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Nuova edizione dell’Almanacco dello Spazio: adesso è online subito per tutti

Nuova edizione dell’Almanacco dello Spazio: adesso è online subito per tutti

Ultimo aggiornamento: 2021/03/20 17:00.

È un periodo di cambiamenti qui al Maniero. Oltre al nuovo lavoro come
“regista” di webinar e prossimamente traduttore online per conferenze spaziali
(dettagli a breve), oltre alla trasformazione del
Disinformatico radiofonico da diretta con musica a podcast puro e oltre a candidarmi al volo intorno alla Luna del progetto DearMoon di Elon Musk e Yusaku Maezawa, in
questi ultimi mesi ho lavorato anche all’Almanacco dello Spazio, la mia compilation di eventi e ricorrenze dell’esplorazione
spaziale. Ora è disponibile a tutti in formato online, senza più EPUB da
scaricare e senza attese, man mano che lo aggiorno.

Rispetto all’EPUB precedente ho aggiunto circa un centinaio di voci ed
ampliato parecchie altre. La scelta di passare alla versione online è dettata
dalle stesse ragioni per le quali pubblico online anche i miei libri
Luna? Sì, ci siamo andati! e Moon Hoax: Debunked!: li posso aggiornare più efficientemente e prontamente.

Come in passato, l’Almanacco non è protetto contro la copia; anzi, è
liberamente distribuibile e copiabile secondo la licenza Creative Commons
inclusa nel testo. Lo potete consultare tramite l’indirizzo breve
Almanaccodellospazio.ch.

Per chi aveva
fatto
una donazione speciale per ricevere gli aggiornamenti gratis a vita in
anteprima (10 €/12 CHF): scusatemi, ho dovuto interrompere questa modalità
perché l’Almanacco era diventato ingestibile e tenere traccia delle
persone alle quali inviarlo in anteprima, con i loro cambi di indirizzo e
tutto il resto, era un incubo. Scrivetemi e vi rimborserò.

Almanacco dello Spazio, aggiornamento pronto per i donatori

Almanacco dello Spazio, aggiornamento pronto per i donatori

Ho fatto un aggiornamento massiccio dell’Almanacco dello Spazio, con oltre 260 voci nuove o modificate e (a differenza della versione precedente) contenente tutte le 772 immagini, per cui è più grande come file ma in compenso è consultabile anche senza avere una connessione a Internet.

I donatori ricevono gratuitamente e in anteprima gli aggiornamenti a vita dell’Almanacco; questa versione aggiornata sarà disponibile fra due mesi (il 9 ottobre) per tutti.

Se non resistete all’attesa, potete sempre diventare donatori 🙂

Se volete saperne di più, tutti i dettagli sono presso Almanaccodellospazio.ch.

Starliner in avaria: non raggiungerà la Stazione Spaziale Internazionale

Starliner in avaria: non raggiungerà la Stazione Spaziale Internazionale

Sta andando male il volo di prova senza equipaggio dello Starliner, il nuovo veicolo spaziale della Boeing che dovrebbe trasportare prossimamente degli astronauti verso la Stazione Spaziale Internazionale.

Dopo un decollo regolare, non si è verificata l’accensione dei motori necessaria per l’inserimento in orbita della capsula. La NASA ha interrotto la diretta video ed è calato il silenzio verso la stampa.

In sintesi: un errore di temporizzazione ha fatto saltare l’accensione programmata dei motori che serviva per accelerare la capsula fino alla velocità orbitale di attracco alla ISS. L’errore sarebbe stato rimediabile con un equipaggio a bordo o con un comando via radio, ma lo Starliner era in una regione di spazio fuori dalla copertura radio.

Il veicolo non attraccherà alla ISS ma rientrerà il 22 dicembre in maniera controllata.

Maggiori dettagli sono su Astronautinews.

Dichiarazione di Boeing:

After launching successfully at 6:36 a.m. EST Friday on the United Launch Alliance Atlas V rocket from Space Launch Complex 41 at Cape Canaveral Air Force Station in Florida, the Boeing Starliner space vehicle experienced an off-nominal insertion.

The spacecraft currently is in a safe and stable configuration. Flight controllers have completed a successful initial burn and are assessing next steps.

Boeing and NASA are working together to review options for the test and mission opportunities available while the Starliner remains in orbit.

