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[IxT] Repubblica svela le censure del rapporto Calipari

Correzione: non è esatto che Repubblica ha “svelato” le censure, lo scopritore è un altro, come descritto nell’articolo successivo di questo blog.

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di “rmincia” e “dino”.

Di solito mi tocca parlare di Repubblica.it per via di qualche bufala alla quale ha abboccato, ma stavolta posso segnalare con piacere un servizio molto azzeccato.

Come sapete, il rapporto USA sull’incidente nel quale è stata ferita Giuliana Sgrena ed ha perso la vita Nicola Calipari è stato pubblicato online da fonte ufficiale in versione PDF “censurata”, ossia con delle bandine nere che oscurano numerosi brani del testo che contengono, per esempio, i nomi dei soldati americani coinvolti e altre informazioni riservate.

Repubblica, su segnalazione dei lettori, fa notare che è sufficiente copiare il testo “censurato” e incollarlo in qualsiasi altro programma di scrittura (basta anche il Blocco Note di Windows) e le censure scompaiono.

Il servizio di Repubblica è qui:

http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/niccal3/rror/rror.html

Lascio a voi il commento.

[IxT] Rapporto Calipari, non è Repubblica l’autore dello scoop

Sono stato troppo ottimista nel lodare Repubblica.it per una volta: la scoperta della cancellabilità delle censure del rapporto Calipari non è merito di Repubblica né di anonimi “lettori”, come li descrive Repubblica, ma di un blogger, perlomeno stando agli orari di pubblicazione:

http://www.macchianera.net/archives/2005/05/il_rapporto_cal.html

Che sia stato Macchianera o che la segnalazione sia arrivata a Repubblica da terzi poco importa: quello che conta è che Repubblica non è la fonte diretta della scoperta.

Per chi mi ha chiesto i dettagli della procedura per togliere le pecette di censura, è sufficiente visitare il blog di Macchianera.

A parte la considerazione puramente tecnica sul fatto che è ora di rendersi conto che non si può trattare un documento elettronico alla stregua di un documento cartaceo e che quindi bisogna imparare a conoscere gli strumenti prima di affidare loro segreti aziendali o militari, il vero problema di questa gaffe è che rivela i nomi dei militari italiani e statunitensi coinvolti. Persone reali che confidavano nella competenza dei loro superiori per garantire il diritto alla riservatezza e ad essere protetti da inquisizioni e linciaggi pubblici.

Per il resto, almeno a prima vista il documento non contiene censure particolarmente scottanti ed è semmai educativo dal punto di vista della paranoia con la quale agiscono certi censori.

[IxT] Utenti Mac, fatevi sentire!

Se siete utenti Mac, vorrei chiedervi un parere e qualche consiglio. Ho ordinato un iBook da 12″ e mi appresto a entrare nel mondo Mac (quello nuovo, quello basato su UNIX/BSD, parente di Linux). La scelta è nata perché era il laptop più economico nella sua categoria (alla faccia della diceria “il Mac è caro”) e perché mi mancava questa esperienza.

Pubblicherò sul sito un po’ di appunti di viaggio, visto che magari vi interessa l’idea della migrazione da Windows (e magari anche da Linux) ma vi restano (come a me) tanti dubbi su quanto sia fattibile o punitiva. Vi faccio insomma da cavia a mie spese.

Molti utenti rifiutano in blocco l’idea di migrare da Windows a Mac perché si chiedono che senso abbia passare da un ambiente proprietario a un altro. A parte il fatto che il Mac di oggi non è più così proprietario e chiuso come un tempo (vi si possono collegare praticamente tutte le periferiche per PC, compreso il mouse a due/tre tasti se ne sentite la mancanza), forse è un falso problema.

La vera schiavitù del mondo proprietario non sta nell’hardware, ma nei formati dei file. Se usate formati gestiti esclusivamente da un unico venditore (per esempio Word di Microsoft), sarete per sempre obbligati a usare Word e quindi sarete liberi di scegliere l’hardware ma non il sistema operativo (ok, esiste Word per Mac, ma non esisterà mai Word per Linux, per esempio; o considerate il caso di Access). Se usate formati le cui specifiche sono pubbliche e liberamente utilizzabili, potrete scegliere liberamente l’hardware e anche il sistema operativo.

