La polizia del Kent, nel Regno Unito, segnala un caso piuttosto bizzarro di
infrazione del limite stradale di velocità. Pochi giorni fa ha rilevato
sull’autostrada A2, vicino a Gravesend, un automobilista che viaggiava ben
oltre il limite di velocità: andava a circa 200 km/h in un tratto in cui il
limite consentito è poco sotto i 100 (per la precisione è 60 miglia, ossia 96
km/h).
Purtroppo in questo periodo di lockdown, con le strade semideserte,
alcuni automobilisti pensano di poter approfittare della situazione per
provare i propri bolidi ignorando sicurezza e limiti di legge.
Un agente ha fermato il conducente e gli ha contestato il superamento dei
limiti a livelli tali da comportare la possibile revoca della patente.
L’automobilista non ha potuto opporsi al rilevamento di polizia, anche perché
sul suo telefonino è comparsa una notifica della sua app di fitness, che si
congratulava con lui per il suo nuovo record di velocità nella corsa: 200 km/h. E
l’agente l’ha notato.
As I was dealing with this driver at the roadside for his excess speed on
the A2, a notification popped up on his phone congratulating him on his new
highest speed. You guessed it – 120mph! 🙄#WhenFitnessTrackersBackfire #SCRPU
^JR pic.twitter.com/BlChzGIjdm
— Kent Police Specials (UK) (@KentSpecials) March 31, 2021
Il tweet
della polizia mostra il rilevamento ufficiale, non quello dell’app di fitness.
Casi come questo ci ricordano che spesso non ci rendiamo conto di quanti dati
vengono acquisiti dai dispositivi che indossiamo e portiamo con noi e che quei
dati permettono di ricostruire moltissimi dettagli della nostra vita. Compresi
quelli imbarazzanti o criminali come questo.
C’è parecchio clamore intorno alla notizia che aggressori informatici ignoti sono entrati via Internet nei sistemi di controllo di un impianto di trattamento delle acque a Oldsmar, in Florida, e ne hanno alterato i valori delle sostanze chimiche immesse per la depurazione, con conseguente rischio di avvelenamento della popolazione servita dall’impianto (circa 15.000 residenti).
Il Tampa Bay Times riferisce che uno degli addetti all’impianto stava monitorando i sistemi quando ha visto che il cursore del mouse si stava muovendo da solo e che qualcuno lo stava usando per cambiare la quantità di idrossido di sodio (soda caustica) da 100 parti per milione a 11.100 parti per milione. L’operatore ha subito ripristinato il valore originale. La vicenda viene ora investigata dall’FBI oltre che dalle autorità locali.
A prima vista sembrerebbe un attacco molto sofisticato, opera di terroristi o altri grandi malfattori. Ma leggendo il resoconto ufficiale delle autorità emerge un quadro ben diverso: gli intrusi sono entrati facilmente perché la gestione remota dell’impianto usava un semplice TeamViewer che permetteva di accedere a tutti i computer usando la stessa password di accesso remoto, e i computer erano collegati direttamente a Internet senza alcuna protezione (firewall o simili). Inoltre tutti i computer erano connessi al sistema SCADA di gestione dell’impianto e usavano ancora Windows 7.
Come se non bastasse, l’impianto aveva smesso di usare TeamViewer sei mesi fa, ma l’aveva lasciato installato.
Insomma, un disastro annunciato. Probabilmente si tratta di un ex dipendente oppure di qualcuno che pigramente ha usato i motori di ricerca che trovano gli impianti lasciati aperti online, come Shodan, e fra i tanti honeypot (trappole) ha trovato quel bersaglio assurdamente facile.
Se avete impianti di qualunque tipo comandabili da remoto, pensate alla sicurezza; aggiornateli, usate password robuste e differenti, e non lasciate tutto spalancato sperando che nessuno vi trovi. Esistono motori di ricerca appositi: vi troveranno. Non fate come quell’impianto idrico italiano che è rimasto aperto e visibile per mesi nonostante le mie segnalazioni.
Lunedì 14 dicembre, intorno alle 13, quasi tutti i servizi di Google sono andati in tilt per circa 50 minuti. È bastata un’ora scarsa di disservizio per creare un’ondata di panico planetario, dovuto al fatto che milioni di utenti non riuscivano più a mandare mail, scrivere o consultare i propri documenti custoditi online nel cloud, sfogliare l’agenda di Calendar, guardare video su YouTube, gestire i propri assistenti vocali, consultare mappe e fare lezioni a distanza con Meet.
I servizi sono tornati alla normalità dopo appunto una cinquantina di minuti, secondo il resoconto pubblicato da Google, che spiega che avevano smesso di funzionare tutti i suoi servizi che richiedevano un’autenticazione tramite account. In effetti il motore di ricerca ha continuato a funzionare, e YouTube era consultabile tramite navigazione in incognito, ma qualunque servizio che richiedesse login e password di Google era inaccessibile.
Nelle ore successive ci sono stati problemi con Gmail, per cui molti account di posta risultavano inaccessibili e chi cercava di mandare mail a quegli account riceveva una risposta automatica del tipo “questo account non esiste” (un bel “550-5.1.1 The email account that you tried to reach does not exist.”)
La causa scatenante, dice sempre Google, è stata “un problema con il nostro sistema automatizzato di gestione delle quote che ha ridotto la capacità del sistema centrale di gestione delle identità”.
Non è il primo blackout del genere: Downdetector ne ha catalogati parecchi quest’anno, anche se non così vasti, e Wikipedia nota che un’altra sospensione dei servizi primari di Google è avvenuta ad agosto 2020 e che anche l’11 novembre scorso si è verificato un blocco simile.
Ci sono un paio di lezioni da portare a casa a proposito di questo incidente.