A joint news conference will be held at 9 am Eastern on NASA TV.

Annullato l’attracco alla ISS:

La capsula effettuerà una serie di test e rientrerà sulla terraferma a White Sands il 22 dicembre:

Con un equipaggio a bordo la missione sarebbe stata salvabile:

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

50 anni fa la prima morte durante un volo spaziale: Vladimir Komarov e la Soyuz-1

50 anni fa la prima morte durante un volo spaziale: Vladimir Komarov e la Soyuz-1

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori ed è tratto dall’Almanacco dello Spazio. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.

Il 24 aprile di 50 anni fa, nel 1967, il cosmonauta Vladimir Komarov morì nello schianto al suolo della sua Soyuz-1 al termine del rientro dallo spazio. Fu il primo incidente mortale durante un volo spaziale.

Komarov, che aveva già volato nello spazio con la Voskhod 1, era stato scelto per pilotare il nuovo veicolo spaziale dell’Unione Sovietica, la Soyuz. Ma il veicolo era stato realizzato in fretta, sotto la pressione dei politici che volevano un nuovo successo di propaganda spaziale: il 1967 era il cinquantenario della Rivoluzione Bolscevica ed era il decennale del lancio del primo satellite, lo Sputnik.

Il volo della Soyuz 1, partito dal cosmodromo di Baikonur il 23 aprile, era concepito come un’altra tappa trionfale della conquista sovietica del cosmo: un altro veicolo sovietico, con tre cosmonauti a bordo, avrebbe dovuto raggiungere Komarov in orbita, per poi effettuare un rendez-vous spettacolare. Ma un comunicato congiunto dell’agenzia di stampa TASS e di Radio Mosca annunciò concisamente che “Il cosmonauta Vladimir Komarov è deceduto durante il completamento del volo di collaudo del veicolo spaziale Soyuz 1”. Il lancio del secondo equipaggio, già annunciato, fu annullato.

I dettagli della tragedia furono resi noti in seguito, ma solo gradualmente, nell’arco di quasi trent’anni. All’inizio fu fatto credere che per la Soyuz 1 si fosse trattato soltanto di un difetto del paracadute di atterraggio, che non si era aperto correttamente e non aveva frenato la capsula, che quindi era precipitata a velocità elevatissima, uccidendo il cosmonauta all’impatto con il suolo in Kazakistan al termine di una missione eseguita senza problemi. Ma la realtà era ben diversa.

I guai al veicolo erano iniziati subito: uno dei due pannelli solari che alimentano la Soyuz-1 non si era aperto, dimezzando l’energia disponibile a bordo. Il pannello che non si era aperto aveva ostruito i sensori ottici necessari per conoscere l’assetto del veicolo, orientarlo e stabilizzarlo. Komarov aveva tentato di correggere il problema, ma il propellente di manovra rischiava di esaurirsi e le batterie non si caricavano a sufficienza.

Il Controllo Missione aveva deciso di far rientrare Komarov in anticipo, alla diciassettesima orbita, dopo un giorno nello spazio. Ma i sistemi di bordo non avevano collaborato, anche a causa dell’asimmetria inattesa della Soyuz – 1 (che aveva un pannello solare chiuso e uno aperto), e avevano interrotto la manovra di rientro avviata da Komarov. Da terra erano state inviate nuove istruzioni per ritentare il rientro alla diciannovesima orbita.

Anche il secondo tentativo di rientro aveva avuto problemi: l’asimmetria del veicolo lo aveva fatto deviare dalla traiettoria prevista e i sistemi automatici se ne erano accorti e avevano quindi interrotto l’accensione del motore di rientro.

L’effetto combinato delle due manovre parziali di rientro era stato comunque sufficiente a far ricadere il veicolo spaziale nell’atmosfera e i moduli della Soyuz-1 si erano separati correttamente, lasciando la capsula di discesa, contenente Komarov, libera di rientrare, usando lo scudo termico per frenare. Ma il paracadute pilota, che avrebbe dovuto estrarre quello principale, non lo aveva fatto. La Soyuz-1 era dotata di un paracadute di riserva, che era stato azionato ma si era ingarbugliato nei cavi del paracadute pilota, per cui la capsula era precipitata praticamente in caduta libera. È presumibile che Komarov abbia avuto il tempo di rendersi conto del malfunzionamento e della propria fine imminente.