In questo senso, la mia migrazione a Mac è anomala perché ho preso la rincorsa: uso da tempo soltanto formati di file e programmi disponibili sia sotto Windows, sia sotto Linux, sia sotto Mac.

  • Per i documenti, gli spreadsheet e le presentazioni uso OpenOffice.org, diffondendo documenti in formato PDF per chi ancora non usa OpenOffice.org;
  • Per navigare in Rete uso Opera e Firefox;
  • Per generare le mie pagine Web uso Mozilla;
  • Per la posta uso Thunderbird.

Grazie a questa “migrazione” preliminare, sono ora libero di passare agevolmente da Windows a Linux a Mac.

Ma dicevo prima di pareri e consigli. Eccovi un po’ di domande da vero Mac-principiante: scusate l’approccio, ma non voglio lasciarmi ingannare dall’indubbio fascino dell’oggetto Mac e dei miti che lo circondano. Rispondetemi, se vi va, scrivendomi a topone@pobox.com.

  • Quali sono le vostre tecniche di blindatura del Mac? Il firewall è davvero già a posto come si dice, o è meglio dargli qualche sistemata? Trovate necessario installare un antivirus? Altri accorgimenti?
  • Quali precauzioni prendete prima di collegarlo a Internet?
  • Che cosa fate per prima cosa quando acquistate un Mac per personalizzarlo? Quali programmi trovate utile o vantaggioso installare oltre all’abbondanza di software preinstallato?
  • Trovate necessario “rieducare” il Mac a funzionare come serve a voi, come capita con Windows, per esempio dicendogli di visualizzare le estensioni dei nomi dei file e cose simili?
  • Qual è la cosa più frustrante o fastidiosa del vostro Mac? Non rispondetemi “non ce ne sono”, suvvia, sforzatevi 🙂
  • Più in generale, se doveste assistere un utente Windows a passare al Mac, cosa gli direste?

Grazie e ciao da Paolo.

[IxT] Anticopia, EMI accusata di fare CD sparavirus

La casa discografica EMI, stando a una segnalazione del sito di sicurezza Bugtraq, starebbe usando sul nuovo disco dei Beastie Boys, primo in classifica USA, un sistema anticopia le cui caratteristiche permetterebbero di definirlo virus.

L’accusa, infatti, è che il sistema anticopia si installi senza il consenso dell’utente e produca una menomazione del funzionamento del computer: e questo è quello che fanno appunto i virus.

EMI si è difesa con un comunicato esilarante per la sua incompetenza informatica, che fra l’altro, stando alle prove che ho fatto con EMI Italia, dice un sacco di panzane. Le prove sembrano però smentire anche l’accusa in circolazione. Bel pasticcio.

Se vi interessa la storia, e una soluzione curiosa ma fattibile al problema dei sistemi anticopia e alla crisi dell’industria del disco, date un’occhiata qui.

Se qualcuno ha una copia europea dell’album (quelle USA e GB non sono protette) e può fare qualche test supplementare, mi scriva presso il solito indirizzo topone@pobox.com.

Nota di servizio [rimovibile se volete ripubblicare questa newsletter]: lo so, questa edizione della newsletter non è numerata e non è datata nel titolo. Da oggi sarà così: lo scopo è snellire la procedura di pubblicazione. Sono sotto pressione e sto cercando di eliminare le complicazioni poco produttive.

So che alcuni di voi trovavano comoda la numerazione per sapere se si erano persi qualche edizione: ma a questo da oggi provvede il blog che trovate presso attivissimo.blogspot.com.

[IxT] Indymedia dissequestrata, ma ora tocca a Pino Scaccia

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di “Un anonimo”, “kappateo” e “fircla”.

I dischi rigidi dei server di Indymedia sequestrati il 7 ottobre scorso sono stati restituiti, apparentemente intatti, a Rackspace ieri pomeriggio (13/10), stando a un comunicato di Indymedia.