La prima è sicuramente che siamo enormemente dipendenti da Google e che è meglio preparare un piano d’emergenza che consenta di continuare a operare almeno in forma ridotta se Google va in tilt. Il vostro impianto luci o di riscaldamento domotico è comandabile anche senza passare per Google? Dipendete dal vostro assistente vocale Google Home per qualche funzione importante (penso ai disabili o a chi ha mobilità ridotta per infortunio o malattia, per esempio)? La vostra azienda o scuola è paralizzata se i servizi di Google non funzionano? Procuratevi un Piano B.
I’m sitting here in the dark in my toddler’s room because the light is controlled by @Google Home. Rethinking… a lot right now.
Senza arrivare a questi livelli estremi, vale la pena di cogliere l’occasione per chiedersi se è davvero una buona idea usare la login di Google per accedere a servizi di altri fornitori. Certo, è comodo, ma se Google si blocca diventa impossibile accedere non solo ai servizi di Google ma anche a tutti quelli di altri fornitori che dipendono dalla login di Google. Meglio avere account separati per ogni fornitore.
La seconda lezione è che conviene sapere dove reperire informazioni su questi blackout, in modo da capire rapidamente se il problema è nostro o esterno e agire di conseguenza (anche soltanto per mettersi il cuore in pace). Ho già citato Downdetector, disponibile anche su Twitter e Facebook e con sezioni separate per i singoli paesi, come Allestörungen.chper la Svizzera o Downdetector.it per l’Italia), tenete presente la Dashboard dello stato di Google Workspace, presso
La terza lezione è, come spiega bene Stefano Zanero, che fare congetture o ipotizzare attacchi informatici o complotti è una perdita di tempo:
Lo scrivo a beneficio di giornalisti e commentatori italiani: chi in Google conosce i motivi del disservizio, ovviamente non ne può parlare. Chi ne parla, non ne sa una mazza (e considerando la complessità della tecnologia in qualsiasi GAFAM, non può nemmeno tirare a indovinare).
Moltissime stampanti di una marca molto famosa sono connesse direttamente a Internet senza nemmeno una password che le protegga. In altre parole, sono attaccabili da chiunque, per esempio per cambiarne le impostazioni, bloccarle con una password e chiedere un riscatto, o addirittura per leggere i documenti riservati che sono rimasti nella memoria della stampante.
Già il fatto di collegare direttamente a Internet una stampante di rete è un atto di incoscienza notevole. Collegarla senza password (o con la password predefinita, disponibile nel manuale della stampante) rasenta la follia. Ma lo stato di allucinazione si raggiunge quando ci si accorge che trovare queste stampanti è facilissimo: basta usare Google.
È infatti sufficiente digitare in Google il numero di telefono dell’assistenza clienti di questa marca (che non nomino per ovvie ragioni) per ottenere dal motore di ricerca un elenco di risultati che contiene i link diretti per accedere a queste stampanti.
Non è neanche necessario collegarsi alla stampante per vederne le impostazioni: farlo potrebbe essere considerato violazione di domicilio informatico. Infatti è sufficiente usare la cache di Google, dove le impostazioni delle stampanti sono salvate pubblicamente. Lì mi sono fermato, senza tentare login che, stando alla segnalazione che mi è arrivata, sono fin troppo facili da fare. Il guaio è che non c’è modo di contattare i proprietari di queste stampanti, che resteranno quindi vulnerabili. Se avete suggerimenti su come fare, scrivetemeli nei commenti.
I link reperibili in Google includono l’indirizzo IP di ciascuna stampante, dal quale è facile risalire alla collocazione geografica approssimativa. C’è per esempio una stampante completamente aperta situata (secondo Iplocation.net) in Campania, che ha una particolarità: è già stata visitata da qualcuno, che ha lasciato un avviso eloquente che a quanto pare non ha letto nessuno.
Se mercoledì sera o giovedì mattina avete avuto problemi con il vostro aspirapolvere “smart” che non rispondeva più ai comandi, il campanello o apriporta “smart” non funzionava più o non riuscivate a giocare a Fortnite, non vi preoccupate: non è la Rivolta delle Macchine.
Però un pochino dovreste preoccuparvi, perché vuol dire che il vostro dispositivo dipende totalmente da Internet per funzionare, e se Internet non va per qualunque ragione avete un dispositivo inutile.
Se ne sono accorti gli utenti di alcuni prodotti di Autodesk e se ne sono accorte le redazioni di alcuni giornali statunitensi come il Washington Post, il Wall Street Journal e il Chicago Tribune, che hanno avuto serie difficoltà operative. Anche parte del sistema di trasporto ferroviario di New York è andata in crisi.
Il motivo della crisi era bello grosso: la regione US-East-1 degli Amazon Web Services era in tilt. Molti utenti non lo sanno e immaginano Amazon come un negozio online, ma in realtà Amazon gestisce anche una fetta molto sostanziosa del traffico di Internet e questa gestione produce il 57% dei suoi guadagni complessivi. Quando i suoi Web Services fanno le bizze, cade tutto come un castello di carte.
We are aware of a service interruption impacting Ring. We apologize for the inconvenience and appreciate your patience and understanding. Please check for updates here: https://t.co/eIn9C666kV.
An Amazon AWS outage is currently impacting our iRobot Home App. Please know that our team is aware and monitoring the situation and hope to get the App back online soon. Thank you for your understanding and patience.
Alcuni utenti, insomma, si sono trovati nella situazione piuttosto assurda di non poter passare l’aspirapolvere o rispondere alla porta di casa per via di un guasto a Internet dall’altra parte del mondo.
La situazione è stata riportata alla normalità alcune ore dopo, ma episodi come questo sottolineano l’importanza di scegliere dispositivi che possano funzionare anche senza una connessione a Internet. Non ha senso che per accendere le luci di casa a Zurigo si debba mandare un comando in California.
Se volete monitorare questi servizi e sapere se un improvviso malfunzionamento del vostro dispositivo “smart” è colpa del dispositivo o di un guasto ai suoi servizi online, provate Downdetector.com; lo stato dei servizi Web di Amazon è invece consultabile presso Status.aws.amazon.com.
