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Avventurette in auto elettrica: come ho comprato una Tesla per meno di 35.000 euro (prima parte)

Avventurette in auto elettrica: come ho comprato una Tesla per meno di 35.000 euro (prima parte)

Quando vi ho presentato Tess, la mia prima auto elettrica a lunga percorrenza, ho promesso che vi avrei raccontato la storia strana che mi ha portato a rinunciare definitivamente all’auto a carburante e a comprare una Tesla Model S per meno di 35.000 euro. Questa è la prima parte del racconto.

3 giugno 2020. La Dama e io siamo in autostrada, avvolti nell’ovattato silenzio della Tesla che abbiamo appena ritirato a Zurigo, e stiamo iniziando il viaggio di ritorno verso il Maniero Digitale a Lugano. Mentre sto prendendo confidenza con le ragguardevoli dimensioni di Tess (cinque metri per due) guidando in modalità totalmente manuale (niente cruise control, men che meno Autopilot), mantengo una promessa che mi ero fatto quando è iniziato questo sogno folle alcuni mesi fa: la prima canzone suonata da Tess dovrà essere un brano preciso, quello perfetto per celebrare un viaggio e un momento di euforia difficilmente ripetibile.

Premo il tasto dei comandi vocali che si trova sul volante e chiedo a Tess di suonare quella canzone, che ho caricato su una chiavetta USB insieme a tante altre. Tess capisce le mie parole, la trova e la suona, e a quel punto mi si stampa in faccia un sorriso che si ferma solo quando arriva alle orecchie. È Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Fears. Questa:

È uno di quei rari momenti di perfezione che vanno assaporati e diventano indimenticabili. Almeno qui, ora, sono arrivato nel futuro che speravo di poter vivere con la persona che amo. Ma come ci sono arrivato? Questo è il diario che ho scritto durante questa pazzia ragionata, con alcune revisioni e note.

Lunedì 23 marzo 2020

Mezzo pianeta è intrappolato in casa per via della pandemia da Covid-19. Tutti i negozi, le aziende e i servizi non essenziali sono chiusi per ordine dei governi, sia in Italia (ferma da tredici interminabili giorni [ed è solo l’inizio], con divieto di circolazione salvo casi improrogabili), sia in Svizzera (dove per ora c’è solo la raccomandazione di non circolare se non strettamente necessario). Chi può, lavora da casa; chi non può, non lavora. Io, che lavoro da casa da trent’anni, sono sommerso di impegni lavorativi; annullate tutte le conferenze e le lezioni, ho comunque da gestire le altre attività remotizzabili e reinventare quelle che non lo sono.

Può sembrare quindi un momento strano per andare a caccia di automobili elettriche, e farlo può sembrare forse offensivo verso le sofferenze altrui. Ma detto molto sinceramente: con amici, parenti e conoscenti che mi svaniscono dall’oggi al domani e con il futuro che incombe in modo angosciante, forse è il caso di fare una piccola follia, perché oggi più che mai di doman non c’è certezza.

Inoltre, volendo essere molto pragmatici, i concessionari sono chiusi e nessuno vende o compra auto. A marzo 2020 le immatricolazioni in Svizzera sono crollate del 34% su base annua. Le case automobilistiche hanno fame di clienti e quindi stanno facendo offerte molto interessanti (per esempio Hyundai). E quindi è paradossalmente un ottimo momento per fare acquisti, nella speranza di tempi migliori.

Il negozio online di Tesla è aperto, e così da qualche giorno ho cominciato a tenere d’occhio i prezzi delle auto di seconda mano, in particolare le Model S. Nuove costano, in Svizzera, da 98.000 CHF in su; usate costano meno della metà e hanno comunque ancora qualche anno di garanzia. Per esempio, una Model S 70 del 2016 costa 37.500 CHF.

Inoltre ho notato che i prezzi dei singoli esemplari dell’usato Tesla oscillano da un giorno all’altro in maniera sorprendente, salendo o scendendo anche più di 100 CHF in un giorno. E alcuni esemplari spariscono dal negozio, quindi qualcuno sta ancora comprando.

Per esempio, limitandomi soltanto alle Model S blu con interni beige (ho aggiornato questi esempi anche nei giorni successivi):

  • Model S 85 del 2015 (42.476 km, garanzia batteria e motore fino a giugno 2023, km illimitati, sospensione Smart Air, audio UHF): 37.600 CHF (27/3), 37.400 CHF (28/3), 37.300 CHF (30/3), 37.200 CHF (1/4), rimossa (1/4 sera).
  • Model S 70 del 2016 [questa sarà Tess] (79.052 km, garanzia batteria e motore fino a marzo 2024, km illimitati, cerchi da 19″): 37.500 CHF (24/3), 41.500 CHF (28/3), 41.400 CHF (30/3), 41.300 (5/4), 37.600 CHF (7/4), 37.500 CHF (10/4), 37.400 CHF (14/4), 37.300 CHF (21/4).
  • Model S 85 del 2015 (62.080 km, garanzia batteria e motore fino a dicembre 2023, km illimitati, sospensione Smart Air, audio UHF, cerchi da 21″): 40.200 CHF (28/3), 40.100 CHF (31/3), rimossa (1/4), tornata a 40.000 CHF (2/4), 39.200 CHF (7/4), 39.100 CHF (8/4), 39.000 CHF (12/4), 38.900 CHF (15/4), 38.800 CHF (18/4), 38.700 CHF (22/4).
  • Model S 85D del 2015 (139.681 km, garanzia batteria e motore fino a giugno 2023, km illimitati, sospensione Smart Air, audio UHF, cerchi da 21″): 40.400 CHF (2/4), 40.100 CHF/ 139.684 km (4/4), 39.600 CHF (5/4), 38.800 CHF (7/4), 38.700 CHF (8/4), 38.400 CHF (10/4), 38.100 CHF (12/4), 37.900 CHF (13/4), 37.800 CHF (15/4), 37.700 CHF (16/4), 37.600 CHF (20/4).
  • Model S 90D del 2015 (92.343 km, garanzia batteria e motore fino a dicembre 2023, km illimitati, cerchi da 19″, poltrone grigie): 42.800 CHF (2/4), 42.700 CHF (3/4), 42.300 CHF (5/4), 42.400 CHF (6/4), 42.300 CHF (7/4), 42.200 CHF (8/4), 42.100 CHF (15/4), 42.000 CHF (18/4), 41.900 CHF (21/4).

[“Audio UHF” è l’impianto audio ad alta fedeltà, con subwoofer]

Alcune delle Model S in vendita sul sito svizzero di Tesla ai primi di marzo 2020.

Questo monitoraggio, lo ammetto, è anche una forma di terapia contro le notizie sempre più disastrose che arrivano da fuori e contro il silenzio inquietante del lockdown. Sognare non costa nulla.

È vero che le Model S di oggi hanno una tecnologia nettamente superiore a quelle del 2016 (oggi hanno 8 telecamere, processori più potenti, e molte altre migliorie), ma comunque anche quelle di quattro anni fa tengono tranquillamente testa alle offerte della concorrenza di oggi, soprattutto in termini di velocità di ricarica. E nessuna concorrente ha una propria rete di ricarica dedicata e garantita.

Potrei insomma avere una berlina elettrica ad alte prestazioni, con un bagagliaio capientissimo, proprio con il colore esterno e interno che piace a me e a mia moglie (blu con interni beige) a diecimila franchi in meno di quello che mi costerebbe per esempio una Hyundai Kona elettrica 64 kWh nuova (che è la mia attuale candidata migliore).

Certo, la Model S è un po’ più ingombrante: è 80 cm più lunga (498 cm contro 418 cm) e 12 cm più larga a specchietti aperti (219 cm contro 207). Rispetto alla mia attuale auto a benzina, una Opel Mokka, è 71 cm più lunga (498 contro 427) e 16 cm più larga a specchietti aperti (219 contro 203). In compenso la Model S ha 894 litri di bagagliaio totale (davanti e dietro) contro i 332 della Kona e i 356 della Mokka. Anche una S 70, la più “piccola” della gamma (70 kWh), avrebbe un’autonomia dignitosa (circa 330 km da nuova) e il motore singolo (al posto del doppio motore attuale) mi darebbe ulteriore capienza anteriore nel frunk (il bagagliaio anteriore). Inoltre qualunque Tesla avrebbe il bonus enorme di una rete di ricarica tutta sua e veloce.

Avrei comunque ancora circa quattro anni di garanzia sulla batteria e sul motore, che sono i due componenti di maggior costo del veicolo, e ho visto che la vita delle batterie delle Tesla è quasi sempre più lunga del periodo di garanzia (c’è chi ci ha fatto oltre 300.000 km), per cui potrei anche rischiare.

Così oggi ho provato a scrivere a Tesla via mail. Nessuna risposta.

Mercoledì 8 aprile 2020

Sono passate due settimane. Ancora silenzio da parte di Tesla. Intanto i prezzi stanno continuando a scendere, per cui provo a mandare un SMS direttamente al telefonino di lavoro del rivenditore di zona, che stavolta risponde richiamandomi. Mi fornisce molti dettagli sul procedimento di acquisto: la consegna avviene anche adesso, in tempi di pandemia, ma in maniera minimale, con contatti ridotti all’indispensabile: una firma e si ritira l’auto.

Il punto di consegna è sempre e comunque Zurigo. In caso di permuta della propria auto, la si consegna sempre a Zurigo. Vanno quindi messi in preventivo un viaggio di circa due ore e mezza e una procedura di consegna probabilmente in tedesco, lingua che non mastico con scioltezza.

È possibile acquistare la Tesla usata con un finanziamento fino a 60 mesi. Le auto non possono essere visionate prima dell’acquisto: la si vede solo il giorno del ritiro e a quel punto la si può ancora rifiutare, perdendoci solo 100 CHF di “commissione per l’ordine”. Mi sconsiglia la Model S 85D da 41.931 km, perché è una delle più “antiche” (lo si capisce dal VIN a 5 cifre finali) e quindi potenzialmente soggetta a maggiori difetti a lungo andare.

Il rivenditore mi manda in giornata le expertise, ossia delle perizie fatte da un’agenzia esterna, degli esemplari che mi interessano. Si tratta di lunghi documenti PDF, scritti in un italiano leggermente creativo ma comprensibile, che descrivono in estremo dettaglio e con dovizia di fotografie lo stato dell’auto, non dal punto di vista impiantistico ma dal punto di vista dei segni materiali di usura (graffi, zone logorate o macchiate degli interni, scheggiature e simili).

Queste sono alcune delle tante foto della perizia di una delle auto candidate [a questo punto non lo sapevo ancora, ma questa sarebbe diventata Tess]: sono leggermente malconce, ma per un prezzo del genere c’è da aspettarselo. Posso solo sperare che, come mi dice il rivenditore, le foto siano state fatte apposta per evidenziare ogni difetto e che dal vivo la situazione sia meno grave. Ogni contrassegno giallo indica un danno.

Quando abbiamo visto questa foto dell’interno portiera del conducente, abbiamo subito pensato che fosse l’auto di un pusher con la mano incrostata di gioielloni…

…e poi abbiamo visto i graffi sul volante. Decisamente era un pusher (sappiamo che non era una donna dai documenti di immatricolazione del proprietario precedente). Ci sarà un carico nascosto in qualche doppio fondo? Un cadavere nel bagagliaio?

Le Tesla usate rivendute direttamente dall’azienda hanno comunque superato un esame tecnico dettagliato. E non va dimenticato che ogni Tesla trasmette continuamente telemetria alla casa madre, che quindi ha tutta la storia di ogni veicolo. Il Grande Fratello inquieta, ma in questo caso è anche un garante.

Spetta ora a me scegliere quale auto acquistare. Ricevo anche un link per far valutare la mia auto attuale per una permuta.

Martedì 14 aprile 2020

L’assortimento nell’usato Tesla continua a variare: compaiono nuovi esemplari e altri spariscono. A questo punto la candidata più probabile è questa Model S 70: è l’unica del 2016, ha i cerchi da 19″ (quindi cambiare pneumatici costerà meno, mentre le altre hanno cerchi da 21″), è la più “semplice” (motore singolo, batteria relativamente più piccola), ed è quella che costa meno, eccetto un paio di modelli bianchi che comunque hanno poca differenza di prezzo (ma la Dama del Maniero da sempre è categoricamente contraria alle auto bianche). Oggi è scesa a 37.400 CHF.

