondo nero, e a detta della casa costruttrice riuniva in un unico elemento ben 91 funzioni che altrimenti avrebbero richiesto pulsanti, selettori, interruttori e manopole sul cruscotto.Da questo schermo sensibile al tatto si comandavano per esempio l’aria condizionata, l’autoradio, i sistemi diagnostici e si monitoravano i consumi di carburante.

Lo schermo touch di una Buick Riviera, versione del 1989. Immagine tratta da questo video.

Fu un fiasco, perché i conducenti si lamentarono che usare lo schermo tattile era scomodo e li distraeva troppo dalla guida, obbligandoli a togliere gli occhi dalla strada molto di più di quanto facessero quei comandi fisici che il monitor tattile aveva sostituito. Buick non installò più questo sistema touch, e l’idea delle interfacce tattili rimase parcheggiata con le quattro frecce per circa vent’anni.

Nel 2001 arrivò infatti BMW, che introdusse iDrive, un’interfaccia di gestione incentrata su uno schermo da quasi 9 pollici di diagonale, finalmente piatto e non a tubo catodico ma a LCD, che sostituiva tutta la pulsantiera del sistema di intrattenimento di bordo. Non era comandabile toccandolo: la persona alla guida vi interagiva tramite una manopola fisica che permetteva di esplorare i suoi vari menu e sottomenu.

Gli schermi nei cruscotti cominciarono man mano a diffondersi, ma solo come coprotagonisti di un pannello comandi che restava affollato di bottoni. Tesla arrivò con la sua interfaccia touch soltanto nel 2012, ma lo fece col botto, piazzando al centro del cruscotto della sua prima berlina, la Model S, un monumentale schermo tattile da ben 17 pollici, ed eliminando quasi completamente i pulsanti fisici. Praticamente tutte le funzioni dell’auto, comprese quelle importanti per la sicurezza di guida come l’accensione dei fendinebbia, passavano da quello schermo, con un effetto avveniristico che fece immediatamente presa nell’opinione pubblica. E la tendenza di questa marca al minimalismo dei pulsanti è proseguita con i modelli successivi. Nelle Tesla più recenti, anche la direzione delle bocchette di ventilazione si comanda dallo schermo touch, è scomparso il quadrante degli strumenti, quello che stava dietro il volante, e sono sparite anche le levette per azionare le frecce, sostituite da tasti capacitivi, ossia delle superfici a sfioramento integrate nelle razze del volante. Anche le marce si selezionano toccando lo schermo oppure dei tasti capacitivi inseriti in modo quasi invisible nella plafoniera.

Ora moltissimi costruttori di automobili mettono un grande schermo tattile al centro dei loro cruscotti: è la moda di design del momento, perché fa colpo sul cliente, elimina tantissimi anfratti che attirano antiestetica polvere, ma soprattutto fa risparmiare tanti soldi al costruttore, che si trova ad avere meno componenti e sottocomponenti da montare durante la fabbricazione, quindi meno costi di manodopera, e non deve gestire una selva di pulsanti, cavi, levette e relativi ricambi da tenere a magazzino per anni. Inoltre consente di aggiungere nuove funzioni con un semplice aggiornamento software, senza dover installare pulsanti extra o dover rifare gli stampi e le procedure di assemblaggio per offrire un cruscotto modificato.

Il caso forse più estremo è quello di Mercedes, che nella sua EQS offre in opzione il cosiddetto Hyperscreen, uno schermo largo 56 pollici, circa un metro e mezzo, composto da tre pannelli da 12 pollici e da uno da quasi 18 pollici.

Ma non è un po’ troppo tutto questo?


Euro NCAP, una delle più prestigiose organizzazioni europee per la sicurezza automobilistica, sostenuta dall’Unione Europea e da numerosi ministeri nazionali dei trasporti, ha annunciato a marzo del 2024 che i suoi nuovi test di sicurezza, previsti per il 2026, incoraggeranno le case automobilistiche a usare “comandi fisici e separati per le funzioni di base in maniera intuitiva per limitare il tempo trascorso con gli occhi distolti dalla strada e quindi promuovere una guida più sicura”. Inoltre ha dichiarato che “l’uso eccessivo degli schermi tattili è un problema che tocca l’intero settore” perché “obbliga i conducenti a spostare lo sguardo dalla strada e aumenta il rischio di incidenti dovuti alla distrazione” [Interesting Engineering].

Già nel 2022 una rivista di settore svedese aveva dimostrato che i pulsanti fisici sono solitamente più sicuri degli schermi tattili. Lo aveva fatto misurando il tempo di spostamento dello sguardo necessario per compiere quattro compiti relativamente semplici. Su una Volvo V70 del 2005, dotata solo di pulsanti, il tempo complessivo era stato di dieci secondi. Sulla BMW iX, basata su uno schermo touch, le stesse operazioni avevano richiesto il triplo del tempo, trenta secondi, e su una MG Marvel R erano serviti addirittura 45 secondi di distrazione.

Anche senza arrivare al rigore di un test come questo, è abbastanza intuitivo che se ci si trova improvvisamente in un banco di nebbia è molto più sicuro avere un pulsante per accendere i fendinebbia, un pulsante che si può trovare e premere senza togliere lo sguardo dalla strada in un momento critico del genere, che avere una zona specifica dello schermo che bisogna toccare per attivare un menu dal quale bisogna poi scegliere l’icona giusta e centrarla con il dito, senza nessun riscontro fisico di averla toccata correttamente.

Va detto che pulsanti e interfacce fisiche non sono automaticamente una garanzia di sicurezza. Come gli informatici e i piloti collaudatori ben sanno, qualunque interfaccia può causare confusione, distrazione e disastri anche fatali se non è pensata bene. Un caso tristemente noto in campo automobilistico è quello della leva del cambio della Fiat Chrysler Grand Cherokee del 2015. Una leva tangibile, impugnabile, che però era stata concepita in modo da non mantenere fisicamente una posizione differente a seconda della marcia inserita. Tornava sempre alla posizione centrale, lasciando come unica indicazione del suo stato una piccola spia luminosa.

Molti conducenti erano scesi dall’auto pensando di averla messa in Park quando in realtà era ancora in Drive o in folle o addirittura in retromarcia, col risultato che l’auto si muoveva da sola. Alla fine, dopo almeno 41 casi di ferimento legati a questa interfaccia, Fiat Chrysler era stata costretta a richiamarne oltre un milione di esemplari. Questo errore di progettazione dell’interfaccia è fra le probabili cause della morte nel 2016 dell’attore di Star Trek Anton Yelchin, schiacciato contro un cancello di sicurezza dalla propria Grand Cherokee lasciata inavvertitamente in folle in pendenza.

Non è solo una questione di schermi tattili al posto dei pulsanti: anche la recente moda di adottare comandi capacitivi a sfioramento ha i suoi problemi di interfaccia. Alcuni proprietari di auto Volkswagen affermano infatti che questi pseudo-pulsanti, presenti sul volante, causano incidenti.

Siccome si tratta di superfici estremamente sensibili al tocco, basta sfiorarle inavvertitamente, magari durante una manovra di parcheggio, per dare i comandi corrispondenti. Finché si alza per errore il volume dell’autoradio non è un problema grave, ma se si riattiva involontariamente il cruise control o tempomat, i cui comandi sono sulle razze del volante, l’auto accelera di colpo e a sorpresa. Le segnalazioni di incidenti di questo genere si stanno accumulando nei forum online [Ars Technica], ma per ora manca un’inchiesta formale, per cui sono dati da prendere con un pizzico di cautela. In ogni caso Volkswagen ha deciso di non attendere test formali e ha annunciato sin da ottobre 2022 che ripristinerà i pulsanti fisici veri e propri sul volante, scrivendo che “è quello che ci chiedono i clienti”.

Insomma, se vi lamentate che le interfacce touch di oggi non vi vanno a genio, non siete soli e non siete diventati brontoloni che non sanno stare al passo con i tempi. Il problema è molto concreto e diffuso, tanto che esistono aziende che vendono pulsantiere Bluetooth per ridare agli utenti dei bottoni da pigiare almeno per le funzioni più frequenti che sarebbero invece accessibili soltanto toccando uno schermo.

Il minimalismo è una scelta di design valida nell’informatica di consumo, dove l’estetica può essere privilegiata tranquillamente rispetto alla velocità e alla intuitività d’uso, ma i dati indicano che non è affatto una scelta altrettanto valida nella sicurezza stradale, anche se per molti costruttori di automobili il ritorno alle interfacce utente fisiche, con i relativi costi e le associate complessità di fabbricazione, è letteralmente un tasto che non vogliono toccare.

Fonti

Podcast RSI – CrowdStrike, cronaca e cause di un collasso mondiale


Questo articolo è importato dal mio blog precedente Il Disinformatico: il link originale (con i commenti dei lettori) è questo.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

2024/07/27 00:20. Il testo è stato aggiornato per correggere un errore sul fatturato di Crowdstrike.


[CLIP: inizio del TG serale RSI del 19 luglio 2024]

Questa storia inizia il 19 luglio 2024, un venerdì, precisamente alle 6 e 9 minuti del mattino, ora dell’Europa centrale. In quel momento una società di sicurezza informatica sconosciuta al grande pubblico diffonde ai propri clienti un aggiornamento molto piccolo, solo 40 kilobyte, meno di una singola foto di gattini [CLIP: voce di Trilli, la gatta dei vicini che abita con noi], che però manda in tilt circa 8 milioni e mezzo di computer Windows che lo ricevono e lo installano.

Sono computer che gestiscono banche, borse, ospedali, aeroporti, sistemi di pagamento, emittenti televisive e tanti altri servizi vitali. Non funziona praticamente più niente: non si vola, non si opera, si paga solo in contanti, ammesso di averli in una società sempre più cashless e contactless. Quel venerdì diventa uno dei più grossi collassi informatici mondiali di sempre, una sorta di Millennium Bug arrivato con 24 anni di ritardo.

Questa è la storia di come un singolo aggiornamento di un unico software ha mandato in tilt i sistemi informatici di mezzo mondo. Una storia che si può raccontare per bene, ora che la nebbia informativa delle prime ore si è diradata ed è stato pubblicato il rapporto tecnico sull’incidente, mentre i tecnici stanno ancora lavorando freneticamente per rimettere in funzione i propri computer e i criminali informatici approfittano del caos per colpire. Ma è anche la storia di chi si è scoperto immune al caos e di cosa si può fare per evitare che uno sconquasso del genere accada di nuovo.

Benvenuti alla puntata del 26 luglio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


C’è una vignetta che ogni informatico conosce bene, pubblicata nel 2020 da Randall Munroe sul suo sito Xkcd.com. Raffigura una catasta pericolante di vari blocchi di dimensioni differenti, etichettata come “tutta l’infrastruttura digitale moderna”. Questa catasta poggia su due soli fragili punti d’appoggio, uno dei quali è un esile blocchetto, descritto come “un progetto che una persona a caso nel Nebraska gestisce dal 2003 senza neppure un grazie”. È una rappresentazione molto azzeccata di come si reggono molti dei sistemi informatici dai quali dipendiamo: stanno in piedi per miracolo e perché non tira il vento.

Al posto della persona a caso nel Nebraska, venerdì scorso c’era un’azienda del Texas, CrowdStrike, che ha circa ottomila dipendenti e un fatturato di circa tre miliardi di dollari l’anno [Sec.gov, pag. 13; nel podcast dico 100 milioni, ma è un dato riferito al 2017] e fornisce servizi di sicurezza informatica a gran parte delle società più importanti del pianeta, ma il risultato è stato praticamente lo stesso.

I fatti nudi e crudi pubblicati nel rapporto tecnico preliminare di CrowdStrike sull’incidente informatico planetario sono impietosi. L’azienda ha diffuso contemporaneamente a tutti i propri clienti un aggiornamento difettoso di un file di configurazione di un proprio prodotto di sicurezza, denominato Falcon, una sorta di super-antivirus destinato alle aziende.

Il difetto causava il crash dei computer Windows sui quali veniva installato, producendo una vistosissima schermata blu di errore che ha indotto molti a pensare che il guasto planetario fosse stato causato da un malfunzionamento di Windows, anche perché chi usa sistemi operativi diversi da Windows, come macOS, Unix o Linux, ha continuato a lavorare indisturbato.

Una serie di schermate blu (BSOD, blue screen of death) causate dall’aggiornamento di CrowdStrike all’aeroposto di LaGuardia, New York. Credit: By Smishra1 – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=150535443.

Ma Microsoft in questo caso non c’entra. Infatti i tanti utenti privati di Windows e le tante piccole e medie imprese che usano Windows ma non adoperano CrowdStrike per la propria difesa contro gli attacchi informatici hanno continuato a lavorare come al solito.

CrowdStrike si è accorta del problema e ha smesso di diffondere l’aggiornamento difettoso un’ora e mezza dopo l’inizio della sua disseminazione, ma nel frattempo quell’aggiornamento aveva causato il crash di circa otto milioni e mezzo di computer nelle principali aziende del pianeta, secondo le stime di Microsoft.

Il problema è che questo tipo di crash non è risolvibile semplicemente riavviando il computer, come si fa di solito. Al riavvio, infatti, Windows carica di nuovo l’aggiornamento difettoso e va di nuovo in crash. Per uscire da questo circolo vizioso è necessario ricorrere a interventi manuali piuttosto complicati, che vanno fatti per ogni singolo computer colpito e spesso vanno fatti dando istruzioni a persone che non sono esperte ma sono le uniche che hanno fisicamente accesso ai computer in crisi.

Nei giorni successivi, Microsoft ha rilasciato uno strumento di recupero che semplifica leggermente il ripristino del funzionamento dei computer colpiti, ma comporta comunque la creazione di una chiavetta USB di avvio e l’esecuzione di una serie di istruzioni ben precise, e non è usabile sui computer nei quali le porte USB sono state bloccate o disabilitate per sicurezza e sui computer i cui dischi rigidi sono protetti dalla crittografia di Microsoft, denominata BitLocker, o da quella di altri prodotti analoghi. In questo caso, infatti, serve anche un codice di sblocco della crittografia.

In altre parole, i computer più difficili da rimettere in funzione sono proprio quelli più protetti, che sono tipicamente quelli installati in ruoli essenziali. Per gli addetti alla manutenzione dei sistemi informatici aziendali è stato un bagno di sangue, anche perché molto spesso i codici di sblocco sono custoditi per praticità… su altri computer Windows. E quei computer, essendo essenziali per la sicurezza aziendale, sono fra quelli che scaricano e installano immediatamente gli aggiornamenti di sicurezza e quindi sono anche loro in crash e inaccessibili [The Register].

È un po’ come restare chiusi fuori casa perché si è rotta la chiave della porta d’ingresso e scoprire che la chiave di scorta, quella che abbiamo messo da parte per casi come questo, è dentro un cassetto chiuso a chiave. E la chiave di quel cassetto è in casa.


