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Podcast RSI – Twitter, la cronaca del caos e i trucchi da sapere per difendersi

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Ultimo aggiornamento: 2026/07/18.

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Podcast RSI – Story: Il cielo è pieno di scheletri di robot. La storia degli automi di von Neumann

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Ultimo aggiornamento: 2026/07/18.

È disponibile subito il podcast di oggi (11 novembre 202) de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

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Credit immagine del listato: Rainmaker1973.

[CLIP: Rumore ambientale di sala computer d’epoca]

Siamo nel 1971. A Cambridge, nel Massachusetts, presso la società di ricerca e sviluppo Bolt Beranek e Newman Inc., che lavora per l’esercito statunitense, c’è un giovane programmatore, Robert Thomas, che tutti chiamano Bob. Bob ha appena scritto un programma sperimentale, che verrà battezzato Creeper, che è capace di trasferirsi da un computer a un altro attraverso ARPANET, uno dei precursori di Internet; per l’epoca è un risultato eccezionale.

Creeper diventa il primo worm informatico, ossia il primo programma capace di diffondersi e autoreplicarsi nei sistemi informatici che riesce a raggiungere. Un collega di Bob, Ray Tomlinson, quello che inventerà l’uso della chiocciolina negli indirizzi di mail, modifica Creeper in modo che invece di trasferirsi crei una copia di se stesso e quindi si moltiplichi. In questo modo nasce il primo software autoreplicante, ossia capace di prendere le risorse dell’ambiente per creare un proprio duplicato.

Che cosa succederebbe se questa capacità si applicasse alle macchine? Se per esempio si inventasse un robot, come quello proposto di recente da Elon Musk, e lo si rendesse capace di costruire copie di se stesso? Non è pericoloso?

Questa è la storia degli automi autoreplicanti, di come un uomo li concepì addirittura negli anni Quaranta del secolo scorso, e di come quegli automi potrebbero contenere la risposta alle domande sull’esistenza di vita intelligente extraterrestre.

Benvenuti alla puntata dell’11 novembre 2022 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Scopriremo insieme perché il cielo potrebbe essere pieno di scheletri di robot. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

John von Neumann è stato uno dei fondatori dell’informatica moderna. Matematico, fisico, informatico, collaboratore del progetto Manhattan per la realizzazione della bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale, sviluppatore della dottrina della distruzione reciproca garantita che ha impedito per oltre settant’anni l’uso militare di armi nucleari, Neumann ha contribuito allo sviluppo di moltissimi settori della scienza; troppi per citarli tutti qui.

Fra il 1948 e il 1949, in una serie di conferenze alla University of Illinois, John von Neumann propose il concetto di automa autoreplicante, ossia di una macchina capace di creare una copia perfetta di se stessa usando soltanto le materie prime disponibili nel suo ambiente e una serie di istruzioni.

È quello che fa, in sostanza, ogni essere vivente. Farlo fare a una macchina era solo un’idea, un esperimento di fantasia abbastanza grossolano (almeno per gli standard scientifici di una mente come quella di von Neumann), per capire se una cosa del genere era almeno concettualmente possibile, perché all’epoca mancavano le risorse tecniche per realizzare un robot del genere nel mondo reale.

Ma in campo informatico, dove le cose erano più astratte e semplici, cominciava a essere fattibile una ricerca più approfondita. Così von Neumann formalizzò la sua idea insieme al collega Stanislaw Ulam (un altro personaggio che meriterebbe una storia a parte tutta sua). Propose così gli automi cellulari, ossia dei mondi virtuali ipersemplificati, composti da una griglia di celle e simulabili con un calcolatore, nei quali le celle potevano essere “vive” o “morte” e reagivano in base a regole elementari. Per esempio, se una cella aveva meno di due celle vive adiacenti, moriva, mentre una cella morta con tre celle vive adiacenti diventava viva. Se avete mai giocato a Life, un gioco per computer nato negli anni Settanta ad opera di John Conway e tuttora giocabile online, per esempio presso Playgameoflife.com, avete interagito con un automa cellulare.

La cosa sorprendente di questi automi informatici è che da regole semplicissime emergono comportamenti e strutture di complessità straordinaria. Lo si vede anche in biologia, per esempio nei rapporti fra le cellule, ed è possibile usare questi automi semplici per simulare strutture neurologiche capaci di riconoscimento e apprendimento. L’attuale boom dell’intelligenza artificiale si basa anche su questa ricerca di ormai settant’anni fa, grazie alla quale emerge anche l’ipotesi che i comportamenti complessi che osserviamo in natura siano in realtà la conseguenza di un insieme di regole estremamente semplici ma applicate in massa e per molto tempo.

Se così fosse, qualunque comportamento sofisticato, dalla traduzione al disegno artistico alla composizione di una sinfonia, sarebbe riducibile a poche, semplici istruzioni ripetute tante volte e su vasta scala. I successi di software di generazione di immagini basati su reti neurali, come DALL-E, Stable Diffusion e MidJourney, di cui vi ho già raccontato in questo podcast e la cui versione più recente ha raggiunto ormai livelli di qualità inquietanti, sembrano dimostrare questo principio.

Ma che cosa succede se si prende quel concetto di automa autoreplicante e lo si applica non al software ma al mondo reale? È qui che entrano in gioco nientemeno che gli extraterrestri.


I robot capaci di fabbricare altri robot uguali partendo dalle materie prime presenti nell’ambiente sono il sogno e anche l’incubo di qualsiasi imprenditore del settore.

[CLIP Musk presenta una versione preliminare di Tesla Bot]

Per esempio, nel 2021 Elon Musk ha annunciato Optimus, o Tesla Bot, un robot umanoide generalista che a suo dire sarà disponibile sul mercato entro il 2023, sarà gestito da un sistema di intelligenza artificiale e sarà in futuro in grado di fare “qualunque cosa che gli esseri umani non desiderino fare”, secondo la descrizione fatta da Musk. Per ora se ne sono visti soltanto alcuni prototipi parzialmente funzionanti, lontanissimi dall’autonomia e dalle capacità fantasticate da Elon Musk, ma ci sono molte altre aziende che da decenni lavorano alla realizzazione di robot generalisti. In tutto questo tempo i risultati sono stati scarsi, a differenza di quelli dei robot specializzati, che invece sono ormai una realtà consolidata nelle industrie.

C’è poco interesse concreto per un robot generalista per varie ragioni, una delle quali è il fatto che se un robot è in grado di fare qualunque cosa, allora è anche capace di costruire una copia di se stesso e quindi chi li dovesse mettere in vendita si troverebbe con il problema che i suoi primi esemplari venduti sarebbero anche gli ultimi, perché i compratori userebbero i propri robot per costruirne altri e saturare il mercato, a meno che vengano introdotti nel software di questi robot delle regole che vietino l’autoreplicazione. Regole che, come dimostra la storia dell’informatica, sarebbero comunque facilmente aggirabili.

Ma invece di pensare a un robot che porta i sacchetti della spesa si può pensare più in grande. Molto più in grande. Ed è qui che l’idea dell’automa autoreplicante assume un ruolo da capogiro.

Immaginate un robot autoreplicante che venisse mandato, per esempio, sulla Luna e fosse in grado di usare le materie prime locali per costruire un gran numero di copie di se stesso e dei macchinari necessari per costruire una base abitabile permanente. Con l’hardware e il software giusto, insomma, non sarebbe necessario spedire tutte le macchine e le strutture dalla Terra: basterebbe mandare una piccola squadra iniziale di robot che sfruttassero le risorse trovate sul posto.

Uno studio della NASA del 2004 [Toth-Fejel, Tihamer. Modeling Kinematic Cellular Automata: An Approach to Self-Replication] ha proposto proprio questo approccio per l’esplorazione spaziale e per creare miniere di materie prime negli asteroidi. Il costo iniziale è alto, ma una volta realizzato il lotto iniziale tutto il resto è sostanzialmente gratuito, e quando finisce la costruzione di un avamposto o di una miniera i robot possono essere riutilizzati per costruirne altri altrove.

Però questa è una visione ancora poco ambiziosa rispetto a quella delle cosiddette sonde spaziali di von Neumann.


Nel 1980 il nanotecnologo statunitense Robert Freitas studiò in dettaglio [A Self-Reproducing Interstellar Probe. J. Br. Interplanet. Soc. 33: 251–264; Comparison of reproducing and nonreproducing starprobe strategies for galactic exploration, JBIS 33, 402-406] l’idea di lanciare una singola, immensa astronave-automa, capace di raggiungere un altro sistema solare vicino e di usare le materie prime trovate all’arrivo per fabbricare altre astronavi che hanno lo stesso, semplice mandato: raggiungere la stella più vicina e sfruttarne i pianeti per costruire altre astronavi, e così via, con una crescita esponenziale del numero di veicoli spaziali in circolazione.