Martedì 22 aprile 2020

La Model S 70 è scesa ancora, a 37.300 CHF. Nel frattempo ho chiarito tutti i dubbi procedurali con Tesla. Posso avviare la procedura di acquisto cliccando su Acquista e pagando soltanto 100 franchi di acconto. Con la Dama del Maniero concordo che vale la pena spenderli se non altro per vedere come funziona l’acquisto interamente online di un’automobile e raccontarlo in un articolo.

Il VIN è 5YJSA7E19GF******: secondo TeslaTap, vuol dire:

  • 5YJ: identificativo del fabbricante (Tesla)
  • S: modello (Model S)
  • A: versione a 5 porte e con guida a sinistra
  • 7: tipo di sicurezza passeggeri, in questo caso cinture di sicurezza manuali, airbag frontali, airbag laterali e “cofano attivo” (active hood), che ancora non so cosa sia [dai commenti mi dicono che è questo]
  • E: propulsione elettrica, a batteria a ioni di litio
  • 1: motore singolo a induzione trifase
  • 9: cifra di controllo
  • G: anno di produzione (2016)
  • F: luogo di produzione (Fremont, California)
  • ******: numero di serie

Preferirei aspettare ancora qualche giorno, visto che ho ancora un mesetto prima che mi finisca il leasing dell’attuale auto a benzina, ma c’è il rischio che questo prezzo cambi drasticamente (il 28 marzo l’ho visto salire addirittura a 41.500 CHF) e l’auto sparisca: di esemplari come questo, con tutte queste caratteristiche ottimali per il nostro caso, ce ne sono sempre meno.

In ogni caso, un tentativo di acquisto mi permetterebbe di documentare se e come funziona la formula di vendita innovativa di Tesla, che elimina l’intermediazione (e i ricarichi) dei concessionari tradizionali.

E così, per parafrasare Manzoni, lo sventurato rispose.

A scatola chiusa, senza aver pubblicato nessun dettaglio di cosa stavo facendo, mi sono arrivati commenti incoraggianti e meravigliosi come questo:

Quello che è successo dopo, però, è un’altra storia, che tengo per la prossima puntata.

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Avventurette in auto elettrica: non ho più un’auto a carburante

Avventurette in auto elettrica: non ho più un’auto a carburante

Il 26 maggio scorso ho fatto rifornimento di carburante a un’auto di mia proprietà per l’ultima volta. Di ritorno da un viaggio di famiglia a La-Chaux-de-Fonds, in Svizzera, ho scattato questa foto ricordo di una tappa simbolica importante nel mio percorso di abbandono dell’auto a carburante per passare completamente all’auto elettrica. Ora capirete perché non faccio mai selfie 🙂

A causa della pandemia e per varie altre ragioni di lavoro e di famiglia, questo viaggio è stato il primo significativo che ho fatto con quest’auto da febbraio 2020 (anzi, è stato il primo con qualunque veicolo da allora). Si tratta di una Opel Mokka 1.4 con cambio automatico, affettuosamente soprannominata Petula per via dei suoi cicalini continui e petulanti, acquistata quattro anni fa per iniziare la transizione alla guida assistita e senza cambio. Ho quindi deciso di venderla privatamente tramite il Touring Club Svizzero, che ha un servizio di vendita molto interessante: si occupano loro di tutto. L’annuncio è su Autoscout24.ch qui.

Non ho ancora deciso se e come sostituirla, ma di certo la vendo e non avrò mai più un’auto a carburante fossile. Prenderò una decisione finale tra pochi giorni, dopo un’ultima serie di prove delle possibili candidate elettriche. Per ora resto con la mia piccola iOn elettrica come unico veicolo. Non c’è fretta: tanto per ora non si va lontano, purtroppo.

In quattro anni, dal 10 giugno 2016, ho fatto con Petula 89.491 chilometri e speso 9892,52 CHF per 6440 litri di benzina, per un costo al km di 0,111 CHF/km e un consumo effettivo di 13,85 km/litro. Ho inoltre speso 2406.35 CHF in manutenzione (cambi gomme, tagliandi, cambi olio).

Oggi (29 maggio) ho consegnato la Mokka al TCS per la messa in vendita. Per la prima volta da quando sono diventato maggiorenne, non ho più un’auto a carburante. Fa un effetto strano. Dopo due anni di esperimenti con la piccola iOn, mi sento pronto ad affrontare questa nuova tappa di un percorso iniziato nel 2015 con una pazzia che mi ha fatto innamorare.

Il dado è tratto: d’ora in poi, solo auto elettriche. Troppo divertenti, scattanti, silenziose, economiche e dannatamente pratiche. Non è una scelta adatta a tutti, ma per il mio caso credo proprio di sì. Spero di non sbagliarmi.

La mia ultima auto a pistoni.

Goodbye, Petula. Sei stata una brava auto.

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Avventurette in auto elettrica: e quando l’avventura non c’è?

Avventurette in auto elettrica: e quando l’avventura non c’è?

Ultimo aggiornamento: 2019/12/23 1:20.

Ieri (18 dicembre) ELSA, la mia automobilina elettrica di seconda mano, ha raggiunto una piccola tappa simbolica, totalizzando 40.000 chilometri, 14.500 dei quali percorsi da febbraio 2018, quando l’ho acquistata (una media di 808 km/mese). Colgo quindi l’occasione per infliggervi ancora delle avventurette elettriche, che a quanto pare riscuotono un successo e un interesse che non mi aspettavo: ma stavolta saranno in realtà delle non-avventurette.

Infatti fin qui ho raccontato alcune delle tante occasioni nelle quali io e la Dama del Maniero Digitale abbiamo portato ELSA ben oltre le sue condizioni d’uso normali (è una city car, in fin dei conti), ma non vorrei dare l’impressione che sia sempre così e che la vita dell’automobilista elettrico sia uno stress perenne con l’ansia di ricaricare.

La maggior parte del tempo, infatti, usiamo ELSA in maniera decisamente più rilassata e meno complicata. La portiamo a fare un giretto quasi tutti i giorni, per esempio per andare a fare la spesa, per andare in radio ogni venerdì per fare la puntata del Disinformatico o per raggiungere le varie località del Canton Ticino dove faccio conferenze o lezioni, senza andare particolarmente lontano, godendoci tutti i vantaggi della trazione elettrica (silenziosità, economia, fluidità, nessun tempo perso a far benzina) senza nessuno dei suoi svantaggi. L’assoluta normalità senza pensieri, insomma.

Così oggi vi racconto alcuni viaggi assolutamente non avventurosi, per darvi un’idea di cosa sia la normale vita con un’auto elettrica, anche se a bassa autonomia (90 km autostradali), che fra l’altro ha quasi nove anni e ha ancora la sua batteria originale, con buona pace di chi pensa che le batterie delle auto elettriche non durino. Anzi, ELSA ha ancora tutti i suoi componenti originali. Finora ho sostituito solo gomme, spazzole tergicristalli e liquido lavavetri (e, per mia scelta, la mascherina del selettore delle marce, per abilitare le modalità nascoste di recupero energetico).

2019/10/29: A cena a Varese con un progettista dei computer Apollo (104 km)

Don Eyles, uno dei progettisti dei computer che hanno portato gli astronauti sulla Luna, è stato a Varese per una cena fra appassionati, alla quale siamo andati con ELSA, passando a prendere un’amica ad Arzo (Svizzera) e riportandola lì. Sono 53 km per andare e altrettanti per tornare, con parecchie salite, per cui l’autonomia non ci basta, ma comunque riusciamo a fare il viaggio senza perdere tempo ad attendere che ELSA si ricarichi. Come?

Semplice: abbiamo consultato prima le mappe online delle colonnine, e abbiamo visto che ce n’è una a Varese, vicino al ristorante dove ceneremo.

Dobbiamo partire con larghissimo anticipo per evitare il traffico di rientro dei frontalieri, per cui partiamo dal Maniero col “pieno” (come sempre, avendo la presa in garage), facciamo tappa dalla nostra amica per qualche ora e intanto faccio un rabbocco lento di ELSA alla colonnina Emotì di Besazio, non lontano da Arzo. Resto in auto a lavorare: lo faccio spesso, anche quando non sto caricando (per esempio quando guida qualcun altro).

Tempo speso per ricaricare: un minuto, ossia il tempo che ci vuole per parcheggiare, infilare il connettore, e appoggiare la tessera RFID prepagata che fa partire la colonnina.

ELSA sotto carica lenta.

La carica è appena partita.

La sosta è gratuita durante la ricarica.

Al lavoro. I file audio sono quelli della dettatura che uso spesso.

Carica terminata, ho di nuovo il “pieno”: 4,4 kWh in 90 minuti.

ELSA è pronta a ripartire. Viene buio presto d’inverno, qui.

In realtà questa carica lenta di rabbocco probabilmente non è necessaria, perché a destinazione in Italia ci dovrebbe essere una colonnina, ma l’esperienza insegna che è sempre meglio avere un piano B. Con questo rabbocco, se la colonnina italiana dovesse dare problemi o essere occupata (non solo da un altro utente elettrico ma anche da un’auto a carburante parcheggiata abusivamente), come mi è già capitato proprio il giorno prima, siamo comunque sicuri di poter tornare a casa.

Ci avviamo verso Varese, circa 30 km di salite e discese che consumano parecchio (il recupero offerto in discesa dalla rigenerazione non è mai totale), e arriviamo alla colonnina di Lido della Schiranna, che è a 300 metri dal ristorante Vecchia Riva.

Miracolo: la colonnina è libera, la tessera Enel-X funziona e collego ELSA grazie al cavo adattatore Tipo 2-Tipo 1 che ho comprato proprio per avere compatibilità con le tante colonnine di Enel-X. Un minuto per inserire il cavo, appoggiare la tessera sul sensore, assicurarmi che si sia avviata la ricarica, e ce ne andiamo al ristorante. Arriviamo, come dicevo, con larghissimo anticipo, per cui ci mettiamo in un salottino a lavorare.

Fra l’altro questa carica è gratuita, dato che Enel-X regala 30 kWh di carica quando si apre un account. L’app di Enel-X mi consente inoltre di monitorare lo stato di avanzamento della carica mentre siamo al ristorante a parlare di spazio, computer e tanto altro con Don Eyles e la sua compagna Denise.

Sto monitorando da remoto lo stato della carica.

Anche in questo caso il tempo di ricarica è ininfluente: siamo comunque impegnati con la cena, per cui la carica finisce prima di finire la chiacchierata.

Don Eyles è quello con i capelli bianchi; la sua compagna è dietro la fotocamera e sta facendo la foto, in piedi sulla sedia.

Ritiriamo ELSA, che ha fatto di nuovo il “pieno”, e corriamo verso Arzo, dove lasciamo la nostra amica, per poi andare fino al Maniero Digitale alla massima velocità consentita dai limiti stradali e senza preoccuparci dell’autonomia. Infatti arriviamo a casa ancora con metà batteria carica, dopo 104,3 chilometri e due soli minuti spesi in ricarica.

A casa, collego ELSA alla presa elettrica che ho in garage e la metto sotto carica per l’indomani.

Per caricare ELSA ho speso in tutto 2,33 CHF (carica domestica notturna) + 0,98 CHF (Emotì) + 0 (Enel-X) = 3,31 CHF, pari a 3,04 euro. Se avessi fatto questi 104 chilometri con la mia auto a carburante avrei speso 10,17 euro.

2019/11/27: A Varese e poi a Biasca (190 km)

Nel pomeriggio devo andare a Varese, al collegio universitario Cattaneo, per tenere una conferenza sul complottismo lunare, e la sera devo andare a Biasca (56 km) per tenere una lezione sulla mobilità sostenibile e in particolare sulle auto elettriche. Ci vado, insieme alla Dama, con ELSA: fino a Varese sono solo 37 chilometri, per cui partiamo ancora una volta col “pieno” fatto a casa durante la notte e facciamo andata e ritorno al Maniero (74 km in tutto) senza alcun bisogno di caricare. Tempo sprecato in ricariche: zero.