Mentre gli amministratori dei sistemi informatici colpiti ingeriscono dosi epiche di caffè e vedono sfumare il weekend e magari anche le ferie, la domanda che tanti si pongono è come possa accadere un disastro globale del genere e come si possa evitare che accada di nuovo.

La risposta è che CrowdStrike è quasi monopolista nel suo settore, e quindi un suo sbaglio ha effetti enormi su aziende che stanno al centro dell’economia mondiale. Servirebbe una diversificazione dei fornitori di sicurezza, e magari anche dei sistemi operativi, ma non c’è, e nessuno sembra interessato a richiederla.

Inoltre lo sbaglio in questione è avvenuto perché l’aggiornamento difettoso ha superato i controlli di sicurezza dell’azienda, come risulta dal rapporto tecnico preliminare. E li ha superati in ben due occasioni: la prima durante i controlli prima del rilascio, perché il software adibito al controllo, chiamato Content Validator, era a sua volta difettoso, e la seconda perché il software di CrowdStrike che riceveva l’aggiornamento, il cosiddetto Content Interpreter, non era in grado di gestire l’errore internamente e lo rifilava al sistema operativo, cioè Windows, che puntualmente andava in crash.

Questa sinfonia di errori ha poi trovato il suo gran finale nella scelta scellerata di diffondere l’aggiornamento a tutti i clienti contemporaneamente, che salvo emergenze assolute è una delle cose fondamentali da non fare assolutamente quando si aggiorna qualunque prodotto.

Come al solito, insomma, il disastro non è stato causato da un singolo difetto, ma da una catena di difetti, tutti piuttosto evidenti e prevedibili, e di eccessi di fiducia collettivi. Una catena che non ci si aspetta da un’azienda del calibro di CrowdStrike, che pure aveva una buona reputazione tra gli addetti ai lavori, avendo contribuito per esempio alle indagini sull’attacco nordcoreano alla Sony del 2014 e a quelle sulle fughe di dati ai danni del Partito Democratico statunitense nel 2015 e nel 2016.

I rimedi annunciati da CrowdStrike sono allineati con queste cause: il CEO dell’azienda, George Kurtz (ricordate questo nome), si è scusato profondamente per l’accaduto, e CrowdStrike dice che migliorerà i test interni da effettuare prima del rilascio dei suoi aggiornamenti e che adotterà la prassi dello staggered deployment, ossia del rilascio scaglionato, distribuendo gli aggiornamenti inizialmente a un gruppo di utenti ristretto per poi diffonderlo al resto della clientela solo dopo aver verificato che il gruppo ristretto non sta avendo malfunzionamenti. Inoltre darà alle aziende clienti la possibilità di selezionare quando e su quali loro computer vengono installati gli aggiornamenti.

Se state pensando che questi sono rimedi ovvi, che sarebbe stato opportuno adottare prima di causare un caos planetario, non siete i soli. Crowdstrike non è stata colpita dalla sfortuna di un evento improbabile, ma dalla concatenazione di malfunzionamenti perfettamente prevedibili. Ma come al solito, i soldi e la determinazione necessari per fare le cose per bene diventano sempre disponibili soltanto dopo che è successo il disastro evitabile.

E questa, purtroppo, è una prassi diffusa in moltissime aziende, non solo nel settore informatico. La domanda da porsi, forse, non è come mai sia successo questo incidente, ma come mai non ne succedano in continuazione, perché l’infrastruttura informatica mondiale è incredibilmente interdipendente e fragile. Per tornare a quella vignetta di Xkcd, l’informatica sta in piedi grazie a tanti omini del Nebraska che lavorano senza neppure un grazie. Perché finché le cose funzionano, la sicurezza e la qualità sono viste solo come un costo che disturba i profitti degli azionisti, e quando non funzionano è colpa degli amministratori dei sistemi informatici, fa niente se sono costretti a lavorare senza budget e senza personale.

Se siete uno o una di questi amministratori e state annuendo disperatamente perché vi riconoscete in questa descrizione, sappiate che non siete i soli, e che qualcuno, perlomeno, riconosce e apprezza il vostro lavoro. Grazie per le vostre notti insonni.


Intanto, però, c’è un altro gruppo di persone che ha reagito prontissimamente al caos informatico causato da CrowdStrike: i criminali informatici. Come avviene sempre in occasione di notizie che possono creare agitazione, confusione e panico, i malviventi ne hanno approfittato per tentare di mettere a segno i loro attacchi.

La società di sicurezza informatica Intego segnala infatti che il giorno stesso del collasso è iniziata la diffusione su Internet di falsi software di protezione, spacciati come rimedi preventivi da installare per evitare il blocco dei computer. Si tratta in realtà di malware, ossia di applicazioni infettanti, con nomi come Crowdstrike hotfix e similiE i criminali informatici stanno ricorrendo a mail, SMS e anche telefonate per convincere le persone a installare questi falsi rimedi.

Se ricevete inviti a installare software di questo tipo, o se andate su Internet a cercare rimedi al problema di CrowdStrike, diffidate di qualunque fonte non verificata o verificabile e attenetevi soltanto alle istruzioni di Microsoft o di CrowdStrike pubblicate sui loro siti. E ricordate che questo problema non riguarda tutti gli utenti di Windows, come molti media generalisti hanno fatto pensare, ma solo le aziende che hanno installato CrowdStrike, per cui è molto probabile che non abbiate alcun bisogno di aggiornamenti di nessun genere per proteggervi da questa situazione.

E per finire, una chicca: nel 2010 ci fu un incidente analogo a questo, quando un aggiornamento difettoso del software di sicurezza di McAfee fece crollare gran parte di Internet, cancellando per errore i file di sistema dei computer Windows XP che usavano il software di McAfee. All’epoca, il responsabile in capo della sicurezza di McAfee era George Kurtz. Quello che oggi è CEO di CrowdStrike.

Fonti aggiuntive

Podcast RSI – Svizzera, allarme per la falsa app governativa AGOV: è un malware che ruba dati, fatto per colpire i Mac


Questo articolo è importato dal mio blog precedente Il Disinformatico: l’originale (con i commenti dei lettori) è qui.

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Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunesGoogle PodcastsSpotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


[CLIP: L’inizio di uno degli spot classici “Get a Mac…” (2006-2009): quello che parla di virus per Windows e si vanta dell’immunità del Mac. La musica dello spot si intitola Having Trouble Sneezing ed è di Mark Mothersbaugh dei Devo]

Ben ritrovati dopo la breve pausa estiva di questo podcast! Riparto subito con un mito informatico da smontare, e da smontare in fretta, perché sta contribuendo al successo di una campagna di attacchi informatici che stanno prendendo di mira specificamente la Svizzera ma si stanno estendendo anche ad altri paesi.

Il mito è che i Mac siano immuni ai virus. Non è così, ma molti continuano a crederlo e si infettano scaricando app create appositamente dai criminali informatici. Se poi a questo mito si aggiunge il fatto che queste app infettanti fingono di essere applicazioni ufficiali governative, il successo della trappola è quasi inevitabile.

Questa è la storia di Poseidon, un malware per Mac, un’applicazione ostile che ruba i dati e le credenziali degli utenti di computer Apple spacciandosi per AGOV, un’applicazione di accesso ai servizi della Confederazione e delle autorità cantonali e comunali, per esempio per la compilazione e l’invio della dichiarazione d’imposta, ed è anche la storia di questo mito duro da estirpare della presunta invulnerabilità dei Mac.

Benvenuti alla puntata del 19 luglio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Se nei giorni scorsi avete ricevuto una mail apparentemente firmata dall’Amministrazione federale svizzera e avete seguito il suo consiglio di scaricare e installare sul vostro computer l’applicazione AGOV delle autorità nazionali, come è successo a moltissimi residenti nella Confederazione, il vostro Mac è quasi sicuramente infetto e i vostri dati personali sono quasi sicuramente stati rubati.

L’allarme è stato lanciato dall’Ufficio federale della cibersicurezza, UFCS, alla fine del mese scorso. Il 27 giugno, segnala l’UFCS, “criminali informatici hanno avviato un’importante campagna di «malspam» contro cittadini della Svizzera tedesca. E-mail apparentemente provenienti da AGOV infettano gli apparecchi degli utenti di macOS con un malware denominato «Poseidon Stealer».”

Breve spiegazione per chi non abita in Svizzera: AGOV è il sistema di accesso online ai servizi delle autorità svizzere. Si trova presso Agov.ch ed è disponibile anche come app per smartphone Apple e Android, ma non come applicazione per computer. Agov è insomma un nome di cui gli svizzeri si fidano. Un nome perfetto per carpire la fiducia degli utenti.

I criminali informatici di cui parla l’UFCS hanno acquisito un malware di tipo stealer, ossia che ruba dati e credenziali di accesso, e lo hanno rimarchiato, presentandolo appunto come software di AGOV per Mac.

Sì, avete capito bene: i criminali hanno comperato il virus informatico già fatto. Questo specifico virus va sotto il nome generico di Atomic MacOS Stealer (o AMOS per gli amici), ed è stato ribattezzato Poseidon: è in vendita via Telegram sotto forma di licenza d’uso mensile che costa 1000 dollari al mese, secondo le informazioni raccolte dalla società di sicurezza informatica Intego. Il crimine informatico è un’industria, non una brigata di dilettanti, e quindi si è organizzato con una rete di fornitori. Atomic Stealer, o Poseidon che dir si voglia, è quello che oggi si chiama malware as a service, cioè un servizio di produzione e fornitura di virus per computer, disponibile al miglior offerente.

Le organizzazioni criminali, in altre parole, comprano il malware chiavi in mano e poi lo personalizzano in base al paese che vogliono prendere di mira. Per disseminarlo usano varie tecniche: una delle preferite è comperare spazi pubblicitari su Google, pagandoli profumatamente per far apparire i loro annunci apparentemente innocui in cima ai risultati di ricerca degli utenti.

Ovviamente questi criminali informatici non si presentano agli agenti pubblicitari di Google dicendo “Salve, siamo criminali informatici”, ma usano aziende prestanome.

La gente, poi, cerca per esempio Agov scrivendolo in Google e vede un elenco di risultati fra i quali spiccano le pubblicità dei criminali, che fingono di offrire software per accedere ai servizi delle autorità nazionali. È quindi facile, anzi inevitabile, che molti utenti clicchino su queste pubblicità, che sono fra l’altro difficili da distinguere dai risultati di ricerca autentici. Cliccandoci su, gli utenti vengono portati a un sito gestito dai truffatori, che propone di scaricare il presunto software governativo, che in realtà è il malware travestito. E chi lo scarica e lo installa, si infetta. Anche se ha un Mac. Anzi, soprattutto se ha un Mac, perché questo malware è fatto apposta per colpire gli utenti dei computer Apple.

Il mito dell’invulnerabilità dei Mac ha radici lontane. Per anni, Apple ha pubblicizzato i propri computer scrivendo cose come “I Mac non prendono i virus per PC” oppure “un Mac non è attaccabile dalle migliaia di virus che appestano i computer basati su Windows”. Frasi che tecnicamente non sono sbagliate, ma sono ingannevoli per l’utente comune, che le interpreta facilmente come “i Mac non prendono virus”, dimenticando quella precisazione “per PC” che cambia tutto.

Normalmente, infatti, i virus vengono creati per uno specifico sistema operativo e funzionano solo su quello, per cui per esempio un virus per Android non funziona su un tablet o smartphone iOS e quindi anche un virus scritto per Mac non fa un baffo a un utente che adopera Windows. Ma i virus per Mac esistono eccome. Tant’è vero che a giugno del 2012, dopo la comparsa di una raffica di virus fatti su misura per i Mac, Apple tolse con discrezione dal proprio sito quelle frasi, sostituendole con altre parole ben più blande (WiredSophos).

Eppure il mito continua a persistere.

Conoscere la tecnica di disseminazione dei malware usata dai criminali permette di capire subito un trucco da usare per difendersi preventivamente: si tratta di un piccolo ma importante cambiamento di abitudini, ossia smettere di usare Google, o un altro motore di ricerca, per accedere ai siti.

Moltissimi utenti, infatti, per andare per esempio su Facebook non digitano facebook.com nella casella di navigazione e ricerca ma scrivono semplicemente facebook in Google e poi cliccano sul primo risultato proposto da Google, presumendo che sarà quello giusto. I criminali lo sanno, e creano pubblicità che compaiono quando l’utente digita solo parte del nome di un sito invece del nome intero. In questo modo, l’utente clicca sulla pubblicità, credendo che sia un risultato di ricerca, e viene portato al sito dei truffatori, dove potrà essere imbrogliato a puntino.

Il modo giusto per essere sicuri di visitare un sito autentico è scriverne il nome per intero, compreso il suffisso .com, .ch, .it o altro che sia nella casella di navigazione e ricerca. E se è un sito che si prevede di consultare spesso, conviene salvarlo nei Preferiti, così basterà un solo clic sulla sua icona per raggiungerlo di nuovo con certezza. Meglio ancora, se il sito offre un’app, conviene usare quell’app, specialmente per i siti che maneggiano soldi, come per esempio i negozi online e le banche.

Questa tecnica di scrivere il nome per intero invece di cliccare sul risultato proposto al primo posto da Google si applica anche a un’altra tecnica usata dai criminali per portarci sui loro siti trappola: i link ingannevoli nelle mail. I criminali responsabili dell’attacco che ha colpito gli utenti svizzeri hanno usato proprio questa modalità.

Secondo le informazioni pubblicate dall’autorità nazionale di sicurezza informatica Govcert.ch, questi criminali hanno usato il servizio di mail di Amazon (che i filtri antispam normalmente non bloccano) per inviare mail, apparentemente spedite dalle autorità federali, che avvisavano gli utenti che da luglio 2024 sarebbe diventato obbligatorio usare il software AGOV per computer per accedere ai servizi federali, cantonali e comunali. La mail conteneva un link al motore di ricerca Bing (del quale gli utenti si fidano), che portava a un sito che a sua volta portava automaticamente a un altro sito, con un nome che somigliava a quello giusto, come per esempio agov-access.net oppure agov-ch.com, che ospitava il malware e aveva una grafica molto simile a quella del sito autentico.

Una schermata tratta dal sito dei truffatori. Fonte: Govcert.ch.

Il malware veniva presentato spacciandolo appunto per l’app AGOV per i Mac. Che, ripeto, in realtà non esiste.

Come al solito, insomma, l’attacco faceva leva sulla psicologia: i criminali hanno creato una situazione di stress per la vittima e le hanno messo fretta parlando di scadenze imminenti, e hanno creato un percorso rassicurante, che sembrava autorevole ma era in realtà pilotato dai malviventi.

A questi due ingredienti classici degli attacchi si è aggiunto il fatto che gli utenti Apple sono spesso convinti che i loro computer siano inattaccabili e quindi le loro difese mentali sono già abbassate in partenza.

Nel caso specifico di questo attacco, le autorità di sicurezza nazionali sono intervenute pubblicando avvisi e bollettini sui propri siti e anche sul sito Agov.ch, e pubblicando un’analisi tecnica molto approfondita [altre info sono su Abuse.ch]. Inoltre i siti che ospitavano il malware sono stati bloccati e disattivati. Ma è solo questione di tempo prima che i criminali ci riprovino. Sta a noi essere vigili e prudenti.