Applicando su scala cosmica i princìpi degli automi cellulari di von Neumann, Freitas arrivò a una conclusione sorprendente: anche senza usare sistemi di propulsione presi dalla fantascienza e restando quindi ben al di sotto della velocità della luce, e dando a ciascuna astronave cinquecento anni per raggiungere la propria destinazione e costruire una copia di se stessa, sarebbe possibile visitare ognuno degli oltre cento miliardi di sistemi solari della nostra galassia nel giro di alcuni milioni di anni. Regole semplici e crescita esponenziale applicata per lunghi periodi hanno effetti decisamente difficili da immaginare.

Probabilmente state pensando che alcuni milioni di anni sono un periodo di tempo un pochino lungo per qualunque ambizione colonialista o di costruzione di imperi galattici. È vero su scala umana. Ma bisogna considerare che l’universo ha circa 13,7 miliardi di anni. Questo significa che qualunque civiltà tecnologica extraterrestre che fosse arrivata, nel lontano passato, a un livello tecnico tale da permetterle di costruire questi automi autoreplicanti interstellari avrebbe avuto tempo assolutamente più che sufficiente per farli arrivare fin nei più remoti angoli della galassia, e per farlo anche più di una volta.

Va ricordato, fra l’altro, che non è necessario che quella civiltà duri milioni di anni: deve solo costruire la flotta iniziale, che poi andrà avanti da sola a riprodursi e a colonizzare lo spazio stella dopo stella, in un gioco di Life inimmaginabilmente vasto, anche dopo che la civiltà che l’ha avviato si sarà estinta.

In altre parole, l’universo è talmente antico che se ci sono state civiltà tecnologiche prima di noi, hanno avuto tempo in abbondanza per disseminare il cosmo di loro emissari robotici, molti dei quali saranno arrivati alla fine della loro vita operativa e giacciono abbandonati su mondi lontani, in attesa di essere trovati da futuri esploratori. Ed è per questo che partendo da semplici regole d’informatica dettate settant’anni fa possiamo dire che il cielo probabilmente è pieno di scheletri di robot.  

Immagini generate appositamente da Lexica.art. Prompt: “broken robot spaceships on a lonely planet” e “broken robot spaceships on a lonely planet ron cobb”.

Fonti aggiuntive: Cybereason, The Generalist Academy.

Podcast RSI – Twitter, Musk, bollini e fake news

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Ultimo aggiornamento: 2026/07/18.

È disponibile subito il podcast di oggi (4 novembre 2022) de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

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Buon ascolto, e se vi interessano i testi e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


Podcast RSI 2011/08/12 – I testi della puntata

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Il re dello spam si consegna all’FBI

Il quarantatreenne Sanford Wallace, di Las Vegas, noto come “Spam King”, si è consegnato alla polizia di San Jose in California. Non è la prima volta che la sua intensissima attività di spammer lo porta davanti alla giustizia, ma stavolta rischia grosso: fino a 40 anni di prigione e sanzioni per 2 milioni di dollari.

Per la sua impresa criminosa più recente è accusato di aver preso possesso di ben 500.000 account di utenti Facebook per inviare oltre 27 milioni di messaggi di spam attraverso il social network. In questo modo faceva sembrare che il messaggio provenisse da un amico della vittima, che quindi cliccava facilmente sul link proposto, che lo portava un sito per il quale Wallace riceveva pagamenti in cambio di visitatori.

Negli anni Novanta Wallace era arrivato a disseminare fino a 30 milioni di e-mail pubblicitari al giorno tramite la propria società, la Cyber Promotions.

Episodi come questo evidenziano il fatto che ciascuno di noi può contribuire alla pulizia della Rete tenendo d’occhio il proprio account ed evitando che venga rubato dagli spammer. Un’altra efficace linea di difesa contro gli spammer è, molto semplicemente, non cliccare sugli inviti che arrivano via mail o via Facebook, anche se sembrano provenire da persone che conosciamo, se si tratta di inviti che non coincidono con il genere di interessi e comportamenti del nostro conoscente.

Fonti: Daily Mail, Sophos.

Microsoft, ritorna il “ping della morte”, pronta la correzione

Il consueto aggiornamento mensile del software Microsoft contiene correzioni che consentono di chiudere tre falle di sicurezza classificate come “critiche” in Internet Explorer e Windows insieme ad altre di importanza minore, per un totale di 22 vulnerabilità risolte.

Il bollettino di sicurezza MS11-057, per esempio, descrive e risolve delle vulnerabilità di IE, comprese le versioni 8 e 9, che permettono a un aggressore di eseguire codice ostile da remoto se un utente visita un sito appositamente confezionato.

Va precisato che questa vulnerabilità non viene attualmente sfruttate da attacchi noti e quindi la correzione è da considerare come una misura preventiva: tuttavia, ora che l’esistenza della falla è stata annunciata, gli aggressori si adopereranno per creare trappole che la sfruttino e che possano catturare gli utenti che non hanno installato gli aggiornamenti di Microsoft. Aggiornarsi, quindi, è di importanza fondamentale.

Maggiori dettagli su tutte le falle corrette da Microsoft in quest’aggiornamento mensile sono su Technet e nel bollettino riassuntivo.

Per i nostalgici dei bei vecchi tempi di Internet, però, la star di questo lotto di aggiornamenti è il bollettino MS11-064, che risolve la vulnerabilità denominata CVE-2011-1871. Si tratta di un difetto, presente in Windows Vista, Windows Server 2008, Windows 7 e Windows Server 2008 R2 (ma non in Windows XP o Windows Server 2003), che richiama il cosiddetto “Ping della Morte” dei primi anni Novanta.

All’epoca, infatti, bastava inviare uno speciale comando “ping” (usato normalmente per verificare in modo innocuo se un computer era raggiungibile via Internet) per mandare in tilt i PC Windows, facendo comparire sui loro monitor il celebre “schermo blu della morte” e obbligandone il riavvio, con conseguente perdita di tutti i dati non salvati. La vulnerabilità oggi risolta deriva da fattori differenti riguarda il protocollo ICMP) ma è concettualmente simile, in termini di effetti, al “Ping della Morte” di allora. Anche in questo caso è quindi importante installare gli aggiornamenti.

Fonti: The Register, Computerworld, Sophos.

Antibufala: Facebook verrà distrutto da Anonymous il 5 novembre?

No, Anonymous non sta pianificando la distruzione di Facebook come hanno titolato alcune agenzie (ANSA) e alcuni siti di notizie (CNN) segnalando un inquietante annuncio video su Youtube. Nel video si dichiara, attraverso una voce sintetica, che Facebook verrà “ucciso” il 5 novembre prossimo.

Anche se Anonymous, per il fatto di non avere veri e propri leader e strutture di comando, non ha un portavoce ufficiale, varie fonti specialistiche che seguono gli annunci pubblici del gruppo amorfo di “hacktivisti” hanno segnalato che la presunta “Operazione Facebook” di cui Anonymous aveva discusso alcuni mesi fa è stata abbandonata e comunque non aveva l’intenzione di distruggere il sito, ma di mettere in luce le prassi controverse di Facebook in materia di privacy, secondo quanto spiegato da un membro di Anonymous che si fa chiamare Speakeasy, invitando a una chiusura di massa dei profili Facebook per il 5 novembre, seguita dall’attivazione di un social network alternativo più rispettoso della privacy.

A metà luglio, però, l’iniziativa è stata chiusa, il codice per il social network è stato passato a un altro gruppo, di nome Anonplus, e la faccenda è finità lì. Tuttavia tracce della discussione (in particolare un annuncio secondo il quale Facebook non avrebbe “mai dimenticato” il 5 novembre) sono state riscoperte di recente da alcuni curiosi e portate all’attenzione della stampa, e da lì è nata l’attuale notizia, accompagnata dal video di cui si ignora l’autore.

L’aspetto più paradossale della vicenda, oltre alla dimostrazione delle difficoltà e dei limiti di un’organizzazione strutturata (o, per meglio dire, non strutturata) come Anonymous, è che ora il defunto forum dedicato all’Operazione Facebook è riaperto e ripopolato grazie all’attenzione dei media. Solo che stavolta le proposte di intervento sono più aggressive e meno pacifiche di quelle presentate inizialmente. I responsabili della sicurezza di Facebook dichiarano di “prendere sul serio ognuna di queste minacce”.

Fonti: Gawker, CNBC, Sophos.

Facebook “ruba” i numeri dai telefonini?

Ondata di panico su Facebook: si sta spargendo la voce che Facebook copia e conserva tutti i numeri di telefono presenti nelle rubriche dei cellulari dei suoi utenti e li rende visibili a tutti i contatti di quegli utenti.

L’avviso in circolazione spesso contiene queste istruzioni: nella pagina Web di Facebook, entrare nel proprio account, cliccare su Account in alto a destra, cliccare su Modifica amici e infine cliccare su Contatti (sulla destra dello schermo): compariranno i numeri di telefonino degli amici.