Le esatte motivazioni del sequestro restano tuttora ignote. Essendo il sequestro coperto dal segreto istruttorio, è estremamente difficile avere dati certi che chiariscano i termini della situazione, e ragionare sulle ipotesi è pericoloso. Per esempio, le foto di agenti svizzeri in borghese pubblicate da Indymedia, che molti hanno sospettato siano la causa del sequestro, sono al momento soltanto una motivazione ipotetica non confermata.

È invece abbastanza assodato che il procedimento di sequestro è scaturito da un’indagine nata al fuori degli Stati Uniti e su richiesta delle autorità svizzere e italiane.

La dichiarazione di Rackspacequi, citata da The Register:

… an investigation that did not arise in the United States.

La dichiarazione dell’FBI all’Agence France Presse:

The FBI acknowledged that a subpoena had been issued but said it was at the request of Italian and Swiss authorities. “It is not an FBI operation,” FBI spokesman Joe Parris told AFP. “Through a legal assistance treaty, the subpoena was on behalf of a third country”.

Essendo il sequestro avvenuto in territorio inglese, la faccenda coinvolge sicuramente l’Home Office (Ministero dell’Interno). Se il sequestro è avvenuto per acquisire prove da presentare in tribunale, gli atti dell’eventuale processo dovranno rivelare le modalità di acquisizione per confermare che siano legali e quindi ne sapremo qualcosa in più. Sono già state presentate interpellanze in proposito al Ministro dell’Interno David Blunkett. La risposta è attesa a breve, secondo The Register.

Il caso Indymedia è importante perché ha delle conseguenze per chiunque pubblichi qualcosa su Internet: dalle testate “istituzionali” fino all’ultimo dei blogger.

Infatti si possono condividere o meno le idee di Indymedia, ma resta il fatto che è stata oscurata una testata giornalistica (sì, Indymedia è una testata giornalistica, perché in moltissimi paesi fare giornalismo è un diritto automatico e non richiede una tessera dell’Ordine). Ed è stata oscurata senza che vi fossero necessità tecniche: se le autorità avessero voluto i dati dei dischi, avrebbero potuto copiarli senza rimuoverli, come da prassi giuridicamente consolidata, e senza neppure farlo sapere a Indymedia.

Inoltre l’oscuramento è avvenuto senza dare alcuna giustificazione e anzi dando ordine a Rackspace di non discuterne i dettagli con la testata stessa, secondo la prassi vigente in Inghilterra. Indymedia, quindi, non sa di cosa è accusata. Quali che siano i motivi più o meno validi dell’azione di sequestro, è una situazione più acconcia a un regime totalitario che alla teoricamente civile Europa.

Ma che c’entra Pino Scaccia, il giornalista RAI? C’entra perché c’è un parallelo interessante. Scaccia, infatti, è stato colpito proprio in questi giorni da un esposto-denuncia perché qualcuno ha pubblicato, nel blog del giornalista, un commento che ha violato la privacy di un minore.

A un giornalista RAI viene dunque contestata una violazione per molti versi analoga a quella contestata, perlomeno in via informale, a Indymedia (anche le foto degli agenti, infatti, non erano state pubblicate direttamente dai gestori di Indymedia, ma facevano parte di un commento di un partecipante a un forum).

Scaccia non rischia il sequestro degli hard disk per una settimana, ma la punizione e l’espulsione dall’Ordine dei Giornalisti. Rischia il posto di lavoro, gestito con correttezza per trent’anni, per una cosa che non ha scritto lui, ma è stata affissa da un lettore anonimo.

Anche per Pino Scaccia dovrebbero esserci sviluppi a breve: l’udienza si tiene domani (venerdì). La notizia è riportata da Punto Informatico e commentata nel blog di Scaccia.

In entrambi i casi, sembra che si stia stabilendo un principio molto pericoloso: chi gestisce un sito che ospita commenti pubblicati dai lettori risponde in prima persona per quei commenti. È come se i condomini fossero responsabili per gli insulti scarabocchiati sui muri del condominio da vandali con le bombolette.