Se per caso siete stati coinvolti in questo attacco, l’UFCS vi raccomanda di eliminare immediatamente le e-mail che avete ricevuto e di fare una reinstallazione da zero del Mac se avete scaricato e installato il malware.

A tutto questo scenario di attacchi, contrattacchi, misure preventive e difensive conviene decisamente aggiungere anche un altro elemento fondamentale: l’antivirus. Il malware Poseidon viene riconosciuto da tutti i principali antivirus, per cui è opportuno installare sul proprio Mac un antivirus di una marca di buona reputazione. A differenza di Windows, macOS non ha un antivirus integrato vero e proprio ma ha solo una sorta di mini-antivirus che fa molto, ma non arriva al livello di protezione di un prodotto dedicato realizzato da aziende specializzate.

La parte più difficile dell’installazione di un antivirus su un Mac è… convincere l’utente che ne ha bisogno. Quel mito di invulnerabilità creato, sfruttato e poi silenziosamente ritirato più di dieci anni fa continua a restare radicato nelle abitudini delle persone. E a fare danni.

Podcast RSI – NASA, monitor giganti, piatti e a colori 60 anni fa. Con tecnologia svizzera


Questo articolo è importato dal mio blog precedente Il Disinformatico: l’originale (con i commenti dei lettori) è qui.

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Ultimo aggiornamento: 2024/07/01 16:30.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Questa è l’ultima puntata prima della pausa estiva: il podcast tornerà il 19 luglio.


Gli appassionati di archeologia misteriosa li chiamano OOPART: sono gli oggetti fuori posto, o meglio fuori tempo. Manufatti che si suppone non potessero esistere nell’epoca a cui vengono datati e la cui esistenza costituirebbe un anacronismo. Immaginate di trovare una lavastoviglie o uno schema di sudoku dentro una tomba egizia mai aperta prima: sarebbe un OOPART. In realtà i presunti OOPART segnalati finora hanno tutti spiegazioni normali ma comunque affascinanti.

In informatica, invece, esiste uno di questi OOPART davvero difficile da spiegare. Questo oggetto apparentemente fuori dal tempo è un monitor gigante per computer, a colori, ultrapiatto, ad altissima risoluzione, che misura ben tre metri per sette ed è perfettamente visibile in piena luce. Prestazioni del genere oggi sono notevoli, ma si tratta di un manufatto che risale a sessant’anni fa, quando i monitor erano fatti con i tubi catodici, pesantissimi e ingombrantissimi.

La cosa buffa è che questo anacronismo extra large è sotto gli occhi di tutti, ma oggi nessuno ci fa caso. È il monitor gigante che si vede sempre nei documentari e nei film dedicati alle missioni spaziali: il mitico megaschermo del Controllo Missione.

13 aprile 1970. Il Controllo Missione durante una diretta TV trasmessa dal veicolo spaziale Apollo 13. A sinistra si vede lo schermo gigante a colori in alta risoluzione. A destra, la videoproiezione Eidophor a colori (NASA).

Come è possibile che la NASA avesse già, sei decenni fa, una tecnologia che sarebbe arrivata quasi trent’anni più tardi? Tranquilli, gli alieni non c’entrano, ma se chiedete anche ai tecnici del settore e agli informatici come potesse esistere un oggetto del genere a metà degli anni Sessanta, probabilmente non sanno come rispondere.

Questa è la strana storia di questo oggetto a prima vista impossibile e di una serie di tecnologie folli e oggi dimenticate, a base di olio viscoso, dischi rotanti e puntine di diamante, nelle quali c’è di mezzo un notevole pizzico di Svizzera. Se il nome Fritz Fischer e la parola Eidophor non vi dicono nulla, state per scoprire una pagina di storia della tecnologia che non è solo un momento nerd ma è anche una bella lezione di come l’ingegno umano sa trovare soluzioni geniali a problemi in apparenza irrisolvibili.

Benvenuti alla puntata del 28 giugno 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Un oggetto impossibile

Se siete fra i tanti che in questo periodo stanno acquistando un televisore ultrapiatto gigante in alta definizione, forse vi ricordate di quando lo schermo televisivo più grande al quale si potesse ambire a livello domestico era un 32 pollici, ossia uno schermo che misurava in diagonale circa 80 centimetri, ed era costituito da un ingombrantissimo, costosissimo e pesantissimo tubo catodico, racchiuso in un mobile squadrato e profondo che troneggiava nella stanza.* Sì, c’erano anche i videoproiettori, ma quelli erano ancora più costosi e ingombranti. Magari avete notato questi strani scatoloni nei film di qualche decennio fa. Oggi, invece, è normale avere schermi ultrapiatti, con una diagonale tre volte maggiore, che sono così sottili che si appoggiano contro una parete.

* Nel 1989 la Sony presentò in Giappone il televisore a tubo catodico Trinitron più grande mai realizzato, il KV-45ED1 o PVM-4300 (43 pollici, 225 kg, 40.000 dollari in USA).

Eppure alla NASA, a metà degli anni Sessanta, su una parete del Controllo Missione che gestiva i lanci spaziali verso la Luna, c’erano non uno ma ben cinque megaschermi perfettamente piatti, nitidissimi, con colori brillanti, visibili nonostante le luci accese in sala. Il più grande di questi schermi misurava appunto tre metri di altezza per sette di larghezza. La risoluzione di questi monitor era talmente elevata che si leggevano anche i caratteri più piccoli delle schermate tecniche e dei grafici che permettevano agli addetti di seguire in dettaglio le varie fasi dei voli spaziali.

Per fare un paragone, maxischermi come il Jumbotron di Sony o i Diamond Vision di Mitsubishi arriveranno e cominceranno a essere installati negli stadi e negli spazi pubblicitari solo negli anni Ottanta,* e comunque non avranno la nitidezza di questi monitor spaziali della NASA.** Certo, al cinema c’erano dimensioni e nitidezze notevoli e anche superiori, soprattutto con i grandi formati come il 70 mm, ma si trattava di proiezioni di pellicole preregistrate, mentre qui bisognava mostrare immagini e grafici in tempo reale. I primi monitor piatti, con schermi al plasma, risalgono anch’essi agli anni Ottanta ed erano installati nei computer portatili di punta dell’epoca, ma non raggiungevano certo dimensioni da misurare in metri e in ogni caso erano monocromatici.

* Sony è famosa per il suo Jumbotron, ma fu battuta sul tempo dalla Mitsubishi Electric, i cui megaschermi Diamond Vision furono prodotti per la prima volta nel 1980. Il primo esemplare, basato su CRT (tubi catodici) compatti a tre colori (rosso, blu e verde) fu installato a luglio dello stesso anno al Dodger Stadium di Los Angeles e misurava 8,7m x 5,8 m (Mitsubishi Electric).

** Un Jumbotron da 10 metri aveva una risoluzione di soli 240 x 192 pixel.

I primi schermi piatti a colori arriveranno addirittura trent’anni dopo quelli della NASA, nel 1992, e saranno ancora a bassa risoluzione. Il primo televisore a schermo piatto commercialmente disponibile sarà il Philips 42PW9962 (un nome facilissimo da ricordare), classe 1995, che misurerà 107 centimetri di diagonale e avrà una risoluzione modestissima, 852 x 480 pixel, che oggi farebbe imbarazzare un citofono. Costerà ben 15.000 dollari dell’epoca. Oggi dimensioni diagonali di 98 pollici (cioè due metri e mezzo) e risoluzioni dai 4K in su (ossia 3840 x 2160 pixel) sono commercialmente disponibili a prezzi ben più bassi.

Insomma, quella tecnologia usata dall’ente spaziale statunitense sembra davvero fuori dal tempo, anacronistica, impossibile. Però esisteva, e le foto e i filmati di quegli anni mostrano questi schermi all’opera, con colori freschissimi e dettagli straordinariamente nitidi, nella sala ben illuminata del Controllo Missione.

Per capire come funzionavano bisogna fare un salto a Zurigo.

Eidophor, il videoproiettore a olio

Per proiettare immagini televisive, quindi in tempo reale, su uno schermo di grandi dimensioni, negli anni Sessanta del secolo scorso esisteva una sola tecnologia: andava sotto il nome di Eidophor ed era un proiettore speciale, realizzato dalla Gretag AG di Regensdorf.

Era questo apparecchio che mostrava le immagini che arrivavano dallo spazio e dalla Luna ai tecnici del Controllo Missione di Houston, e si trattava di un marchingegno davvero particolare, concepito dall’ingegner Fritz Fischer, docente e ricercatore presso il Politecnico di Zurigo, dove lo aveva sviluppato addirittura nel 1939 [brevetto US 2,391,451], presentando il primo esemplare sperimentale nel 1943. Se ve lo state chiedendo, il nome Eidophor deriva da parole greche che significano grosso modo “portatore di immagini”.

Questo proiettore usava un sistema ottico simile a quello di un proiettore per pellicola, ma al posto della pellicola c‘era un disco riflettente che girava lentamente su se stesso. Questo disco era ricoperto da un velo di olio trasparente ad alta viscosità, sul quale un fascio collimato e pilotato di elettroni depositava delle cariche elettrostatiche che ne deformavano la superficie.

Uno specchio composto da strisce riflettenti alternate a bande trasparenti proiettava la luce intensissima di una lampada ad arco su questo velo di olio, e solo le zone del velo che erano deformate dal fascio di elettroni riflettevano questa luce verso lo schermo, permettendo di disegnare delle immagini in movimento.

Schema di funzionamento del velo d’olio e dello specchio a strisce, tratto da Eidophor – der erste Beamer, Ngzh.ch, 2018.

Lo so, sembra una descrizione molto steampunk. E come tanta tecnologia della cultura steampunk, anche l’Eidophor era grosso, ingombrante e difficile da gestire. Usarlo richiedeva la presenza di almeno due tecnici e un’alimentazione elettrica trifase, e se il velo d’olio si contaminava l’immagine prodotta veniva danneggiata. Però la sua tecnologia completamente analogica funzionava e permetteva di mostrare immagini televisive in diretta, inizialmente in bianco e nero e poi a colori, su schermi larghi fino a 18 metri.

Nel 1953 l’Eidophor fu presentato negli Stati Uniti in un prestigioso cinema di New York, su iniziativa della casa cinematografica 20th Century Fox, che sperava di installarne degli esemplari in centinaia di sale per mostrare eventi sportivi o spettacoli in diretta, ma non se ne fece nulla, perché l’ente statunitense di regolamentazione delle trasmissioni non concesse le frequenze televisive necessarie per la diffusione.

Negli anni Sessanta le emittenti televisive di tutto il mondo cominciarono a usare questi Eidophor come sfondi per i loro programmi, specialmente nei telegiornali e per le cronache degli eventi sportivi. Fra i clienti di questa invenzione svizzera ci furono anche il Pentagono, per applicazioni militari, e appunto la NASA, che ne installò ben trentaquattro esemplari nella propria sede centrale per mostrare le immagini dei primi passi di esseri umani sulla Luna a luglio del 1969. 

Un Eidophor EP 6 chiuso e aperto. Era alto 1,97 metri, largo 1,45 e profondo 1,05 (Nationalmuseum.ch).

Gli Eidophor della NASA furono modificati in modo da avere una risoluzione quasi doppia rispetto allo standard televisivo normale, 945 linee orizzontali invece delle 525 standard, rendendo così leggibili anche i caratteri più piccoli delle schermate di dati. In pratica la NASA aveva dei megaschermi HD negli anni Sessanta grazie a questa tecnologia svizzera, che fra l’altro piacque anche ai rivali sovietici, che installarono degli Eidophor anche nel loro centro di lancio spaziale.

Ma per lo schermo gigante centrale della NASA neppure l’Eidophor era all’altezza dei requisiti. Per quelle immagini ultranitide a colori era necessario ricorrere ai diamanti e alla Bat-Caverna.

Diamanti e Bat-Caverne

Anche in questo caso la tecnologia analogica fece acrobazie notevolissime. Lo schermo usava una batteria di ben sette proiettori, alloggiati in una enorme sala completamente dipinta di nero e battezzata “Bat-Caverna” dai tecnici che ci lavoravano.

Schema del sistema di proiezione, che mostra i grandi specchi usati per deviare i fasci di luce dei proiettori e ridurre così le dimensioni della sala tecnica.

Questi proiettori usavano lampade allo xeno, la cui luce potentissima illuminava delle diapositive e le proiettava su grandi lastre di vetro semitrasparente, che costituivano gli schermi veri e propri. Ma il calore di queste lampade avrebbe fuso o sbiadito in fretta qualunque normale diapositiva su pellicola, e i grafici dovevano invece restare sullo schermo per ore.

Così i tecnici si inventarono delle diapositive molto speciali, composte da lastrine di vetro ricoperte da un sottilissimo strato opaco di metallo. Su queste diapositive si disegnavano in anticipo le immagini da mostrare, incidendole direttamente nel metallo, un po’ come si fa per i circuiti stampati. Il metallo rimosso lasciava passare la luce, e poi dei filtri colorati permettevano di tingere la luce proiettata sullo schermo.

Questo permetteva di avere grafici e immagini di grandissima nitidezza, ben oltre qualunque risoluzione di monitor dell’epoca, e risolveva il problema delle immagini statiche, per esempio quella del globo terrestre o di un grafico di traiettoria o dei consumi di bordo del veicolo spaziale. Ma non risolveva il problema di aggiornare quei grafici con i dati di telemetria che provenivano dallo spazio e dai centri di calcolo della NASA.

Dettaglio di una porzione del megaschermo principale del Controllo Missione.

La soluzione ingegnosa, anche in questo caso fortemente analogica, fu montare alcuni di questi sette proiettori su un supporto che permetteva di orientarli. Questi proiettori avevano delle diapositive metalliche nelle quali c’era incisa la sagoma dei vari veicoli spaziali da seguire, e il loro puntamento era comandato dai dati che arrivavano dal centro di calcolo della NASA [l’adiacente Real-Time Computer Complex, descritto in italiano qui da Tranquility Base], pieno di grandi computer IBM 360, che elaboravano i dati trasmessi dal veicolo spaziale. In pratica, invece di aggiornare l’intera immagine come si fa con i normali monitor, veniva semplicemente spostata la diapositiva che raffigurava il veicolo e lo sfondo restava fisso.

Ma i grafici e le traiettorie andavano disegnati e aggiornati man mano, e quindi questo trucco di spostare la sagomina, per così dire, non bastava. Così la NASA adottò un trucco ancora più elegante: una testina di diamante, simile alle puntine dei giradischi, comandata da dei servomotori sugli assi X e Y, incideva la diapositiva, rimuovendo lo strato metallico opaco e facendo passare la luce del proiettore attraverso la zona incisa.