Ovviamente, vista la modestissima autonomia di ELSA, arriviamo nei pressi del Maniero alle 16 con la batteria quasi scarica, e dobbiamo ripartire due ore più tardi per Biasca, per cui non c’è tempo di fare la consueta carica lenta domestica, che richiederebbe circa cinque ore. Soluzione: carichiamo alla colonnina rapida GOFAST di Pambio, vicino a Lugano, intanto che prendiamo un caffé e una fetta di torta al McDonald’s adiacente (l’auto elettrica fa male alla linea, sappiatelo).

ELSA sotto carica a Pambio.

La colonnina rapida GOFAST eroga fino a 150 kW, ma ELSA ne regge “solo” 50, per cui servono 20 minuti per avere di nuovo l’80% di carica partendo dal “quasi vuoto”. Sopra l’80% i tempi di ricarica rapida si allungano molto, per salvaguardare la batteria, per cui è inutile (e molto costoso) restare attaccati alla colonnina per un’altra ora e arrivare al 100%.

Non facciamo in tempo a finire caffé e torta che è già partita la carica “lenta” per l’ulteriore 20% finale.

Finiamo la carica al Maniero, usando la nostra presa in garage, intanto che lavoriamo in ufficio. Anche qui, il tempo sprecato per la ricarica è zero, e in più abbiamo gustato una fetta di torta.

ELSA si abbevera lentamente al Maniero per arrivare al “pieno” senza stressare la batteria.

Il caricatore di ELSA nella sua culla autocostruita (sono un giornalista, non un artigiano) mentre eroga la sua carica lenta (2,3 kW).

Alle 19.10 partiamo per Biasca (56 km), dove arriviamo 45 minuti più tardi. Faccio lezione sulla mobilità elettrica, citando fra l’altro proprio il caso concreto di questo viaggio, e poi ripartiamo verso casa. Una tappa di 20 minuti alla colonnina veloce GOFAST sull’autostrada a Bellinzona e mentre rispondiamo a qualche mail ricarichiamo a sufficienza per tornare rapidamente al Maniero. Mettiamo ELSA sotto carica in garage per l’indomani: in totale abbiamo percorso 190 chilometrici elettrici con una city car.

Il cruscotto di ELSA all’arrivo: ancora circa 15 km di autonomia, 190 km percorsi in un solo giorno.

Per caricare ELSA ho speso in tutto 2,33 CHF (carica domestica notturna) + 8,65 CHF (Gofast) + 0,54 CHF (carica domestica diurna) + 9,88 CHF (Gofast) = 21,4 CHF, pari a 19,65 euro. Se avessi fatto questi 190 chilometri con la mia auto a carburante avrei speso 18,58 euro, ossia quasi un euro in meno: le colonnine di ricarica rapida sono carissime. Con un’elettrica a lunga autonomia avrei speso, caricando a casa, circa 3,9 euro.

2019/12/19 A Locarno e ritorno con pioggia e gelo (97 km)

I due casi precedenti vi sembrano ancora troppo avventurosi? Allora vi propongo questo: un viaggio dal Maniero a Locarno e ritorno (48 km per tratta), senza tappe di ricarica, sotto la pioggia e col freddo invernale.

Devo andare in centro a Locarno per fare una lezione-conferenza dedicata alla fisica dei viaggi nel tempo. Vado, in compagnia della Dama (che, avrete notato, mi segue quasi sempre in queste avventurette), superando il forte dislivello del Monte Ceneri che separa il Maniero da Locarno, e a differenza di tanti altri viaggi portiamo ELSA alla massima velocità permessa dal codice stradale e dalla prudenza (piove a dirotto) e usiamo senza ritegno il riscaldamento (che è elettrico e quindi consuma parecchia energia, riducendo molto l’autonomia) e lo sbrinamento dei vetri, perché la giornata è molto fredda.

Sappiamo di poter largheggiare perché sulla via del ritorno c’è la colonnina rapida gratuita della ABB, che usiamo di solito quando facciamo questa tratta, e sappiamo di poter arrivare a Locarno e tornare fino a questa colonnina senza restare a secco nonostante i consumi elevati del riscaldamento. È tutto molto più facile quando fai sempre le stesse strade: sai già quanto consumerai e dove troverai le colonnine.

Però oggi venti minuti al freddo sarebbero un po’ disagevoli e non ci sono luoghi di ristoro nelle vicinanze, per cui teniamo questa colonnina gratuita come Piano B e proviamo una soluzione differente: parcheggiamo all’autosilo che sta a 400 metri dalla sede della lezione, attacco ELSA alla colonnina Emotì situata al quarto piano (che ho scoperto grazie all’app di Emotì), attivo la carica appoggiando la tessera prepagata, e ce ne andiamo. Tempo perso: zero.

La carica all’arrivo a Locarno è appena sotto la metà, ma insufficiente per il ritorno al Maniero.

ELSA sotto carica (lenta) a Locarno.

La colonnina Emotì con connettori Tipo 1 e Tipo 2: il riquadro centrale bianco è il sensore per la tessera di ricarica.

Terminata la lezione e preso un dolcetto per la merenda (tre ore tutto compreso), torniamo da ELSA, che nel frattempo ha fatto il “pieno”.

Possiamo quindi correre a casa senza fare soste, arrampicandoci su per il passo del Monte Ceneri, con il riscaldamento e lo sbrinamento accesi e i tergicristalli che lottano contro il diluvio. Arriviamo al Maniero e mettiamo sotto carica ELSA in garage. Tutto qui.

Per caricare ELSA ho speso in tutto 2,33 CHF (carica domestica notturna) + 5,40 CHF (Emotì) = 7,73 CHF, pari a 7,1 euro. Se avessi fatto questi 97 chilometri con la mia auto a carburante avrei speso 9,49 euro. Con un’elettrica a lunga autonomia avrei speso, caricando a casa, circa due euro.

Come vedete, una volta fatta l’abitudine diventa facile usare un’auto elettrica anche limitata come ELSA: non occorre neppure pianificare, perché ormai si conoscono già i punti in cui si trovano le colonnine (e i posticini caldi e accoglienti dove mangiare qualcosa intanto che si fa carica).

Di non-avventurette come queste ne avrei tante altre, ma credo che il concetto sia ormai chiaro e non vorrei tediarvi oltre.

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Ho provato il “Pilota automatico” di Tesla: bello, promettente, ma da ridimensionare

Ho provato il “Pilota automatico” di Tesla: bello, promettente, ma da ridimensionare

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/11/18 18:30.

Nota: non ricevo alcun incentivo da Tesla Motors o altri sponsor per parlare di questo prodotto.

Le mani di Tiziano sono sul volante, ma non è lui che sta guidando: è la sua Tesla che cambia corsia, mantiene la velocità, sorveglia l’auto che ci precede e legge i cartelli stradali.

Sembra fantascienza, ma è quello che ho visto stamattina durante una prova privata di una Tesla dotata del nuovo software Autopilot. Ma non è assolutamente un sistema di guida autonoma, come purtroppo alcuni incoscienti stanno pensando, pubblicando video nei quali tolgono le mani dal volante o addirittura si spostano dal posto di guida, tanto che Tesla imporrà delle restrizioni nella prossima versione di software per evitare che qualcuno si faccia male per stupidità. E ci sono alcuni limiti importanti da conoscere.

Ci siamo dati appuntamento stamattina alla stazione di ricarica Supercharger di Monte Ceneri, molto frequentata (mentre siamo in zona arrivano altre due Tesla), per questa prova delle tre funzioni principali del nuovo software: mantenimento di corsia, cambio di corsia assistito e parcheggio automatico.

Dico subito che non è andato tutto in maniera così rosea come sembra dalla pubblicità. Ma in questo momento il sistema di Tesla è l’unico che è su strada, installato su auto di serie, disponibile al pubblico (avendo i soldi per un’auto sportiva), e impara dalle esperienze degli automobilisti: ogni Tesla, infatti, fa rapporto via rete cellulare alla casa produttrice, informandola delle varie situazioni incontrate durante la guida e geolocalizzandole. Questo genera un archivio crescente e sempre aggiornato di esperienze di guida assistita, utile per migliorare il software.

Premesse

Abbiamo rispettato sempre le regole del codice della strada e agito soltanto in assenza di traffico. Il guidatore e proprietario, Tiziano, ha sempre tenuto le mani sul volante o vicinissime ad esso (salvo durante il parcheggio, quando è necessario toglierle), sempre pronto a intervenire, proprio perché questo non è un sistema autonomo: la responsabilità di vigilare sulla sicurezza di guida è sempre e comunque del conducente. Tesla è molto chiara in proposito: “Il guidatore è sempre responsabile di ciò che accade”. Quindi nei video che ho girato non vedrete gesti plateali del tipo “guarda mamma vado senza mani” come altri utenti Tesla hanno scelto di fare.

È poco spettacolare, lo so, ma la sicurezza deve prevalere sul sensazionalismo e quindi vi devo chiedere di fidarvi: di fatto ho visto chiaramente che le mani di Tiziano si limitavano ad assecondare i movimenti del volante gestiti dal software. Fra l’altro, va ricordato che questo software è formalmente una beta: motivo in più per non fidarsene troppo.

Inoltre abbiamo usato l’Autopilot esclusivamente in autostrada, ossia nell’ambiente per il quale è concepito. Altri hanno scelto di usarlo anche in città (Ars Technica; Wired), ma non ci è sembrato un rischio che valesse la pena di correre. Va detto che con o senza Autopilot inserito, gli altri sistemi di sicurezza della Tesla sono comunque attivi, quindi l’auto in ogni caso frena da sola se c’è un ostacolo improvviso (come qualcuno che taglia la strada) o se l’auto che precede rallenta.

Abbiamo fatto le riprese contemporaneamente da due angolazioni, con una GoPro fissa e con una telecamerina tenuta in mano, per cui nei video c’è un po’ di sovrapposizione degli eventi.

Un altro dettaglio importante: l’Autopilot non è un aggiornamento gratuito in senso stretto. In un modo o nell’altro si paga. Infatti lo si può ordinare al momento dell’acquisto dell’auto, pagando un supplemento come si fa per gli altri accessori opzionali, oppure acquistare in un secondo momento, perché tanto tutte le Tesla da ottobre 2014 in poi hanno già a bordo tutto l’hardware necessario. In entrambi i casi il prezzo dell’Autopilot si aggira intorno ai 2500 dollari.

Mantenimento di corsia

La Tesla legge la segnaletica orizzontale (le strisce di demarcazione delle corsie) grazie alle telecamere di bordo e sterza nelle curve per mantenersi al centro della corsia. Qui nessun problema: tutto funziona regolarmente e il sistema consente una guida meno tesa e più fluida, senza gli ondeggiamenti che vedo fare a tanti guidatori umani e che capitano anche a me.

È interessante notare che Tiziano segnala che a volte il sistema perde il riferimento delle strisce, per esempio all’uscita di una galleria a causa del brusco cambiamento di luce, e che invece funziona magnificamente di notte grazie al contrasto elevato prodotto dall’illuminazione fornita dai fanali.

Cambio di corsia assistito

L’Autopilot permette di cambiare corsia in modo assistito manovrando la leva della freccia: il sistema rileva se ci sono ostacoli intorno all’auto e se non ne trova inizia e completa la manovra di cambio corsia, sterzando e accelerando fino alla velocità massima preimpostata dal guidatore (o imposta dai segnali stradali) se trova libero davanti a sé.

La funzione è intuitiva e si comporta abbastanza bene su strada libera, ma quando proviamo a usarla mettendo un’auto (la mia) nella corsia di sorpasso, indietro di pochi metri oppure nell’angolo cieco della Tesla, succedono cose interessanti e un po’ discutibili. Infatti l’Autopilot cambia corsia anche se l’auto che la segue è molto vicina, con l’effetto di quasi tagliarle la strada. Se me lo facesse un automobilista umano lo considererei un modo di guidare pericoloso.

Nessun problema, invece, se l’altra auto è affiancata, anche solo parzialmente: i sensori laterali la rilevano e la Tesla rifiuta il comando di cambiare corsia del conducente, se viene immesso tramite la leva della freccia (il volante resta libero, anche se ovviamente in questa situazione la manovra non va fatta).