Lo schianto al suolo era stato violentissimo: la capsula, alta circa due metri, si era ridotta a un ammasso metallico alto 70 centimetri e i razzi di frenata erano esplosi, distruggendo quel poco che restava. Di Komarov erano rimasti soltanto frammenti carbonizzati.

Quel che restava della Soyuz 1 e di Vladimir Komarov.

Le indagini sul disastro riveleranno che il sistema dei paracadute era intrinsecamente difettoso e non era mai stato collaudato nel suo complesso, e che anche il veicolo gemello, la Soyuz-2, aveva lo stesso difetto: se fosse stato lanciato, i suoi cosmonauti avrebbero fatto la fine di Komarov.

Passerà un anno e mezzo, fino a ottobre del 1968, prima che una Soyuz torni a volare nello spazio. La Soyuz, rimodernata e riprogettata, diventerà uno dei veicoli più affidabili e longevi della storia spaziale, con cinquant’anni di attività. Ma prima di arrivare a questo traguardo chiederà un altro tributo di sangue: la Soyuz-11, nel giugno del 1971.

Fonti: Space Safety Magazine; Russian Space Web; David Shayler, Disasters and Accidents in Manned Spaceflight, p. 371.

Raffica di record spaziali per Peggy Whitson

Questo articolo è tratto dall’Almanacco dello Spazio.

Descrizione non ancora disponibile
Impatto della Soyuz MS-04 con accensione dei razzi di frenata.

Stanotte il cosmonauta russo Fyodor Yurchikhin e gli astronauti statunitensi Peggy Whitson e Jack Fischer sono tornati sulla Terra, in Kazakistan, dalla Stazione Spaziale a bordo della Soyuz MS-04. Yurchikhin e Fischer sono rientrati dopo una permanenza di 136 giorni e il russo ha totalizzato 673 giorni in orbita nel corso di cinque missioni. Ma i record principali spettano a Peggy Whitson.

Descrizione non ancora disponibile
La Soyuz MS-04, coricata su un fianco, viene raggiunta dal personale di recupero.

Descrizione non ancora disponibile
L’equipaggio della Soyuz MS-04, estratto dalla capsula.

Per la Whitson si conclude una missione durata 289 giorni (nuovo record mondiale femminile di durata di una singola missione, che prima spettava a Samantha Cristoforetti), durante i quali ha effettuato 4623 orbite, percorrendo circa 200 milioni di chilometri in orbita intorno alla Terra.

Nel corso della propria carriera, composta da tre missioni, ha trascorso in tutto 665 giorni nello spazio, stabilendo il nuovo primato statunitense maschile e femminile di permanenza complessiva (che prima apparteneva a Jeff Williams) e il nuovo record mondiale femminile di permanenza complessiva; è inoltre diventata la prima donna due volte comandante della Stazione e ha stabilito il nuovo record femminile di attività extraveicolari (dieci in tutto, per un totale di 60 ore). Come se non bastasse, a 57 anni Peggy Whitson è anche la donna più anziana a volare nello spazio.

E intende tornarci. Tanto di cappello.

Descrizione non ancora disponibile
Peggy Whitson dopo l’atterraggio.

Torna l’Almanacco dello Spazio, più completo e organizzato

Torna l’Almanacco dello Spazio, più completo e organizzato

Ultimo aggiornamento: 2017/08/24 16:05.

Ricordate l’Almanacco dello Spazio, il calendario suddiviso per giorno delle ricorrenze della storia dello spazio che avevo iniziato a gennaio 2016? Beh, è passato un po’ di tempo ed è cresciuto parecchio, grazie anche all’aiuto e al sostegno di molti di voi. Da 280 voci è arrivato a oltre 1300, corredate da quasi 700 illustrazioni, molte delle quali rare.

Se non vi serve sapere altro, potete scaricare la versione più recente (la 1.107) qui su Attivissimo.net. Come promesso, l’Almanacco non è protetto contro la copia; anzi, è liberamente distribuibile e copiabile secondo la licenza Creative Commons inclusa nel testo. Chiedo solo che venga rispettato il mio diritto legale di essere riconosciuto come autore. Per leggerlo potete usare iBooks (per Mac e iCosi) oppure Calibre.