Sì, le immagini venivano letteralmente incise, formando simpatici truciolini metallici, spazzati via da delle potenti ventole. Quindi quando vedete nei documentari di quel periodo che il tracciato grafico della traiettoria di un veicolo spaziale si aggiorna, è perché la diapositiva veniva grattata. Semplice ed efficace, anche se ovviamente non era possibile rifare e correggere.

Sono tutte tecniche in apparenza semplici, una volta che qualcuno le ha escogitate, ma soprattutto sono tecniche che rivelano una lezione troppo spesso dimenticata nell’informatica di oggi: invece di usare potenza di calcolo a dismisura e risolvere tutto con il software per forza bruta, conviene esaminare bene il problema e capire prima di tutto quali sono i requisiti effettivi del progetto.

Nel caso della NASA, quei monitor dovevano mostrare in altissima risoluzione solo immagini statiche con pochi elementi in movimento, per cui non era necessario un approccio “televisivo”, nel quale l’immagine intera viene aggiornata continuamente. Per le immagini televisive vere e proprie c’era l’Eidophor; per tutto il resto bastavano diapositive metalliche e una puntina di diamante che le grattasse.

Sarebbe bello vedere applicare questi principi, per esempio, all’intelligenza artificiale. Il modello di oggi delle IA è forza bruta, con impatti energetici enormi. Ma ci sono soluzioni più eleganti ed efficienti. Per esempio, se si tratta di fare riconoscimento di immagini di telecamere di sorveglianza, non ha senso fare come si fa oggi, ossia mandare le immagini a un centro di calcolo remoto e poi farle analizzare lì da un’intelligenza artificiale generalista; conviene invece fare l’analisi sul posto, a bordo della telecamera, con una IA fatta su misura, che consuma infinitamente meno e rispetta molto di più la privacy.

Ma per ora, purtroppo, si preferisce la forza bruta.

Fonti

Podcast RSI – Arte avvelenata contro l’intelligenza artificiale


Questo articolo è importato dal mio blog precedente Il Disinformatico: l’originale (con i commenti dei lettori) è qui.

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Pubblicazione iniziale: 2024/06/21 7:12. Ultimo aggiornamento: 2024/07/04 16:15.

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[CLIP: La scena del libro avvelenato da “Il Nome della Rosa”]

Le intelligenze artificiali generative, quelle alle quali si può chiedere di generare un’immagine imitando lo stile di qualunque artista famoso, sono odiatissime dagli artisti, che già da tempo le accusano di rubare le loro opere per imparare a imitarle, rovinando il mercato e sommergendo le opere autentiche in un mare di imitazioni mediocri. La stessa cosa sta succedendo adesso anche con i film: software come il recentissimo Dream Machine creano video sfacciatamente ispirati, per non dire copiati, dai film d’animazione della Pixar.

Le società che operano nel settore dell’intelligenza artificiale stanno facendo soldi a palate, ma agli artisti di cui imitano il lavoro non arriva alcun compenso. Pubblicare una foto, un’illustrazione o un video su un sito o sui social network, come è normale fare per farsi conoscere, significa quasi sempre che quell’opera verrà acquisita da queste società. E questo vale, oltre che per le immagini di fotografi e illustratori, anche per le nostre foto comuni.

Ma ci sono modi per dire di no a tutto questo. Se siete artisti e volete sapere come impedire o almeno limitare l’abuso delle vostre opere, o se siete semplicemente persone che vogliono evitare che le aziende usino le foto che avete scattato per esempio ai vostri figli, potete opporvi almeno in parte a questo trattamento. E nei casi peggiori potete addirittura mettere del veleno digitale nelle vostre immagini, così le intelligenze artificiali che le sfoglieranno ne verranno danneggiate e non le potranno usare, un po’ come nel romanzo e nel film Il nome della rosa di cui avete sentito uno spezzone in apertura.

Vi interessa sapere come si fa? Ve lo racconto in questa puntata del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Questa è la puntata del 21 giugno 2024. Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Reclutati a forza

I generatori di immagini basati sull’intelligenza artificiale sono diventati estremamente potenti e realistici nel giro di pochissimo tempo. Il problema è che questi generatori sono stati creati, o più precisamente addestrati, usando le immagini di moltissimi artisti, senza il loro consenso e senza riconoscere loro alcun compenso.

Ogni intelligenza artificiale, infatti, ha bisogno di acquisire enormi quantità di dati. Una IA concepita per generare testi deve leggere miliardi di pagine di testo; una IA pensata per generare immagini deve “guardare”, per così dire, milioni di immagini, e così via. Il problema è che questi dati spesso sono presi da Internet in maniera indiscriminata, senza chiedere permessi e senza dare compensi.

Gli artisti dell’immagine, per esempio grafici, illustratori, fotografi e creatori di video, normalmente pubblicano le proprie opere su Internet, specialmente nei social network, per farsi conoscere, e quindi anche i loro lavori vengono acquisiti dalle intelligenze artificiali.

Il risultato di questa pesca a strascico è che oggi è possibile chiedere a un generatore di immagini di creare una foto sintetica o un’illustrazione nello stile di qualunque artista, per esempio un uomo in bicicletta nello stile di Gustav Klimt, di Raffaello, di Andy Warhol o dei mosaicisti bizantini, e si ottiene in una manciata di secondi un’immagine che scimmiotta il modo di disegnare o dipingere o creare mosaici o fare fotografie di quegli artisti. In alcuni casi si può addirittura inviare a questi generatori un’immagine autentica creata da uno specifico artista e chiedere di generarne una versione modificata. E lo si può fare anche per gli artisti ancora in vita, che non sono per nulla contenti di vedere che un software può sfornare in pochi istanti migliaia di immagini che scopiazzano le loro fatiche.

DALL-E 3 cerca di imitare lo stile di Klimt.
DALL-E 3 genera questa immagine di un uomo in bicicletta nello stile dei mosaicisti bizantini.
DALL-E 3 cerca di imitare lo stile di Raffaello.

Sono imitazioni spesso grossolane, che non ingannerebbero mai una persona esperta ma che sono più che passabili per molti utenti comuni, che quindi finiscono per non comperare gli originali. Per gli artisti diventa insomma più difficile guadagnarsi da vivere con la propria arte, e quello che è peggio è che i loro mancati ricavi diventano profitti per aziende stramiliardarie.

Inoltre pochi giorni fa è stato presentato il software Dream Machine, che permette di generare brevi spezzoni di video partendo da una semplice descrizione testuale, come fa già Sora di OpenAI, con la differenza che Sora è riservato agli addetti ai lavori, mentre Dream Machine è pubblicamente disponibile. Gli esperti hanno notato ben presto che nei video dimostrativi di Dream Machine non c’è solo un chiaro riferimento allo stile dei cartoni animati della Pixar: c’è proprio Mike Wazowski di Monsters & Co, copiato di peso.

Un video realizzato con Dream Machine, chiaramente ispirato ai personaggi di Monsters & Co.
Fotogramma tratto dal video, a 0:57 circa. Wazowski è ben visibile a sinistra dello zucchero filato.

Sarà interessante vedere come la prenderà la Disney, che detiene i diritti di questi personaggi e non è mai stata particolarmente tenera con chi viola il suo copyright.

Il problema delle immagini acquisite senza consenso dalle intelligenze artificiali riguarda anche le persone comuni che si limitano a fare foto di se stessi o dei propri figli. L’associazione Human Rights Watch, ai primi di giugno, ha segnalato che negli archivi di immagini usati per addestrare le intelligenze artificiali più famose si trovano foto di bambini reali, tratte dai social network, con tanto di nomi e cognomi che li identificano. Questi volti possono quindi riemergere nelle foto sintetiche illegali di abusi su minori, per esempio.

Il problema, insomma, è serio e tocca tutti. Vediamo quali sono le soluzioni.

Fermate il mondo, voglio scendere

Togliere tutte le proprie immagini da Internet, o non pubblicarle affatto online, è sicuramente una soluzione drasticamente efficace, in linea di principio, ma in concreto è una strada impraticabile per la maggior parte delle persone e soprattutto per gli artisti e i fotografi, per i quali Internet è da sempre la vetrina che permette loro di farsi conoscere e di trovare chi apprezza le loro creazioni. E comunque ci sarà sempre qualcuno che le pubblicherà online, quelle immagini, per esempio nelle versioni digitali delle riviste o dei cataloghi delle mostre.

Un altro approccio che viene facilmente in mente è il cosiddetto watermarking: la sovrapposizione di diciture semitrasparenti che mascherano in parte l’immagine ma la lasciano comunque visibile, come fanno le grandi aziende di immagini stock, per esempio Getty Images, Shutterstock o Adobe. Ma le intelligenze artificiali attuali sono in grado di ignorare queste diciture, per cui questa tecnica è un deterrente contro la pubblicazione non autorizzata ma non contro l’uso delle immagini per l’addestramento delle IA.

Va un po’ meglio se si usa il cosiddetto opt-out: l’artista manda un esemplare della propria foto o illustrazione ai grandi gestori di intelligenze artificiali e chiede formalmente che quell’immagine sia esclusa d’ora in poi dall’addestramento o training dei loro prodotti. Lo si può fare per esempio per DALL-E 3 di OpenAI, che viene usato anche dai generatori di immagini di Microsoft, oppure per Midjourney e Stability AI, mandando una mail agli appositi indirizzi. Lo si può fare anche per le intelligenze artificiali gestite da Meta, ma con molte limitazioni e complicazioni. Trovate comunque tutti i link a queste risorse su Disinformatico.info.

Il problema di questa tecnica di opt-out è che è tediosissima: in molti casi richiede infatti che venga inviato a ogni gestore di generatori di immagini un esemplare di ogni singola illustrazione o foto da escludere, e quell’esemplare va descritto in dettaglio. Se un artista ha centinaia o migliaia di opere, come capita spesso, segnalarle una per una è semplicemente impensabile, ma è forse fattibile invocare questa esclusione almeno per le immagini più rappresentative o significative dello stile di un artista o di un fotografo.

C’è anche un’altra strada percorribile: pubblicare le proprie immagini soltanto sul proprio sito personale o aziendale, e inserire nel sito del codice che dica a OpenAI e agli altri gestori di intelligenze artificiali di non sfogliare le pagine del sito e quindi di non acquisire le immagini presenti in quelle pagine.

In gergo tecnico, si inserisce nel file robots.txt del proprio sito una riga di testo che vieta l’accesso al crawler di OpenAI e compagni. Anche in questo caso, le istruzioni per OpenAI e per altre società sono disponibili su Disinformatico.info [le istruzioni per OpenAI sono qui; quelle per altre società sono qui].

[2024/06/25 11:30: In alcuni casi si può anche bloccare il range di indirizzi IP di ChatGPT. In questo modo non serve chiedere per favore, come nel caso di robot.txt, ma si blocca e basta]

Si può anche tentare la cosiddetta segmentazione: in pratica, le immagini non vengono pubblicate intatte, ma vengono suddivise in porzioni visualizzate una accanto all’altra, un po’ come le tessere di un mosaico, per cui le intelligenze artificiali non riescono a “vedere”, per così dire, l’immagine completa, mentre una persona la vede perfettamente. Uno dei siti che offrono questo approccio è Kin.art.

Tutti questi metodi funzionano abbastanza bene: non sono rimedi assoluti, ma perlomeno aiutano a contenere il danno escludendo le principali piattaforme di generazione di immagini. Tuttavia sono molto onerosi, e ci sarà sempre qualche start-up senza scrupoli che ignorerà le richieste di esclusione o troverà qualche modo di eludere questi ostacoli. Sarebbe bello se ci fosse un modo per rendere le proprie immagini inutilizzabili dalle intelligenze artificiali in generale, a prescindere da dove sono pubblicate.

Quel modo c’è, ed è piuttosto drastico: consiste nell’iniettare veleno digitale nelle proprie creazioni.

Veleno digitale: IA contro IA

Parlare di veleno non è un’esagerazione: il termine tecnico per questo metodo è infatti data poisoning, che si traduce con “avvelenamento dei dati”. In pratica consiste nell’alterare i dati usati per l’addestramento di un’intelligenza artificiale in modo che le sue elaborazioni diano risultati errati o completamente inattendibili.

Nel caso specifico della protezione delle proprie immagini, il data poisoning consiste nel modificare queste immagini in modo che contengano alterazioni che non sono visibili a occhio nudo ma che confondono o bloccano completamente il processo di addestramento di un’intelligenza artificiale. Semplificando, l’intelligenza artificiale acquisisce una foto del vostro gatto, ma grazie a queste alterazioni la interpreta come se fosse la foto di un cane, di una giraffa o di una betoniera, anche se all’occhio umano si tratta chiaramente della foto di un bellissimo gatto.

Ci sono programmi appositi per alterare le immagini in questo modo: Glaze e Nightshade, per esempio, sono gratuiti e disponibili per Windows e macOS. Richiedono parecchia potenza di calcolo e svariati minuti di elaborazione per ciascuna immagine, ma è possibile dare loro un elenco di immagini e farle elaborare tutte automaticamente. Non sono infallibili, e alcune aziende di intelligenza artificiale adottano già tecniche di difesa contro queste alterazioni. Ma nella maggior parte dei casi queste tecniche consistono semplicemente nell’ignorare qualunque immagine che contenga indicatori di queste alterazioni, per cui se il vostro scopo è semplicemente evitare che le vostre immagini vengano incluse nell’addestramento di un’intelligenza artificiale, Glaze e Nightshade vanno benissimo.

Trilli, la gatta del Maniero Digitale, in versione normale…
…e in versione “avvelenata” con Glaze.

Mist è un altro programma di questo tipo, ma invece di alterare le immagini in modo che la IA le interpreti in modo completamente errato le modifica in una maniera speciale che fa comparire una sorta di watermark o sovrimpressione decisamente sgradevole, una sorta di velo di geroglifici, in ogni immagine generata partendo da immagini trattate con Mist, che come i precedenti è gratuito e disponibile per macOS e Windows e richiede una scheda grafica piuttosto potente e tempi di elaborazione significativi.

C’è una sottile ironia nell’usare software basati sull’intelligenza artificiale per sconfiggere le aziende basate sull’intelligenza artificiale, ma in tutta questa rincorsa fra guardie e ladri non bisogna dimenticare che questi software consumano quantità preoccupanti di energia per i loro calcoli straordinariamente complessi: a gennaio 2024, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha pubblicato una stima secondo la quale il 4% della produzione di energia mondiale nel 2026 sarà assorbito dai data center, dalle criptovalute e dall’intelligenza artificiale. Per dare un’idea di cosa significhi, il 4% equivale al consumo energetico di tutto il Giappone.*

“Electricity consumption from data centres, artificial intelligence (AI) and the cryptocurrency sector could double by 2026. Data centres are significant drivers of growth in electricity demand in many regions. After globally consuming an estimated 460 terawatt-hours (TWh) in 2022, data centres’ total electricity consumption could reach more than 1 000 TWh in 2026. This demand is roughly equivalent to the electricity consumption of Japan” (pag. 8).