Parcheggio automatico

Il parcheggio automatico è una delle funzioni più intriganti dell’Autopilot, ma anche qui abbiamo trovato dei limiti notevoli. Tiziano, molto gentilmente, ha messo in gioco la propria auto e ha sudato freddo quando ne ha affidato le fiancate al sistema di manovra automatica (siamo tutti geek, ma l’idea di danneggiare una Tesla è comunque altamente indesiderabile, specialmente per il proprietario). I risultati sono contrastanti.

Il principio di funzionamento è questo: il conducente passa in fianco alla zona di parcheggio, l’Autopilot ne rileva le dimensioni, calcola se la manovra di parcheggio è fattibile, e poi il conducente dà il comando di parcheggio e toglie le mani dal volante, tenendo il piede pronto a premere il freno per interrompere la manovra automatica in caso di dubbi.

Il primo tentativo è un flop totale: la Tesla non riconosce la presenza dello spazio di parcheggio e quindi non offre del tutto la funzione di manovra. Eppure lo spazio c’è eccome, come si vede nell’immagine qui sotto: due posti auto consecutivi. Saranno state le righe azzurre a confondere l’Autopilot?

Il secondo tentativo, in un altro parcheggio adiacente, va decisamente meglio: la Tesla si parcheggia perfettamente da sola senza intervento del guidatore, la cui unica sfida è fidarsi che i sensori rilevino la sottile ringhiera che c’è sul lato sinistro dell’auto e non portino la Tesla a rigarsi lo spigolo posteriore o la fiancata. Tutto va bene, ma affidarsi ad automatismi come questi è una sensazione nuova e un po’ ansiogena. Unico neo: l’auto, per parcheggiare dentro le strisce, non lascia spazio sufficiente al conducente per aprire la portiera e uscire.

Abbiamo provato a ridurre leggermente lo spazio disponibile per il parcheggio e la Tesla non si è offerta di parcheggiare: probabilmente un buon guidatore, con un po’ di manovre, sarebbe riuscito a sfruttare quello spazio, per cui il parcheggio automatico va considerato come un ausilio, utile per esempio per chi è disabile o ha difficoltà alla schiena e non riesce a girarsi per fare manovra, ma non come un sostituto migliorativo.

La ripresa di un secondo test di parcheggio mostra bene come il volante si muova completamente da solo.

Conclusioni

Lasciando da parte un attimo il fatto che la Tesla è un’auto a propulsione interamente elettrica, prodotta in serie, con un’autonomia sufficiente per la stragrande maggioranza delle percorrenze quotidiane, disponibile subito (almeno per chi può permettersela), cosa che sembrava impossibile soltanto una decina d’anni fa, questo aggiornamento del suo software è un’altra tappa importante nell’evoluzione dell’automobile a prescindere dal sistema di propulsione: è il primo che ha attirato così tanta attenzione mediatica ed è così sofisticato. Certamente ha bisogno di essere perfezionato: a volte, secondo i resoconti pubblicati, tende a prendere le curve senza rallentare e alcune sue manovre sono un po’ brusche. Ma è un indicatore concreto del progresso tecnologico rapido che sta avvenendo intorno all’automobile.

Al tempo stesso, Elon Musk, proprietario di Tesla, sta facendo una scommessa molto impegnativa. Ha messo in mano ai propri clienti un software sperimentale che alcuni stanno usando in modo improprio, mettendo a repentaglio la propria vita e quella degli altri. In questo momento l’opinione pubblica è interessata ma scettica nei confronti dell’idea di affidare la propria incolumità a un’auto guidata da un computer: basta un incidente causato da un cretino che abusa dell’Autopilot per creare un disastro d’immagine, e un giro di vite contro l’automazione, dal quale l’intera industria dell’auto del futuro farebbe fatica a riprendersi. Speriamo che i Teslisti capiscano che in gioco c’è molto più che il destino di un’auto sportiva.

E prima di farsi venire angosce da macho che si sente toccato nella virilità all’idea di cedere il comando dell’auto a un automatismo, non dimentichiamo che gli attuali sistemi di guida tradizionali, ossia i conducenti umani, sono costati 25.700 morti soltanto nel 2014 in Europa. E questo è un dato in calo: negli anni precedenti è andata anche peggio.

Avventurette in auto elettrica: Lugano-Milano-Lugano (con record e complicazioni)

Avventurette in auto elettrica: Lugano-Milano-Lugano (con record e complicazioni)

Ultimo aggiornamento: 2019/10/31 21:15.

Ieri (28/10) la Dama del Maniero ed io dovevamo essere in centro a Milano per una conferenza stampa medica entro le 10:30 (se vi state chiedendo cosa c’entro io con una cosa del genere, ero stato invitato per parlare di fake news e medicina). Abbiamo deciso di andarci in auto. Auto elettrica, s’intende.

Non è andata come previsto dal Piano A. Nemmeno come previsto dal Piano B. In compenso abbiamo stabilito un piccolo record elettrico personale e raggiunto un nuovo livello di esasperazione. Se volete tutti i dettagli e i conticini, trovate il racconto completo qui su Fuori di Tesla: questa è una sintesi.

Come sempre, sottolineo che quello che leggete qui sotto non è il modo normale di usare un’auto elettrica e che le auto elettriche odierne hanno molta più autonomia della nostra piccola Peugeot iOn di otto anni fa e coprirebbero tranquillamente l’intero tragitto senza aver bisogno di ricaricare fuori casa.

Prima che qualcuno obietti che avremmo dovuto usare i mezzi pubblici invece dell’auto: andare in treno in due da Lugano a Milano ci sarebbe costato 96 euro fra andata e ritorno solo di biglietto ferroviario, più l’autobus o taxi per andare dal Maniero alla stazione di Lugano e ritorno e la metropolitana a Milano. Con l’auto elettrica spenderemo in tutto 22 euro, compreso il parcheggio. Con buona pace di chi dice che dovremmo lasciare a casa le auto e usare il trasporto pubblico.

Il viaggio di 162 km è ben oltre la modestissima autonomia di ELSA, per cui dovremo caricare una volta durante il ritorno.

L’andata va benissimo: arriviamo al parcheggio periferico (Molino Dorino), lasciamo ELSA e prendiamo la metropolitana. Io faccio la conferenza, poi ripartiamo con ELSA per fare una ricarica rapida all’autogrill Villoresi Est. Ci arriviamo alle 15:20 con tre tacche residue, che secondo l’indovinometro equivalgono a 22 km di autonomia rimanente. La colonnina è libera, ed è accanto all’autogrill: l’ideale per fare uno spuntino durante i venti minuti necessari per la carica. Siamo a posto.

E invece no. Qui cominciano i guai.

Collego ELSA al connettore CHAdeMO della colonnina, seguo la procedura sullo schermo (non occorre usare tessere o carte di credito: la colonnina è gratuita), e… non funziona. Mi dice Errore d’inizializzazione. Riprovo. Stesso problema.

Cose che non vorresti vedere quando hai 22 km di autonomia residua.

Chiamo per telefono l’assistenza clienti della colonnina, che risponde prontamente, ma non riesce a risolvere il problema. Fa un reset da remoto, ritento la carica, ma invano. Gli leggo anche i codici diagnostici, ma non gli sono utili per venirne a capo.

Intanto è arrivata una Tesla Model 3; il suo proprietario tenta di caricare usando la colonnina (con il connettore CCS), ma niente da fare. Mi dice, mentre sono al telefono con il gentile assistente clienti, che non è la prima volta che il connettore CHAdeMO dà problemi e fa impallare la colonnina anche sul connettore CCS. Li aveva dati anche la volta scorsa che avevo usato questa colonnina, ad aprile 2019, ma almeno in quel caso alla fine un po’ di carica me l’aveva erogata. Stavolta niente.

Che si fa?

Niente paura: abbiamo già predisposto un Piano B. C’è un’altra colonnina di ricarica rapida (ELSA accetta solo CHAdeMO, per la carica veloce) che sta a un paio di chilometri. Proviamo quella? Volentieri, ma sono un paio di chilometri in linea d’aria. In auto, invece, dobbiamo uscire dall’autostrada al casello successivo e fare sedici km. Abbiamo 22 km di autonomia residua, per cui se non funziona quella siamo messi maluccio. Dovremmo ricorrere al Piano C, ossia zoppicare fino alla terza colonnina veloce che sta nelle vicinanze, oppure al Piano D, che è usare una delle colonnine lente nelle vicinanze (ho con me il cavo adattatore da Tipo 2 a Tipo 1), oppure al Piano E, che è elemosinare una normale presa di corrente a un negozio o a un benzinaio, e quindi caricare molto, molto lentamente. Non resteremmo a secco, certo, ma sarebbe una scocciatura considerevole.

Con la guida più delicata e risparmiosa possibile e sfruttando al massimo inerzia e rigenerazione, arriviamo alla colonnina Enel X del Centro Guida Sicura ACI. La raggiungiamo dopo aver percorso un chilometraggio record per la piccola ELSA con una singola carica: 99,2 km. Bazzecole per un’elettrica moderna, ma ELSA è una city car che noi ci ostiniamo a portare ben oltre le sue normali condizioni d’uso.

Non abbiamo mai fatto così tanta strada con un “pieno”.

L’indicatore di carica della nostra auto ha esaurito le tacche, ma in realtà ELSA ha ancora una “riserva” di circa il 10% della batteria, ossia circa 10 km. Si chiama “modalità tartaruga”: accelerazione ridotta, servizi di bordo al minimo, insomma tutto il sacrificabile pur di consentire arrivare a un punto di ricarica. L’ho raggiunta una sola volta in quasi due anni e oltre 12.000 km di uso di ELSA, e vorrei proprio evitare di rifarlo.

Va be’, dai, siamo fuori pericolo: alla colonnina ci siamo arrivati. Cosa mai potrebbe andare storto?

ELSA alla colonnina Enel X. Sì, ho notato il cartello “riservato ricarica ENEL”.

La colonnina reca un cartello “riservato ricarica ENEL”, eppure è pubblica: è indicata chiaramente come tale nell’app di Enel X, con tanto di avviso “Nelle ore di chiusura del centro [ACI] rivolgersi alla guardiania per accedere al punto di ricarica”. Inoltre nessuna auto ENEL nei paraggi sta usando la colonnina o sta dando segni di volerla usare. A noi serve solo per una mezz’oretta.

Per cui collego ELSA al connettore CHAdeMO della colonnina e uso la mia tessera Enel X prepagata per avviare la carica. Colonnina Enel, tessera Enel, non ci saranno mica problemi, giusto?

Appoggio la tessera, seleziono la presa CHAdeMO (a fatica, perché la splendida idea di fare uno schermo touch lasciato alle intemperie funziona benissimo). La colonnina mi dice “Autorizzazione utente in corso…”. Dai, dai che ce la facciamo: venti minuti di carica e poi via verso casa.

Non voglio complicarmi la vita con app varie: vado direttamente con la tessera ufficiale Enel X.

Ce la stiamo facendo…

… ce la stavamo facendo.

“Manca comunicazione con il centro”. La carica non parte.

E adesso che si fa?

Un momento. Ormai ho imparato a non fidarmi degli enigmatici messaggi delle colonnine. Infatti sfodero la tessera della concorrente Nextcharge, che ha il roaming con Enel X, e la carica parte.

L’avviso “manca comunicazione con il centro” è una panzana fuorviante: fa sembrare che la colonnina non sia in grado di comunicare, e quindi non sia in grado di funzionare con qualunque tessera. Non è vero.

Ancora una volta, Nextcharge batte Enel X sulle colonnine di Enel X.

Qualcuno mi spieghi perché una tessera della concorrenza funziona meglio della tessera originale. Che non funziona affatto. Aggiornamento: lo spiegone è a fine articolo.

Il tempo di un paio di mail, di due chiacchiere con la Dama e di un’intervista telefonica e la carica rapida è già finita: in 25 minuti ho caricato 7,425 kWh, che mi sono costati 3,52 euro. Non è un “pieno”, perché la carica rapida non lo consente, ma è sufficiente per tornare al Maniero.