Pochi giorni fa, il 30 marzo, sono stato ospite di Nicola Colotti alla Rete Uno della Radiotelevisione Svizzera nel programma Millevoci, intitolato Internet delle…cose che ci tengono connessi con gli altri: dove e come corrono i (big)dati dell’emergenza pandemia, insieme con Alessandro Longo, giornalista direttore del portale Agenda Digitale; Walter Quattrociocchi, Direttore del Laboratorio di Data Science and Complexity all’Università di Venezia; e Angelo Consoli, responsabile del laboratorio di Cyber Security della SUPSI.
Se volete riascoltare il programma, è disponibile in streaming qui.
Giunge dalle mie lande natìe, dallo Yorkshire, la notizia digitale più bizzarra della settimana: un porcile è stato distrutto da un incendio innescato da un contapassi ingerito ed espulso da un maiale.
Lo riferiscono i vigili del fuoco del North Yorkshire in due tweet: il 7 marzo scorso le squadre di pompieri di Tadcaster e Knaresbororough hanno domato le fiamme che avevano colpito quattro porcili presso Bramham. “Nessun maiale è stato ferito. La causa dell’incendio è attribuita a un contapassi alimentato a batteria, indossato da uno dei maiali (allo scopo di dimostrare che non era allevato al chiuso) e mangiato da un altro dei maiali… dopo che la natura ha seguito il proprio corso, si ritiene che il rame delle batterie abbia reagito con il contenuto del porcile e, in combinazione con la lettiera secca, abbia preso fuoco, incendiando circa 75 metri quadri di fieno”.
Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/06/02 10:50.
Mikko Hypponen, di F-Secure, ha raccontato di recente al Collision di New Orleans alcuni suoi casi di lavoro molto illuminanti: un informatico che si è dato al crimine perché nel suo paese non c’erano sbocchi legali per il suo talento; una vittima di ransomware, che conferma che pagare conviene, purtroppo; un tracciamento del giro di denaro enorme dei ransomware, reso possibile dai bitcoin; la visione del mondo che hanno i paesi dove prospera il crimine informatico semplicemente perché in quei paesi la polizia ha problemi ben più gravi; i pregiudizi sull’uso dei siti d’incontri, che causano danni a persone innocenti; e l’attacco informatico all’Ucraina, vero e proprio esempio di guerra informatica.
Ho preparato una rapida trascrizione che può aiutarvi a seguire l’ottimo inglese di Mikko; dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, ho ricevuto il permesso di Mikko di pubblicare anche una mia traduzione, che trovate più sotto (grazie a chi mi ha dato una mano). Se trovate errori, segnalateli nei commenti.
Dopo questi racconti non dormirete tranquilli, ma questa è la realtà informatica che ci circonda.
My name is Mikko and I hunt hackers. Well, actually, I hunt the evil kind of hackers, because there’s a lot of different hackers. Some are actually good. We like some hackers, but some we don’t. And in this line of work, when you hunt hackers, analyze malware and reverse engineer online attacks, you get to meet different kinds of people. We regularly infiltrate forums in the deep web to figure out what’s happening right now in the world of cybercrime organized gangs, and try to figure out what’s their next step. So let me tell you a couple of stories about the kind of people that I meet in this line of work.
I regularly meet the attackers themselves, because we work with law enforcement to do investigations, and there was this one guy that I met around two years ago. His name was Sorin; he’s from Romania, in Eastern Europe. He lives in a small village maybe a hundred kilometers east from Bucharest, the capital of Romania. And he was running botnets: he was making money online with cybercrime. And his botnets had these keylogger components to steal people’s credit card numbers. That’s what he was doing. He was stealing people’s credit card numbers as they were typing their credit card details on their infected computers while they were doing online shopping. So he was caught, he was charged, sentenced – he’s actually right now in jail. But when I met him and I spoke with him I asked him why: why did you choose this career? Why did you go into the life of crime?
Obviously he was smart, he was a programmer, he could have done other things. And he told me that, well, he didn’t really see other options. In this tiny village where he was living, you know, there weren’t any jobs, there weren’t any startups. The easiest way for him to turn his skills into income was to go into the life of crime. And the lesson here is that many of these problems that we’re fighting aren’t really technical: they are social problems. When you have people with the skills but without the opportunities you end up with problems like cybercrime. And that is a hard problem to fix. It’s easy to fix technical problems; it’s hard to fix social problems.
Now, I also meet a lot of victims when I work with computer security. And I met this one guy, actually a CEO for a startup in San Francisco, a couple of months ago. And I spoke with him because his company was in a big problem, because one of the employees had become infected with a ransom trojan and that employee’s computer, his laptop, had been encrypted by the ransom trojan. Not only that, it had also mounted all the shares that this user could see in their network and encrypted all those, including their Dropbox shares. And ransom trojans make money by locking you out of your data. You get hit by a ransom trojan like Reveton or Cryptowall or Petya and it will encrypt your files and then it will demand a payment in bitcoin from you in order to get your own files back.
And if you actually pay – if you actually pay – the ransom, like this guy did, you will get your files back. These cybercrime gangs that work with ransom trojans practically always deliver. If you pay, you will get your files back. So at least they are honest criminals. And the reason why these gangs are honest, why they deliver, is that these guys need a good reputation. Pretty much any victim for any ransom trojan will first try googling for a solution. Like let’s say you get hit with Teslacrypt or Hydracrypt; you will Google for “Teslacrypt help”. And when you do that, you will find earlier victims, people who had been infected with the same ransom trojan maybe last week, and they will tell their story: “I got infected, the encryption that they used was too strong, we couldn’t figure out any way to decrypt the files, I didn’t have backups, so I ended up paying two bitcoins to get my files back, and as soon as I paid they did provide me with a program which did decrypt all my files, I got everything back, they supported me – nice guys, you know, would recommend, five out of five”. So these guys need a good reputation, so that future victims will pay as well.