Viene spontaneo chiedersi, a questo punto, che cosa succede se qualche malintenzionato scrive frasi ingiuriose o lesive della privacy nei commenti di siti come Punto Informatico o Zeus News, o nei forum della Rai, o in un blog. Di fronte a episodi come questi, molti responsabili di siti d’informazione e blog potrebbero sentirsi in dovere di spegnere per prudenza le aree di discussione e commento, con grave danno per la libertà di comunicazione in Rete. E così i casi di Indymedia e di Pino Scaccia, apparentemente così lontani, finirebbero per toccare ognuno di noi.

[IxT] Aggiornamento su Indymedia

Punto Informatico ha appena pubblicato che la richiesta di sequestro ha origini italiane.

Indymedia dichiara che “La pm Marina Plazzi che indaga sulla FAI e sui pacchi bomba a Prodi aveva chiesto l’acquisizione di alcune informazioni su notizie passate su Indymedia” e che “questo ordine è stato interpretato in senso quantomai estensivo da parte dell’FBI che ha proceduto a un sequestro vero e proprio, un eccesso molto grave, che non è stato ovviamente convalidato”.

Con buona pace di chi era saltato subito alla conclusione che i “cattivi” erano gli americani.

Nota (16/10/04): nel senso che quello che conta è il mandante, che è molto più vicino a casa; l’FBI è stato un semplice esecutore, magari troppo zelante.

[IxT] Antibufala: Simona e Simona superstipendiate?

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di “magaolimpia”, “elisabetta.giust****” e “fabioborg****”

Sta circolando da giorni in Internet un appello riguardante la vicenda delle italiane Simona Pari e Simona Torretta, rapite a Bagdad insieme all’iracheno Raad Abdul Aziz e all’irachena Manhaz Bassan il 7 settembre scorso mentre lavoravano a Bagdad per l’organizzazione non governativa “Un ponte per” e rilasciate il 29 settembre.

Secondo l’appello, le due Simona avrebbero percepito uno stipendio di 8000 euro l’una per insegnare “la raccolta differenziata ai bambini iracheni”. Lo stipendio sarebbe stato pagato dai “nostri cretini governativi che finanziano ste associazioni”. Si cita come fonte il Corriere della Sera, senza però indicare date o articoli specifici, e viene tirato in ballo anche l’ex presidente della Repubblica Cossiga, al quale si fa dire “ma non è che si sono rapite da sole?”.

L’appello contiene numerose altre accuse, ma la principale è quella del superstipendio.

La fonte più remota nel tempo che ho trovato è un blog del 6 ottobre 2004, che cita l’appello e lo descrive come un testo ricevuto da altra fonte:
http://comgas.clarence.com/permalink/167517.html

Le prime segnalazioni al Servizio Antibufala risalgono al 7 ottobre 2004, data alla quale risalgono anche le prime tracce dell’appello nei newsgroup, secondo Google Groups. L’appello compare infatti nel newsgroup it-alt.politica.lega-nord, a firma di un certo “Axell”, che però afferma in un messaggio successivo dello stesso newsgroup di non essere l’autore dell’appello.

C’è un problema di fondo in quest’indagine: procurarsi informazioni obiettive su un caso così controverso, che ha suscitato un fortissimo clamore politico nella stampa italiana, è estremamente difficile. I giornali italiani si sono schierati tutti così esageratamente da una parte o dall’altra che si sono resi sostanzialmente inaffidabili.

Le fonti di stampa sono utilizzabili soltanto come fonte di dettagli non contestati, come per esempio le date di rapimento e di rilascio, o di informazioni “neutre” rispetto alla loro ideologia o addirittura contrarie ad essa, secondo il “Principio di Belzebù” (se un religioso mi dice che ha visto Belzebù, è una conferma “debole”, perché avvalora le sue tesi; se me lo dice un ateo, è una conferma forte, perché contraria alle sue idee). Ho considerato più affidabili le agenzie di stampa e le fonti non italiane, in quanto probabilmente più distaccate.