La stessa agenzia ha calcolato che una singola ricerca in Google consuma 0,3 wattora di energia elettrica [dato risalente al 2009, probabilmente migliorato da allora], mentre una singola richiesta a ChatGPT ne consuma 2,9, ossia quasi dieci volte di più. Per fare un paragone, se tutti usassero ChatGPT invece di Google per cercare informazioni, la richiesta di energia aumenterebbe di 10 terawattora l’anno, pari ai consumi annui di un milione e mezzo di europei.*

“Search tools like Google could see a tenfold increase of their electricity demand in the case of fully implementing AI in it. When comparing the average electricity demand of a typical Google search (0.3 Wh of electricity) to OpenAI’s ChatGPT (2.9 Wh per request), and considering 9 billion searches daily, this would require almost 10 TWh of additional electricity in a year.“ (pag. 34, che cita come fonte l’articolo accademico del 2023 The growing energy footprint of artificial intelligence di Alex De Vries su Joulehttps://doi.org/10.1016/j.joule.2023.09.004).
Il dato di 0,1 Wh (1 kJ) è citato da Google in questo post del 2009“Together with other work performed before your search even starts (such as building the search index) this amounts to 0.0003 kWh of energy per search, or 1 kJ. For comparison, the average adult needs about 8000 kJ a day of energy from food, so a Google search uses just about the same amount of energy that your body burns in ten seconds. In terms of greenhouse gases, one Google search is equivalent to about 0.2 grams of CO2. The current EU standard for tailpipe emissions calls for 140 grams of CO2 per kilometer driven, but most cars don’t reach that level yet. Thus, the average car driven for one kilometer (0.6 miles for those in the U.S.) produces as many greenhouse gases as a thousand Google searches.”
FullFact ha svolto una ricerca sull’argomento e non ha trovato dati più recenti, ma nota che “Google told us that since then it has made its data centres more energy efficient. We also spoke to Yannick Oswald, a PhD researcher in energy footprints at the University of Leeds who told us that if the energy consumption of a Google search has changed since 2009, it’s most likely to have decreased due to improvements in energy efficiency”.
Il confronto con il consumo degli utenti europei è tratto da questo articolo di Vox di marzo 2024.

Pensateci, la prossima volta che invece di usare un motore di ricerca vi affidate a un’intelligenza artificiale online.

Fonti aggiuntive

Podcast RSI – Instagram, l’etichetta “Creato con IA” fa infuriare i fotografi veri; aggiornamento su Windows Recall

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


Se siete fra i due miliardi e mezzo di utenti di Instagram, probabilmente avete notato che da qualche settimana alcune fotografie postate su questo social network sono accompagnate da una piccola dicitura: nella versione italiana, questa dicitura è “Creato con IA”, dove “IA” ovviamente sta per l’immancabile, onnipresente intelligenza artificiale.

Gli hater dell’intelligenza artificiale – sì, esistono e sono numerosi e anche inviperiti – vedono questa etichetta sulle fotografie di luoghi e persone pubblicate su Instagram e lasciano commenti livorosi in cui accusano chi le ha postate di essere un bugiardo, perché secondo loro l’etichetta dimostra che si tratta di falsi creati appunto con l’intelligenza artificiale. E gli autori delle foto in questione si sgolano, invano, cercando di dimostrare che le loro foto sono autentiche, scattate davvero sul luogo e con soggetti e persone reali. Niente da fare: l’etichetta “Creato con IA” li condanna. Fotografi professionisti celebri si vedono screditati di colpo da queste tre brevi parole.

Questa è la storia strana di una iniziativa di Meta, proprietaria di Instagram, partita con l’intento di fare chiarezza nel caos delle immagini sintetiche spacciate per vere che stanno intasando questo social network. Quell’intento si è trasformato in un autogol, che sta facendo infuriare i fotografi che avrebbe dovuto proteggere. E fra quei fotografi, e fra quegli accusati, potreste trovarvi anche voi.

Se volete saperne di più e conoscere come difendervi da questi nuovi hater, siete nel posto giusto: benvenuti! Questa è la puntata del 14 giugno 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Recall richiamato

Prima di tutto devo fare un aggiornamento a una delle notizie che ho segnalato nel podcast precedente, ossia l’introduzione in Windows 11 di un nuovo servizio, chiamato Recall, che in sostanza registra localmente tutto quello che passa sullo schermo, con ovvi problemi di privacy. Poco dopo la chiusura della puntata, Microsoft ha reagito al clamore mediatico prodotto dall’annuncio di Recall e ha risposto in parte alle preoccupazioni degli esperti, modificando il funzionamento del servizio.

Mentre prima Recall era attivo per impostazione predefinita e toccava all’utente scoprire come disattivarlo, d’ora in poi sarà attivato solo se l’utente accetterà la proposta di attivazione, che comparirà durante la configurazione iniziale del computer (The Verge). Restano ancora valide tutte le considerazioni di privacy e di sicurezza che sono state segnalate dagli esperti per chi decide di attivare Recall, ma perlomeno adesso è più facile e naturale per l’utente rifiutare questo servizio.

Colgo l’occasione per precisare anche un altro dettaglio importante: per il momento, Recall viene installato ed è disponibile soltanto sui computer di tipo Copilot+ dotati di processore ARM e processore neurale o NPU, che sono una decina di modelli di varie marche. Chi ha un computer meno recente di questi non si vedrà proporre l’attivazione di Recall. Almeno per ora, perché Microsoft ha dichiarato di voler fornire supporto anche per i computer con processori AMD e Intel, che sono i più diffusi. Staremo a vedere.

Instagram e l’etichetta “Creato con IA”

Da qualche settimana Instagram ha iniziato ad aggiungere automaticamente ai post una dicitura che avvisa gli utenti che un’immagine postata è stata creata usando prodotti basati sull’intelligenza artificiale. In italiano questa dicitura è “Creato con IA”.

Dall’account Instagram @candyrose_mc (link diretto al post).

L’intenzione di Meta era buona: etichettare chiaramente le immagini sintetiche generate con l’intelligenza artificiale, che ormai hanno raggiunto un livello di realismo tale da rendere molto difficile, se non impossibile, distinguere un’immagine sintetica da una fotografia reale.

La pubblicazione di immagini sintetiche fotorealistiche, senza avvisare esplicitamente che si tratta di qualcosa che è stato generato completamente da zero e non esiste nella realtà fisica, è infatti chiaramente ingannevole, specialmente quando l’immagine generata rappresenta una situazione plausibile nel mondo reale. Il rischio che i professionisti delle fake news usino i generatori di immagini basati sull’intelligenza artificiale per produrre immagini false di persone conosciute, allo scopo per esempio di ridicolizzarle o screditarle, è fin troppo evidente e ne esistono già molti casi documentati.

C’è anche il problema che i generatori di immagini finiscono per svilire il lavoro e la fatica dei fotografi professionisti, perché invece di comporre pazientemente la scena, mettere in posa il soggetto, regolare le luci e tutte le altre cose che un fotografo è costretto a fare fisicamente per ottenere una certa immagine, oggi si può ottenere un risultato più che paragonabile usando l’intelligenza artificiale, standosene comodamente al computer. Instagram è invaso, infatti, dalle foto di “modelle” che sono in realtà immagini generate dal computer, e le fotomodelle reali si vedono scavalcate da immagini sintetiche che possono essere fabbricate in una manciata di secondi, non si stancano, non invecchiano, non cambiano forme o peso e non hanno spese di trasferta o compensi da pretendere. E gran parte degli utenti (e anche dei committenti) non è in grado di accorgersi della differenza.

Etichettare le immagini sintetiche sembrerebbe quindi un’ottima idea per difendere il professionismo dei fotografi e il lavoro di modelli e modelle in carne e ossa, e anche per contrastare le fake news; eppure i fotografi sono sul piede di guerra e pubblicano proteste indignate contro questa etichettatura.

L’etichetta che scredita

La ragione delle loro proteste è molto semplice: la “soluzione” escogitata da Meta sta etichettando come sintetiche, ossia false agli occhi del pubblico, anche le loro foto, quelle scattate con una fotocamera, inquadrando un soggetto fisico reale. L’etichetta “Creato con IA” sta insomma screditando il lavoro di moltissimi professionisti, ed è importante che chi usa Instagram sia ben consapevole che al momento attuale questa etichetta non vuol dire necessariamente che l’immagine sia stata generata da zero con l’intelligenza artificiale, e che viceversa la mancanza di questa etichetta non è una garanzia di autenticità.

Questa etichetta, infatti, viene applicata da Meta ai post su Instagram in due casi. Il primo è quello in cui chi posta un’immagine decide volontariamente di etichettarla come sintetica, usando la funzione apposita presente nell’app di Instagram [per esempio per evitare di incappare in sanzioni da parte di Meta]. Il secondo caso, quello più importante, è quello in cui Meta rileva in un’immagine sintetica la presenza di appositi indicatori, che vengono incorporati nell’immagine sotto forma di metadati dai programmi di generazione o di fotoritocco. Questi indicatori informano Meta che è stato fatto uso di intelligenza artificiale per elaborare l’immagine in questione.

Ma attenzione: l’etichetta “Creato con IA” viene applicata automaticamente da Meta non solo quando l’immagine è totalmente generata, ma anche quando una fotografia reale viene manipolata in qualunque modo, anche molto lievemente, usando software come Photoshop, che adoperano per alcuni strumenti l’intelligenza artificiale per produrre fotoritocchi sempre più rapidi e sofisticati.

Ovviamente c’è una differenza enorme fra un’immagine fotorealistica completamente generata al computer e una fotografia tradizionale alla quale è stato fatto un piccolo ritocco digitale per rimuovere, che so, un dettaglio antiestetico, eppure Meta mette tutto nel mucchio, perché in realtà non sta facendo alcun lavoro di analisi sofisticata delle immagini, per esempio per cercare di “capire” dal contenuto e dal contesto se sono sintetiche oppure no: sta semplicemente controllando se sono presenti o meno questi metadati. Se ci sono, mostra l’etichetta “Creato con IA”, e lo fa anche se il fotografo ha usato una vera fotocamera e ha inquadrato per esempio una modella reale, andando in un luogo reale, ma ha usato, anche in misura minima, uno degli
strumenti di rifinitura di Photoshop basati sull’intelligenza artificiale, per esempio per rimuovere una minuscola sbavatura nel trucco o un granello di polvere che era finito sul sensore della fotocamera.

E viceversa, se questi metadati non ci sono, o vengono semplicemente rimossi con un trucco semplice come fare uno screenshot dell’immagine generata e pubblicare quello screenshot, anche l’immagine più vistosamente sintetica non verrà etichettata come “creata con IA”.

Purtroppo moltissimi utenti non sono al corrente di come funziona questo sistema di etichettatura e quindi stanno accusando di falsificazione fotografi che in realtà non hanno alcuna colpa. Questa etichetta così grossolana, insomma, sta causando danni reputazionali molto significativi. Ma questo a Meta non sembra interessare. Non per nulla fino al 2014 il motto ufficiale di Facebook, oggi Meta, era “move fast and break things”, ossia “muoviti in fretta e rompi le cose”: l’importante è fare soldi in fretta, e se nel farli si rovina la reputazione di qualcuno, il problema è di quel qualcuno, non di Meta.

Fate attenzione, insomma, a non farvi coinvolgere in discussioni e polemiche interminabili sulla “autenticità” di una foto su Instagram basandovi su questa etichetta: il rischio di trovarsi dalla parte del torto è molto alto. Anche perché forse state creando anche voi immagini sintetiche, di quelle che Meta etichetterebbe come “create con IA”, e nemmeno ve ne accorgete.

Fotografia computazionale

Se fate foto con il vostro smartphone, infatti, è molto probabile che alcuni dei filtri automatici presenti in questi dispositivi si basino sull’intelligenza artificiale. Per esempio, una foto di gruppo in cui tutti hanno miracolosamente gli occhi aperti o sorridono viene ottenuta spesso facendo una rapidissima raffica di foto e poi usando il riconoscimento delle immagini e dei volti per prendere dai vari scatti le facce venute bene e sovrapporle a quelle che hanno gli occhi chiusi o le espressioni serie. E tutto questo avviene direttamente a bordo dello smartphone, senza che ve ne accorgiate. Questa tecnica viene chiamata fotografia computazionale, e moltissime persone la usano senza nemmeno saperlo, perché è una funzione automatica standard degli smartphone di fascia alta.

Una foto ottenuta in questo modo è “falsa”, dato che non rappresenta un momento realmente esistito, e quindi dovrebbe essere etichettata da Meta? Oppure rappresenta la nostra intenzione o la nostra percezione della realtà come vorremmo che fosse, e quindi va accettata come “reale”?

Chiaramente la questione dell’autenticità e del realismo di un’immagine è molto più complessa e ricca di sfumature rispetto al banale “sì” oppure “no” di un’etichetta semplicistica come quella proposta da Meta. E questa necessità di sfumature, forse, è la lezione di realtà più importante di tutte.

 

Fonti aggiuntive: Crikey, Art-vibes, PetaPixel, Reddit.

Podcast RSI – Strana mail di Meta; Windows 11 vuole registrare tutto

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Ultimo aggiornamento: 2024/06/07 18:55.

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[CLIP: voce da speaker (generata da IA) legge un brano della mail di Meta]

Due giganti dell’informatica, Meta e Microsoft, presentano grandi novità nei loro prodotti. Meta annuncia che userà i dati degli utenti per addestrare le proprie intelligenze artificiali, mentre Microsoft presenta Recall, una funzione di Windows 11 che registra tutto quello che viene mostrato sullo schermo e lo fa analizzare e classificare da un’intelligenza artificiale. Ma in entrambi i casi, gli esperti criticano fortemente queste novità: non solo per le loro implicazioni tecniche potenzialmente pericolose, ma anche per questa scelta di imporre agli utenti nuove funzioni che non hanno chiesto, sono molto invadenti e una volta attivate sono molto difficili da disattivare.

Benvenuti alla puntata del 7 giugno 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

La mail di Meta sull’IA, spiegata

Se siete su Facebook o Instagram e vivete in Europa (intesa come regione geografica), probabilmente avete già ricevuto da Meta una mail che parla di aggiornamenti dell’informativa sulla privacy ed è scritta in burocratese stretto, con espressioni come “siamo pronti a espandere la nostra IA nelle esperienze Meta alla tua area geografica” oppure “Per consentirti di vivere queste esperienze, da adesso in poi ci affideremo alla base giuridica denominata interesse legittimo per l’uso delle tue informazioni al fine di sviluppare e migliorare l’IA di Meta”. Chiaro, no?

Sembra il solito annuncio periodico di nessun interesse, inviato più che altro per formalità e per rispettare gli obblighi di legge e quindi tranquillamente cestinabile, ma non è così. Tradotta in italiano normale, quella mail dice che se non vi opponete formalmente, dal 26 giugno prossimo Meta userà tutto quello che pubblicate sui suoi social network, quindi Facebook e Instagram e forse anche WhatsApp, per addestrare i suoi sistemi di intelligenza artificiale.