Now the megatrend that has made ransom trojans one of the biggest headaches, one of biggest problems we have right now, is bitcoin: the fact that now, for the first time, online criminals have a way of getting the payday without us being able to follow the money and catch them. This is the problem. Now that doesn’t mean that bitcoin is bad, because bitcoin isn’t bad, or any blockchain-based currency, they aren’t bad. They’re just tools: just like cash is neutral. I mean, we all carry cash in our pockets, but especially criminals love cash, because for example real-world drug trade is done with cash. It’s kind of hard to buy cocaine with a credit card – or so I’ve been told. And exactly for the same purpose online criminals use the online equivalent of cash: bitcoin.
But the most important difference between real-world cash and online cash is that bitcoin can be tracked to an extent. Bitcoin is based on blockchain. Blockchain is a public ledger. And when I say public, I really mean public. So public that anybody – I mean, any of you – can go online today and download the whole bitcoin blockchain, which will include every single transaction that has ever been done with bitcoin. Now you don’t see who sent money to who, but you do see the transactions – like how much money, when, and from which wallet to which wallet. And this means that we can actually track the amount of money online criminals are moving: not who they are, but we can see how much they’re moving. And it turns out that some of these ransom trojan gangs are making a lot of money.
For example, the Cryptowall gangs bitcoin wallets have had traffic worth more than $300 million over the last two years. Three hundred million dollars. Now if that would be a company instead of a cybercrime gang, that would probably be a unicorn. If you make 300 million in revenue and are very profitable, you probably would be a unicorn company. Cybercrime unicorns: we have cybercrime unicorns. Lesson here is that the money moving in these online cybercrime gangs is surprisingly large. Online organized crime is surprisingly large.
We also regularly work with the cops, and I remember this one meeting I had with law enforcement officers in Brazil, in São Paulo; this small unit of cops working for the central criminal police of São Paulo trying to solve cybercrime cases in Brazil. And São Paulo as a city is one of the hotspots in the world. São Paulo for years, for example, was the capital for banking trojans: they were creating more banking trojans in São Paulo than anywhere else in the world.
So when I met these guys I suppose I was sort of the ignorant European who comes over to tell these people what problems they have, and they really taught me a lesson, because after we chatted for a while and I told them what we see about the kind of crime coming out of their country, one of these cops told me that well, yeah, they get that. They understand that they have a problem. They know that there’s lots of cybercrime in there: they understand it. But what I should understand is that São Paulo is also one of the murder capitals of the world. So where exactly should the law enforcement there be putting their limited resources? To fight online crime, which is certainly a problem, or to fight crimes where people actually die? And when you look at it from that point of view it’s quite clear where you put your limited resources. And the lesson here is that problems seem different, they seem much smaller when you look at them from far away. But when you get closer the problems look different.
Then last year I met this lady in Australia. She wasn’t really a victim of a hack. Not directly. She wasn’t hacked herself: she was a victim of a data leak. It turns out that she had an account at Ashley Madison. She had an account at AshleyMadison.com, the cheating website. And as the Ashley Madison database was leaked, publicly published, late last year, her identity, the fact that she was there, became public as well. And of course the word got around: people at the office heard about it, the neighbors heard about it. Very embarrassing, of course. However, the reason why she was on Ashley Madison was not that she was trying to cheat on her husband. Quite the contrary.
A couple of years earlier she had suspected her husband of infidelity. She suspected that he was cheating on her. And she was convinced that he had an account at Ashley Madison, so she actually went to Ashley Madison trying to find him. She registered an account trying to find him, but she never did. Then she forgot all about it, until the neighbors started chatting about how she’s a user of Ashley Madison. Now the lesson here is that we really shouldn’t be jumping to conclusions.
Now everything around us is more and more running on computers and software. It’s not just the computers that we are protecting anymore: it’s pretty much the whole infrastructure. And this was very clear when I met this guy who works for a company called Prykarpattya Oblenergo; that’s a company in Ukraine, headquartered in Kiev. It’s a company which handles the electrical grid for most of Ukraine. And this company was hit with a cyberattack last Christmas Eve’s eve, on December 23 [2015].
What actually happened on December 23 was that one of the operators realized that his mouse doesn’t work. His mouse doesn’t work: that’s how it started. Maybe it’s broken, maybe it’s a bad battery, but then the operator realizes that although his mouse didn’t work, the cursor was moving on the screen anyway. And this is a bad sign. You can take this to heart: if your mouse doesn’t work but it’s still moving, you have a problem. And they did have a problem. It turns out that he was locked out from his own workstation: a Windows workstation which was used to operate the actual electrical grid – to actually operate the relays that control the flow of electricity in Ukraine. And he wasn’t alone: all the operators in the same room were locked out of their own systems. So they were just bystanding and watching as someone else was using their computers to turn off backup power and then switch off relays, which directly translated into power being cut off in different parts of Ukraine.
It only took the shadow operator half a minute to switch off power for 200,000 people, eventually clicking the relay which controlled the power for the building where the operators were in themselves, so they were left in the darkness.
Now this power outage didn’t last forever. Power was recovered within a couple of hours. Not through computers, because the unknown attacker had actually overwritten the firmware on the control equipment. So there was no way to recover: they actually had to physically go and switch the relays on by hand. But that’s what they did, and they recovered the power to most of the country within the day. Which was very good, because this was in December, and temperatures can get really freezing in December: you can easily see how this could have turned into something more serious if the power had been out for maybe a week, well, people start dying as temperature start dropping. And at the very same time when this attack was underway, the company was hit with a denial of service attack which overflowed their phone central. Phones were ringing off the hook. Whoever was behind the attack launched a phone denial of service attack at the same time, maybe to disrupt the operations or maybe just to prevent real victims of the power outage from being able to call the power company and report the outage. And all those phone calls which were coming into this company in Ukraine were coming from Russia; they were coming from the area code of Moscow.