A differenza di molti appelli circolanti su Facebook, questo è parzialmente autentico, ma va chiarito. Se usate Facebook sul vostro telefonino tramite una delle app per smartphone e avete dato all’app il consenso di sincronizzare con Facebook la vostra rubrica telefonica, troverete nella lista dei Contatti di Facebook tutti i nomi presenti nella vostra rubrica. In altre parole, i numeri di telefono immessi nella rubrica saranno davvero su Facebook, come dice l’appello, ma saranno visibili soltanto a voi, come spiega ufficialmente Facebook qui.

Può essere abbastanza sconcertante vedere tutti i numeri di telefonino di persone che non ve l’hanno affidato, ma la funzione è vecchia (risale a gennaio 2010), per cui il panico di questi giorni arriva un po’ tardi. Per disattivare questa funzione c’è una pagina apposita di Facebook, intitolata Rimuovi i contatti importati, che contiene tutte le istruzioni del caso. Ricordate di disattivare la sincronizzazione sull’app del telefonino, altrimenti vi ritroverete al punto di partenza.

Inoltre, se non volete condividere il vostro numero di telefono o telefonino attraverso Facebook, verificate le vostre impostazioni di privacy: andate su Account – Preferenze sulla privacy – Personalizza impostazioni; nella sezione Informazioni di contatto, controllate che il vostro numero sia visibile solo a voi. Anche se siete sicuri di averlo già impostato in questo modo, controllate lo stesso, perché ogni tanto gli aggiornamenti alle regole di Facebook cambiano queste impostazioni di privacy.

Fonti: Gawker, Sophos, Gizmodo.

Meteore di stanotte, spettacolo da… ascoltare

Il picco della pioggia di meteore denominate Perseidi è previsto per stanotte, anche se la Luna piena potrebbe renderne difficile la visione. Vedere queste meteore, tempo meteorologico permettendo, è sicuramente uno spettacolo affascinante, ma avreste mai detto che è possibile ascoltare una meteora?

Grazie a SpaceWeatherRadio si può, ed è un ottimo metodo per valutare la frequenza della pioggia (si prevede in media una meteora al minuto). Cliccando su Listen e scegliendo Live Meteor Radar Echoes ci si collega con una postazione che ascolta i segnali riflessi dalle meteore (e anche dai satelliti) quando vengono colpiti dalle emissioni radio dello Space Surveillance Radar dell’aviazione degli Stati Uniti, che scruta il cielo sopra il Texas ed è capace di rilevare oggetti grandi una decina di centimetri a 15.000 chilometri dalla Terra.

Alcuni esempi di registrazioni di suoni di meteore sono qui su Spaceweather.com e presso Nasa.gov. Chicca: la postazione d’ascolto è a Roswell, nel New Mexico, celebre per un presunto atterraggio di extraterrestri nel 1947.

Per osservare le Perseidi non servono telescopi o altro: basta aspettare che cali la notte, trovare un luogo poco illuminato dal quale scrutare il cielo e guardare in direzione della costellazione di Perseo, che è la zona dalla quale sembreranno provenire le scie delle meteore. Se non sapete orientarvi nelle costellazioni e avete uno smartphone, provate Google Sky Map per Android, Star Walk per iPhone o un altro buon programma di astronomia per computer, come Celestia (per Mac, Windows e Linux). In caso di maltempo, potete sempre consolarvi guardando le immagini offerte dalle Webcam sparse per il mondo e segnalate presso Nasa.gov.

Podcast RSI 2011/07/15 – I testi della puntata

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Google+, 10 milioni di iscritti in 3 settimane

Google+, il neonato social network del gigante della ricerca online, festeggia i suoi primi dieci milioni di iscritti, conquistati nel giro di tre settimane e ancora prima del debutto ufficiale, previsto per il 31 luglio. Google+ è ancora nella fase di test e accessibile solo dietro invito, ma questo non ha impedito la sua crescita esplosiva.

10 milioni sembrano tanti, ma sono briciole rispetto ai 700 milioni del rivale Facebook, e il boom iniziale è stimolato dalla curiosità e dalla voglia di provare la novità e poterla esibire. Un’altra motivazione ricorrente è il desiderio di dare un taglio al passato e ricominciare da capo senza gli “amici” (in realtà sconosciuti) e senza gli imbarazzi accumulati nel corso del tempo negli altri social network.

Ma Google+ ha una selva di nuove opzioni, funzioni e regole di privacy da imparare a governare, e il flusso di notifiche via mail può rivelarsi irritante (per fortuna è disattivabile). Come in ogni social network, c’è inoltre il problema di regalare a qualcuno la mappa completa delle proprie amicizie, stavolta ordinata addirittura per livelli.

Paradossalmente, proprio gli inventori di Facebook e Google+, servizi per i quali la privacy degli utenti è un optional da conquistare e una merce da vendere, sono riluttanti a concedere la propria privacy. Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha reso privato l’accesso al suo account Google+ in modo che gli utenti comuni non potessero sapere quanti seguaci aveva. Anche Larry Page e Sergey Brin, di Google, hanno fatto lo stesso. Quando i media specialistici se ne sono accorti, però, i tre hanno fatto dietrofront.

Fonti: Social Statistics, ZDNet, The Inquirer.

Stampanti tridimensionali anche al cioccolato

Sembra fantascienza ma non lo è: il video che sta spopolando su Internet, con quasi quattro milioni di visualizzazioni, e mostra una sorta di stampante che fabbrica una chiave inglese a rullino funzionante partendo da una scansione tridimensionale di una chiave inglese tradizionale, è reale.

La tecnologia delle stampanti 3D, quelle che producono oggetti solidi costruendoli per strati successivi di materiale, sta facendo passi da gigante. La stampante mostrata nel video è della Z Corporation statunitense, ma ci sono altre aziende, come la 3D Systems, i cui apparecchi propongono risultati altrettanto impressionanti. I dubbi sull’autenticità del video (alcuni utenti di Youtube avevano sospettato ritocchi) sono stati fugati dalla spiegazione di un portavoce della Z Corporation, che ha chiarito che alcuni passi del procedimento visto nel video sono stati riassunti e il ritocco del modello digitale fa parte del normale processo di creazione, come riassume il sito antibufala Snopes.com.

Questi dispositivi vengono utilizzati industrialmente per la creazione rapida di prototipi in moltissimi campi, ma c’è chi si spinge oltre e va verso applicazioni forse frivole ma sicuramente gustose: la stampante tridimensionale che usa come “inchiostro” il cioccolato. Liano Hao, dell’università britannica di Exeter, ne ha presentato il prototipo di recente. Il problema principale, a quanto pare, è ottenere del cioccolato che abbia un buon sapore ma sia “stampabile”.

Panico su Facebook: vasetti Nestlé con pezzi di vetro

Sta impazzando su Facebook un allarme riguardante i prodotti della Nestlé:

ATTENZIONE, AVVISO IMPORTANTE!!! Avviso importante per tutti i genitori, nestlè sta chiedendo a tutti di restituire tutti gli alimenti per bambini alle banane con scadenza 2012; possono contenere pezzi di vetro. Copia e incolla per tutte le madri e per la sicurezza dei bambini Codice a barre 761303308973, anche se non sei un genitore copia ed incolla sulla tua bacheca puoi salvare una vita.

La Nestlé ha pubblicato un comunicato stampa in italiano, francese, inglese e spagnolo che chiarisce che l’allerta è reale ma riguarda un solo prodotto Nestlé (P’tit Pot, non tutti; riguarda un lotto venduto unicamente in Francia; specifica un lotto ben preciso, L 10980295, il cui codice a barre è molto simile a quello indicato nell’appello: l’appello scrive 761303308973, Nestlé scrive 7613033089732 (con un “2” in più in coda); non riguarda tutti i prodotti con scadenza 2012, ma soltanto i P’tit Pot con scadenza ottobre 2012 del lotto L 10980295.

Il ritiro è dovuto al fatto che un solo consumatore in Francia ha trovato un singolo pezzo di vetro in un solo vasetto. Non è quindi il caso di inoltrare un allarme gonfiato oltre misura: è molto più saggio avere sempre attenzione con tutti gli alimenti invece di focalizzare le proprie paure su un singolo prodotto, magari col rischio di considerare sicuri gli altri e abbassare la guardia.

Lady Gaga, canale Youtube chiuso e riaperto

Nei giorni scorsi i fan di Lady Gaga hanno trovato misteriosamente disattivato il suo canale Youtube ufficiale (www.youtube.com/user/ladygagaofficial). Spariti tutti i video, le canzoni, i messaggi, le foto. Al posto di Lady Gaga c’era la dicitura “This account has been suspended due to multiple or severe violations of YouTube’s Copyright Policy”: “questo account è stato sospeso a causa di violazioni multiple o gravi delle Norme di Copyright di Youtube”. Poi nelle prime ore di stamattina è tornato tutto come prima. Cos’è successo?