Il malfunzionamento della colonnina Ev-Now ci è costato caro in termini di tempo (circa un’ora, escludendo il tempo di ricarica che avremmo speso comunque), ma abbiamo imparato lezioni preziose: è inutile fare affidamento sulla colonnina Ev-Now e quindi la depenniamo dalla lista delle colonnine usabili, ed Enel X ha delle colonnine bugiarde che però si possono beffare usando una tessera della concorrenza.

Arriviamo al Maniero con tre chilometri di autonomia residua secondo l’indovinometro, ma niente “modalità tartaruga”. Avremmo potuto fermarci alle colonnine rapide lungo il percorso in Svizzera (a Coldrerio o a Melide), ma la Dama del Maniero si fida di ELSA e ha proposto di rischiare. Ho accettato di buon grado.

Abbiamo percorso in tutto 162 km, che con la nostra auto a pistoni ci sarebbero costati 18 CHF (circa 16€); con ELSA abbiamo speso circa 5,6 euro di energia.

Morale della storia: se la rete di ricarica è in queste condizioni e impone queste assurde complicazioni, l’auto elettrica non potrà mai decollare e diventare un prodotto usabile dall’automobilista medio. Ci vogliono passione e gusto per l’avventura, oltre che una certa dose di masochismo, per sopportare certi difetti a metà fra l’assurdo e il ridicolo. Avventure come quella di oggi fanno passare la voglia di elettrico persino a me. Almeno per un po’, ossia fino a stasera, quando ho in programma un altro giretto.

Purtroppo qualunque auto elettrica, di qualunque marca tranne una, subisce i disagi di un’infrastruttura di ricarica insufficiente e inaffidabile. Puoi avere una Jaguar, una Mercedes o una Hyundai, ma se dipendi dalle colonnine di vari fornitori esterni sei comunque alla mercé delle loro inadeguatezze, incomunicabilità e idiosincrasie. L’unica marca che fa eccezione è Tesla, perché ha avuto la lungimiranza di realizzare una propria rete di ricarica diffusa e molto veloce. La certezza di poter ricaricare è un argomento di vendita decisivo. Se state pensando di acquistare un’auto elettrica, tenetelo ben presente.

Per come è messa la rete di ricarica italiana in questo momento, consiglierei non tanto un’elettrica pura (salvo casi particolari), ma un’ibrida plug-in con una cinquantina di chilometri di autonomia elettrica, così la si può usare in elettrico per tutti gli spostamenti brevi (specialmente in città) ma si ha libertà di viaggiare grazie al motore a pistoni. Magari fra qualche anno sarà diverso, ma per ora le cose stanno così.

2019/10/31 21:15

L’assistenza clienti Enel X è stata molto premurosa e mi ha chiamato ripetutamente per chiarire il mistero della colonnina “bugiarda”. È emerso che c’era un problema alla colonnina, successivamente risolto, ma è anche emerso che c’era una mancanza mia: la tessera prepagata di Enel X va infatti obbligatoriamente abbinata all’account sull’app Enel X (JuicePass), altrimenti non funziona.

Sulla tessera in effetti c’è scritto “Per associare la card al profilo su App, scansiona il codice o inseriscilo manualmente”. Ma io l’ho interpretata come un’opzione, non come un obbligo. Pensavo che una tessera potesse essere utilizzata a prescindere dall’utilizzo dell’app.

L’assistenza clienti mi ha anche guidato nella procedura di abbinamento, che è un po’ nascosta: nell’app Enel X bisogna infatti toccare l’icona PR, poi scegliere Gestisci profili, ignorare il grosso “+” e toccare invece l’icona della matita stilizzata nel profilo, e poi scegliere Collega carta.

Fatto questo, si deve digitare il numero della tessera oppure scansionarne il codice QR, e la tessera si abilita e si abbina all’account.

Errore mio, insomma, ma resta il problema che la colonnina mi ha tratto in inganno: non ha detto “tessera non abilitata”, ma ha segnalato una mancanza di comunicazione col centro, facendo sembrare che si trattasse di un guasto della colonnina. Sbagliando s’impara.

Il giorno successivo, infatti, sono andato a Varese e ho caricato a una colonnina Enel X semplicemente appoggiando la tessera, quindi senza ricorrere all’app: tutto ha funzionato perfettamente.

Ma questa è un’altra storia, da raccontare a parte.

Avventurette in auto elettrica: trucchi per un viaggio “lungo”, con carico extra e arrampicata

Avventurette in auto elettrica: trucchi per un viaggio “lungo”, con carico extra e arrampicata

Ultimo aggiornamento: 2018/08/13 17:50.

Come molti di voi sanno, da qualche mese ho una piccola auto elettrica di seconda mano, una Peugeot iOn del 2011, che uso con molto piacere per tutti gli spostamenti in città e a corto raggio, dove posso usare aria condizionata o riscaldamento a volontà e accelerare senza ritegno (stando nei limiti di velocità). È assolutamente una city car, ma ogni tanto mi diverto a portarla ai limiti delle sue prestazioni.

Stavolta la sfida sarà fare nei prossimi giorni, con un’auto che ha circa 90 km di autonomia reale, un tragitto di 150 km fra andata e ritorno, con due persone (io e la Dama del Maniero), 50 chili di carico a bordo all’andata e una salita fino a quota 1200 metri per arrivare alla destinazione, dove oltretutto non c’è nessuna presa elettrica utilizzabile: è un rustico alimentato da un piccolo pannello fotovoltaico da 250 W dove la Dama e io staremo per la giornata con degli amici. Sì, persino io riesco ogni tanto ad andare offline e off-grid.

Potremmo farlo agevolmente con la nostra auto a benzina, ma perché inquinare e rinunciare a una piccola avventura? Oltretutto, visto che la destinazione è in mezzo al verde (sui Monti di Tizzerascia, se volete saperlo), arrivarci senza puzze e rumori ci starebbe bene.

Oltre al silenzio di marcia e alla riduzione dell’inquinamento, vale la pena di considerare anche i costi, sui quali tornerò in dettaglio in un prossimo articolo: se facessi questo viaggio a benzina (con la mia Opel Mokka), spenderei circa 16,5 franchi di carburante; facendolo in auto elettrica, spenderò 2,3 CHF per il “pieno” fatto al Maniero prima di partire (tariffa notturna) più qualche franco per le due o tre ricariche fatte in viaggio. Se avessi un’elettrica a lunga autonomia, spenderei in tutto 4,4 franchi, perché non dovrei caricare alle colonnine e mi basterebbe il “pieno” fatto alle tariffe domestiche: spenderei insomma circa un quarto di quello che mi costerebbe andarci a benzina.

E poi devo ammettere che per me la pianificazione di queste avventurette fa parte del divertimento elettrico: è come pensare a un viaggio in aereo di linea, confortevole ed efficiente ma noioso, e poi dirsi “Certo che farlo in aliante sarebbe più divertente…” e sorridere. Questione di gusti: se non fa per voi, non leggete oltre.

Siete ancora qui? Bene. Allora vi racconto il problema di questa sfida: non è arrivare a destinazione, ma tornare al Maniero Digitale.

So per esperienza che ELSA, la mia auto elettrica, è in grado di coprire quei 75 km di andata nonostante la salita del Monte Ceneri a metà strada, il carico extra e l’arrampicata finale di circa 1000 metri (il fondovalle è a circa 200 m di altitudine), e ormai non mi angoscia più neanche fare viaggi con margini di 15 km di autonomia stimata.

Fra l’altro, ELSA ha un piccolo margine di autonomia di emergenza, circa 10 km in “modalità tartaruga”, che ho dovuto usare una sola volta in tutti questi mesi; sul cruscotto si accende proprio un’icona a forma di tartaruga, che si intravede nella foto qui sotto.

In basso verso destra, l’icona circolare gialla
della “modalità tartaruga”. Fonte: KiwiEV.com.

Al ritorno la Dama e io saremo in discesa e quindi la frenata elettromagnetica caricherà un po’ la batteria di ELSA, ma non so quanto: scoprirlo è uno dei motivi di quest’avventuretta. Di certo non la caricherà a sufficienza da fare 75 km fino al Maniero, e oltretutto la salita la scaricherà maggiormente.

Soluzione: fare una ricarica rapida durante l’andata, per arrivare a destinazione con più autonomia residua, e una al ritorno. Lungo il percorso d’andata, sull’autostrada A2, c’è una colonnina GOFAST con connettore CHAdeMO (quello usato da ELSA per le ricariche rapide). Sta a 32 km dal Maniero e la potrò prenotare, per cui ci potrò arrivare comodamente e fermarmici per fare un rabbocco di circa un quarto d’ora (ammazzerò il tempo moderando i commenti del blog e facendo un po’ di lavoro; offline, ma solo fino a un certo punto).

Però questa carica rapida porterà la batteria all’80%, non al “pieno”. Infatti le auto elettriche sono come i bicchieri di vino: puoi riempirli rapidamente all’inizio, ma se vuoi colmarli devi versare molto lentamente verso la fine. Questo significa che avremo, a questo punto, circa 72 km di autonomia. Per arrivare a destinazione al rustico ci resteranno 43 km: ci arriveremo quindi comodamente, con circa 29 km di autonomia residua (probabilmente qualcosina meno per via del dislivello).

Quei 29 km di autonomia, però, non ci basteranno per andare dal rustico alla colonnina rapida GOFAST che c’è sulla via del ritorno e fare 20 minuti di ricarica per poi tornare a casa. La colonnina, infatti, sta a 39 km di distanza. Dieci di troppo. Certo, la discesa ci darà un pochino di autonomia in più, ma è improbabile che ci dia ben 10 km aggiuntivi, che sono circa 2 kWh, e comunque la salita ce ne toglierà.

Secondo i calcoli mandatimi dai lettori (grazie, Fx e Paolo Perotti) dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, la formula da usare per salite e discese è questa:

energia potenziale in joule = massa di ELSA e occupanti in kg (circa 1400 kg) x dislivello in m (1000) x accelerazione di gravità (9,81)

ossia, convertendo i joule, circa 3,85 kWh, di cui probabilmente ELSA recupererà circa la metà, e a ELSA ne servono grosso modo 2.

Devo insomma cercare di andare dalla colonnina di ricarica al rifugio e ritorno consumando il meno possibile, in modo da allungare l’autonomia di circa 10 chilometri. Oppure attingere alla “modalità tartaruga”. È un bel rischio, ma se funziona, questo è il Piano A. Dubito che funzionerà (però almeno adesso so quanta energia consumerò salendo). Per questo c’è un Piano B.

Parentesi per gli elettroscettici: sottolineo che questo non è il modo normale di usare un’auto elettrica. Sono io che la sto spingendo al limite e forse anche un po’ oltre. Normalmente, se si ha un’elettrica con autonomia adeguata, non ci si fa nessuno di questi problemi, perché l’autonomia basta e avanza per tutto il viaggio o per raggiungere comodamente un punto di ricarica veloce e fare tappa.

Il Piano B prevede che se vediamo che l’autonomia ottenuta dalla discesa non ci basta per arrivare alla colonnina rapida, possiamo fermarci alla colonnina di ricarica lenta Emotì di Malvaglia, che sta a 15 km dal rustico lungo la via del ritorno, fare il punto della situazione e se necessario fare un piccolo ma lentissimo rabbocco che ci consenta di raggiungere la colonnina rapida. La lentezza non è colpa della colonnina; è ELSA che carica lentamente, a circa 15 km/h (ossia 15 km di autonomia per ogni ora di carica), sul connettore Tipo 1, l’unico offerto dalla colonnina Emotì che sia compatibile con ELSA. Un’altra sosta è una scocciatura, ma è sempre meglio che restare a piedi.

C’è anche un Piano C, perché bisogna sempre avere un piano B e magari anche un piano C, quando si va in auto elettrica, finché l’autonomia sarà modesta rispetto al tragitto e le colonnine di ricarica rapida saranno così rade. Se per caso la colonnina di ricarica rapida all’andata è guasta, occupata o irraggiungibile per qualunque motivo, il Piano C consiste nell’andare direttamente da casa fino alla colonnina lenta di Malvaglia (60 km), lasciare l‘auto sotto carica per circa 4 ore (meno del tempo che trascorreremo al rustico) e farci venire a prendere e riportare dagli amici che stanno già alla destinazione. Con il “pieno”, poi, torneremmo direttamente a casa. Non è un granché, ma eviterebbe completamente le due soste intermedie (40 minuti in tutto).