Now this is important, because Ukraine and Russia are at war. Russians don’t call it a war, but Russia has annexed part of Ukraine and joined it to its own country. With force. I call that a war. So when you have something like this happening between two countries who are at war, well, I think we really should be calling that cyberwar.
Cyberwar is a term that I’ve never liked, because almost always when it’s being used it’s being used incorrectly. You know, there’s some random denial of service attack somewhere or there’s some spying attack somewhere else, maybe done by a nation-state, maybe not; but the headlines will always speak about cyberwar. But most of those cases are not about war: most of those cases are about espionage and spying. And espionage isn’t war, and spying isn’t war. But what happened on Christmas Eve’s eve in Ukraine was something different.
So we are entering a new era. We just got rid of the last arms race, the nuclear arms race, and now it seems we’re entering the next arms race, the cyber arms race; and I believe that we’ve seen only the very beginning of this arms race. It will most likely go on for decades. And that attack was possible because everything around us is being controlled by computers. Every single factory is being run by computers. Every single power plant, every single food processing plant. And we all know that this is extending into our homes with the IOT revolution. You can’t imagine a device so small or insignificant that it wouldn’t be online. Eventually, everything will be online – your toasters will be online, whether you like it or not, whether it makes any sense or not: your goddamn toasters will be online. Which means they will be a vector for attackers.
Attackers aren’t really interested in hacking toasters, but if the toaster will leak your Wi-Fi password they will certainly use that as a way of getting into your home network or into your enterprise network. They are becoming vectors for attackers, and that’s why we have to secure them, and that is hard.
The lesson here is that whenever you hear the word “smart” what you should be thinking about is “exploitable”. You know: a smart factory, exploitable factory; smart grid, exploitable grid; smart car, smartwatch, smartphone. That’s what it means: it’s programmable, which means it’s exploitable.
But don’t get me wrong. I do believe that the Internet is the greatest thing that has happened to mankind during our generations. When there will be history books written about this time, a hundred years from now, the thing that they will highlight as the most important thing is that we were the people that first got online. The Internet was born, and yes – the Internet was born, and when it was born it created problems for us. We no longer have to worry about just criminals who are close to us; we have to worry about criminals who can be anywhere on the planet, but clearly it has brought us more good than bad. So much connectivity, so much business, so much entertainment: clearly more good than bad. And I wish – I hope – that eventually we can say the same thing about the Internet of things as well. I hope it will eventually bring us more good than bad, just like the Internet has brought us more good than bad. Thank you very much.
Traduzione (grazie ancora ai commentatori che hanno contribuito):
Mi chiamo Mikko e sono un cacciatore di hacker. Be’, in realtà vado a caccia degli hacker cattivi, perché ci sono molti tipi diversi di hacker. Alcuni sono buoni. Alcuni ci piacciono, altri no. Nel mio lavoro, quando vai a caccia di hacker, analizzi il malware e fai reverse engineering degli attacchi online, incontri persone di vario genere. Noi ci infiltriamo abitualmente nei forum nel deep web per capire cosa sta succedendo in questo momento nel mondo delle bande di criminali informatici organizzati e per cercare di capire quale sarà il loro prossimo passo. Per cui lasciate che vi racconti qualche storia sul genere di gente che incontro nel mio lavoro.
Mi capita spesso di incontrare gli aggressori stessi, perché collaboriamo con le forze dell’ordine per le indagini, e un paio di anni fa ho incontrato una persona, Sorin, che viene dalla Romania, in Europa orientale. Vive in un piccolo villaggio a un centinaio di chilometri a est di Bucarest, la capitale della Romania. Gestiva delle botnet: faceva soldi online con il crimine informatico. Le sue botnet avevano dei componenti keylogger per rubare i numeri delle carte di credito delle persone. Rubava i numeri delle carte di credito della gente mentre questa gente li digitava sui propri computer infetti durante gli acquisti online. Lo hanno beccato, incriminato e condannato: in questo momento è in carcere. Ma quando l’ho incontrato e gli ho parlato gli ho chiesto il perché. Perché hai scelto questa carriera? Perché ti sei dato al crimine?
Era chiaramente un tipo sveglio, era un programmatore, avrebbe potuto fare altro. Mi ha detto che, be’, non vedeva altre possibilità. Nel paesino dove viveva non c’era lavoro, non c’erano delle startup. Per lui il modo più facile di trasformare il suo talento in un reddito era darsi al crimine. La lezione, qui, è che molti di questi problemi con i quali stiamo lottando non sono in realtà tecnici, ma sociali. Se hai gente con talento ma senza opportunità, finisci per avere problemi come il crimine informatico. E questo è un problema difficile da sistemare. È facile risolvere i problemi tecnici; è difficile risolvere quelli sociali.
Quando mi occupo di sicurezza informatica incontro anche tante vittime. Un paio di mesi fa ho incontrato questo tizio, un CEO di una startup a San Francisco. Gli ho parlato perché la sua azienda aveva un grosso problema: uno dei suoi dipendenti si era infettato con un trojan che chiede un riscatto e il computer di quel dipendente, il suo laptop, era stato cifrato dal trojan. Non solo: aveva montato tutte le condivisioni che quell’utente poteva vedere nella propria rete e aveva cifrato anche quelle, comprese le condivisioni su Dropbox. Questi trojan fanno soldi impedendoti di accedere ai tuoi dati. Ti prendi un trojan come Reveton o Cryptowall o Petya, che ti cifra i file e poi ti chiede un pagamento in bitcoin per farteli riavere.