Anche i grandi della musica finiscono nelle trappole del copyright pensato per tutelarli: a quanto risulta, infatti, il canale è stato sospeso dal 12 luglio a causa di un disaccordo fra Lady Gaga e una società giapponese, la Media Interactive Inc., nato in seguito all’apparizione di Lady Gaga nel programma SMAP X SMAP della TV giapponese.

Durante il programma la cantante ha presentato un medley di canzoni e il video dell’esibizione è stato pubblicato sul suo canale Youtube ufficiale, ma la Media Interactive non avrebbe approvato la pubblicazione e sarebbe titolare dei suoi diritti.

Il blackout di ieri mette in luce le difficoltà che incontrano anche gli addetti ai lavori nel districarsi nei meandri del copyright e la vulnerabilità degli attuali sistemi di gestione dei contenuti online. Lady Gaga è fra gli artisti più popolari della Rete: il suo Bad Romance è stato visto quasi 400 milioni di volte su Youtube e i suoi seguaci su Twitter sono oltre 11 milioni.

Fonti: BBC, TimeOut.jp.

Podcast RSI 2011/06/10 – I testi della puntata

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Astrologi prevedono terremoto e tsunami per oggi in Italia

La passione per le catastrofi e la loro previsione è davvero intensa in questo periodo: per fortuna si tratta di previsioni che falliscono sistematicamente ma comunque creano angoscia in molte persone.

Dopo i flop del terremoto a Roma profetizzato per l’11 maggio e mai avvenuto e della fine del mondo annunciata per il 21 maggio dal predicatore Harold Camping e poi rinviata al prossimo 21 ottobre, ora tocca agli astrologi di Astrotime.org, che hanno addirittura pubblicato una lettera indirizzata al Consiglio dei Ministri e al Presidente della Repubblica in Italia per avvisarli di “un maremoto” che dovrebbe investire proprio oggi le coste meridionali italiane “con grande pericolo per la popolazione” per via dello tsunami prodotto dal sisma sommerso.

La previsione è stata fatta da Antonio Alessi, di Astrotime.org, che indica anche un orario: le 20:10. L’annuncio si basa sul “peso enorme della configurazione astro-sismologica” scoperta dall’Alessi.

Staremo a vedere: intanto possiamo ingannare l’attesa con una compilation di profezie raccolte dall’Osservatorio Apocalittico. Ce ne sono per tutti i gusti, dalle tempeste solari alle armi che generano terremoti passando per i sensitivi passati e presenti. Il vero mistero, in effetti, non è prevedere quando arriverà la fine del mondo, ma capire perché ne siamo così tanto affascinati.

Paura del riconoscimento dei volti in Facebook? Ecco come fare

C’è molta polemica sull’ultima novità di Facebook: il “taggaggio” automatico dei volti nelle fotografie pubblicate sul social network. L’Unione Europea ha avviato addirittura un’indagine, tramite l’Article 29 Data Protection Working Party, per esaminare se questa nuova funzione violi le norme sulla privacy degli utenti europei.

Ma in cosa consiste questo nuovo “taggaggio”? Se siete utenti di Facebook e da qualche parte su questo social network viene pubblicata una fotografia che include il vostro volto, Facebook tenta di riconoscerlo automaticamente e propone ai vostri “amici” di Facebook di “taggarlo”, ossia di etichettarlo, con il vostro nome. Prima quest’etichettatura andava fatta manualmente: ora Facebook propone automaticamente un’identificazione e chiede agli “amici” di approvarla o rifiutarla, rendendo molto più facile il lavoro di “taggaggio”.

Naturalmente non a tutti è piaciuta l’idea di essere identificati automaticamente nelle fotografie pubblicate su Facebook, magari da parte di altre persone. È piaciuta ancora meno l’idea che questa nuova funzione sia stata attivata automaticamente senza chiedere il consenso preventivo degli utenti.

Per disabilitare la nuova funzione occorre procedere come segue: bisogna andare nelle impostazioni di privacy, scegliere Personalizza impostazioni, trovare Suggerisci agli amici le foto in cui ci sono io, cliccare su Modifica impostazioni e scegliere No.

Fonti: The Register, BusinessWeek, BBC, Sophos, Gizmodo, CNN.

Aggiornamenti Microsoft in arrivo, occhio a quelli falsi

Microsoft ha pubblicato il consueto bollettino di preavviso sugli aggiornamenti di sicurezza che verranno proposti agli utenti martedì prossimo (14 giugno): saranno sedici in tutto, con nove classificati come “critici” perché correggono falle che possono essere sfruttate da aggressori tramite la connessione di rete.

Due degli aggiornamenti critici riguardano Internet Explorer; altri toccano Silverlight, Office, Visual Studio e altri prodotti Microsoft di larga diffusione e interessano tutte le versioni di Windows.

Aggiornarsi è quindi altamente consigliabile a tutti gli utenti Windows, ma bisogna fare attenzione agli aggiornamenti fasulli. I malfattori della Rete, infatti, stanno creando una nuova generazione di siti-trappola, che somigliano in tutto e per tutto alle pagine di aggiornamento di Microsoft e ne usano la fedelmente la grafica ma in realtà portano l’utente a installare un falso antivirus che non promette nulla di buono.

Difendersi da questo genere di tranello è abbastanza semplice: non fidatevi degli avvisi di aggiornamento nelle pagine Web che compaiono sullo schermo all’improvviso mentre navigate. Gli aggiornamenti veri di Windows vengono comunicati da Windows in modo differente: attraverso un fumetto, che compare solitamente in basso a destra sullo schermo. Potete inoltre usare la funzione Windows Update (nel menu Start) per avviare volontariamente gli aggiornamenti.

Fonte: Sophos.

Podcast RSI 2011/03/25 – I testi della puntata

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iPad 2 al debutto, prestazioni e concorrenti

Sbarca nei negozi europei l’iPad 2, la nuova versione del tablet di Apple. Rispetto all’edizione precedente promette più velocità, aggiunge fotocamera e telecamera integrate, un giroscopio e un’uscita HDMI. L’iPad 2 è anche più sottile e leggero del suo predecessore.

I primi risultati di vendita sono notevoli: al suo debutto negli Stati Uniti ne sono stati venduti circa un milione di esemplari nel primo fine settimana. Più in generale, l’iPad è leader incontrastato del settore dei computer a tavoletta, con oltre il 93% del mercato.

Nel frattempo la concorrenza, che al debutto del primo iPad latitava, s’è svegliata e il mercato è pieno di offerte alternative allettanti. I principali candidati a contendere il primato dell’iPad sono il Galaxy Tab 10.1 di Samsung e lo Xoom di Motorola. Entrambi sono basati sul sistema operativo aperto Android 3.0 e non hanno quindi molti dei vincoli del sistema chiuso usato da Apple. A differenza dell’iPad, i dispositivi Android supportano Flash di Adobe, indispensabile per interagire con molti siti dalla grafica sofisticata. Lo Xoom vanta anche uno schermo con risoluzione superiore a quella dell’iPad e un barometro (ammesso che se ne senta il bisogno).

Cosa conviene comperare? Dipende. I prezzi sono abbastanza paragonabili. Apple offre una rosa sempificata di modelli e un uso molto naturale per chi è già abituato ai suoi telefonini; i tablet alternativi richiedono un apprendimento più lungo, a meno che siate già utenti di Android, ma dipendono molto meno da un vero computer, sono molto ben integrati con i servizi online, specialmente quelli di Google, e hanno quasi sempre memorie rimovibili, molto comode per caricare rapidamente musica, film e telefilm su queste tavolette.

Nonostante l’abbondanza di tecnologia di questi dispositivi, alla fine però la scelta può dipendere da una considerazione apparentemente banale: le dimensioni. Le misure dell’iPad possono rendere difficile portarlo con sé in borsetta o in uno zainetto, mentre altri tablet più compatti si fanno trasportare più agevolmente. Consiglio pratico: andate in negozio e provate a infilare nella borsa i vari modelli. Ma assicuratevi di farlo con il consenso del negoziante e di pagare prima di allontanarvi.

Fonti: The Inquirer, TUAW.

.XXX, nuovi domini a luci rosse

Dopo più di dieci anni di discussioni è stato finalmente approvato il dominio di primo livello .xxx, affine ai domini .com e .org che tutti conosciamo e destinato ai siti pornografici. L’approvazione da parte dell’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) non introduce subito questo dominio; resta ancora da siglare un ultimo accordo con l’ente promotore del dominio .xxx, l’ICM Registry. La firma finale è prevista per giugno 2011, per cui non correte ancora a digitare indirizzi .xxx.