In altre parole, se non agite adesso, tutto quello che avete mai scritto nei messaggi pubblici e tutte le foto, gli audio e i video che ritraggono voi o i vostri eventuali figli e che avete messo sui social network di Meta in questi anni entreranno a far parte del cosiddetto corpus, ossia dell’immensa quantità di dati necessaria per far sembrare intelligenti questi prodotti.

Potreste pensare che questo non sia un problema. Tanto si tratta di testi, immagini, video e audio pubblici, non di messaggi privati (che stando a quanto dichiara Meta sono esclusi), quindi che male c’è se Meta li usa per migliorare la propria intelligenza artificiale? In fin dei conti sono dati che le avete già affidato quando li avete postati.

Ma c’è un dettaglio importante: Meta non precisa come userà quei dati. Non dice che tipo di intelligenza artificiale intende creare. Potrebbe trattarsi di un semplice chatbot per conversare, ma potrebbe anche essere un sistema che eroga pubblicità super-personalizzate basate su tutto quello che avete mai detto, fotografato o scritto. O potrebbe essere un’intelligenza artificiale che usa i vostri dati, la vostra voce, il vostro volto per creare un vostro clone digitale, che potrebbe dire o fare qualunque cosa, con il vostro aspetto e con il vostro esatto modo di parlare: un alter ego, un assistente virtuale, oppure un impostore.

Se entrano a far parte del corpus, i vostri volti o quelli dei figli o degli amici o dei familiari possono spuntare in immagini false o di propaganda o pornografiche. E come osserva anche l’esperto Matteo Flora, un fotografo, un cantante o un musicista che non rifiuta questo trattamento dei suoi dati potenzialmente permette a Meta di creare foto e canzoni nel suo stesso stile e con la sua voce.

In sintesi: dare carta bianca a qualunque possibile uso futuro è un rischio, soprattutto quando c’è di mezzo un’azienda che ha già dimostrato, come dire, una certa disinvoltura nell’uso dei dati dei suoi utenti per scopi socialmente dannosi. E Meta parla esplicitamente di cedere questi dati a terzi, di cui non sappiamo assolutamente nulla.

Di conseguenza, il consiglio degli esperti e delle associazioni di difesa dei diritti digitali è rifiutare questo nuovo tipo di trattamento dei nostri dati, che non è lo scopo per il quale li abbiamo concessi inizialmente, e chiedere anche a parenti, amici e colleghi di fare la stessa cosa. Infatti Meta avvisa che farà comunque elaborazione delle informazioni personali anche di chi ha rifiutato, se trova quelle informazioni nei post di qualcun altro che non ha rifiutato il trattamento. Quindi serve la collaborazione di tutti.

Come dire di no a Meta

Rifiutare il trattamento dei propri dati per l’intelligenza artificiale di Meta è abbastanza semplice: si clicca sulle parole “diritto di opposizione” nella mail, oppure si entra nel proprio account Facebook o Instagram e si va direttamente al link https://privacycenter.instagram.com/privacy/genai e lì si clicca sulle stesse parole “diritto di opposizione” nella parte finale della pagina. Non vi preoccupate di prendere nota di questo link: lo trovate presso Disinformatico.info, come tutte le altre fonti che cito in questo podcast.

[per chi ha un account Facebook, il link da usare è https://www.facebook.com/privacy/genai e le parole da cliccare sono “diritto di contestare”]

Fatto questo, avrete sullo schermo un modulo da compilare, intitolato “Contesta l’uso delle tue informazioni per l’IA di Meta”, e qui indicherete il vostro paese di residenza e il vostro indirizzo di mail e scriverete la spiegazione del vostro rifiuto. Se volete potete usare la spiegazione che ho usato io e che mi è stata ispirata da Fabienb.blog:

[CLIP: voce sintetica che legge le seguenti frasi: “Sono preoccupato del rischio che i miei dati vengano utilizzati in modi che non posso né controllare né prevedere. Rifiutando di partecipare al training dell’intelligenza artificiale, voglio assicurarmi che i miei dati vengano utilizzati esclusivamente per le funzioni di base dei prodotti di Meta, non per applicazioni future non ancora identificate e in modi sconosciuti e indesiderati.”]

Il modulo proposto da Instagram.

Cliccando sul pulsante Invia, il vostro rifiuto verrà inviato a Meta, che vi manderà via mail un codice di conferma di sei cifre. Immettendo questo codice e cliccando su Conferma, la richiesta di opposizione verrà trasmessa a Meta, che si riserverà di accettarla. Tutto qui: non occorre fare altro. Se tutto va bene, nel giro di qualche ora vi arriverà una mail di conferma che la vostra opposizione è stata accolta.

Nel frattempo sono già partite le prime azioni legali da parte di associazioni come lo European Center for Digital Rights, che accusano Meta di non rispettare la legge e in particolare di non rispettare il regolamento europeo GDPR. Secondo loro, infatti, questo regolamento richiede che l’utente dia il consenso esplicito per un nuovo trattamento dei suoi dati, come quello che sta per iniziare Meta; senza questo consenso i dati non si possono trattare. E invece Meta sta facendo il contrario, ossia sta dando per scontato il consenso di tutti e sta obbligando gli utenti a opporsi uno per uno.

Non è così che si conquista la fiducia degli utenti. Ma probabilmente Meta conta più sull’indifferenza che sulla fiducia.

Fonti aggiuntive: Mashable, EuroNews.

Windows 11: Recall vuole registrare tutto quello che fai

Il 20 maggio scorso Microsoft ha presentato una nuova funzione di Windows 11, chiamata Recall, che è una sorta di super-cronologia delle attività svolte al computer. Prossimamente, Windows farà automaticamente e in continuazione degli screenshot, ossia delle istantanee di quello che c’è sullo schermo del vostro computer, e userà l’onnipresente intelligenza artificiale per analizzare localmente il testo e le immagini presenti in questi screenshot. La funzione è già disponibile oggi per chi usa le versioni di anteprima di Windows 11.

[NOTA: per il momento, Recall viene installato soltanto sui computer di tipo Copilot+ con processore ARM e processore neurale o NPU, che sono una decina di modelli di varie marche, ma secondo Total Recall Microsoft dichiara di voler fornire supporto anche per i computer con processori AMD e Intel]

Questo permetterà all’utente di tornare indietro nel tempo, con un semplice clic, e rivedere cosa stava facendo al computer in qualunque momento degli ultimi tre mesi circa. Le istantanee dello schermo verranno catalogate e riordinate per categoria e sarà possibile fare ricerche per parole chiave all’interno di questa cronologia.

Per esempio, se sfogliando Internet avete visto una foto di un oggetto o di un prodotto ma non vi ricordate dove e quando l’avete visto, potrete ritrovarlo semplicemente scrivendone il nome, anche se l’oggetto è stato mostrato solo in fotografia, senza testo descrittivo. Ci penserà infatti Recall a riconoscere e catalogare gli oggetti e le persone presenti nelle foto. Il CEO di Microsoft, Satya Nadella, descrive Recall come una specie di memoria fotografica per i computer.

[CLIP di Nadella, tratto da questo post Mastodon di Kevin Beaumont. Diversamente da quello che dico nei saluti di coda, la clip è la sua voce reale e non è generata da IA]

Se ascoltando questa descrizione di Recall vi è venuto da pensare “Aspetta un momento…”, non siete i soli. Numerosi esperti di sicurezza informatica stanno segnalando Recall come se fosse la madre di tutte le pessime idee e raccomandano di imparare come disattivarlo, visto che sarà attivo per impostazione predefinita.*

* 2024/06/07 18:55. Microsoft ha dichiarato che Recall sarà opt-in: durante la configurazione iniziale del computer verrà offerta la possibilità di impostare Recall, che sarà disattivato per default (The Verge).

A livello istintivo, l’idea che il computer registri, cataloghi e annoti in continuazione e minuziosamente tutto ma proprio tutto quello che facciamo e tutti i siti che visitiamo dà un pochino i brividi per ovvie ragioni. Ma anche dal punto di vista tecnico, Recall pone problemi molto seri.

Per esempio, se vi collegate alla vostra banca per fare delle transazioni, Recall catturerà e archivierà schermate che contengono i vostri dettagli contabili. Se aprite una mail confidenziale, verrà letta e copiata in archivio da Recall. Se fate una chat segreta usando Signal o un altro sistema di messaggistica, quella chat verrà letta e conservata da Recall. Se custodite e gestite dati altrui per lavoro, per esempio in campo medico, una copia di quei dati finirà nella memoria di Recall, impedendovi di garantire ai vostri clienti che i loro dati personali siano stati davvero cancellati dopo l’uso. 

Certo, questi dati vengono conservati localmente, sul vostro computer, e non vengono passati a Microsoft, ma se un attacco informatico colpisce il vostro computer, gli intrusi potranno andare a colpo sicuro rubando l’archivio di Recall, dove troveranno tutti i dati che interessano a loro, già comodamente catalogati e classificati, invece di dover perdere tempo a cercarseli. Fra l’altro, l’archivio non è cifrato adeguatamente ed è semplicemente un database leggibile con molta facilità.

Una password viene rivelata da Recall. Fonte: Marc-André Moreau su Twitter/X.

Per dirla con le parole dell’esperto di sicurezza informatica Kevin Beaumont, “In sostanza sta per essere integrato in Windows un keylogger, presentato come una funzione positiva”. Un keylogger è un’applicazione ostile che registra di nascosto qualunque cosa venga digitata sulla tastiera e cattura delle schermate e poi manda il tutto all’aggressore informatico. Con Recall, la registrazione la fa già direttamente Windows e agli intrusi non resta che scaricarla, via Internet o localmente.

Certo, Recall è disattivabile, ma quanti utenti sanno farlo? Il problema è che è appunto attivato per impostazione predefinita, per cui spetta all’utente scoprire prima di tutto che esiste questa funzione e poi scoprire anche come disattivarla [istruzioni in italiano su IlSoftware.it], cosa tutt’altro che semplice; e come per le nuove funzioni di Meta, anche qui la novità viene imposta e sta all’utente ingegnarsi a respingerla. Sembra proprio che le aziende facciano fatica a comprendere il concetto di proporre le loro novità anziché imporle.

Il garante per la protezione dei dati personali britannico ha già avviato un’indagine, e stanno già nascendo i primi strumenti di analisi dei database di Recall [c’è anche un TotalRecall, con chiara citazione del film omonimo]. La questione è in rapida evoluzione; se ci saranno novità, le segnalerò nelle prossime puntate. Nel frattempo, ricordatevi questo nome: Recall.

Fonti aggiuntive: Kevin Beaumont (uno, due), Euronews, Ars Technica, Charlie StrossDDay.it.

Podcast RSI – Quando un diritto diventa un reato: app di tracciamento del ciclo mestruale, rischio di persecuzione governativa

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify
e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: La scena del dazio dal film “Non ci resta che piangere” (1984)]

Questa scena, tratta dal film “Non ci resta che piangere” del 1984, è diventata simbolo di tante assurdità e cecità burocratiche. È un esempio decisamente ironico, e forse per raccontarvi la storia strana di informatica di questa settimana avrei dovuto citare qualche brano della serie TV distopica Il racconto dell’ancella, perché questa è la storia di un’app legata alla riproduzione umana ed è una storia che risponde perfettamente a una domanda che viene fatta spessissimo a chi si occupa di privacy e sicurezza digitale: “Ma che male c’è a dare qualche dato personale a un’app? Cosa vuoi che se ne facciano? Io non ho niente da nascondere”.

Siamo nel 2024, e negli Stati Uniti, non in un paese totalitario, le app di monitoraggio dell’ovulazione vengono usate per tracciare in massa la fertilità femminile, anche dai datori di lavoro, e per incriminare le donne che risultano sospette solo perché hanno un ciclo mestruale irregolare. Un dato che sembrava così innocuo è di colpo diventato potenziale indizio di reato.

Benvenuti alla puntata del 31 maggio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e vorrei avvisarvi che questa puntata tocca temi molto delicati riguardanti la riproduzione e la sessualità.

[SIGLA di apertura]

Benvenuti a Gilead

Questa storia comincia con una segnalazione su Reddit, ad aprile scorso, di un’app per il monitoraggio del ciclo mestruale di nome Ovia (App Store; Google Play), che ha iniziato da poco, dice la segnalazione, a chiedere in quale stato risiede l’utente, perché quest’informazione è necessaria per poter continuare a usare l’app.

Dato che la fisiologia umana fondamentale non varia in base ai confini di stato, viene spontaneo chiedersi come mai ci sia bisogno di specificare lo stato di residenza in quest’app. È una domanda che coinvolge le decine di milioni di persone che nel mondo usano app di questo genere, come BabyCenter, Clue, My Calendar o Flo, per tenere traccia del proprio ciclo o di quello dei familiari.

Nel 2019 l’app Ovia era stata criticata (Washington Post) perché condivideva i dati di salute dei suoi utenti con i loro datori di lavoro. Lo faceva, e lo fa tuttora, in forma aggregata e anonimizzata, certo, ma soprattutto in un’azienda piccola risalire alle identità precise delle persone alle quali si riferiscono i dati di salute è piuttosto banale, specialmente per situazioni molto palesi come una gravidanza, che è solo uno dei dati raccolti da quest’app.

I datori di lavoro possono infatti sapere quanti dipendenti hanno avuto gravidanze a rischio o parti prematuri e possono vedere le principali informazioni di natura medica cercate dalle utenti, i farmaci assunti, l’appetito sessuale, l’umore, i tentativi di concepimento, il tempo medio necessario per ottenere una gravidanza e i tipi di parto precedenti. Tutti dati immessi dalle persone, incoraggiate a farlo dai buoni spesa, circa un dollaro al giorno, offerti dall’app.

L’azienda che ha sviluppato l’app, Ovia Health, dice che tutto questo consente alle aziende di “minimizzare le spese sanitarie, scoprire problemi medici e pianificare meglio i mesi successivi” e aggiunge che la sua app “ha permesso alle donne di concepire dopo mesi di infertilità e ha anche salvato le vite di donne che altrimenti non si sarebbero rese conto di essere a rischio”.

Anche altre app dello stesso genere sono state criticate fortemente da Consumer Reports, una influentissima associazione statunitense di difesa dei consumatori, e da associazioni di attivisti tecnologici come la brasiliana Coding Rights, perché non tutelavano affatto la riservatezza delle persone, per esempio permettendo l’accesso ai dati sanitari altrui a chiunque conoscesse l’indirizzo di mail della persona presa di mira oppure passando direttamente i dati mestruali a Facebook.

Uno studio del 2019, pubblicato dal prestigioso British Medical Journal, ha rilevato che il 79% delle app relative alla salute disponibili nel Play Store di Google condivideva con terzi i dati sanitari degli utenti.

C’è un nome per questo sfruttamento commerciale dei dati sanitari delle donne: femtech. Alcune stime indicano che il mercato femtech, che “include le app di tracciamento mestruale, nutrizionale e di benessere sessuale”, potrebbe valere fino a 50 miliardi di dollari entro il 2025 (Washington Post).