In realtà ho anche un Piano D: all’andata, fermarmi alla colonnina rapida e caricare oltre l’80%, in modo da avere autonomia sufficiente per arrivare a destinazione e tornare alla colonnina rapida. Ma sarebbe un procedimento lungo, proprio perché la parte finale (l’ultimo 20% circa) della carica di una batteria è lenta anche sulle colonnine veloci. Un dato importante, valido per qualunque modello di auto elettrica, da tenere presente quando si pianifica un viaggio lungo.

Insomma, portare una mini-auto elettrica oltre i limiti del suo normale utilizzo cittadino non è facile e ci vuole un certo spirito d’avventura. Ma ho tre, forse quattro trucchi a mia disposizione per aumentare l’autonomia: contenere la velocità, verificare la pressione delle gomme, migliorare l’aerodinamica e “hackerare” ELSA.

Velocità

Ridurre anche leggermente la velocità ha effetti notevolissimi sul consumo di energia: in un‘auto a pistoni la differenza si nota poco, ma quando si ha poca autonomia, come nel mio caso, si nota tantissimo. La resistenza aerodinamica, infatti, aumenta con il quadrato della velocità, quindi anche 10 km/h di velocità in meno possono fare molta differenza sui consumi e sorprendentemente poca sui tempi di percorrenza.

Per esempio, una Tesla Model S 85 ha un’autonomia di 640 km a 60 km/h, di 482 km a 90 km/h e di 370 km a 120 km/h (presumendo, ipoteticamente, una velocità costante).

Allo stesso tempo, per fare 100 km a 100 km/h di media ci vuole ovviamente un’ora, ma per farli a 90 km/h ci vogliono solo sette minuti in più. 100 km a 130 km/h sono 46 minuti; a 120 sono 50 minuti (4 in più, il tempo di una canzone alla radio).

Questo significa, per esempio, che un conducente Tesla che deve fare 400 km può:

a) percorrere i primi 370 a 120 km/h, mettendoci 185 minuti, per poi doversi fermare qualche decina di minuti per caricare e poi coprire gli ultimi 30 km in 15 minuti andando a 120 km/h: totale 200 minuti di guida più il tempo della ricarica.

b) percorrere tutti e 400 i km a 105 km/h senza ricaricare, mettendoci 230 minuti.

Se la sosta di ricarica del caso a) dura più di 30 minuti, insomma, chi corre più veloce arriva più tardi.

Come regola generale, insomma, è piuttosto stupido correre per poi doversi fermare decine di minuti a caricare. Farò quindi l’esperimento di viaggiare al massimo a 100 km/h anche dove il limite sarebbe di 120 km/h.

Morale della storia: superare il limite di velocità di 10 km/h “per arrivare prima e rischiare la multa ma non troppo”, come fanno in tanti, non ha nessun senso, e questo vale sia per le auto elettriche, sia per quelle a pistoni. Usare un’elettrica fa risaltare cose come questa, e guidare auto elettriche è un’arte che combina fisica e matematica, come navigare a vela: o piace, o è meglio prendersi un motoscafo.

Pressione

La pressione ottimale delle gomme è importantissima in un’auto che deve consumare poco (elettrica o a pistoni che sia): la resistenza al rotolamento prodotta dagli pneumatici incide parecchio sull’autonomia, e questa resistenza aumenta al diminuire della rigidità dello pneumatico. Questa rigidità, a parità di pneumatico, diminuisce al diminuire della pressione. In altre parole, gomme sgonfie consumano di più.

Partire dopo aver controllato che le gomme non siano sgonfie è quindi una buona regola anche per questioni di risparmio energetico oltre che di sicurezza (Pirelli; Nokian; EVObsession).

Probabilmente potrei guadagnare un po‘ di autonomia comprando pneumatici a bassa resistenza di rotolamento, ma rinvierò quest’esperimento al prossimo cambio di treno gomme.

Aerodinamica

ELSA non è un capolavoro di aerodinamica; del resto, è pensata per l’uso cittadino, nel quale le velocità sono modeste e quindi l’aerodinamica è poco importante. Ma se c’è da fare un viaggio a velocità sostenuta come quello che sto descrivendo, anche l’efficienza nel fendere l’aria può contribuire ad aumentare l’autonomia.

Ci sono piccoli miglioramenti aerodinamici molto facili da mettere in pratica, come togliere l’antenna radio (tanto non useremo la radio, ma ascolteremo musica su una chiavetta USB). Farà probabilmente pochissima differenza, ma se non ci serve ed è facile toglierla e rimetterla, tanto vale provarci.

Ci sono anche altre modifiche aerodinamiche più impegnative, che emergono se si esplora il mondo dei modder di automobili elettriche (o ecomodder), che si sono dedicati parecchio a quest’auto: i cerchi lenticolari (salt flat disc, moon disc o moon hubcap) e le carenature (wheel skirt o fender skirt) per i vani delle ruote posteriori. Le superfici irregolari dei cerchioni e dei vani delle ruote sono una delle principali fonti di turbolenza in qualunque auto, e la turbolenza aumenta i consumi.

I modder propongono vari modi per carenare facilmente le ruote posteriori (quelle anteriori, sterzando, sporgono e quindi sono difficili da carenare): nastro adesivo telato, pannelli rimovibili e altri accrocchi esteticamente discutibili e probabilmente pericolosi in caso di distacco. Credo che eviterò.

I cerchioni lenticolari, invece, sembrano più fattibili: non si pone il problema della ventilazione inadeguata dei freni perché, a differenza delle auto a pistoni, la frenata sulle auto elettriche è quasi sempre elettromagnetica e usa poco i freni tradizionali. Ce ne sono parecchi in vendita su Amazon (uno; due; tre), ma ci sono anche le soluzioni eccentriche come le teglie per pizza agganciate ai cerchioni e i teli elasticizzati calzati sopra i cerchioni standard. Ê come il modding per computer, solo che è su ruote.

Fonte: MyiMiev.com.

Sulla Tesla Model 3, i (copri)cerchioni quasi lenticolari forniti di serie fanno una differenza notevole (circa il 4% di autonomia in più).

Ma anche questa è per me una tecnica difficile da adottare, perché ELSA ha i cerchi in lega, senza un bordo di innesto per copricerchioni. Dovrei procurarmi dei cerchi in ferro, montarvi le gomme e poi comprare dei copricerchioni lenticolari e installarli. Magari un’altra volta.

Ci sarebbe anche un altro trucco aerodinamico: sfruttare la scia di un altro veicolo, per esempio un autobus o un camion. Anche mantenendo la distanza di sicurezza, un veicolo largo crea comunque dietro di sé una scia notevole che riduce l’energia usata per fendere l’aria da parte di un veicolo che sta in scia.

L’effetto è misurabile, ma prendere un’auto elettrica per poi mettersi in coda a un camion o autobus puzzolente e inquinante mi sembra un controsenso totale, per cui non intendiamo usare quest’approccio. Quando arriveranno i camion elettrici, però…

Hackerare?

Per “hackerare” intendo “sbloccare le due modalità nascoste di frenata rigenerativa”.

La frenata rigenerativa è la caratteristica delle auto elettriche o ibride che consente di usare il “freno motore” (ossia il motore diventa una sorta di dinamo) per ricaricare la batteria mentre si viaggia, invece di frenare con i freni tradizionali e buttar via energia cinetica e polveri fini di pastiglie (inquinanti).

ELSA è una Peugeot iOn, che come la Citroen C-Zero è una Mitsubishi i-Miev rimarchiata, con interni differenti e — sentite questa — con una semplice mascherina di plastica che blocca la corsa del selettore (la “leva del cambio”) in modo che non possano essere selezionate le modalità B e C di frenata rigenerativa, come spiegato nel video mostrato qui sotto da 1:49 in poi, in questo articolo (copia su Archive.is), in quest’altro e in queste foto.

Per i nostalgici dell’informatica, è come se scopriste che il vostro PC ha un selettore Turbo, ma è coperto da un tappo di plastica incollato.

Esiste anche un metodo che agisce sui cablaggi, ma non mi pare opportuno.

Perché Peugeot e Citroen hanno fatto questa scelta? Secondo un articolo del 2010, trovato da motogio dopo la pubblicazione iniziale di questo mio articolo, l’hanno fatta per proporre una guida semplificata ai clienti europei: “”Nous tenions à simplifier l’interface homme-machine”, explique Philippe Barriac, en charge du projet iOn depuis son origine. “La sélection du bon rapport en fonction de l’allure et de la pente ne dérange pas le client japonais. Point tant son homologue européen. Ainsi avec la iOn, quel que soit le profil de la route, c’est la boîte et le calculateur qui sélectionnent le bon taux de récupération de l’énergie cinétique. On ne peut faire plus simple””.

Sostituendo semplicemente la mascherina con la versione Mitsubishi (part number 2420A081XB) e facendo un pochino di, ehm, chirurgia plastica, le due modalità tornano disponibili anche sulla iOn.

La modalità B offre il recupero energetico massimo ed è quindi ottimale per le discese, mentre la modalità C ne offre uno ridotto rispetto a quello predefinito (che è il D) e quindi è ideale per i percorsi a velocità costante, dove l’intervento della frenata rigenerante a ogni minimo rilascio dell’acceleratore ridurrebbe l’autonomia rispetto alla semplice inerzia (coasting). Se avrò tempo prima di questo viaggetto, proverò anche questa modifica, in modo da massimizzare il recupero di carica su quel dislivello di mille metri e ridurre la scarica durante il viaggio autostradale.

2018/08/09 19:50. Funziona! Ho sbloccato le modalità nascoste di ELSA.

2018/08/10 9:40. Ecco un paio di foto al volo.

È importante notare che su queste auto (iOn/Miev/C-Zero) le luci di stop non si accendono quando si usa la frenata rigenerativa, per cui potrebbe essere sconsigliabile usare la modalità B (frenata rigenerativa drastica) se si ha dietro un’altra auto che segue da vicino: potrebbe non accorgersi che state rallentando e quindi tamponarvi. In questo caso, una leggera pressione sul pedale del freno fa accendere gli stop.

Funzionerà tutto questo? Resteremo appiedati a metà salita o fra una colonnina e l’altra? Lo saprete nella prossima puntata.

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Avventurette in auto elettrica: trucchi per un viaggio “lungo”, seconda parte. Come partire con 6 km di autonomia ma farne 39

Avventurette in auto elettrica: trucchi per un viaggio “lungo”, seconda parte. Come partire con 6 km di autonomia ma farne 39

Ultimo aggiornamento: 2018/08/18 8:50.

Come preannunciato nella prima parte, ecco il resoconto del mio tentativo di aumentare l’autonomia di una “vecchia” auto elettrica e compiere un viaggio decisamente al di fuori del suo normale ambito d’uso: 75 km con un’auto che normalmente ha 80 km. E c’è una salita di 1000 metri all’arrivo, abbiamo una cinquantina di chili di legna a bordo e nessuna possibilità di ricaricare una volta arrivati a destinazione.

Preparativi

Gli aspetti economici non sono primari in questo esperimento, ma non sono neanche trascurabili. Per ridurre ancora di più i costi energetici del viaggetto, il giorno precedente (11 agosto) ho caricato in parte ELSA (la mia piccola auto elettrica, una Peugeot iOn di seconda mano) presso la colonnina che si trova al centro commerciale vicino al Maniero Digitale e che per ora è gratuita.

Infatti dalle mie parti è in corso una transizione dalle colonnine vecchie (foto qui sotto), comandate con una chiave, alle nuove colonnine “smart”, e in questa fase i gestori hanno gradevolmente deciso di lasciare libera a tutti la carica presso le colonnine non ancora aggiornate. Probabilmente hanno calcolato che i costi delle cariche regalate sono inferiori al costo di mantenere il vecchio sistema a chiave accanto a quello nuovo basato su tessere RFID e app.

Un ”pieno” di ELSA fatto al Maniero mi costa 2,3 franchi a tariffa notturna o 3 franchi a tariffa diurna, per cui il risparmio concesso dalla colonnina gratuita è nel mio caso molto modesto, ma tutto fa brodo.