La ICM ha dichiarato di aver ricevuto già oltre 200.000 prenotazioni per siti .xxx, sostenendo che l’introduzione di “un indirizzo Web chiaramente definito per l’intrattenimento per adulti, non accessibile ai minori e il più possibile libero da frodi o virus informatici” renderà i consumatori “più pronti a fare acquisti”.

La creazione di un dominio a luci rosse sarebbe finalizzata a facilitare il filtraggio dei contenuti ritenuti inadatti. Ma da parte degli addetti ai lavori, nel senso dei produttori di pornografia, si teme la ghettizzazione. Per contro, alcuni gruppi religiosi si sono opposti all’introduzione del dominio con la tripla X perché a loro dire legittimerebbe questo genere di materiale.

Procurarsi un dominio .xxx non è facile: bisogna dimostrare di far parte dell’industria dell’intrattenimento per adulti e ricevere l’approvazione della International Foundation for Online Responsibility (IFFOR). Non è chiaro come avvenga questa dimostrazione. Il paradosso è che nessuno degli operatori del settore sente il bisogno di questo nuovo dominio. Caso mai non ve ne foste accorti, la pornografia è già ben piazzata su Internet con i domini .com, e l’idea di dover spendere per registrare i propri nomi commerciali anche sul dominio .xxx non piace a nessuno. Immaginate inoltre cosa potrebbe succedere, per esempio, se qualcuno decidesse di registrare come dominio .xxx il nome e cognome di una persona.

L’unica azienda che manifesta entusiasmo per l’arrivo tanto sofferto dei domini .xxx è la ICM, che a 75 dollari a dominio dovrebbe aver già incassato venti milioni di dollari con le prevendite e prevede di raccogliere almeno 200 milioni l’anno. Per noi utenti, per ora, non cambia nulla, ed è prevedibile che non cambierà nulla neanche in futuro, visto che i siti pornografici continueranno a essere disponibili anche con i suffissi .com. Chi sperava di poter impostare semplicemente un filtro dicendo “blocca tutti i siti .xxx e mio figlio sarà al sicuro” resterà deluso.

L’unico vantaggio per gli utenti sarà che non potranno più dire di aver digitato per errore il nome di un sito Internet .xxx e di essersi imbattuti involontariamente in immagini invereconde.

Fonti: ZDNet, Wired, The Register, BBC.

Giornali online a pagamento: la beffa-flop del New York Times

Il New York Times, per anni consultabile gratuitamente via Internet, sta attivando una paywall: un accesso esclusivamente riservato agli abbonati paganti, con prezzi che variano dai 15 ai 35 dollari al mese. Ma gli utenti della Rete non hanno apprezzato molto la manovra e hanno attivato subito varie tecniche per aggirare le barriere a pagamento erette dal prestigioso quotidiano statunitense, con risultati imbarazzanti.

Infatti il sistema a pagamento è costato, secondo Bloomberg, circa 50 milioni di dollari, ma si scavalca con poche righe di Javascript che permettono di aggirare il limite di venti articoli gratuiti al mese. Superato questo limite, infatti, le notizie vengono coperte da un invito a sottoscrivere un abbonamento. Ma basta un clic con il pulsante destro sulla pagina che sta dietro l’invito e la scelta giusta dal menu che compare sullo schermo per rivelare il testo integrale dell’articolo.

Eludere le protezioni è talmente facile che un utente, il canadese David Hayes, ha addirittura scritto e distribuito NYTClean, un accessorio per tutti i principali browser moderni, che sblocca automaticamente il sito del giornale con quattro righe di Javascript. Gli articoli del NYT restano inoltre parzialmente accessibili se si passa attraverso un link di Google o Facebook.

La facilità con la quale si superano le protezioni del giornale potrebbe inquietare molti altri aspiranti editori digitali, ma non è da escludere che sia intenzionale: l’obiettivo di questi sistemi non è garantire che nessuno legga a scrocco, ma incoraggiare gli utenti online a pagare in cambio di un buon servizio. Se qualcuno legge a sbafo, pazienza. Del resto, gli editori non si lamentano se qualcuno sbircia il giornale altrui in autobus, in treno o al bar. Alla fine è tutta pubblicità.

Fonti: CNN, Niemanlab, Alternet, Punto Informatico, BoingBoing.

Arriva Firefox 4

È pronta da scaricare gratuitamente (anche in italiano) la versione 4 di Firefox, il popolare programma di navigazione, oggi più veloce, più stabile e più sicuro. Sfrutta più efficientemente lo spazio sullo schermo, che non basta mai specialmente sui laptop e netbook, disponendo in modo più compatto i pulsanti, i menu e le schede.

Un’altra miglioria che sarà molto apprezzata dagli internauti che saltano da un computer all’altro a casa o in ufficio è Firefox Sync: la sincronizzazione integrata, senza ricorrere a servizi esterni, fra installazioni separate di Firefox su computer distinti. Per esempio, potete concludere una navigazione sul vostro Firefox in ufficio e riprenderla sul vostro laptop o dispositivo mobile esattamente dove l’avevate interrotta: Firefox Sync sincronizza le password, i segnalibro, la cronologia e le schede aperte. Se dovete configurare un computer nuovo oppure reinstallare, con Sync vi troverete Firefox già completamente personalizzato.

Ci sono anche molte novità dietro le quinte, descritte dettagliatamente da Mozilla.com qui (in inglese), come la grafica tridimensionale, l’identificazione garantita dei siti, la navigazione privata migliorata, l’antivirus integrato e la protezione contro i crash e i siti-trappola, ma la cosa più semplice è scaricare, installare e provare, come hanno già fatto, stando alle cifre di Getfirefox.com, oltre 22 milioni di utenti. Firefox 4 è disponibile per Windows (anche XP), Linux e Mac OS X; prossimamente verrà distribuita la versione per Android.

Fonte aggiuntiva:

The Register.

Aggiornate il vostro browser contro il “Comodogate”

Nove certificati SSL, utilizzati dai siti Web per autenticarsi di fronte agli internauti, sono stati falsificati da una mano ignota. Questi certificati sono estremamente importanti per la sicurezza: nelle mani sbagliate, permetterebbero di rubare password, leggere la mail e intercettare le comunicazioni degli utenti con Gmail, Google, Hotmail, Yahoo, Skype e Mozilla, i servizi di cui sono stati falsificati i certificati. Queste intercettazioni scavalcherebbero tutta la sicurezza fornita dalla cifratura SSL che di norma protegge adeguatamente questo genere di uso di Internet.

Secondo le dichiarazioni della Comodo, la società statunitense di emissione di certiicati SSL coinvolta suo malgrado nella produzione dei certificati falsi, gli indizi tecnici puntano in direzione dell’Iran e l’attacco non aveva finalità di crimine economico, perché ha preso di mira le infrastrutture di comunicazione invece di quelle finanziarie. Inoltre, secondo Comodo, i certificati fasulli sono utilizzabili solo se l’aggressore ha il controllo dell’infrastruttura DNS di Internet e quindi “è probabile che si tratti di un attacco condotto da uno stato”.

Questo genere di attacco, infatti, è particolarmente utile a un governo che voglia sorvegliare l’uso di Internet da parte di dissidenti, e non sembra un caso che si sia verificato proprio mentre molti paesi dell’Africa settentrionale e del Golfo sono nella bufera delle proteste popolari coordinate tramite Internet. Inoltre il tipo di attacco è utile soltanto a stati che non possono emettere dei propri certificati autentici, come è il caso, appunto, dell’Iran.

I certificati alterati sono stati revocati e Comodo ha allertato i produttori dei principali programmi di navigazione e le autorità governative. Sono state subito pubblicate nuove versioni di questi programmi: per tutelarsi contro questo attacco è importante scaricarle e installarle.

Fonti: PCPro, F-Secure, Microsoft, StartCom, TorProject.

Podcast RSI 2011/03/18 – I testi della puntata

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Terremoti, tsunami e sciacalli

Internet si sta rivelando uno strumento prezioso per la disseminazione di informazioni riguardanti il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone, ma è anche il veicolo di numerosi tentativi di truffa e d’inganno basati su questa catastrofe. C’è infatti chi specula sulle paure e le ansie diffuse.

I criminali informatici sfruttano sempre le notizie drammatiche come esca per le proprie trappole. Per esempio, occorre diffidare delle mail che parlano di video scioccanti provenienti dal Giappone: contengono link a pagine Web infettanti, secondo le segnalazioni della società di sicurezza Sophos, che raccomanda a ogni internauta di tenere aggiornato il proprio antivirus, installare gli aggiornamenti di sicurezza del proprio software e di consultare i siti delle testate giornalistiche per avere informazioni sul disastro.

La medesima fonte segnala in particolare Ibuzzu.fr, le cui pagine rubano i clic di Facebook facendo cliccare inconsapevolmente “Mi piace” sul video e quindi facendolo comparire nella bacheca Facebook degli utenti, che quindi sembrano promuoverlo e contribuiscono a diffonderlo ulteriormente.