Già così lo scenario era piuttosto orwelliano, ma il 2 maggio 2022 è successo qualcosa che ha trasformato una sorveglianza invadente in una trappola inquietante.

Da diritto a reato

In quella data, infatti, la stampa ha reso pubblica una bozza di parere della Corte suprema statunitense che indicava che il diritto costituzionale all’aborto, vigente in tutto il paese da quasi cinquant’anni, sarebbe stato eliminato, come è poi appunto avvenuto. Nel giro di pochi mesi, numerosi stati americani hanno vietato l’aborto quasi completamente, in qualunque circostanza, senza eccezioni per violenza sessuale o incesto e anche se la vita della donna è in pericolo (CNN).

In altre parole, un atto che per mezzo secolo era un diritto è diventato di colpo un reato. E altrettanto di colpo, i dati accumulati dalle app di tracciamento mestruale sono diventati potenziale indizio o prova di reato, come hanno fatto notare sui social network varie persone esperte di sicurezza informatica, come Eva Galperin, della Electronic Frontier Foundation o l’attivista e avvocato Elizabeth McLaughlin, che hanno consigliato esplicitamente di smettere di usare queste app e di cancellare tutti i dati.

Il rischio che quei dati vengano usati contro le utenti, infatti, è decisamente concreto. Anche prima di quel grande scossone del 2022, era già capitato che funzionari governativi statunitensi che sostenevano idee antiabortiste si procurassero dati provenienti da queste app. Nel 2019 l’ex direttore tecnico sanitario del governo del Missouri, Randall Williams, aveva fatto redigere uno spreadsheet che tracciava le mestruazioni delle donne che avevano visitato le sedi di Planned Parenthood, una organizzazione no-profit che fornisce assistenza alla procreazione pianificata (CNN). E lo stesso anno il direttore del programma di reinsediamento dei rifugiati, Scott Lloyd, attivista contro l’aborto, aveva dichiarato di aver tracciato i cicli mestruali delle giovanissime migranti nel tentativo di impedire che abortissero (Harper’s Bazaar).

È facile pensare che queste siano situazioni estreme che si verificano negli Stati Uniti e che non potrebbero mai capitare qui da noi grazie ai paletti imposti alle aziende dal GDPR e dalla Legge federale sulla protezione dei dati, ma secondo Lee Tien, consulente legale della Electronic Frontier Foundation, anche le aziende europee sono soggette alle procedure legali statunitensi grazie a vari trattati internazionali, e quindi è possibile che i dati personali di un’app di tracciamento sanitario europea possano essere comunque richiesti da un’azione legale che parte dagli Stati Uniti (KFF Health News).

Sono situazioni come questa che fanno dire agli esperti di sicurezza informatica, come Mikko Hyppönen, che argomentare che non c’è da preoccuparsi per queste raccolte di massa di dati personali, perché tanto siamo cittadini onesti e non abbiamo niente da nascondere, semplicemente “non ha senso”.

Non ha senso perché un dato, una volta rilasciato, è rilasciato per sempre, e non abbiamo idea se un dato che oggi non è problematico lo sarà invece in futuro. Un altro esempio in questo senso arriva sempre dagli Stati Uniti, ma in un campo che a prima vista sembra completamente differente: i sistemi di lettura automatica delle targhe dei veicoli.

Diffusissimi fra le forze di polizia e anche fra le aziende, questi sistemi memorizzano oltre un miliardo di passaggi di veicoli ogni mese. L’intento originale era usarli per tracciare i veicoli coinvolti in reati, cosa difficilmente criticabile, ma come fa notare la rivista Wired, questi sistemi possono anche tracciare i veicoli che attraversano un confine di stato, per esempio per portare una persona in uno stato in cui l’aborto è ancora legale. E dato che le targhe sono per definizione esposte al pubblico, non occorre un mandato per procurarsi i dati raccolti da questi lettori automatici (EFF; The Guardian).

Come dice Hyppönen, “possiamo forse fidarci dei nostri governi attuali… ma ci fidiamo ciecamente di qualunque possibile governo futuro, di un governo che potremmo avere fra cinquant’anni?”

[CLIP: citazione di Mikko Hyppönen, tratta da un TEDx Talk del 2011: “And while we might trust our governments right now […], do we blindly trust any future government, a government we might have 50 years from now?”]

Resistenza digitale

La segnalazione su Reddit dalla quale è partita questa storia è diventata virale ed è stata accompagnata da ulteriori avvisi di altri utenti, pubblicati direttamente nelle pagine di download dell’app di tracciamento mestruale in questione per mettere in guardia chi la scarica. Il consiglio ricorrente, in questi avvisi, è non solo di non usare questa app, ma di non usare nessuna app che raccolta dati legati alla sfera intima e di tornare ai vecchi sistemi cartacei: il calendario o l’agendina di una volta, insomma. La paura, infatti, è che una donna che ha un ciclo irregolare possa essere identificata erroneamente come una persona che ha abortito e venga quindi accusata di un reato che non ha commesso, con tutto quello che ne consegue.

Certo, oggi siamo tutti abituati a fare qualunque cosa tramite app, ma la comodità di avere tutto nello smartphone ha un prezzo, e quel prezzo può cambiare in qualunque momento, difficilmente a favore di noi utenti.

Nel frattempo, grazie alle segnalazioni di questo problema è nata una forma di resistenza informatica molto particolare: numerose persone di ogni orientamento stanno scaricando queste app, il cui uso è solitamente gratuito, e le stanno adoperando per tracciare qualunque evento ciclico tranne le mestruazioni. L’intento è riempire di dati fasulli e incomprensibili gli archivi delle aziende che gestiscono queste app, in modo da contaminare il loro database, fargli perdere valore commerciale e impedire agli algoritmi predittivi di funzionare correttamente.

Visto il numero elevatissimo di utenti, questo tipo di sabotaggio probabilmente non sarà molto efficace dal punto di vista pratico e diretto, ma aiuterà a far conoscere il problema e a far capire perché le leggi sulla privacy dei dati sembrano una scocciatura ma sono in realtà così importanti. Servono, in sostanza, a evitare che si passi dal non avere nulla da nascondere al non avere più nulla da nascondere.

Podcast RSI – ChatGPT ha copiato la voce di Scarlett Johansson? Il Grande Saccheggio dell’IA

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: voce di Scarlett Johansson da “Her”]

Questa è la voce dell’attrice Scarlett Johansson dal film del 2013 Her, o Lei nella versione italiana, nel quale interpreta un’intelligenza artificiale che dialoga a voce, usando toni molto umani e seducenti, con i suoi utenti tramite i loro smartphone. Praticamente quello che fa realmente oggi la versione più recente di ChatGPT.

E questa, invece, è una delle voci inglesi di ChatGPT:


[CLIP: voce di Sky da ChatGPT]

Se notate una forte somiglianza, non siete i soli. Questa voce è così simile a quella di Scarlett Johansson che l’attrice ha dichiarato di essere “scioccata, arrabbiata e incredula”, perché “la voce era così simile alla mia che i miei amici più stretti e le redazioni dei giornali non sapevano percepire la differenza” (X/La Regione), e così ora ha incaricato dei legali di investigare sulla vicenda, mentre OpenAI, la società che gestisce ChatGPT, ha rimosso la voce contestata.

Questa è la storia di come l’idea futuribile di un film romantico e visionario è diventata realtà in poco più di un decennio, ma è anche la storia di come le aziende che producono intelligenze artificiali si stanno arricchendo immensamente agendo in zone grigie legali e attingendo al lavoro e alle immagini altrui senza dare alcun compenso, in un grande saccheggio che va accettato, dicono queste aziende, in nome del progresso. E i saccheggiati siamo tutti noi, non solo le celebrità.

Benvenuti alla puntata del 24 maggio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Lei e OpenAI, storia di un corteggiamento (professionale)

Questa storia inizia a settembre 2023, quando Sam Altman, CEO di OpenAI, l’azienda di intelligenza artificiale conosciutissima per il suo ChatGPT, ha chiesto all’attrice Scarlett Johansson se era interessata a prestare la sua voce, dietro compenso, alla versione 4.0 di ChatGPT. Johansson ha rifiutato l’offerta, ha detto, “dopo aver riflettuto molto e per ragioni personali”.

Due giorni prima della presentazione al pubblico di ChatGPT 4.0, Altman ha contattato l’agente dell’attrice chiedendo di riprendere in considerazione l’offerta. Prima ancora che iniziasse qualunque trattativa, ChatGPT 4.0 è stato rilasciato con una serie di voci che permettono agli utenti di dialogare in modo molto naturale con questo software semplicemente conversando.

Una di queste voci, denominata Sky, colpisce particolarmente sia per i suoi toni estremamente naturali, spiritosi e vivaci, al limite del flirt continuo con l’utente, sia per il fatto che somiglia davvero parecchio alla voce di Scarlett Johansson.

Se avete visto il film Lei in italiano, avrete apprezzato la voce e il talento della doppiatrice Micaela Ramazzotti…

[CLIP: voce di Micaela Ramazzotti che interpreta Samantha in Lei]

ma vi sarete persi quella altrettanto memorabile di Johansson e quindi la somiglianza con la voce di ChatGPT non sarà così immediatamente evidente. Però indubbiamente la voce di Sky è molto, molto vicina a quella dell’attrice statunitense. E Altman non ha fatto mistero del fatto che il film Lei è una delle sue ispirazioni centrali, dichiarando pubblicamente che lo considera “incredibilmente profetico” e che ha azzeccato in pieno la rappresentazione del modo in cui oggi le persone interagiscono con le intelligenze artificiali.

Inoltre il 13 maggio scorso, poco dopo la presentazione al pubblico della voce di ChatGPT che ricorda così tanto quella di Johansson, Altman ha pubblicato un tweet contenente una sola parola: her. Il titolo originale del film.

L’attrice ha dato incarico a dei legali, che hanno chiesto formalmente a OpenAI di fornire i dettagli esatti di come hanno creato la voce denominata Sky. L’azienda ha risposto che la voce non è stata generata partendo da quella di Scarlett Johansson, ma appartiene a un’attrice assunta tempo addietro dall’azienda. Il Washington Post ha contattato l’agente di questa attrice, sotto anonimato per ragioni di sicurezza personale, e ha visionato documenti e ascoltato i provini registrati dall’attrice, e risulta che la sua voce calda e coinvolgente è identica a quella di Sky.

OpenAI ha anche pubblicato una cronologia dettagliata degli eventi, dicendo che a maggio 2023 aveva selezionato cinque voci di attori e attrici e successivamente aveva contattato Johansson proponendole di diventare la sesta voce di ChatGPT accanto alle altre, compresa quella di Sky, ma Johansson aveva cordialmente respinto la proposta una settimana più tardi tramite il suo agente.

Le voci degli altri attori sono state integrate in ChatGPT il 25 settembre scorso, dice OpenAI, e sono passati circa otto mesi prima che OpenAI ricontattasse Johansson il 10 maggio scorso, proponendole di diventare una futura voce aggiuntiva di ChatGPT, in occasione del lancio della nuova versione del prodotto. Il 19 maggio, pochi giorni dopo le dichiarazioni di Johansson, l’azienda ha disattivato la voce di Sky, dice, “per rispetto verso le preoccupazioni [dell’attrice]”.

Sembra insomma che si tratti solo di un caso di tempismo poco felice e di incomprensione, ma resta un problema: quello che ha fatto OpenAI, ossia creare una voce che molti trovano estremamente somigliante a quella di Johansson e guadagnarci parecchi soldi, è lecito?

Imitare non è lecito se l’intento è ingannare

Secondo gli esperti interpellati da varie testate giornalistiche, come il Washington Post o The Information, scegliere per il proprio prodotto una voce che somiglia molto a quella di una celebrità, specificamente in questo caso di una celebrità nota per aver interpretato proprio il ruolo della voce di un prodotto analogo, in un film molto conosciuto, e giocare sul fatto che molti utenti paganti di ChatGPT penseranno che si tratti davvero della voce di Johansson, rischia di essere comunque illegale, anche se l’azienda non ha effettivamente clonato la voce dell’attrice ma ha assunto una persona differente però somigliante.

Ci sono dei precedenti piuttosto importanti in questo senso, che risalgono a molto prima del boom dell’intelligenza artificiale. Quando non esisteva ancora la possibilità di usare campioni di registrazioni della voce di una persona per generarne una replica digitale si usavano gli imitatori in carne e ossa.

Per esempio, nel 1986 uno spot televisivo della Ford usò una imitatrice al posto della cantante Bette Midler come voce per un brano, Do You Wanna Dance di Bobby Freeman, che Midler aveva cantato. Midler era stata contattata per chiederle se fosse disposta a cantare nello spot, e lei aveva rifiutato. È così l’agenzia pubblicitaria incaricata dalla Ford, la Young & Rubicam, fece cantare la canzone a una corista di Bette Midler, Ula Hedwig.

Il parallelo con la vicenda di Scarlett Johansson e OpenAI è evidente, ma c’è una differenza importante: nel caso di Bette Midler, l’agenzia diede alla corista l’istruzione specifica di imitare la cantante. Midler fece causa, e vinse, ricevendo 400.000 dollari di risarcimento.

Anche il cantante Tom Waits si è trovato al centro di un caso di imitazione a scopo pubblicitario. Nel 1990 la ditta Frito-Lay usò un imitatore per inserire in un suo spot, dedicato alle patatine di mais, una voce che somigliasse a quella di Waits. L‘azienda fu condannata a pagare due milioni e mezzo di dollari.

Anche il chitarrista Carlos Santana, nel 1991, fece causa a un’azienda, la Miller Beer, per aver assunto un imitatore: non della sua voce, ma del suo stile di suonare la chitarra, in modo da poter usare il suo celeberrimo brano Black Magic Woman in uno spot televisivo. La disputa fu risolta in via stragiudiziale.

In sostanza, stando agli esperti, non importa se OpenAI ha assunto un sosia vocale di Scarlett Johansson o se ha proprio clonato la sua voce usando l’intelligenza artificiale: quello che conta è che ci fosse o meno l’intenzione di assomigliare alla voce di Johansson. Per il momento ci sono notevoli indizi indiretti di questa intenzione, ma manca una prova schiacciante: una richiesta esplicita di imitare la celebre attrice. Che fra l’altro per ora non ha avviato formalmente una causa.

Ma comunque vadano le cose nella disputa fra OpenAI e Scarlett Johansson, il problema dello sfruttamento gratuito dell’immagine, della voce o delle creazioni altrui da parte delle aziende di intelligenza artificiale rimane e tocca non solo gli attori e gli autori, ma ciascuno di noi.

Il Grande Saccheggio

Le intelligenze artificiali, infatti, hanno bisogno di enormi quantità di dati sui quali addestrarsi. Se devono riconoscere immagini, devono addestrarsi usando milioni di fotografie; se devono elaborare testi o generare risposte testuali, devono leggere miliardi di pagine; se devono generare musica, hanno bisogno di acquisire milioni di brani. Ma molte di queste immagini, di questi testi e di questi brani sono protetti dal diritto d’autore, appartengono a qualcuno. Se un’azienda usa contenuti di terzi senza autorizzazione per guadagnare soldi, sta commettendo un abuso.