E se paghi il riscatto – se lo fai davvero – come ha fatto questa persona, riavrai i tuoi file. Queste bande di criminali informatici che lavorano con i trojan con riscatto [ransomware, n.d.t.] mantengono praticamente sempre l’impegno preso. Se paghi, riavrai i tuoi file. Per cui perlomeno sono criminali onesti. La ragione per cui lo sono è che hanno bisogno di una buona reputazione. Quasi tutte le vittime di un trojan con riscatto per prima cosa cercano una soluzione su Google. Per esempio, ti prendi Teslacrypt o Hydracrypt e vai su Google a cercare “Teslacrypt aiuto”. Quando lo fai, trovi le vittime precedenti, persone infettate dallo stesso trojan magari una settimana fa, che ti raccontano la propria storia: “Mi sono infettato, la cifratura che usavano era troppo robusta, non riuscivamo a trovare un modo per decifrare i file, non avevo un backup, per cui ho pagato due bitcoin per riavere i miei file, e non appena ho pagato mi hanno dato un programma che ha davvero decifrato tutti i miei file; ho riavuto tutto, mi hanno fatto assistenza – gente simpatica, la raccomanderei, cinque su cinque”. Per cui a questa gente serve una buona reputazione in modo che anche le vittime future paghino.
Ora la mega-tendenza che ha reso i trojan con riscatto uno dei più grandi mal di testa, uno dei più grandi problemi che abbiamo in questo momento, è il bitcoin: il fatto che ora, per la prima volta, i criminali online hanno un modo di ricevere la paga senza che noi possiamo seguire il denaro e quindi catturarli. Questo è il problema. Ora questo non significa che il bitcoin sia un male, perché il bitcoin non è male, o qualsiasi altra valuta basata sulla blockchain, non sono un male. Sono solo strumenti: proprio come è neutrale il denaro contante. Voglio dire, tutti portiamo contanti in tasca, ma soprattutto i criminali amano i contanti, perché per esempio il traffico di droga nel mondo reale è fatto con denaro contante. È un po’ difficile comprare cocaina con una carta di credito – o almeno così mi è stato detto. Ed esattamente per lo stesso scopo i criminali online utilizzano l’equivalente online del denaro contante: il bitcoin.
Ma la differenza più importante tra i contanti del mondo reale ed il contante virtuale è che i bitcoin possono essere tracciati fino ad un certo punto. I bitcoin sono basati su una blockchain. La blockchain è un registro pubblico. E quando dico pubblico, intendo veramente pubblico. Talmente pubblico che chiunque – intendo ognuno di voi – può andare online oggi e scaricare tutta la blockchain dei bitcoin, che includerà ogni singola transazione che sia mai stata fatta con i bitcoin. Non potreste vedere chi ha mandato soldi a chi, ma vedreste le transazioni – tipo quanti soldi, quando e da quale portafogli verso quale altro portafogli. Questo significa che possiamo davvero tracciare l’ammontare di denaro che i criminali informatici stanno muovendo: non chi sono, ma quanti soldi muovono. E ne risulta che alcune di queste gang del trojan con riscatto stanno facendo soldi a palate.
Per esempio, i portafogli di bitcoin delle bande che usano Cryptowall hanno avuto un traffico del valore di più di 300 milioni di dollari negli ultimi due anni. Trecento milioni di dollari. Se fosse un’azienda invece che una banda di criminali, sarebbe probabilmente un “unicorno” [una start-up valutata oltre un miliardo di dollari, n.d.t.]. Se fai 300 milioni di ricavi e hai profitti elevati, probabilmente sei un unicorno. Unicorni di cybercrimine: abbiamo gli unicorni di cybercrimine. La lezione da imparare è che l’ammontare di denaro che muovono queste bande del crimine informatico online è sorprendentemente grande. Il cybercrimine organizzato è sorprendentemente grande.
Lavoriamo anche regolarmente con la polizia e ricordo un incontro che ho avuto con i funzionari delle forze dell’ordine in Brasile a São Paulo; una piccola unità di poliziotti che lavoravano per la Polizia Criminale Centrale di São Paulo e cercavano di risolvere i casi di cybercrimine in Brasile. São Paulo, come città, è un punto caldo planetario. Per esempio, per anni São Paulo è stata la capitale per i trojan bancari: venivano creati più trojan bancari a São Paulo che in qualsiasi altro luogo nel mondo.
Così quando li ho incontrati immagino di essere stato un po’ l’europeo ignorante che arriva e dice alla gente quali problemi ha, ma mi hanno davvero insegnato una lezione, in quanto dopo aver chiacchierato per un po’ e dopo aver detto loro che tipo di crimini vedevamo partire dal loro Paese, uno di loro mi ha detto che, beh, sì, capiscono. Sanno di avere un problema. Sanno di avere molto crimine informatico: lo capiscono. Ma quello che dovevo capire io era che São Paulo è anche una delle capitali degli omicidi nel mondo. Quindi a cosa dovrebbero dedicare le proprie esigue risorse le forze dell’ordine? A combattere il crimine online, che è sicuramente un problema, o a combattere i crimini nei quali le persone muoiono davvero? Quando si guarda la situazione da questo punto di vista è abbastanza ovvio decidere dove indirizzare le proprie risicate risorse. La lezione qui è che i problemi sembrano differenti, diventano molto più piccoli quando li guardi da molto lontano. Ma quando ti avvicini i problemi cambiano aspetto.
L’anno scorso ho incontrato una donna in Australia che non era una vittima di un’intrusione informatica. Perlomeno non direttamente. Non era lei ad aver subito una violazione informatica, però era la vittima di una fuga di dati. Aveva un account presso Ashley Madison. Aveva un account presso AshleyMadison.com, il sito web per le infedeltà coniugali. E quando il database di Ashley Madison è stato trafugato e pubblicato, alla fine dell’anno scorso, è stata resa pubblica anche l’identità di questa donna. Il fatto che c’era anche lei è diventato pubblico. E naturalmente la voce s’è sparsa: l’hanno saputo in ufficio, l’hanno saputo i vicini di casa. Molto imbarazzante, ovviamente. Ma la ragione per la quale la donna era su Ashley Madison non era l’adulterio. Anzi.