Per gli utenti di Facebook c’è anche la trappola ruba-clic di un presunto video che mostrerebbe una balena scagliata dentro un edificio dallo tsunami: in realtà è solo un’esca per indurre a cliccare su un sondaggio, per il quale i criminali riceveranno un compenso. Date quindi un’occhiata al contenuto della vostra bacheca su Facebook e resistete alla tentazione di queste esche.

Tsunami giapponese, UFO e falsi allarmi

Oltre ai video e ai messaggi-esca concepiti per infettare il vostro computer o la vostra pagina Facebook sfruttando l’emotività legata alle notizie del disastro giapponese, il passaparola della Rete fa circolare allarmi e notizie senza fondamento.

Per esempio, si segnala (anche in italiano) un avvistamento ufologico in un video dello tsunami presente su Youtube. Ma il fantomatico “UFO”, come segnala con linguaggio colorito Photobuster, sito dedicato all’analisi tecnica delle immagini ufologiche, è semplicemente un elicottero: basta guardare il video originale, che è in alta definizione e mostra chiaramente il velivolo.

Ancora più inquietante e altrettanto fasulla è la mappa della diffusione della radioattività fino alle coste del continente americano che gira allegata a numerosi messaggi e viene presentata da alcuni siti (come Ecplanet o I Am Bored), asserendo che entro dieci giorni la costa occidentale degli Stati Uniti e del Canada verrebbe colpita da dosi letali di radiazioni pari a 750 rad, provenienti dalla centrale nucleare di Fukushima danneggiata dal sisma e dallo tsunami. La mappa include il logo dell’ Australian Radiation Services, società australiana di monitoraggio delle radiazioni, ma il sito della società e il celebre sito antibufala Snopes.com avvisano che si tratta di un falso fabbricato da ignoti.

Anche altri canali di comunicazione stanno diffondendo bufale: la BBC ha dovuto smentire un SMS di istruzioni contro le radiazioni che le era stato attribuito. Alla smentita si sono associati Hoax-Slayer.com, UrbanLegends.com e le autorità delle Filippine, dove il falso allarme avrebbe causato panico in alcune scuole e un’ impennata nelle vendite di Betadine, prodotto consigliato dalle istruzioni fasulle ma in realtà privo di qualunque efficacia contro le radiazioni nucleari.

I terremoti sono causati dagli apparati di HAARP?

Una delle dicerie più estreme circolanti in Rete a proposito del terremoto giapponese dell’11 marzo e dei terremoti in generale riguarda un loro presunto legame con le attività di HAARP, una installazione scientifica situata in Alaska che studia gli effetti delle onde radio sull’alta atmosfera. Girano allarmi su Facebook e altri siti dedicati al culto delle catastrofi (Ecplanet.com, Comedonchisciotte.org) secondo i quali il sisma sarebbe stato causato volontariamente dai militari statunitensi usando appunto l’installazione HAARP.

Secondo i dati scientifici, tuttavia, si tratta semplicemente di speculazioni sulla paura e sulla pelle dei morti in Giappone. Infatti le quantità di energia emesse da HAARP non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle di un terremoto: HAARP ha una potenza di emissione di circa 3,6 megawatt: un dato verificabile andando nelle vicinanze dell’installazione con un po’ di strumentazione facilmente acquistabile (cosa che i vari catastrofisti si guardano bene dal fare). È poco più della potenza di emissione massima di alcune stazioni radio in onde lunghe (per esempio il trasmettitore di Roumoules in Francia) e meno di quella di una moderna locomotiva.

Invece un terremoto come quello avvenuto in Giappone (grado 9 sulla scala Richter) ha un’energia equivalente alla detonazione di 475 milioni di tonnellate di tritolo. Pensare che si possa scatenare con un trasmettitore radio come HAARP una catastrofe paragonabile all’esplosione simultanea di venticinquemila bombe atomiche come quelle che distrussero Hiroshima e Nagasaki pare perlomeno poco probabile.

Per chi volesse documentarsi con i fatti tecnici sull’argomento è disponibile un chiaro articolo su HAARP e sulle sue attività, scritto dall’astronomo Gianni Comoretto.

Twitter, come attivare la sicurezza contro le intercettazioni

Twitter, il social network minimalista che sta prendendo piede fra gli internauti come complemento o alternativa a Facebook, si è dimostrato particolarmente vulnerabile alle intercettazioni da parte di programmi come Firesheep, un’estensione gratuita di Firefox pensata proprio per rendere evidente una delle più serie vulnerabilità dei social network e di molti siti sociali e indurre i rispettivi gestori a prendere provvedimenti.

La vulnerabilità, chiamata session-jacking, permette di prendere temporaneamente il controllo di una sessione di un utente (per esempio quando si collega a Facebook per aggiornare la propria pagina attraverso una connessione senza fili Wifi), in modo da pubblicare messaggi al suo posto oppure cambiargli la password e quindi impadronirsi definitivamente del profilo dell’utente, accedendo a tutte le sue informazioni private, come è successo di recente ad Ashton Kutcher.

La soluzione è attivare la cifratura dell’intera sessione, come ha già fatto Gmail, che la impone automaticamente. Altri servizi, come Facebook e Hotmail, la attivano solo su richiesta dell’utente. Twitter, invece, non la offriva neanche come opzione, fino a pochi giorni fa, restando quindi altamente vulnerabile a meno che l’utente si ricordasse di accedere al servizio digitando HTTPS al posto di HTTP.

Ma Twitter ha annunciato martedì scorso che ha aggiunto l’opzione di cifratura automatica alle proprie impostazioni (è la voce Solo HTTPS nel menu Utenza) e che prossimamente spera di renderla predefinita, notando che l’applicazione ufficiale di Twitter per iPhone e iPad usa la cifratura automaticamente anche se non attivate quest’opzione.

La cifratura è indubbiamente utile, ma per il momento funziona con alcune limitazioni: dai browser di alcuni dispositivi mobili si attiva solo se si passa tramite https://mobile.twitter.com. Inoltre alcune applicazioni non ufficiali di Twitter per ora non la gestiscono, per cui chi le usa rimane facilmente intercettabile.

La regola semplice è evitare di usare Twitter su reti Wifi pubbliche: usarlo invece collegandosi a Internet tramite la rete telefonica cellulare riduce drasticamente il rischio d’intercettazione.

Il primo virus compie quarant’anni

Quarant’anni fa nasceva quello che per molti esperti è il primo virus informatico della storia. All’epoca quest’espressione non esisteva ancora (fu coniata nel mondo accademico da Fred Cohen nel 1984, anche se la letteratura di fantascienza la introdusse nel 1972 grazie a David Gerrold), ma indubbiamente il programma Creeper, scritto da Bob Thomas e Ray Tomlinson, aveva tutte le caratteristiche di un virus per computer.

Creeper prese il proprio nome da un personaggio del cartone animato Scooby Doo e fu disseminato a partire dal computer DEC PDP-10 usato dalla BBN Technologies il 17 marzo 1971, diffondendosi attraverso la rete informatica Arpanet (uno dei precursori di Internet) visualizzando sui terminali il messaggio “Sono Creeper, prova a prendermi!” (“I’m the Creeper, catch me if you can!”) su tutti i computer dello stesso tipo (PDP-10 con sistema operativo TENEX) che riusciva ad infettare.

L’unica differenza di Creeper rispetto ai virus moderni era che quando infettava un computer si cancellava dal computer precedentemente colpito, per cui invece di moltiplicarsi in pratica saltava da un computer all’altro; inoltre non aveva uno scopo distruttivo o pratico, ma era una semplice dimostrazione del concetto.

Per assistere alla nascita del primo virus per personal computer bisogna arrivare al 1981, con Elk Cloner per Apple, scritto da Richard Skrenta. Il primo antivirus, invece, nacque proprio per debellare Creeper e si chiamava Reaper (da Grim Reaper, “tristo mietitore”, nome anglosassone della personificazione della morte). Da allora il gioco di guardie e ladri fra virus e antivirus va avanti: c’è un bel grafico dell’evoluzione dei virus qui, e le varianti sul tema sono davvero innumerevoli. Sapevate che ci sono virus come Kenilfe che si propagano tramite il programma AutoCAD?

Podcast RSI 2011/03/11 – I testi della puntata

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Campagna contro Internet Explorer 6… targata Microsoft?

Smettete di usare Internet Explorer 6: una richiesta che arriva da una fonte apparentemente improbabile, ossia Microsoft. C’è infatti una campagna autentica, da parte di Microsoft, per indurre gli utenti a sbarazzarsi di un programma di navigazione nato quasi dieci anni fa e ormai ampiamente obsoleto e incompatibile con gli attuali standard di sicurezza e di composizione delle pagine Web.