La fame di contenuti delle intelligenze artificiali sembra inesauribile e incontenibile, e le aziende non sembrano curarsi troppo del fatto che i loro software saccheggino le dispense intellettuali altrui.

Gli esperti, infatti, hanno trovato il modo di rivelare che quasi tutti i principali software di intelligenza artificiale contengono i testi integrali di libri, riviste e quotidiani. A dicembre scorso il New York Times ha avviato una causa contro OpenAI e Microsoft per violazione del diritto d’autore, dato che ChatGPT e Bing Chat hanno dimostrato di essere capaci di produrre contenuti praticamente identici a milioni di articoli del Times, sfruttando la fatica cumulativa dei giornalisti della testata senza permesso e senza compenso.

Anche gli scrittori George RR Martin (celebre per il Trono di spade) e John Grisham, insieme a molte altre firme celebri, hanno avviato una lite con OpenAI, perché è emerso che ChatGPT ha incamerato e usato i testi integrali dei loro libri per migliorare le proprie capacità. Accusano OpenAI testualmente di “furto sistematico di massa”.

E non è solo un problema degli autori. Nella loro fame irrefrenabile, le intelligenze artificiali ingeriscono qualunque testo e cercano sempre contenuti nuovi, e le aziende non si fanno scrupoli a fornirglieli da qualunque fonte. Per esempio, Slack, una popolarissima piattaforma di chat e collaborazione aziendale, ha annunciato che usa le conversazioni degli utenti per addestrare la propria intelligenza artificiale, senza chiedere il loro consenso preventivo. Grok, l’intelligenza artificiale di X o Twitter, legge tutti i post pubblici degli utenti. Meta ha dato in pasto alla propria intelligenza artificiale un miliardo di post su Instagram, Google fa leggere alla propria intelligenza artificiale le mail degli utenti di Gmail, e Microsoft usa le chat con Bing per addestrare il proprio software. Nel campo delle immagini, Midjourney e OpenAI sono in grado di ricreare scene di film e videogiochi, dimostrando così di essere stati addestrati usando questi contenuti sotto copyright. Così fan tutti, insomma.

Ma nessuno di noi, quando ha aperto la propria casella Gmail o il proprio profilo Instagram, tempo fa, aveva immaginato un futuro nel quale le sue conversazioni, le sue foto, i suoi video sarebbero stati usati in massa per addestrare software che, se pungolati correttamente, rigurgitano brani interi di queste conversazioni.

E le aziende del settore dicono spavaldamente che tutto questo non solo va bene e che non c’è da preoccuparsi: dichiarano che è addirittura necessario, perché secondo loro è “impossibile” addestrare le grandi intelligenze artificiali senza attingere a opere vincolate dal diritto d’autore. Lo ha dichiarato specificamente OpenAI in una comunicazione formale alla Camera dei Lord britannica a dicembre scorso.

Ma c’è anche chi traduce quella comunicazione formale in parole molto più concise e taglienti, come l’esperto di intelligenza artificiale e professore emerito alla New York University Gary Marcus, che riassume la questione così: “Non possiamo diventare favolosamente ricchi se non ci permettete di rubare, quindi fate in modo che rubare non sia reato, e non fateci neanche pagare diritti di licenza! Certo, Netflix paga miliardi l’anno in diritti, ma noi non dovremmo essere tenuti a farlo!”

OpenAI vale attualmente circa 80 miliardi di dollari e ha triplicato il proprio valore in meno di dieci mesi.

Podcast RSI – Svizzera, rapporto federale: raddoppiano gli incidenti informatici. Come rimediare (seconda parte)

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Ultimo aggiornamento: 2024/05/17 9:05.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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[CLIP: audio tratto da “Mr. Robot”: “Che stai facendo di preciso?” “Sto hackerando l’FBI”]

Hackerare l’FBI può sembrare il desiderio proibito di ogni criminale informatico, ed è sicuramente una frase ad effetto che colpisce, come dimostra bene questo spezzone tratto dalla serie televisiva Mr. Robot, ma in realtà al criminale medio conviene dedicarsi a bersagli meno ambiziosi ma più remunerativi: alberghi, piccole aziende, e anche ospedali.

Questo è lo scenario che emerge dalla lettura del nuovo rapporto semestrale dell’Ufficio federale della cibersicurezza svizzero o UFCS, che è scaricabile anche in italiano, illustra le tecniche di attacco più diffuse sul territorio nazionale e propone soluzioni di difesa, per fare prevenzione, e di supporto, per i casi in cui la difesa non basta.

Benvenuti alla puntata del 17 maggio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica.

Io sono Paolo Attivissimo, e nella puntata precedente ho raccontato le statistiche salienti e le principali tecniche di attacco informatico citate in questo rapporto semestrale. In questa puntata provo invece a raccontarvi i rimedi proposti dal rapporto, che ciascuno di noi può adottare per migliorare la propria sicurezza informatica.

[SIGLA di apertura]

Svizzera, colabrodo digitale?

Sul piano della cibersicurezza, in Svizzera si riscontrano attualmente le seguenti sfide principali:

  • elevata vulnerabilità dell’economia, delle autorità, degli istituti di formazione e della popolazione nel ciberspazio;
  • insufficiente capacità di reazione in caso di ciberincidenti e crisi di rilevanza sistemica;
  • scarsa maturità dei prodotti e dei servizi digitali in termini di cibersicurezza e assenza di meccanismi di controllo della qualità;
  • comprensione non abbastanza avanzata della problematica della cibersicurezza da parte degli ambienti economici, in seno alla società e a livello politico;
  • mancanza di trasparenza e insufficienza di dati per una corretta valutazione delle dichiarazioni in materia di cibersicurezza e per la definizione di corrispondenti misure politiche ed economiche;
  • scarsa protezione degli attori non contemplati tra le infrastrutture critiche;
  • zone grigie giuridiche e coordinamento lacunoso degli strumenti per la cibersicurezza tra autorità e operatori privati.”

Parole di fuoco, e mi affretto a chiarire che non sono parole mie: sono tratte testualmente dalla pagina iniziale della Strategia dell’Ufficio federale della cibersicurezza UFCS, un documento scaricabile dal sito dell’amministrazione federale e pubblicato il 6 maggio scorso. 

 

Lo stesso documento riporta inoltre dei numeri davvero notevoli:

Negli ultimi anni il numero di segnalazioni di ciberincidenti che hanno provocato danni è aumentato di circa il 30 per cento l’anno. Il numero di segnalazioni provenienti da infrastrutture non critiche è quasi triplicato negli ultimi dodici mesi. Nel 2023 l’UFCS ha elaborato 187000 segnalazioni di phishing e ha identificato e chiuso in Svizzera 8223 siti web utilizzati per operazioni di phishing. Nel quadro di diverse centinaia di segnalazioni, l’UFCS ha individuato la presenza di malware presso infrastrutture critiche, provvedendo alla loro eliminazione in collaborazione con le aziende colpite. In media ogni 40 ore l’UFCS riceve una segnalazione concernente un’infezione da malware e una relativa richiesta di supporto per la gestione dell’incidente.

Il resto del documento ha un tono più positivo, con una sorta di chiamata alle armi basata su quattro pilastri, ossia:

  • rendere comprensibili le minacce informatiche

  • mettere a disposizione strumenti di prevenzione degli attacchi informatici

  • ridurre i danni di questi attacchi

  • e aumentare la sicurezza dei prodotti e dei servizi digitali.


La sicurezza informatica viene descritta dal documento come “un compito congiunto della politica, dell’economia, delle scuole universitarie e della società”, con buona pace di chi ancora pensa che sia un compito che riguarda solo i tecnici e gli smanettoni.

Questa nuova visione si rispecchia anche, e molto concretamente, in questa nuova veste di ufficio federale presso il Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport; l’UFCS dal primo gennaio 2024 subentra al Centro nazionale per la cibersicurezza, che faceva parte del Dipartimento federale delle finanze, e diventa il “centro di competenza della Confederazione per le ciberminacce”.

Quelle parole pesanti iniziali, che sembrano dipingere la Svizzera come un colabrodo digitale, vengono però mitigate nel rapporto semestrale più recente da Florian Schütz, direttore dell’Ufficio federale della cibersicurezza, che sottolinea che [i]n un confronto internazionale, la Svizzera si colloca a metà classifica”. C’è insomma chi sta molto peggio, ma anche chi sta molto meglio.

Vediamo cosa si può fare concretamente per salire in questa classifica, partendo da un caso molto concreto: le truffe alberghiere legate a Booking.com.

L’UFCS spiega la tecnica di attacco delle false mail di Booking.com

Nella seconda metà del 2023 molte persone sono state colpite da una particolare truffa riguardante le prenotazioni di alberghi, nella quale il messaggio dei truffatori arrivava davvero da Booking.com, tanto che era disponibile anche nell’app e nel sito web di questo noto intermediario online, ed era stato realmente spedito dall’albergo dove era stata fatta la prenotazione.

Il messaggio avvisava che la prenotazione fatta dalla vittima rischiava di essere annullata perché la carta di credito del cliente non era stata verificata con successo. Per tentare una nuova verifica si doveva cliccare su un link cortesemente fornito, ed era qui che scattava la truffa: il link portava a un sito il cui nome somigliava a quello di Booking.com e che chiedeva di immettere i dettagli della carta di credito. Se la vittima non se ne accorgeva, forniva i dati della sua carta ai malviventi. Ne avevo parlato nel podcast del 17 novembre 2023.

Il rapporto dell’UFCS getta finalmente luce sulla tecnica usata dai criminali per mettere a segno il loro attacco: riuscivano a farsi dare le credenziali d’accesso dell’account Booking.com dell’albergo usando vari metodi di persuasione per “indurre il personale dell’albergo a cliccare su un link e installare un programma nocivo”.

Per esempio, dice il rapporto, si faceva credere che un ospite fosse stato ricattato con immagini pornografiche che si presumeva fossero state scattate nella camera dove soggiornava. Il mittente concedeva due giorni all’hotel per chiarire la questione e scoprire il colpevole, altrimenti sarebbe stato ritenuto complice. Quale prova dell’accaduto, l’intera documentazione del caso sarebbe stata archiviata, secondo i criminali, in un file scaricabile tramite un link indicato nell’e-mail. Cliccando sul link, però, veniva scaricato un malware che registrava tutti i dati d’accesso disponibili e li trasmetteva ai truffatori, permettendo a loro di visualizzare le prenotazioni attuali dell’albergo effettuate tramite le varie piattaforme online come Booking.com.

È incredibile, e piuttosto imbarazzante, che ancora adesso ci siano sistemi informatici che possono essere infettati semplicemente cliccando su un link e che ci siano persone che sul posto di lavoro aprono gli allegati eseguibili ricevuti, senza il minimo controllo di sicurezza. E infatti il rapporto dell’UFCS raccomanda, soprattutto agli alberghi, che “si trovano a dover aprire molti documenti trasmessi dagli ospiti”, di non dimenticare mai che“I file eseguibili non devono […] essere aperti per nessuna ragione” e raccomanda anche di “pensare a una strategia che permetta di tenere i computer destinati alla comunicazione con gli ospiti separati dal resto della rete”: la cosiddetta segmentazione della rete. Semplici comportamenti preventivi, che non sono certo una novità ma che continuano a non essere adottati.

Eppure le risorse informative per tenersi aggiornati sulle minacce informatiche e sulle procedure ottimali per ridurle o eliminarle non mancano.

Risorse e tecniche per contrastare il crimine informatico

Il rapporto semestrale dell’Ufficio federale della cibersicurezza elenca moltissimi siti che offrono informazioni chiare e dettagliate, senza gergo tecnico, per migliorare la sicurezza informatica di tutti. Siti come Cybercrimepolice.ch, Ebanking – ma sicuro, il sito della Prevenzione Svizzera della Criminalità, iBarry.ch, S-u-p-e-r.ch e altri ancora, di cui trovate tutti i link presso Disinformatico.info.

L’UFCS tocca inoltre un altro tasto dolente della sicurezza informatica: quando un sito viene attaccato o è in pericolo, spessissimo è molto difficile trovare le informazioni di contatto del suo responsabile della sicurezza per avvisarlo della situazione, e questo fa perdere tempo prezioso a chi vorrebbe appunto avvisare del rischio informatico. A volte queste informazioni di contatto non sono nemmeno pubblicate.

L’Ufficio federale della cibersicurezza propone una soluzione semplice e standardizzata a questo problema, che si chiama Security.txt. In sostanza, i gestori dei siti sono invitati a creare un documento di testo contenente le informazioni di contatto per le questioni di sicurezza e a renderlo pubblicamente consultabile. Tutto qui. Questo documento ha un nome standard, cioè appunto security.txt, ed è messo a disposizione in una cartella altrettanto standard del sito, vale a dire .well-known.

In questo modo chi deve lanciare un allarme su un qualsiasi sito colpito da un attacco o a rischio di attacco può andare a colpo sicuro e può raggiungere direttamente il responsabile della sicurezza informatica di qualunque sito, senza perdere tempo in ricerche e soprattutto senza disperarsi a cercare di spiegare al centralinista o a varie altre persone non addette ai lavori i dettagli tecnici di un attacco informatico prima di riuscire finalmente a parlare con la persona giusta.

Secondo quanto rilevato dall’UFCS”, a oggi “in Svizzera applicano questo standard già alcune migliaia di siti ma, considerato che i siti attivi sono milioni” c’è “ancora margine di miglioramento. L’UFCS invita le imprese, le organizzazioni e le amministrazioni presenti sul territorio nazionale ad applicare questo standard di sicurezza”, notando che questo standard è in corso di adozione anche presso l’amministrazione federale: se volete vedere un esempio pratico di questo modo di indicare rapidamente le coordinate di contatto, potete visitare www.admin.ch/.well-known/security.txt. L’UFCS ha anche predisposto una guida apposita sulla comunicazione delle vulnerabilità per le organizzazioni e le imprese.

Dal documento di strategia emerge anche un altro aspetto importante di questo Ufficio federale: non si limita a fornire istruzioni e chiedere che gli utenti facciano i loro compiti, ma (cito) “assiste le vittime nella gestione degli eventi fornendo loro consulenza tecnica nonché assistenza sul piano organizzativo. A seconda del potenziale di danno, le prestazioni di supporto spaziano dalla semplice consulenza fino alla gestione integrale della crisi informatica (protezione tecnica e ripristino compresi)”. Naturalmente “le prestazioni dell’UFCS sono fornite ai privati in via sussidiaria”, per cui chi ha le risorse per gestire in proprio la sicurezza è tenuto a farlo, ma le tante piccole imprese che fanno perennemente fatica a stare al passo con le novità di sicurezza informatica possono avere un supporto concreto e coordinato.

L’importante, come sempre, è il primo passo: capire che la sicurezza informatica non è un gioco e non è il problema di qualcun altro, ma ci tocca tutti.