Di conseguenza, questa non è un’indagine chiusa, ma un sunto preliminare. Il vostro aiuto, con segnalazioni di informazioni tratte da fonti che rispettino il Principio di Belzebù, sarà prezioso per completare il quadro.

Nel frattempo, classifico l’appello come ad alto rischio di bufala diffamatoria, e quindi da non diffondere, per una ragione di fondo: si tratta di un messaggio anonimo, privo di fonti e pieno di accuse non documentate. Ha senso diffonderlo senza chiedersi se per caso, vista la sua origine, si tratti di disinformazione? Siete disposti a sottoscrivere, tramite il vostro inoltro, una diceria di cui non avete alcuna conferma e di cui non si conosce l’autore?

L’anonimo estensore dell’appello ha lanciato il sasso e nascosto la mano senza fornire alcuna conferma. In queste condizioni, diffondere un’accusa del genere prima di averne conferme è irresponsabile. Occorrono prove, e chi ha scritto l’appello si è guardato bene dal darne.

Ci sono anche altre ragioni per dubitare seriamente dell’appello. L’organizzazione “Un ponte per…” ha pubblicato una smentita di alcune delle accuse, in particolare quelle riguardanti il presunto “stipendio” da 8.000 euro attribuito alle due ragazze.

Secondo “Un ponte per…”, lo stipendio reale ammontava a “in soldoni circa 1500 euro netti al mese comprensivi tredicesima e fine rapporto”. Anche aggiungendo assicurazione, vitto, trasporti e quant’altro, da 1500 a 8000 euro il passo è molto lungo (dire “da tre a sedici milioni di lire” rende forse più chiaro il divario). Il bilancio di “Un ponte per…” è pubblicamente consultabile via Internet.

Inoltre lo stipendio non proverrebbe dal governo italiano, come afferma invece l’appello. Infatti ci sono le dichiarazioni in tal senso di “Un ponte per…”, che parla di “finanziamenti pubblici” soltanto nel senso di finanziamenti provenienti da organizzazioni europee e da enti locali italiani, e c’è un articolo de Il Tempo secondo il quale il governo italiano avrebbe erogato un unico finanziamento estremamente modesto (circa 15.000 euro) a “Un ponte per…”:
http://guide.supereva.it/alleanza_nazionale/interventi/2004/10/178634.shtml

In un caso come questo, il bufalatore ha il coltello dalla parte del manico: a lui costa pochissima fatica partorire nell’anonimato una sventagliata di accuse, mentre chi indaga deve affannarsi a trovare conferme o smentite documentate per ciascuna delle affermazioni. Dato che le mie risorse sono limitate e ci sono molte altre indagini in coda, c’è un limite al tempo che posso dedicare a ciascuna delle accuse fatte dall’anonimo accusatore.

In realtà l’onere della prova spetta a chi ha scritto questo messaggio d’accusa, che però probabilmente non si farà avanti con prove di ciò che ha incautamente diffuso in Rete.

L’indagine antibufala è ancora aperta ed è a vostra disposizione, con maggiori dettagli e link alle fonti, su Attivissimo.net.

[IxT] Antibufala: allarme per il peperoncino cancerogeno

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di “Karim Gor***”, “stefano_mastroi****” e “mau.calbi”.

Dai primi di ottobre 2004 circolano varie versioni di un appello secondo il quale alcuni prodotti alimentari attualmente in vendita conterrebbero “peperoncino cancerogeno” o più propriamente peperoncino trattato con un colorante, il Sudan rosso 1, ritenuto cancerogeno.

Le marche dei prodotti citate dall’appello sono fra le più note: Kraft, Star, Cirio, Del Monte, Barilla, Conad, Arena e tante altre. L’appello è insolitamente circostanziato: cita l’Agenzia regionale protezione ambientale di La Loggia, in provincia di Torino, il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e una decisione della Commissione Europea del 20 giugno 2003, e segnala che il colorante pericoloso si può trovare anche in sughi pronti, salumi e paste.

Inoltre l’appello talvolta cita, apparentemente come garante, il “Dottor Alessandro Barelli […] Direttore del Centro Antiveleni del Policlinico Gemelli, Docente e Ricercatore nel campo della Tossicologia e della Rianimazione”.