Microsoft non ne può più di supportare un programma così vecchio (anche perché ha pubblicato due versioni successive molto più aggiornate) e i creatori di siti Web sono stufi di dover progettare le pagine dei siti in modo da gestire le idiosincrasie di IE6. Così è nata la campagna IE6 Countdown, il cui obiettivo è portare al di sotto dell’11% l’uso di IE6, attualmente fermo al 12% a livello mondiale.

Il sito offre anche una classifica dei bravi e cattivi: in cima ai ritardatari c’è la Cina (34,5%), mentre i più bravi sono i norvegesi (0,7%). La Svizzera si piazza al 3,9%: un dato al di sotto della media mondiale, ma comunque da migliorare. Datevi da fare e spargete la voce: come dice Microsoft, gli amici non lasciano che gli amici usino Internet Explorer 6.

Prezzi dei dischi rigidi, cronologia shock

Fra gli informatici è molto nota la cosiddetta Legge di Moore, secondo la quale il numero di transistor che si possono realizzare su un circuito integrato raddoppia grosso modo ogni due anni e con esso aumentano le prestazioni dei nostri computer. La legge, formulata nel 1965 da Gordon Moore, cofondatore di Intel, si è rivelata sorprendentemente valida e longeva.

È forse meno nota un’altra legge informatica, la Legge di Kryder, in base alla quale la densità di memorizzazione dei dischi rigidi raddoppia ogni anno. La legge prende il nome da Mark Kryder, ex presidente per la ricerca e principale responsabile tecnico della Seagate.

Anche questa legge si è dimostrata valida negli ultimi anni, e l’aumento di densità è stato accompagnato da un calo dei prezzi altrettanto vivace. C’è chi, come Matt Komorowski, ha tracciato l’andamento dei prezzi per gigabyte dal 1980 in poi e ha scoperto che negli ultimi trent’anni la capacità è raddoppiata, a parità di costo, ogni 14 mesi ed è aumentata di un ordine di grandezza ogni 48 mesi.

Per esempio, nel 1980 un disco rigido da 26 megabyte costava 5000 dollari, pari a 193.000 dollari per gigabyte; nel 1990 il prezzo al gigabyte era sceso a 9000 dollari; nel 2000 era precipitato a 19 dollari, e oggi un gigabyte è arrivato a sette centesimi di dollaro. Mica male.

Aggiornamento mega per Apple; iPhone vecchi a bocca asciutta

Utenti Apple, aggiornatevi se potete: è uscita la versione 4.3 di iOS, il sistema operativo di iPod touch, iPhone e iPad che rattoppa varie falle di sicurezza definite “critiche”. In un caso bastava un’immagine in formato TIFF appositamente confezionata per causare danni.

Il problema è che l’aggiornamento gratuito non è disponibile per chi ha iPhone precedenti al 3GS e iPod touch non recenti (versioni precedenti alla terza generazione), che quindi restano vulnerabili a una semplice visita a un sito Web ostile.

L’aggiornamento massiccio (pesa mezzo gigabyte) si installa tramite iTunes, secondo la consueta prassi di Apple, e offre varie funzioni molto desiderabili, come il tethering e l’hotspot personale. Degna di nota l’introduzione dell’obbligo di reimmettere la password per gli acquisti fatti all’interno delle applicazioni, in modo da evitare soprattutto ai bambini di addebitare spese senza rendersene conto.

Contemporaneamente è stata pubblicata la nuova versione di Safari, la 5.0.4, che risolve altri problemi di sicurezza per i computer Apple (ben 62 falle). L’aggiornamento dovrebbe avvenire in modo automatico.

La disfida dei browser, edizione 2011

Strage di browser, e non solo, al consueto appuntamento annuale Pwn2Own del CanSecWest, la gara di sicurezza informatica che si tiene ogni anno a Vancouver. Gli esperti di sicurezza si cimentano nell’impresa di violare la sicurezza dei principali programmi di navigazione per computer e telefonini semplicemente usandoli per visitare un sito appositamente confezionato: se ce la fanno, il computer o telefonino diventa loro insieme a un premio in denaro. In cambio devono mantenere segreta la tecnica usata per vincere e passarne i dettagli alle aziende produttrici di software affinché rimedino alla vulnerabilità.

Anche quest’anno il bilancio non è rassicurante. Charlie Miller, già vincitore di altre edizioni della gara, è riuscito a violare la sicurezza dell’iPhone, rubandone la rubrica degli indirizzi attraverso una falla di Mobile Safari. La falla esiste nella versione 4.2.1 del software dell’iPhone ed è rimediata dall’aggiornamento alla versione 4.3, che è già disponibile.

Stephen Fewer ha bucato la sicurezza di Internet Explorer 8 su Windows 7 con Service Pack 1 e si è aggiudicato 15.000 dollari e il laptop usato come bersaglio. Safari di Apple è crollato in cinque secondi su un Mac dotato di Mac OS X aggiornatissimo, e anche il Blackberry è andato in tilt grazie all’attacco confezionato da Vincenzo Iozzo, Willem Pinckaers e Ralf Philipp Weinmann.

Google Chrome, Firefox e Android se la sono cavata indenni nonostante il premio di 20.000 dollari offerto da Google per chi fosse riuscito a compromettere la sicurezza di un PC con Windows 7 attraverso Chrome. Nessuno si è presentato alla sfida per Chrome, probabilmente grazie al rattoppo massiccio pubblicato da Google all’ultimo minuto.

Come se non bastasse, Nico Golde e Collin Mulliner hanno dimostrato l’SMS della morte, capace di mandare in tilt temporaneamente o definitivamente buona parte dei telefonini “normali” (non smartphone) semplicemente mandandogli un messaggino.

Fonti aggiuntive: ZDNet, Mygadgetnews, Ibtimes, The Register, Ars Technica, Threatpost.

Lunageddon: La Luna sarà più vicina il 19 marzo, causerà disastri?

Non sorprendetevi se la prossima Luna piena, prevista per il 19 marzo, vi sembrerà più grande del solito: lo sarà veramente. La distanza fra la Terra e la Luna, infatti, non è fissa, ma varia ogni mese secondo un ciclo ben conosciuto. La Luna piena del 19 marzo avverrà quando il nostro satellite sarà al perigeo, ossia alla distanza minima da noi (circa 356.000 chilometri), e questa coincidenza produrrà una differenza di dimensioni visibile ad occhio nudo.

Naturalmente ci sono i menagramo che temono che questa vicinanza inconsueta causi terremoti, eruzioni e sconquassi d’ogni sorta e parlano di “superluna” e “Lunageddon”, notando che vicinanze analoghe durante la Luna piena si sono verificate nel 1955, nel 1974, nel 1992 e nel 2005: tutti anni nei quali si sono verificati cataclismi. Per esempio, dicono, lo tsunami devastante che colpì l’Indonesia nel 2005 avvenne due settimane prima di una “superluna”.

Ma un’occhiata a un buon sito di astronomia ridimensiona l’allarme: non fa alcuna differenza se la massima vicinanza avviene durante la Luna piena o durante un’altra fase lunare, e vicinanze simili a quella del 19 marzo prossimo avvengono ogni mese. Quella che avverrà fra pochi giorni è la massima degli ultimi 18 anni, ma non è un record particolarmente spettacolare.

Infatti il calcolatore di distanze massime e minime della Luna presso Fourmilab.ch chiarisce che il 19 marzo la Luna sarà più vicina alla Terra soltanto di circa 1700 chilometri rispetto alla sua massima vicinanza precedente, quello del 19 febbraio scorso. Inoltre si tratta di 1700 chilometri rispetto a una variazione mensile di circa 49.000 chilometri (fra 407.000 e 356.000 chilometri): poca cosa, insomma. Inconstant Moon offre un disegno in scala del sistema Terra-Luna che chiarisce visivamente questa variazione.

In realtà i cataclismi avvengono purtroppo in continuazione, ed è facile trovare coincidenze con qualunque fenomeno periodico. Il massimo che ci si può attendere, secondo gli astronomi, è una marea leggermente più pronunciata.

Podcast RSI 2011/03/04 – I testi della puntata

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Google perde la mail di 40.000 utenti

Google si è dichiarata “molto dispiaciuta” per l’inconveniente che ha colpito circa 40.000 utenti del suo servizio di posta Gmail, che si sono trovati con l’archivio di posta inaccessibile o completamente vuoto. Nel giro di dodici ore Google ha ripristinato circa un terzo delle caselle colpite, ma non sempre il recupero dei dati è stato completo: ci sono utenti che lamentano la perdita di quattro e più anni di mail e comprensibilmente non sono contenti.

L’errore di Google ha colpito un numero percentualmente molto basso di utenti del servizio gratuito (circa lo 0,02% su 150 milioni di account), ma questo non consola granché i malcapitati che fanno parte di questa piccola percentuale.