A proposito di brodo: ho raggiunto la tappa simbolica di 3000 km percorsi in elettrico nei sei mesi da quando ho ELSA. Se li avessi fatti con la mia auto a benzina, avrei speso 242 franchi in più. In pratica, risparmio in media una quarantina di franchi al mese, nonostante io usi ELSA solo per il 18% circa dei miei percorsi in auto (sì, tengo statistiche dettagliate dei consumi e delle percorrenze). A questo ritmo mi ci vorrebbero circa ventisei anni per ripagare il costo dell’auto (ma cinque se facessi in elettrico tutti i miei spostamenti). Ma non ho comprato un’auto elettrica per l’unico scopo di risparmiare denaro.

Ho completato il “pieno” a casa intanto che caricavo la legna da portare alla destinazione che la Dama del Maniero e io volevamo raggiungere (degli amici presso un rustico sui Monti di Tizzerascia). Una zavorra che aumenterà i consumi e che contribuirà a rendere più ridotti i margini di autonomia per quest’avventuretta.

Ho anche fatto un’altra cosa per aumentare l’autonomia: ho “hackerato” ELSA per sbloccare le modalità di recupero di energia nascoste, come raccontato nella prima parte. Non c’è nessun intervento software, ma solo un lavoro di Dremel: basta rimuovere il tratto tappato della fessura sagomata presente nella mascherina del “cambio”. Nella prima foto la vedete capovolta, per mostrare il tratto tappato; nella seconda la vedete a faccia in su, dopo il mio piccolo intervento.

Ora ho, oltre al normale recupero energetico medio (modalità D, di serie), anche le modalità B (recupero massimo) e C (recupero minimo). La modalità B è ottima per la guida in città e offre la massima frenata elettromagnetica (che non è comunque più drastica di un freno motore di un’auto a pistoni); la modalità C serve per i viaggi in autostrada, per evitare che un lieve rilascio dell’acceleratore attivi la rigenerazione e causi rallentamenti e consumi inutili.

Infatti quando si procede a velocità costante è più efficiente evitare che l’auto “freni” a ogni minimo rilascio dell’acceleratore: quello che si guadagna in ricarica della batteria è sempre meno di quanto si spende per riprendere la velocità persa. Si impara molto, quando si ha un’auto elettrica, specialmente se è limitata come ELSA e la si vuole portare al limite delle sue prestazioni.

Ho controllato la pressione delle gomme, per evitare che gli pneumatici sgonfi aumentino la resistenza al rotolamento e quindi facciano aumentare i consumi, riducendo l’autonomia.

Ho anche verificato di avere saldo sufficiente sui conti prepagati delle app Emotì e Swisscharge. È importante, perché a differenza dei distributori di benzina, che accettano contanti e carte di credito, le colonnine accettano solo pagamenti tramite le rispettive app o carte RFID.

Un altro preparativo importante è il monitoraggio preciso dello stato della batteria e dei consumi. Ho acquistato tempo fa un OBD Link LX Bluetooth: un oggettino che si inserisce nel connettore OBD dell’auto e ne trasmette via Bluetooth i dati diagnostici a un’app presente su uno smartphone o su un tablet. Nel mio caso ho scelto CanIon, app realizzata appositamente per gli utenti Peugeot iOn dagli sviluppatori Martin e Xavier (non è un’app ufficiale Peugeot).

Andata

Fonte: Ecalc.ch.

10.15. La Dama e io partiamo dal Maniero. È un giorno di traffico vacanziero intenso, qui in Canton Ticino, per cui in autostrada (sulla A2) si viaggia a circa 90 km/h su entrambe le corsie. Tenere una velocità bassa per ridurre i consumi, quindi, non ci pesa: tanto non abbiamo scelta.

10.40. La prima tappa è Bellinzona, dove c’è una colonnina di ricarica veloce GOFAST lungo l’autostrada. Qui ci capita la prima sorpresa: dopo 32 km abbiamo consumato pochissimo (un quarto della batteria invece di un terzo come al solito), nonostante l’arrampicata per superare il Monte Ceneri. Merito della velocità ridotta e della modalità C di risparmio energetico che ho appena sbloccato. Di conseguenza facciamo solo un rabbocco di qualche kWh, fermandoci 15 minuti e scambiando due parole con un altro automobilista elettrico, un belga che ha una Mini ibrida e sta cercando di caricare ma non ci riesce perché non ha l’app adatta: un problema classico e decisamente assurdo del mondo elettrico. Gli spiego come fare, e il tempo vola. Ripartiamo con l’88% di carica.

10.55. Inizia ora la tappa più impegnativa: dobbiamo consumare il meno possibile nonostante i 50 kg di zavorra e soprattutto i circa 1000 metri di dislivello (la nostra destinazione è a 1240 metri e partiamo da quota 200) e percorrere 43 km, conservando abbastanza energia per tornare a un punto di ricarica (il più vicino è a circa 15 km).

Nel tratto autostradale, fino a Biasca, andiamo a circa 90 km/h, usiamo la modalità C, acceleriamo lentamente, ci mettiamo nella scia delle roulotte (a distanza di sicurezza), e in effetti arriviamo a Biasca con il 50% di carica residua. Meglio delle previsioni: siamo a posto per il ritorno. Almeno così crediamo.

11.45. La salita finale, 9 km di stradine da affrontare a 40 km/h con una serie infinita di tornanti, si rivela un incredibile vampiro di energia. Arriviamo a destinazione, ma con un margine decisamente minore di quello che avevo stimato io e di quello che era emerso dai calcoli teorici dei lettori: sei km di autonomia residua, con l’indicatore di carica che lampeggia nell’equivalente elettrico della “riserva”. Questo è male. Nel rustico dove ci fermiamo non c’è una presa di corrente utilizzabile (c’è solo un po’ di energia elettrica fornita da un pannellino solare, sufficiente per le luci interne e per una piccola TV LCD).

Siamo comunque arrivati a destinazione, per cui ci godiamo la compagnia degli amici per la giornata, al fresco e con cibarie memorabili. Riusciremo a tornare a casa? Ci penseremo dopo, a pancia piena.

Ritorno

18.00. Non ci era mai capitato di partire per un viaggio con sei chilometri residui di autonomia; secondo le previsioni, avremmo dovuto averne quasi trenta. Possiamo solo sperare che i mille metri di dislivello, stavolta in discesa, ricarichino ELSA abbastanza da permetterci almeno di raggiungere la colonnina lenta di Malvaglia, che sta a 15 km.

Metto la modalità B (ufficialmente inesistente sulla iOn, ma sbloccata dal mio piccolo “hackeraggio”) che massimizza il recupero e ci permette di scendere lungo i tornanti praticamente senza toccare mai i freni e caricando invece la batteria.

Ma il recupero è decisamente modesto: dopo 1000 metri di dislivello abbiamo riacquisito circa 20 km di autonomia, grosso modo la metà di quello che abbiamo speso per salire. Non bastano per raggiungere il punto di ricarica veloce previsto, che sta a 39 km dal punto di partenza, ma sono sufficienti a raggiungere non solo quello lento di Malvaglia, ma anche il successivo, che sta a Biasca. Insomma, non resteremo a piedi.

Arriviamo così a Biasca, dove ci stiamo per rassegnare ad almeno un’ora di sosta per caricare lentamente alla colonnina Emotì locale, ma poi guardiamo il contachilometri di ELSA e ci rendiamo conto che scendendo non abbiamo soltanto caricato un po’ la batteria: abbiamo anche percorso 19 km senza consumare energia. Morale della storia: siamo a 20 km dalla colonnina veloce e abbiamo circa 20 km di autonomia. Che fare?

La cosa prudente sarebbe caricare una mezz’ora a Biasca, per avere un po’ di margine. Ma ci piace rischiare e possiamo confidare in qualche chilometro extra di “modalità tartaruga”, per cui decidiamo di tentare di raggiungere la colonnina GOFAST sulla A2 in direzione sud. Andiamo a 90 km/h, in modalità C, quella ottimale per i percorsi rettilinei a velocità costante.

18.57. Raggiungiamo la colonnina di ricarica rapida con qualche km di autonomia di margine e facciamo una carica di 25 minuti, che porta la batteria all’80% di carica. Il Piano A è riuscito, nonostante tutto: una carica veloce all’andata e una al ritorno.

Approfitto della pausa per raccogliere qualche dato dalla “telemetria” dell’OBD Link LX:

A questo punto possiamo rilassarci e correre fino al Maniero (sono solo 35 km) alla massima velocità consentita dai limiti locali. Anzi, cogliamo l’occasione per una piccola tappa a Lugano.

20:10. Arriviamo al Maniero dopo aver percorso 152 km con due tappe di ricarica veloce. Metto sotto carica ELSA, così domattina avrò di nuovo il “pieno”, e tiro le somme di quest’avventuretta.

Le due cariche veloci (10 kWh complessivi) mi sono costate in tutto 14.52 CHF (4.35 all’andata e 10.17 al ritorno), per cui il viaggio elettrico mi è costato leggermente meno dei 16,5 CHF che avrei speso se avessi usato la mia auto a benzina. Ma caricare rapidamente alle colonnine costa molto più che farlo lentamente a casa: quei 10 kWh che ho caricato in tutto sarebbero costati, a casa mia, circa un franco e mezzo. La comodità di poter caricare in giro e di poterlo fare rapidamente si paga.

Un’auto elettrica con un pochino di autonomia in più della piccola ELSA (16 kWh) avrebbe potuto fare tutto il viaggio senza tappe di ricarica e quindi avrebbe speso circa 4,4 CHF contro i 16,5 dell’auto a benzina (valori stimati sul percorso in piano e da maggiorare per via della variazione altimetrica, soprattutto nell’auto a benzina, che in discesa non recupera nulla ma anzi consuma i freni).

L’altra lezione di questo viaggio è che le salite consumano tantissimo e il recupero energetico in discesa è piuttosto modesto, perlomeno su quest’auto di sette anni fa. Se vivete in aree montuose o dovete affrontare dislivelli notevoli, tenetene conto nella pianificazione dei vostri viaggi elettrici.

I dati della “telemetria” sono utili per capire quali dispositivi e quali comportamenti di guida consumano di più e per monitorare il reale andamento della carica dell’auto, che è variabile in base a vari parametri (primo fra tutti il livello di carica di partenza). Servono anche per rendersi meglio conto dei dislivelli e delle lievi pendenze del terreno, che con un’auto a pistoni sono quasi irrilevanti (aumentano i consumi, ma tanto l’autonomia è enorme e ci sono distributori ovunque) ma che con un’auto elettrica diventano importanti.

Un altro aspetto messo in luce da questo viaggio è l’effetto vistoso della velocità sull’autonomia. Partire un pochino prima e viaggiare a 100 km/h fa davvero molta differenza, in termini di consumi, rispetto a viaggiare a 120 km/h e risparmiare qualche minuto.

A proposito di consumi, la media approssimativa del viaggio è 138 Wh/km, nonostante la salita. Avevo infatti 16 kWh alla partenza, ne ho aggiunti 10 in viaggio e sono tornato a casa con 5 kWh residui, per cui ne ho consumati circa 21.

Infine, una piccola scoperta inattesa: usare un’auto elettrica in montagna può ridurre la nausea da movimento sui tornanti, sia in salita, sia in discesa. Io normalmente ne soffro molto, ma oggi non ho avuto il minimo problema. Sospetto che sia merito del fatto che con un’elettrica non ci sono mai i rallentamenti e gli strappi prodotti dal cambio delle marce.

Cosa più importante, la Dama e io ci siamo divertiti insieme, viaggiando nel silenzio, inquinando meno e trasformando un aspetto banale di una giornata (il viaggio) in un momento di piccola avventura e di apprendimento.

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Avventurette in auto elettrica: Lugano-Milano e ritorno

Avventurette in auto elettrica: Lugano-Milano e ritorno

Oggi (sabato) devo andare con la Dama del Maniero Digitale da casa, a Lugano, fino a Milano per prendere il treno alle 9 e andare a Roma per il Corso CICAP di cui sono docente, e tornare a Lugano l’indomani (domenica) alle 18.