L’Almanacco è cresciuto tanto come numero di voci e ha cambiato struttura (ora c’è un capitolo per ogni giorno dell’anno invece di uno per ogni mese), ma ha subìto una drastica cura dimagrante: da 32 MB, stazza che lo rendeva problematico per alcuni e-reader, è sceso a circa 900 kB. Questo è reso possibile dal fatto che ora le immagini non sono più incorporate nel file EPUB ma sono ospitate sul mio sito, dove posso aggiornarle per tutti molto prontamente; oltretutto mi evita di dover importare a mano 700 foto. So che questo significa che per vedere le immagini il vostro lettore di EPUB deve essere connesso a Internet e che questo potrebbe essere un problema; se la cosa diventa troppo fastidiosa, ditemelo e troveremo una soluzione più adatta a tutti.

Oltre all’Almanacco in formato e-book, ora c’è anche il sito apposito, che ospita le grandi storie dell’esplorazione spaziale man mano che le scrivo e che può essere utile per farvi un’idea dei contenuti dell’Almanacco prima di scaricarlo.

C’è ancora tanto lavoro da fare, e lo aggiungerò man mano, anche per correggere refusi (segnalatemeli, mi raccomando) e per inserire i nuovi eventi dello spazio che avverranno: edizioni aggiornate dell’Almanacco saranno liberamente scaricabili annualmente.

Tutto questo lavoro è possibile grazie anche al contributo di autori come Gianluca Atti (@giaroun), di cui vedete spesso i preziosi ritagli dei giornali italiani d’epoca nell’Almanacco e su Twitter anche nel mio profilo principale (@disinformatico) con l’hashtag #almanaccodellospazio.

Ovviamente scrivere 1300 e passa voci costa tempo e impegno: se l’Almanacco vi piace e volete incoraggiarmi ad ampliarlo, o semplicemente offrirmi l’equivalente di una birra o di una fetta di pizza per farmi sapere che vi è piaciuto, potete fare una donazione specifica (anche piccola, tutto fa brodo) usando PayPal tramite l’apposito pulsante qui sotto: la condividerò con i collaboratori. Il libro è inoltre disponibile per sponsorizzazioni. Grazie!




Chi ha creduto nel progetto sin dall’inizio e ha già contribuito con una donazione per l’Almanacco riceverà gratuitamente e automaticamente a vita le versioni aggiornate man mano che le preparo, senza aspettare un anno.

Se volete ricevere anche voi gli aggiornamenti a vita e subito, man mano che li scrivo, ed essere citati nell’elenco dei donatori presente nel libro, basta che facciate una sola donazione specifica di almeno 10 euro (12 franchi) usando il pulsante qui sopra, mi diate un indirizzo di mail al quale mandarvi gli aggiornamenti e mi diciate come volete essere citati nell’elenco dei donatori (nome e/o cognome, nick o altro). Ad astra!

50 anni fa, “The Fire”: la tragedia che cambiò per sempre la corsa alla Luna

50 anni fa, “The Fire”: la tragedia che cambiò per sempre la corsa alla Luna

Questo articolo è tratto dall’Almanacco dello Spazio e vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/01/28 2:40.

È il 27 gennaio 1967. Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee, i tre astronauti assegnati alla missione Apollo 204 (successivamente rinominata Apollo 1), primo volo orbitale con equipaggio del veicolo Apollo che dovrebbe portare l’America sulla Luna, muoiono nell’incendio della capsula nella quale sono sigillati da un triplice portello, durante una prova tecnica a terra, sulla rampa 34 del centro di lancio di Cape Kennedy. Sono le 18:31 ora locale; in Italia sono le 00:31 del 28 gennaio.

Ed White, Gus Grissom e Roger Chaffee.

L’incendio, violentissimo, è innescato da una scintilla prodotta nei cavi elettrici a contatto con i materiali infiammabili della capsula Apollo, che ardono nell’atmosfera di ossigeno puro a 1,13 atmosfere: una pressione superiore a quella atmosferica normale al livello del mare, necessaria per le esigenze della prova in corso. I soccorritori impiegano cinque interminabili minuti a farsi largo tra le fiamme e il fumo e ad aprire i complicatissimi portelli d’accesso, ma è troppo tardi: gli astronauti muoiono per asfissia in meno di un minuto.