Un paio d’anni prima aveva avuto sospetti d’infedeltà sul marito. Sospettava che lui la tradisse. Lei si era convinta che lui avesse un account presso Ashley Madison e così era andata su Ashley Madison per cercarlo. Aveva registrato un account nel tentativo di trovarlo ma non c’era riuscita. Poi aveva dimenticato tutta la faccenda, fino a quando i vicini hanno cominciato a spettegolare sul fatto che lei era una utente di Ashley Madison. La lezione, in questo caso, è che non dovremmo saltare alle conclusioni.
Tutto quello che ci circonda è sempre più basato su computer e software. Ora non proteggiamo più soltanto i computer: proteggiamo praticamente l’intera infrastruttura. E questo è risultato molto chiaro quando ho incontrato questa persona che lavora per un’azienda che si chiama Prykarpattya Oblenergo; un’azienda in Ucraina, con sede a Kiev. Gestisce la rete elettrica per la maggior parte dell’Ucraina. E quest’azienda è stata colpita da un attacco informatico il giorno prima della vigilia di Natale dell’anno scorso, il 23 dicembre [2015].
Il 23 dicembre [2015] uno degli operatori si è accorto che il mouse non gli funzionava. È cominciata così. Forse il mouse era rotto, magari la batteria era difettosa. Ma poi l’operatore si è reso conto che anche se il suo mouse non funzionava, il cursore si stava spostando lo stesso sullo schermo. E questo è un cattivo segno. Tenetevelo bene in mente: se il vostro mouse non funziona ma il cursore si sta ancora muovendo, avete un problema. E loro avevano un problema: lui era stato disconnesso dalla propria postazione di lavoro Windows, usata per controllare la rete elettrica e azionare i relè che controllano il flusso di elettricità in Ucraina. E non era il solo: tutti gli operatori nella stessa sala erano stati disconnessi dai propri sistemi. Per cui hanno assistito inermi mentre qualcun altro usava i loro computer per spegnere le fonti d’energia di riserva e poi spegnere i relè, col risultato diretto di togliere la corrente in varie parti dell’Ucraina.
All’operatore fantasma è bastato mezzo minuto per spegnere la corrente a 200.000 persone. A un certo punto ha disattivato anche il relè che controllava l’energia elettrica dell’edificio nel quale si trovavano gli operatori, lasciandoli così al buio.
Questo blackout non è durato per sempre: la corrente è stata ripristinata nel giro di un paio d’ore. Non tramite i computer, perché l’aggressore ignoto aveva sovrascritto il firmware sui dispositivi di controllo e quindi non c’era modo di ripristinare: sono dovuti andare fisicamente a commutare a mano i relè. Ma l’hanno fatto e sono riusciti a ridare elettricità alla maggior parte del paese in giornata. Che è una buona cosa, perché era dicembre e le temperature possono diventare davvero gelide a dicembre: è chiaro che la cosa sarebbe potuta diventare ben più seria se l’energia fosse stata interrotta per una settimana e la gente avesse iniziato a morire man mano che calavano le temperature. E mentre era in corso questo attacco l’azienda è stata colpita da un attacco di denial of service che ha sovraccaricato il centralino telefonico. Squillavano tutti i telefoni in continuazione. Chi aveva lanciato l’attacco aveva contemporaneamente avviato un attacco di blocco del servizio telefonico, forse per sabotare il lavoro o semplicemente per impedire alle persone effettivamente colpite dal blackout di chiamare l’azienda e segnalarlo. E tutte quelle chiamate che arrivavano all’azienda in Ucraina arrivavano dalla Russia. Provenivano dal prefisso telefonico di Mosca.
Tutto questo è importante, perché l’Ucraina e la Russia sono in guerra fra loro. I russi non la chiamano guerra, ma la Russia si è annessa una parte dell’Ucraina e l’ha unita al proprio paese. Con la forza. Io questa la chiamo guerra. Quindi quando hai una cosa di questo genere che avviene fra due paesi che sono in guerra fra loro, be’, credo che dovremmo veramente chiamarla cyberguerra.
“Cyberguerra” è un termine che non mi è mai piaciuti, perché quasi sempre viene usato a sproposito. Per esempio, c’è un attacco di denial of service a caso da qualche parte, oppure c’è un attacco di spionaggio da qualche altra parte, magari ad opera di uno stato oppure no; ma i titoli dei giornali parlano sempre di cyberguerra. Eppure la maggior parte di questi casi non riguarda una guerra: riguarda lo spionaggio e la sorveglianza. E lo spionaggio e la sorveglianza non sono guerra. Ma quello che è successo alla vigilia della vigilia di Natale è stato qualcosa di diverso.
Stiamo quindi entrando in una nuova era. Ci siamo appena sbarazzati dell’ultima corsa agli armamenti, quella nucleare, e ora sembra che stiamo iniziando la prossima corsa, quella alle armi informatiche, e credo che ne abbiamo visto soltanto l’inizio. Probabilmente andrà avanti per decenni. Quell’attacco è stato possibile perché tutto intorno a noi è controllato dai computer. Ogni fabbrica è gestita da computer. Ogni singola centrale elettrica, ogni impianto di trattamento degli alimenti. E sappiamo tutti che questa tendenza sta entrando nelle nostre case con la rivoluzione dell’Internet delle Cose. Non c’è dispositivo troppo piccolo o troppo insignificante per non metterlo online. Prima o poi tutto sarà online: saranno online i vostri tostapane, che vi piaccia o no, che abbia senso o no. I vostri stramaledetti tostapane saranno online. E questo vuol dire che saranno un vettore per gli aggressori.
Gli aggressori in realtà non sono interessati a violare i tostapane, ma se il tostapane si fa sfuggire la vostra password del Wi-Fi lo useranno certamente come modo per entrare nella vostra rete domestica o aziendale. Stanno diventando vettori per gli aggressori, ed è per questo che dobbiamo metterli in sicurezza, e questo è difficile.