Se l’inconveniente capitasse a voi, sapreste come gestirlo? C’è un metodo semplice: fare una copia locale dell’archivio di posta, usando un programma di posta vero e proprio, come Thunderbird, Outlook o Mail, invece di affidarvi esclusivamente a Google. Se usate l’impostazione denominata IMAP, avrete sul vostro computer una copia sempre sincronizzata del vostro archivio di posta: se fate una copia periodica del contenuto del vostro computer (cosa da fare sempre e comunque), avrete sempre la possibilità di ripristinare la posta da questa copia.

Se ve la cavate con l’inglese, su Wired c’è una serie di istruzioni dettagliate su come procedere usando vari programmi per tutti i principali sistemi operativi.

Il sito della CIA è inaccessibile; WordPress e Corea del Sud sotto attacco

Che sta succedendo? Ancora non si sa se ci sia un nesso o una causa comune, ma sta di fatto che il sito della CIA, Cia.gov, è irraggiungibile anche per i dipendenti, che non possono accedere alla propria mail, stando a una dichiarazione di un portavoce raccolta dalla NBC; ma si tratta dei servizi non riservati dell’agenzia governativa statunitense e di altri siti governativi.

WordPress, la popolarissima piattaforma per blogger, è stata attaccata poche ore fa con un DDOS (Distributed Denial of Service) che è stato definito “non banale” da WordPress stessa e ha colpito i 18 milioni di blog ospitati e (parzialmente) anche siti come Flickr, CNN e BBC con un flusso di vari gigabit al secondo e decine di milioni di pacchetti al secondo. il fondatore di WordPress, Matt Mullenwag, ha dichiarato che si è trattato del più vasto attacco subito dall’azienda nei suoi sei anni di attività e che sospetta che l’attacco abbia motivazioni politiche contro uno dei tanti blog in lingua straniera (non inglese).

Nel frattempo in Corea del Sud sono sotto lo stesso genere di attacco DDOS il sito del presidente, quello del servizio di intelligence, il ministero degli esteri e della difesa, l’assemblea nazionale e anche il sito dei militari statunitensi a Seul.

Il pensiero di molti commentatori è andato subito al gruppo Anonymous, responsabile di numerosi attacchi informatici in questo periodo, ma non sembra che il gruppo disponga dell’elevatissimo numero di computer necessari per attacchi di massa come questi.

Mentre gli esperti preparano le contromisure, anche noi possiamo fare la nostra parte: siccome questi mega-attacchi vengono effettuati utilizzando i computer degli internauti infettati di nascosto, possiamo usare un antivirus aggiornato e un firewall per verificare che il nostro computer non sia stato zombificato e partecipi a nostra insaputa a queste vere e proprie guerre cibernetiche.

Fonti: Eweek, Gawker, ZDnet, Cnet, NBC, Bloomberg, Sophos.

“Scie chimiche” su La2: qualche chiarimento

Lunedì scorso (28 febbraio) LA2 ha trasmesso in prima serata un documentario, Cielo blu, addio! di Patrick Pasin (disponibile in streaming presso la2.rsi.ch), che ha presentato la teoria delle cosiddette “scie chimiche”, secondo la quale le scie bianche che si vedono spesso dietro gli aerei sarebbero pericolose perché ricche di metalli pesanti e altre sostanze inquinanti o nocive.

Durante il programma è stato detto che queste scie conterrebbero “bario, ossido di bario…, cloruro di bario, ossido d’alluminio, ossido di titanio… trimetilalluminio,… rame, titanio, litio, carbonato di calcio,… cadmio e anche plutonio… dibromuro di etilene, micoplasmi e agenti virologici”.

Uno degli intervistati del documentario ha anche dichiarato che il passaggio degli aerei fa sì che “nell’arco di poche ore il cielo è completamente coperto da uno strato uniforme che oscura il sole, quindi è una costante ormai di non avere più delle giornate di sole vero ma delle giornate semioscurate o oscurate completamente, tant’è che alcune volte all’una del pomeriggio i lampioni della strada sono accesi”. Ha detto davvero così.

Va chiarito che le affermazioni fatte nel programma provengono da persone che non sono esperte nel settore meteorologico o aeronautico e non sono supportate da fatti. La teoria delle “scie chimiche” è già stata esaminata da esperti qualificati, come i piloti di linea e i meteorologi, che l’hanno trovata priva di fondamento: i piloti di linea hanno pubblicato presso MD80.it un ampio dossier che chiarisce le origini dei frequenti errori d’interpretazione da parte dei non addetti ai lavori e la vera natura delle scie lasciate dagli aerei.

È tempo di aggiornamenti per (quasi) tutti

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Questa settimana c’è un vero e proprio carnevale di aggiornamenti. Siete utenti di Firefox? È ora di aggiornarsi: è uscita la versione 3.6.14, che risolve varie falle di sicurezza. Adoperate Thunderbird per la posta? Anche per voi c’è un aggiornamento, alla versione 3.1.8, che tura un po’ di falle. Avete, come praticamente tutti, Flash nel vostro computer? Anche quello va aggiornato. Cliccando qui potete verificare se avete la versione più aggiornata per la vostra specifica combinazione di sistema operativo e di browser. Se non l’avete, potete scaricarla da Adobe qui.

Nota: il giorno dopo la messa in onda della puntata sono stati rilasciati ulteriori aggiornamenti, rispettivamente alla 3.6.15 di Firefox e alla 3.1.9 di Thunderbird.

Non è finita: se siete utenti di iTunes, per voi c’è l’aggiornamento di sicurezza di iTunes per Windows e Mac OS X, che tura ben 57 falle in questo programma (alcune in grado di permettere a un aggressore di prendere il controllo del vostro computer semplicemente visualizzando un’immagine o visitando un sito-trappola) e lo porta alla versione 10.2, scaricabile qui se non viene attivato automaticamente.

Chi usa le varie versioni di Windows e Microsoft Office, inoltre, si prepari all’aggiornamento di sicurezza che arriverà martedì prossimo e che ripara una falla critica e due importanti, secondo l’avviso di Microsoft.

Per concludere c’è un aggiornamento anche per chi usa Chrome, il browser di Google, che ripara diciannove vulnerabilità. L’aggiornamento, che porta Chrome alla versione 9.0.597.107 per Linux, Windows e Mac OS X, dovrebbe essere automatico, ma in ogni caso la versione nuova di Chrome è scaricabile qui.

Fonti aggiuntive: ZDNet, Intego.

Twitter, account di Ashton Kutcher violato

L’account Twitter di Ashton Kutcher, l’attore noto a molti come mister Demi Moore, è stato violato da un aggressore informatico, che ne ha preso il controllo. L’intrusione sta facendo scalpore perché Kutcher è uno dei twitteratori più seguito di questo social network, con oltre sei milioni di follower (lettori).

Anche le motivazioni dell’attacco suscitano clamore perché sono molto insolite: invece del consueto furto d’identità a scopo criminale, la sottrazione dell’accout Twitter di Kutcher sembra essere motivata dal desiderio di diffondere al massimo numero possibile di utenti la consapevolezza della vulnerabilità di Twitter quando vi si accede tramite una rete non protetta, in particolare tramite i servizi Wifi pubblici. La violazione è avvenuta probabilmente mentre Kutcher partecipava al TED, un convegno internazionale di cervelloni provenienti da vari campi, informatica compresa.

Probabilmente Kutcher ha usato una rete Wifi aperta per aggiornare Twitter e uno degli innumerevoli smanettoni presenti al convegno ha intercettato i suoi dati usando programmi (plug- in) semplicissimi come Firesheep.

Il messaggio che campeggia in questo momento sulla pagina Twitter di Kutcher (twitter.com/aplusk), dice “Ashton, sei stato fregato [punk’d, con riferimento a un suo popolare show]. Questo account non è protetto. Dov’è il mio SSL?” e “PS Questo è per tutti i giovani che stanno manifestando nel mondo e che non meritano di farsi violare gli account Facebook e Twitter così: SSL”.

Il riferimento all’SSL riguarda l’attivazione della modalità protetta (cifrata) di accesso a Twitter, che molti utenti non adoperano e che Twitter ha reso ufficialmente disponibile ieri (basta digitare https://twitter.com). Il guaio è che l’attivazione non è obbligatoria e molti utenti non sanno neanche che esiste questa vulnerabilità. L’intrusione nell’account di Kutcher serve ad avvisare sei milioni di twitteratori in un sol colpo: è insomma a fin di bene, a quanto risulta finora. Conviene cogliere l’occasione per non fare la stessa fine, anche se non avete sei milioni di seguaci, e attivare l’accesso HTTPS, assicurandosi di farlo anche sui dispositivi mobili che usate per aggiornare il vostro account Twitter.

Fonti: Gawker, Sophos, Forbes, Punto Informatico, ZDNet, H-online, The Register.