L’interno carbonizzato della capsula Apollo nella quale perirono Grissom, White e Chaffee.

È il primo incidente mortale direttamente causato dal programma spaziale statunitense: altri astronauti sono periti prima di Grissom, White e Chaffee, ma in incidenti aerei. L’incendio sarebbe stato perfettamente evitabile se solo fossero state rispettate le buone norme di sicurezza e di progettazione, messe in disparte dalla “go fever”, la febbre di andare verso la Luna a qualunque costo. Lo shock per chi lavora alla NASA è talmente potente che per decenni questo disastro sarà ricordato chiamandolo semplicemente e sommessamente The Fire (“l’Incendio”). Tutti sanno cosa s’intende.

Credit: Gianluca Atti.

La tragedia avrà un enorme impatto sull’opinione pubblica mondiale e imporrà un drastico riesame delle procedure NASA e di tutti i materiali usati per la capsula Apollo, che probabilmente contribuirà ad evitare disastri durante i voli spaziali veri e propri. Il rapporto della NASA sul disastro (Report of Apollo 204 Review Board – Findings, Determinations and Recommendations) descriverà senza mezzi termini “carenze di progettazione, fabbricazione, installazione, rilavorazione e controllo qualità… assenza di soluzioni progettuali di protezione antincendio… installazione di componenti non certificati”.

Nel corso di 21 mesi (tanti ne trascorreranno prima del primo volo con equipaggio, Apollo 7), tutti i materiali infiammabili verranno rimpiazzati adottando alternative autoestinguenti, le tute in nylon verranno sostituite con modelli in materiale non infiammabile e resistente alle alte temperature e il portello verrà riprogettato per aprirsi verso l’esterno in meno di dieci secondi. Per le missioni successive verrà usata una miscela di ossigeno e azoto (60/40%) al decollo, sostituita per il resto del volo con ossigeno puro a pressione ridotta (0,33 atm).

Grissom e White erano veterani dello spazio ed eroi nazionali: Grissom, 40 anni, era stato il secondo americano a volare nello spazio, con una capsula monoposto missione Mercury, ed aveva effettuato con John Young il volo inaugurale delle capsule Gemini (con la missione Gemini 3); Ed White, 36 anni, aveva compiuto la prima “passeggiata spaziale” statunitense e la seconda al mondo durante la missione Gemini 4). Roger Chaffee, 31 anni, non aveva ancora volato nello spazio ed era considerato uno dei massimi esperti nei sistemi di comunicazione e manovra del programma Apollo.

Gus Grissom e Roger Chaffee sono sepolti ad Arlington; la tomba di Ed White è a West Point.

Vicino alla Rampa 34 c’è un ricordo poco conosciuto dei tre astronauti: tre panchine con i loro nomi.

Una replica della capsula verrà esposta al Tellus Science Museum di Cartersville, in Georgia; il veicolo originale, dopo le perizie, verrà custodito per decenni dalla NASA al Langley Research Center, in Virginia, in un contenitore ermetico all’interno di un capannone fatiscente. Il 17 febbraio 2007 verrà traslocato in una struttura climatizzata adiacente.

Il capannone che ha custodito Apollo 1 per quarant’anni. Credit: J.L. Pickering, Mark Gray.

Dal 27 gennaio 2017, in occasione del cinquantenario del disastro, i portelli originali della capsula sono stati esposti al pubblico per la prima volta presso il Kennedy Space Center in un grande allestimento commemorativo intitolato Ad Astra per Aspera.

A sinistra, il triplice portello originale di Apollo 1; a destra, il portello semplificato usato per le missioni lunari.
Credit: CollectSpace.

Nei decenni successivi alla tragedia, Scott Grissom, figlio di Gus Grissom, ha sostenuto che l’incidente fu causato intenzionalmente per zittire gli astronauti prima che denunciassero la pericolosità e l’inadeguatezza della capsula Apollo, ma l’idea di insabbiare i difetti della capsula spaziale facendo morire gli astronauti in un rogo che rivela i difetti della capsula stessa non sembra particolarmente logica.