La lezione in questo caso è che tutte le volte che sentite la parola “smart” dovreste pensare “vulnerabile”. Nel senso di “fabbrica smart”, “fabbrica vulnerabile”; “rete elettrica smart”, “rete elettrica vulnerabile”; smart car, smartwatch, smartphone. Questo è il significato: è programmabile, quindi è vulnerabile.
Ma non fraintendetemi. Credo fermamente che Internet sia la cosa più grande capitata all’umanità nel corso delle nostre generazioni. Quando verranno scritti i libri di storia a proposito del nostro tempo, fra cent’anni, quello che metteranno in evidenza è che noi siamo stati quelli che per primi sono andati online. È nata Internet, e quando è nata ci ha causato dei problemi. Non dobbiamo più preoccuparci soltanto dei criminali che ci stanno vicino; dobbiamo preoccuparci anche per criminali che possono essere ovunque nel mondo. Ma è chiaro che ci ha portato più benefici che danni. Così tanta connettività, così tanti affari, così tanto intrattenimento: chiaramente più bene che male. E desidero – spero – che prima o poi potremo dire la stessa cosa a proposito dell’Internet delle cose. Spero che ci porterà più bene che male, proprio come Internet ci ha dato più bene che male. Grazie.
Le auto di oggi sono sempre più dei computer su ruote. Sono quindi “hackerabili” come lo sono i computer? Spesso sì, e per risolvere questo problema bisogna trovare il modo di incoraggiare gli esperti a scoprire le falle informatiche delle auto e permettere ai costruttori di turarle.
Uno di questi modi è la gara annuale di hacking denominata Pwn2Own (si pronuncia “poun-tu-oun”), organizzata da Trend Micro, si terrà a Vancouver, in Canada, dal 18 al 20 marzo 2020. Anche quest’anno, come nel 2019, oltre ai premi per chi supera le difese di sistemi operativi e browser per computer verrà messa in palio anche una delle auto più informatizzate del mondo: una Tesla Model 3. Chi riuscirà a prenderne il controllo informatico se la porterà a casa, probabilmente insieme a qualche centinaio di migliaia di dollari in premi aggiuntivi.
Le regole della sfida sono strutturate in vari livelli: al primo livello (Tier 1) ci si aggiudica l’auto e mezzo milione di dollari se si riesce a prendere pieno controllo dei tre sottosistemi informatici del veicolo passando attraverso la sua connessione Wi-Fi o Bluetooth o il suo modem o sintonizzatore per raggiungere il sistema di infotainment e poi arrivare al sottosistema di guida assistita (Autopilot). Se poi l’attacco è persistente (ossia sopravvive a un riavvio dell’auto, ci sono altri 200.000 dollari.
Al secondo livello (Tier 2) il premio in denaro scende leggermente ma è sufficiente prendere il controllo di due sottosistemi su tre; al terzo livello (Tier 3) è sufficiente prendere il controllo di un solo sottosistema.
L’altra regola fondamentale è che la tecnica usata deve restare segreta e deve essere comunicata soltanto al costruttore (in questo caso Tesla).
Nel 2019 due ricercatori erano riusciti a prendere il controllo del browser del sottosistema di infotainment dell’auto con questa tecnica. Tesla aggiornò subito il software di tutte le auto per eliminare la falla.
In un momento in cui c’è tanto interesse per l’ambiente e per la riduzione degli sprechi, la marca di altoparlanti e amplificatori Sonos ha avuto un’idea particolarmente infelice: introdurre una “modalità Riciclo” che in realtà non consente di riciclare nulla ma rende inservibili gli altoparlanti.
L’azienda ha infatti un programma di “Trade Up”, nel quale i clienti che hanno un altoparlante Sonos idoneo (Play: 5 di prima generazione, Connect e Connect:Amp) possono ricevere un credito del 30% sull’acquisto di un nuovo altoparlante della stessa marca.
Fin qui tutto molto bello, ma per ricevere questo credito non bisogna riportare in negozio o rispedire l’apparecchio vecchio. Bisogna metterlo in “modalità Riciclo”, usando l’apposita funzione del proprio account Sonos. Attenzione: questo disattiva permanentemente il dispositivo 21 giorni dopo l’avvio della modalità Riciclo.
“La procedura è irreversibile e non può essere annullata”, spiegano le istruzioni, aggiungendo che “[n]on è possibile annullare il conto alla rovescia di 21 giorni”.
In altre parole, invece di consentire a qualcun altro di continuare a usare i dispositivi vecchi e quindi permettere il riuso di apparecchi perfettamente funzionanti, Sonos decide di brickarli, ossia di sabotarli e farli diventare dei fermacarte inutilizzabili, che dovranno essere portati ai centri di smaltimento ed essere smantellati per recuperarne, ove possibile, i componenti e i materiali.
Gli utenti non sono particolarmente contenti di questa scelta ben poco ecologica, e sono scontenti anche per un altro motivo: alcuni di loro hanno avviato la “modalità Riciclo” per errore, rovinando permanentemente degli altoparlanti che senza questo trucchetto software sarebbero ancora perfettamente usabili.
L’azienda si è giustificata dicendo quanto segue (la traduzione è opera mia):
Nel corso del tempo, la tecnologia progredirà in modi che questi prodotti non sono in grado di gestire. Per alcuni utenti, queste funzioni nuove non sono importanti. Pertanto, possono scegliere di non partecipare al programma di Trade Up. Ma per altri utenti è importante avere dispositivi Sonos moderni, capaci di fornire queste nuove esperienze. Per cui il programma Trade Up è un percorso che consente a questi utenti di aggiornarsi a prezzi accessibili. Per coloro che scelgono di fare il trade-up verso prodotti nuovi, abbiamo ritenuto che il gesto più responsabile non era riproporli a clienti nuovi che potrebbero non rendersi conto che sono prodotti che hanno 10 o più anni e che potrebbero non essere in grado di fornire l’esperienza Sonos che si aspettavano.
Dipende tutto da cosa si intende per responsabile.