La dovizia di dettagli, decisamente inconsueta per la media degli appelli circolanti in Rete, ha una ragione ben precisa: l’appello è infatti autentico, anche se contiene alcune lievi imprecisioni.

Infatti il Sudan rosso 1 è effettivamente un colorante che è considerato cancerogeno dall’Unione Europea ed è effettivamente stato rinvenuto in numerosi prodotti alimentari contenenti peperoncino in vendita in tutta Europa nel 2003 e nel 2004.

In sintesi, l’elenco di prodotti citato dall’appello è tratto, spesso in modo incompleto, da un’indagine del settimanale di difesa dei consumatori “Il Salvagente”, pubblicata il 21 ottobre 2004.

Secondo varie fonti, compreso il Ministero della Salute, i prodotti elencati non sono però gli unici a rischio. Lo sono, infatti, tutti i prodotti che contengono peperoncino contaminato con Sudan rosso 1, che è principalmente di provenienza indiana. Tali prodotti comprendono alcune miscele di spezie, couscous, curry, tandoori masala, salsicce e paste alimentari, e altro ancora. Lo sono anche molti prodotti di origine non italiana. I prodotti contenenti peperoncino italiano e i peperoncini italiani freschi non sono a rischio: non è il peperoncino in sé a essere cancerogeno, ma il colorante Sudan rosso 1 che vi viene immesso.

L’Unione Europea ha già disposto, sin da giugno 2003, misure d’emergenza per bloccare l’importazione di ulteriori partite di peperoncino contaminate dal Sudan rosso 1 e per disporre la distruzione delle partite già importate nell’UE. Tuttavia, fonti giornalistiche e del Ministero della Salute italiana segnalano che anche nel 2004 sono state trovate partite contaminate.

In dettaglio, il problema della presenza del Sudan rosso 1 negli alimenti è emerso a giugno 2003, quando l’Unione Europea, a seguito di segnalazioni provenienti dalla Francia, ha pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’UE del 21/6/2003 una “Decisione della Commissione […] recante misure di emergenza relative al peperoncino rosso e ai prodotti derivati”.

Da questa decisione cito alcuni paragrafi che corrispondono a quanto descritto nell’appello:

  • “Il 9 maggio 2003 la Francia ha notificato attraverso il sistema di allarme rapido per gli alimenti e i mangimi l’individuazione del colorante Sudan rosso 1 in peperoncini rossi originari dell’India. Non risulta che la notifica riguardi prodotti di origine comunitaria [….]
  • “In base ai dati sperimentali disponibili il colorante Sudan rosso 1 può essere considerato una sostanza cancerogena genotossica. Pertanto è impossibile stabilire una dose giornaliera tollerabile. Sudan rosso 1 può anche provocare reazioni di sensibilizzazione per via cutanea o per inalazione. L’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha inoltre classificato il colorante nella categoria 3 delle sostanze cancerogene.”
  • “Gli Stati membri vietano l’importazione di peperoncino rosso e dei prodotti derivati, definiti all’articolo 1, a meno che le partite siano accompagnate da un certificato comprovante che il prodotto non contiene il colorante Sudan rosso 1 (CAS n. 842-07-09).”
  • “I prodotti […] nei quali è stato individuato il colorante Sudan rosso 1 devono essere distrutte [sic].”

Il problema è stato inoltre segnalato, in termini che confermano la sostanza dell’appello, da moltissime fonti:

  • Libero news, settembre 2003
  • Prontoconsumatore.it, ottobre 2003
  • La trasmissione RAI La Radio a Colori del 24 settembre 2003, la cui registrazione è ascoltabile via Internet e le cui pagine di approfondimento forniscono molti dettagli, compresi i nomi di altri prodotti italiani contenenti Sudan rosso 1 trovati nei negozi esteri
  • Tiscali notizie dell’11 novembre 2004
  • Il sito della Food Standards Authority britannica, ente preposto al controllo della qualità degli alimenti, che elenca i prodotti contenenti Sudan Rosso 1
  • Un rapporto del Ministero della Salute italiano sulle segnalazioni di presenza di Sudan rosso 1 nel 2003 nei prodotti italiani venduti all’estero e in Italia e nei prodotti esteri in vendita in Italia, che segnala che “la tipologia degli alimenti riscontrati positivi al Sudan 1 è eterogenea, comprendendo sia miscele di spezie e condimenti (tra cui paprica e pepe) sia prodotti alimentari quali sughi piccanti, salami, pesti rossi, pasta piccante.”
  • Un altro documento del Ministero della Salute italiano, datato luglio 2004 e riferito al secondo trimestre 2004, che conferma il persistere del problema: “La situazione nel secondo trimestre del 2004 conferma il trend emerso lo scorso anno, essendo pervenute 37 notifiche (48 notifiche nel primo trimestre)”. Le notifiche in tutto il 2003 erano state 129.

Per finire, l’apparente “garante” dell’allarme, il “Dottor Alessandro Barelli, […] Direttore del Centro Antiveleni del Policlinico Gemelli, Docente e Ricercatore nel campo della Tossicologia e della Rianimazione”, esiste realmente. Una ricerca in Google conferma quanto indicato nell’appello: Alessandro Barelli è effettivamente il direttore del Centro Antiveleni nel Dipartimento di Tossicologia Clinica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Largo Agostino Gemelli 8, Roma, noto anche come “Policlinico Gemelli”.

A quanto risulta, il dottor Barelli ha ritrasmesso l’appello dal proprio indirizzo privato. L’uso dell’indirizzo privato sembra indicare l’intento di non coinvolgere il Policlinico Gemelli come autorità garante del messaggio.

L’indagine antibufala completa, con i suoi eventuali aggiornamenti, è a vostra disposizione su Attivissimo.net.

[IxT] Antibufala: la “portability” cellulare occulta i costi delle chiamate?

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di “ATMB”, “Cattolica.info” e “pavanfigo”.

Comunicazione di servizio: scusate se non mi faccio vivo molto, ultimamente. Grandi cose bollono in pentola: tutto verrà rivelato magicamente a gennaio. 🙂

Altra comunicazione di servizio: se qualcuno avesse una registrazione o anche una vaga memoria della mia apparizione mistica al programma RAI Neapolis di qualche giorno fa, mi scriva. Grazie!

Detto questo, veniamo al sodo.

Dai primi di ottobre 2004 circola in Rete un appello che lamenta l’inganno della cosiddetta “number portability (la possibilità di passare da un gestore all’altro mantenendo il vecchio numero del telefonino)”. Secondo l’appello, nessuno degli operatori cellulari italiani “spiega quanto l’adesione a macchia di leopardo a questo servizio stia costando a noi ignari consumatori”.

La teoria proposta dall’appello è che grazie alla trasferibilità del numero da un operatore all’altro, tutte le promozioni che offrono sconti per le telefonate fra utenti dello stesso operatore sono difficili da applicare correttamente. Adesso, infatti, non c’è più la corrispondenza di un tempo fra prefisso e operatore, grazie alla quale bastava guardare il prefisso per sapere se la persona che volevamo chiamare aveva il nostro stesso operatore e quindi ci costava meno chiamarla.

Secondo l’appello, insomma, “quelle telefonate che pensiamo costino poco possono in realtà costarci parecchio”, perché se ci basiamo sul prefisso possiamo facilmente credere di star telefonando a un utente che ha il nostro medesimo operatore (e quindi spendiamo meno) quando in realtà il nostro interlocutore ha un operatore diverso (e quindi ci costa molto di più).

L’appello rivela che “un modo per risparmiare, o comunque per sapere se la telefonata che stiamo per fare ci costerà poco o molto, in realtà esiste, ma” – e qui scatta l’accusa di complotto – “come è logico nessun gestore lo pubblicizza perchè è maggiore l’interesse a mantenere i propri clienti all’oscuro della cosa”.