C’è molto materiale d’archivio di questo disastro che raramente viene pubblicato, e che scelgo di non includere qui, perché troppo straziante: ho visto le foto di quello che resta dei corpi degli astronauti, fusi insieme alle loro tute e trovati in posizioni che dimostrano che ciascuno stava diligentemente, fino all’ultimo, seguendo le rispettive procedure d’emergenza; ho le registrazioni delle loro voci che avvisano del divampare delle fiamme, ma confesso che non ho il coraggio di ascoltarle.

L’incendio di Apollo 1 resterà per sempre un drammatico promemoria del fatto che volare nello spazio a bordo di un missile stracarico di propellente altamente infiammabile era, ed è tuttora, straordinariamente pericoloso e richiede un’attenzione suprema ai dettagli e alla valutazione dei rischi. Lo spazio è un maestro severo e inesorabile: per questo fa emergere il meglio dell’umanità.

Foto NASA S67-19771.

Segnalo questi video di tributo a White, Grissom e Chaffee, realizzati da Mark Gray di Spacecraft Films.

Fonti: Klabs.org; NASA; SSA; SSA; CollectSpaceScientific AmericanCollectSpace; Roger Launius, 2014; About.comCollectSpaceCollectSpaceApolloarchive.

Ricevere e archiviare tweet via mail con If This Then That

Ricevere e archiviare tweet via mail con If This Then That

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Conoscete un account Twitter di cui non volete perdere nemmeno un tweet e di cui volete collezionare ogni cinguettio? Io sì, e magari ne avete anche voi, per cui vi mostro qui come faccio io: uso If This Then That per farmi mandare sotto forma di mail i tweet di uno specifico account Twitter.

Vado su IFTTT.com, presso il quale ho un account, e scelgo questa Recipe (ricetta, letteralmente): se nomeutente pubblica un nuovo tweet, mandami una mail. La Recipe permette di specificare il nome utente (da scrivere includendo la chiocciolina iniziale) e il formato del titolo e del corpo della mail. Clicco su Add, vado su My Recipes e trovo la Recipe che ho appena aggiunto: lì la posso personalizzare.

Fatto questo, non mi resta che aspettare che l’account monitorato pubblichi un tweet: ne riceverò il testo come titolo di una mail. La conversione in mail non è istantanea, ma è comunque piuttosto celere. Se l’account pubblica un tweet e lo cancella subito, potrebbe sfuggire a IFTTT, ma se lo cancella dopo qualche tempo io ne mantengo comunque una copia nella mia casella di mail.

La stessa Recipe può essere usata più volte per ricevere via mail tweet di vari account: io la sto usando per collezionare i tweet della NASA e di altri account che segnalano ricorrenze spaziali, che poi riporterò nell’Almanacco dello Spazio.

Nuovo aggiornamento dell’Almanacco dello Spazio

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Festeggio il quarto volo suborbitale del razzo New Shepard di Blue Origin, avvenuto oggi, pubblicando l’aggiornamento del mio e-book Almanacco dello Spazio (in formato EPUB e MOBI), che raccoglie per data gli eventi avvenuti nella storia dell’astronautica.

Con questa edizione, scaricabile come sempre gratuitamente e sostenuta dalle donazioni, ho coperto quasi tutti i principali avvenimenti spaziali di gennaio, febbraio, marzo, aprile, novembre e dicembre. Il libro finito dovrebbe essere pronto per fine anno.

Se siete fra i suoi revisori, concentratevi sulle voci di aprile e su quelle asteriscate nel resto del testo: l’asterisco indica infatti le voci aggiunte o modificate in tutto il testo. Se notate errori, refusi o lacune, ditemelo: le istruzioni sono nel libro.

Buona lettura a tutti!

Nuovo aggiornamento dell’Almanacco dello Spazio

Nuovo aggiornamento dell’Almanacco dello Spazio

Ho appena messo online l’aggiornamento mensile del mio Almanacco dello Spazio, un e-book che racconta le ricorrenze spaziali e astronomiche di ciascun giorno del calendario, con chicche, immagini rare e curiosità di ciascun evento.

Il libro è in lavorazione (sono a buon punto cinque mesi su sette, con quasi 900 voci) ed è scaricabile liberamente sotto licenza Creative Commons, presso Almanaccodellospazio.it, grazie alle donazioni dei sostenitori del progetto. Buona lettura!