Normalmente useremmo la nostra auto a pistoni per arrivare a un parcheggio di scambio presso una stazione della metropolitana, parcheggiare e da lì prendere la metropolitana per raggiungere la Stazione Centrale. Ma c’è un problema: l’auto ha il parabrezza incrinato (un sassolino l’ha scheggiato e pochi giorni fa ha innescato una grossa crepa) e quindi non la possiamo usare. Negli orari in cui ci dobbiamo spostare non ci sono treni praticabili da e per Lugano (è per questo che di solito raggiungiamo Milano in auto).

Così la Dama ed io andremo a Milano con ELSA, la nostra piccola auto elettrica (Peugeot iOn di seconda mano). Piccolo problema: ELSA, essendo una city car, ha un’autonomia autostradale di circa 90 km, e dal Maniero al parcheggio di Molino Dorino ci sono 72 km. Per tornare a casa dovremo quindi caricare: c’è una colonnina CHAdeMO veloce (e gratuita) sulla strada del ritorno, all’autogrill Villoresi Est. Ma sta a 12 chilometri da Molino Dorino. In totale sono 84 km con un’auto che ne fa circa 90.

Non solo: una volta caricato a Villoresi Est (in 20 minuti fino all’80%), avremo 61 km da fare per tornare al Maniero. Anche qui i margini saranno stretti.

Ce la faremo? ELSA non è concepita per fare queste cose, ma ci divertiamo a portarla al limite delle sue piccole, silenziose prestazioni. Staremo a vedere.

Naturalmente abbiamo usato Google Maps e le varie app di pagamento e localizzazione delle colonnine per crearci un Piano B e anche un Piano C; ormai, dopo un anno di auto elettrica, non andiamo certo allo sbaraglio. Ma è il primo viaggio relativamente lungo in terra italiana e nel Deserto Elettrico con quest’auto, per la quale le colonnine veloci sono poche (ha uno standard, il CHAdeMO, poco supportato). Un viaggio che sarebbe una totale passeggiata con la splendida Tesla Model 3 Performance che ho provato estesamente ieri (grazie Marco): ma questa è un’altra storia, da raccontare in un’altra occasione.

È passata da poco la mezzanotte; ELSA è nel garage del Maniero, sotto carica, e sta facendo il “pieno” (16 kWh). Partiremo da Lugano stamattina alle 6.45, per arrivare a Molino Dorino entro le 8.20, traffico permettendo, e da lì prendere la metropolitana. Se vi interessa seguire quest’avventuretta, tenete d’occhio questo articolo e il mio account Twitter.

La prima tappa è fatta, e il margine per tornare alla colonnina prevista lungo il percorso c’è, e pure abbondante (avremmo un’autonomia teorica di 105 km), grazie al fatto che abbiamo viaggiato a 80-90 km/h (non che avessimo molta scelta per buona parte del tragitto, visto il traffico e i limiti di velocità). Decisamente si conferma l’importanza della velocità per aumentare l’autonomia. Vi aggiorno domani al ritorno.

2019/04/14

Finito il corso CICAP, riprendiamo un Frecciarossa per tornare a Milano, la metropolitana fino a Molino Dorino, e raggiungiamo ELSA. Durante il viaggio ho monitorato la colonnina del Piano A. Forse c’è qualche problema: viene data come non disponibile. Non è un dramma: nel caso peggiore abbiamo altre due colonnine nelle vicinanze.

L’importante è sapere se abbiamo abbastanza autonomia residua in ELSA per arrivare a una di queste colonnine. Il Piano C è usare la colonnina della concessionaria Peugeot che sta a 3,4 km da Molino Dorino. Tre km e mezzo di autonomia li abbiamo di sicuro 🙂

19.41. Partiamo verso casa. L’indicatore di carica (a sinistra) riporta cinque tacche, ossia spannometricamente 25 km di autonomia residua. Il calcolatore di bordo, noto anche come indovinometro per la sua scarsa attendibilità, stima ben 42 km, ma sappiamo che è impossibile.

19.57. Arriviamo alla colonnina gratuita dell’Autogrill a Lainate di EV-now.org con tre tacche residue e un indovinometro che è sceso più realisticamente a 20 km di stima (dopo 11 km percorsi). Abbiamo fatto in tutto 83 km e avremmo ancora 15 km residui. Non male, per una city car di seconda mano con una batteria minuscola da 16 kWh che ha otto anni di vita.

C’è un problema inatteso: la colonnina dice che il connettore CHAdeMO non è disponibile e che è necessario un intervento tecnico. Dannazione. Adesso ci tocca andare alla colonnina del Piano B, che è vicina ma non offre un posto dove mangiare.

Per curiosità, provo lo stesso a collegare il connettore e avviare la carica. Parte. O almeno così sembra: sia l’indicatore sulla colonnina, sia ELSA dicono che la carica è in corso. Però ELSA non ha fatto partire il condizionatore come fa di solito, per raffreddare la batteria durante la carica rapida a 50 kW. Strano. Va be’, proviamo. Andiamo a mangiare.

Intanto che mangiamo, l’app di Nextcharge mi dice che la colonnina è occupata e attiva. Dovrebbe essere un buon segno.

20.47. Il tempo di carica normale (circa 20 minuti) è già finito da un po’. La sosta è durata il tempo necessario per mangiare, maggiore di quello per ricaricare: capita spesso. Andiamo a vedere cosa è successo: la carica non sembra essere arrivata all’80% solito, che è quello che ci serve per tornare al Maniero, ma a 11 tacche su 16, ossia il 69%. Hmmm….

Piove. La carica, inferiore al previsto, si rivela ben presto insufficiente per arrivare a casa. Rallentiamo a 80 km/h. A 11 km da casa, l’indovinometro segna zero km residui e l’indicatore di carica ha esaurito le tacche.

Non è ancora scattata la “modalità tartaruga”, che è la “riserva” della batteria (circa 10 km), e a noi ne mancano appunto solo 11 per arrivare al Maniero, ma la prudenza elettrica è quella che ti evita l’ignominia di restare a piedi a un chilometro da casa, al buio e sotto la pioggia. Per cui facciamo tappa alla colonnina GOFAST di Melide (era il Piano E), che pago usando la mia tessera Swisscharge (molto più rapida da usare rispetto all’app). Meglio spendere cinque minuti a caricare che mezz’ora per farsi trainare.

Carichiamo giusto il minimo necessario per arrivare al Maniero: tanto, essendo elettrica, ELSA può caricarsi stando in garage, durante la notte. Attacco la presa e me ne vado. Domani ELSA sarà pronta per un altro viaggio elettrico di lavoro.

21:58. Ce l’abbiamo fatta, insomma, nonostante gli imprevisti. Ci siamo divertiti a fare questo test estremo (per una piccola elettrica come ELSA), abbiamo impiegato circa un quarto d’ora in più rispetto a un viaggio a pistoni (perché abbiamo guidato piano e fatto una tappa in più per caricare; la carica all’autogrill rientra nel tempo che avremmo speso comunque per mangiare) e abbiamo speso in tutto 2,3 CHF per il “pieno” a casa più 2 CHF per la carica extra a Melide, percorrendo 147 km.

Abbiamo speso 0,027 CHF/km, ossia 2,70 CHF/100 km. Senza consumare una goccia di benzina. È come se avessimo un’auto a pistoni che fa 55 km al litro. Quanti ne fa la vostra?

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Avventurette in auto elettrica: lo stesso viaggetto notturno, fatto a un anno di distanza

Avventurette in auto elettrica: lo stesso viaggetto notturno, fatto a un anno di distanza

Due viaggetti identici, che ho fatto per lavoro a distanza di quasi un anno uno dall’altro con la mia piccola city car elettrica, hanno prodotto risultati assai differenti. C’è molto da imparare per passare dall’auto tradizionale a quella elettrica, ma una volta imparate le cose da sapere i benefici si vedono: si risparmia moltissimo tempo e altrettanto denaro.

Ho raccontato tutti i dettagli, con foto e conticini vari e soprattutto con le lezioni imparate, su Fuori di Tesla.

385 km con un’auto elettrica da 80 km e di otto anni fa: lezioni imparate

385 km con un’auto elettrica da 80 km e di otto anni fa: lezioni imparate

Nei tre giorni scorsi ho usato intensamente ELSA per andare a fare lezioni e conferenze, percorrendo in tutto 385 km: 168 per andare dal Maniero ad Ambrì, 65 per andare a Camorino e 152 per andare a Faido. Tutte queste tappe hanno compreso almeno una salita mangiacarica (da 500 a 700 metri di dislivello), e in alcuni casi anche due. I risultati di questi esperimenti sono piuttosto interessanti.

Sottolineo, prima di proseguire, che il mio non è il modo normale di usare una city-car elettrica: assistito nella mia follia dalla Dama del Maniero, sto prendendo una vecchia auto elettrica da città di seconda mano, che ha già otto anni sulle spalle, e le sto facendo fare cose anormali per scoprirne i limiti. Normalmente una city car si usa per escursioni locali: parte da casa col “pieno”, fa i suoi giretti e torna a casa ben prima di aver esaurito la propria autonomia, per cui il problema della ricarica e dell’autonomia non si pone affatto.

Detto questo, ho scoperto che la tessera italiana di Nextcharge funziona perfettamente in roaming sulle colonnine svizzere (anche se costa in alcuni casi un po’ di più), che le colonnine spesso giocano scherzi durante la carica rapida (invece di arrivare all’80% standard si fermano prima), e che viaggiare con le app di monitoraggio e pianificazione è utilissimo.

Ho provato due app in particolare: OBDZero (descritta qui) e Power Cruise Control (di cui gli sviluppatori mi hanno gentilmente fornito una versione di prova). OBDZero consente un monitoraggio dello stato di carica più preciso rispetto al cruscotto molto spartano di ELSA, fornendo un’indicazione percentuale al posto delle spannometriche “tacche” del cruscotto), mentre Power Cruise Control calcola la velocità ottimale da tenere per arrivare a destinazione tenendo conto dell’altimetria del percorso e del carico a bordo. L’app esiste in varie versioni, su misura per gli specifici modelli di auto elettrica.

Durante
il tragitto, PCC mostra molto chiaramente se si sta andando bene
(l’auto va nella zona verde) o se si sta consumando troppo (l’auto va
nella zona rossa). L’indicazione è talmente grande e chiara che la si può tenere sotto osservazione semplicemente con la coda dell’occhio, senza distrarsi troppo dalla guida.

Ho anche verificato, grazie a OBDZero, il “trucco” usato da ELSA per non farmi mai restare a piedi nonostante la sua autonomia limitata: fa lampeggiare la spia della “riserva” quando ha ancora in realtà circa un quinto della sua carica complessiva. Questo lampeggiamento è molto persuasivo nel convincerti a non esagerare e fermarti per una carica prima che sia troppo tardi.

Inoltre ho provato una tecnica di viaggio diversa dal solito: invece di andare piano, in modo da aumentare l’autonomia e ridurre le tappe (e le spese) di ricarica, ho scelto di andare alla massima velocità consentita (120 km/h, che per ELSA sono decisamente fuori dal suo uso abituale cittadino) e fermarmi a caricare più spesso, agevolato dal fatto che l’uso delle tessere, al posto delle farraginose app, fa risparmiare minuti preziosi nella procedura di attivazione della carica.

Questa tecnica è più dispendiosa, ma riduce i tempi morti: infatti se guido piano, sono impegnato nella guida e non posso fare altro, mentre se arrivo prima alla colonnina, intanto che sto caricando posso lavorare, mangiare, dormire, rispondere alla mail, eccetera. Complessivamente il tempo di viaggio da porta a porta è grosso modo uguale nei due casi, ma le pause presso le colonnine mi permettono di usarlo più produttivamente. O di mangiarmi una buona fetta di torta di mele!

Facendo i conti, infine, ho scoperto che nonostante i costi esagerati delle ricariche ho comunque risparmiato qualcosina rispetto alla mia auto a pistoni; se avessi avuto un’auto elettrica con autonomia sufficiente per l’andata e il ritorno avrei risparmiato molto di più.

Se volete tutti i dettagli, li ho raccolti su Fuoriditesla.ch qui e qui. Il viaggio a Camorino non l’ho documentato perché non ha richiesto tappe o cariche.

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