Il modo sarebbe quello di ricordarsi un codice numerico diverso per ciascun operatore (“456 per i clienti vodafone, 4884 per i clienti tim”) da anteporre a ogni numero composto “affinchè una gentilissima e “gratuita” voce di donna ci comunichi a che gestore oggi appartiene il numero che stiamo chiamando”. L’appello non specifica se esiste un codice anche per gli operatori 3 e Wind.

L’appello non è una bufala vera e propria, ma gli manca qualche dettaglio abbastanza importante.

Il concetto di base è esatto: con l’introduzione della possibilità di cambiare gestore senza cambiare numero di telefonino, è scomparsa la tradizionale corrispondenza fra prefisso e operatore ed è quindi diventato più difficile sapere quanto si spende se si hanno sconti per le chiamate fra utenti del medesimo operatore. Due utenti con lo stesso prefisso, infatti, oggi possono appartenere a operatori differenti.

Ma questo drammatico problema si risolve in un modo molto più semplice e universale di quanto afferma l’appello. Per sapere a quale operatore telefonico (Tim, Wind, Vodafone, 3) appartiene un numero di cellulare, basta anteporre il codice numerico 456 quando componete il numero di telefonino dell’utente. È un codice unico, valido per tutti gli operatori.

Prima di essere collegati all’utente desiderato (e quindi prima di cominciare a pagare), una voce darà informazioni sull’operatore di appartenenza di quell’utente. Il servizio è gratuito e vale per tutti gli operatori cellulari.

La situazione è riassunta con chiarezza da un articolo pubblicato da Prontoconsumatore.it, che specifica che oltre al numero universale 456 alcuni operatori offrono spesso un altro numero e propongono opzioni personalizzate, descritte nell’articolo.

L’appello afferma che le informazioni sul servizio di trasparenza tariffaria sono poco pubblicizzate, ma sono comunque attualmente disponibili nelle seguenti pagine Web dei rispettivi operatori:

  • Tim
  • Vodafone
  • Wind (seguite il link e poi cliccate sulle parole “Wind Identity” nella pagina che compare)
  • 3

Un’altra inesattezza dell’appello è che si insinua che il servizio non sia gratuito, ma in realtà lo è.

L’indagine antibufala completa è come sempre a vostra disposizione su Attivissimo.net.

[IxT] Antibufala Classic: il ritorno del Remboursement

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di Arnaldo Demetrio, “robertoraim****” e Raffaele Esposito.

Anche gli appelli via e-mail, come le attricette, hanno i loro alti e bassi di popolarità. A volte scompaiono per mesi e poi riemergono, con un improvviso boom di diffusione contagiosa. Molti utenti credono che si tratti di un nuovo allarme, quando in realtà l’appello circola da tempo.

È il caso della rinnovata virulenza di un appello che sta circolando di nuovo in questo periodo, secondo il quale bisogna fare attenzione alla truffa che si nasconde dietro a “un plico proveniente da ‘Incass. Comunale dei Contribuenti – Via Piave 61 – Roma’ contenente ‘Documenti Importanti – Assegno Remboursement‘”.

L’appello intima di non ritirarlo “perchè NON si tratta di un rimborso fiscale o cose del genere ma soltanto cartaccia. Il problema sta nel fatto che la busta viene consegnata direttamente dal postino che richiede il PAGAMENTO di 10,33 euro. È una truffa segnalata da Altroconsumo”.

Non è una bufala: la truffa perpetrata con questa tecnica esiste davvero. O più probabilmente esisteva: infatti l’allarme per il fantomatico “remboursement” risale a settembre 2003, quando l’episodio fu segnalato appunto da Altroconsumo in una pagina oggi scomparsa, che faceva riferimento a una segnalazione dell’Agenzia delle Entrate.

In effetti la Direzione Regionale della Lombardia dell’Agenzia aveva pubblicato un comunicato, datato 25 luglio 2003, a proposito di questa truffa, che potete tuttora trovare in Rete, qui.

Non è chiaro se la truffa continui tuttora. Considerato che non vi sono segnalazioni successive a settembre 2003, è probabile che i criminali abbiano cambiato tattica. Nel frattempo, però, l’appello continua a circolare.

L’indagine aggiornata è a vostra disposizione su Attivissimo.net.