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I complottismi distraggono dalle cospirazioni reali

Sull’International Business Times è
uscita un’intervista
in italiano al sottoscritto, a firma di Alessandro Martorana, nella quale
parlo di complottismi, complottisti e debunker e dei danni sociali causati dal
cospirazionismo che spinge a sprecare risorse a rincorrere complotti
inesistenti intanto che quelli reali avvengono sotto il naso dei complottisti
e instilla paure idiote nei confronti di rimedi fondamentali come le
vaccinazioni.

Chiarisco, a titolo preventivo viste le polemiche passate, che l’intervista è
una trascrizione sostanzialmente testuale di quello che ho detto
telefonicamente e via Skype all’intervistatore. Le mie dichiarazioni sono
state fatte a voce, di getto, non per iscritto, e vanno lette tenendo presente
questo fatto. Mi tocca dirlo, altrimenti c’è gente che s’attacca a queste cose
per accusarmi di usare un italiano scritto scadente e impreciso. Buona
lettura.

 

2022/01/14: Dai commenti mi arriva la segnalazione che l’intervista non
è più disponibile sull’IBT. Tuttavia ne esiste una
copia archiviata presso Archive.org, che riporto qui sotto escludendo le immagini (che trovate su Archive.org).


“Scie chimiche e teorie del complotto distraggono dai problemi reali”,
intervista a Paolo Attivissimo

Di Alessandro Martorana | 27.11.2013 10:51 CET

Paolo Attivissimo è un nome che, nella comunità italiana
di internet, è molto ben conosciuto, come testimoniato dai tre Macchianera
Awards vinti nel
2008,
2009 e
2013 con
il suo blog “Il Disinformatico” come Miglior Sito Tecnico-Divulgativo. Giornalista, consulente
informatico e divulgatore scientifico, il blogger italo-britannico (è
infatti nato a York, ma risiede in Svizzera)
è molto conosciuto in rete per la sua attività di debunker ossia, come lui stesso si definisce sul suo sito,
cacciatore di bufale.

IBTimes Italia ha avuto l’opportunità di intervistare Attivissimo sul tema
delle teorie del complotto e sulla loro enorme diffusione, una questione che
avevamo già affrontato nei giorni scorsi in occasione del 50° anniversario
dell’omicidio di John Kennedy, un evento che ha generato una serie quasi
infinita di “conspiracy theory”.

Partiamo proprio dalla basi: ci può dare una definizione di “Teoria del
complotto”?

Una teoria del complotto è una ricostruzione di un evento basata su una
selezione scorretta dei fatti, o addirittura su fatti che non sono tali,
cioè fasulli. La differenza tra una tesi di complotto e una ricostruzione da
detective, per così dire, di un evento, è l’approccio: il cospirazionista
parte da una tesi preconcetta, poi sceglie i fatti che gli fanno comodo, che
confermano la sua idea preconcetta. Mentre il ricercatore, che vuole capire
come sono andate le cose, prima raccoglie tutti i fatti, e poi su quelli
cerca di costruire una tesi che soddisfi tutti i fatti conosciuti, e non
soltanto un sottoinsieme.

Qual è invece la definizione di “debunker”? Le va bene come definizione
di ciò di cui si occupa?

Si, va benissimo: “debunker” per alcuni è un termine denigratorio, ma la
cosa non mi turba affatto. Il debunker è semplicemente qualcuno che cerca di
fare chiarezza su un singolo, specifico aspetto di una tesi di complotto. Ad
esempio, il lavoro del debunker è proprio quello di andare a prendere
un’affermazione fatta dai sostenitori delle tesi di complotto e vedere se
quella affermazione è valida, se ci sono dei riscontri sulla base dei fatti,
se c’è un riscontro logico, se ci sono delle perizie o qualche altro dato
tecnico che ci permette di confermare o smentire quello che è stato asserito
dai sostenitori delle tesi alternative.

Faccio giusto un esempio: se qualcuno mi viene a dire che il buco nel
Pentagono dell’11 settembre è troppo piccolo, si dice: “Bene, questa è
l’affermazione, andiamo a vedere se è vera”. Ci può passare un aereo di
linea da quel buco? Secondo i cospirazionisti il buco è largo 5 o 6 metri.
Poi si vanno a vedere le fotografie della breccia prima del crollo della
facciata, ed emerge che la breccia è larga circa 35 metri, vale a dire
l’equivalente di un aereo di linea come il Boeing 757. Si tratta di questo:
si fa un controllo delle affermazioni. Lo si fa sia per le tesi
cospirazioniste sia per le ricostruzioni ufficiali, per carità. Si fa
imparzialmente dovunque ci sia un sospetto che ci sia qualcosa di mal
spiegato o interpretato scorrettamente.

Alcuni cospirazionisti sostengono che il metodo dei debunker non sia
scientificamente valido, perché partono dalle conclusioni di una teoria
per confutarne le basi. Lei cosa ne pensa?

Trovo che questa interpretazione del lavoro del debunker sia scorretta, nel
senso che in realtà non si parte da una tesi preconcetta. Il compito del
debunker non è quello di difendere una tesi preconcetta, che sia ufficiale o
di altro genere. È semplicemente quello di verificare le affermazioni fatte
dai sostenitori delle teorie alternative ed anche dalle fonti ufficiali, per
vedere se sono coerenti e se soddisfano tutte le conoscenze tecniche che
abbiamo. Il debunker è semplicemente uno che verifica quello che gli altri
hanno detto.

Perché le teorie del complotto hanno tutto questo successo e raccolgono
tanti proseliti?

Credo sia perché sono delle narrazioni affascinanti: sono gialli, dei
drammi. Oltretutto appagano alcuni bisogni psicologici comunissimi e
perfettamente umani. Uno di questi bisogni è la necessità, il desiderio di
trovare ordine nelle cose. Vale a dire che io posso scegliere se pensare che
i terremoti capitano per caso e non ci posso fare nulla, quindi avere un
senso di impotenza, oppure che i terremoti sono causati da un’installazione
americana in Alaska, e quindi avere la sensazione che ci sia un ordine nel
mondo: non è colpa mia se sul lavoro vado male e viene promosso il mio
collega; è perché il mio collega fa parte della massoneria, o degli
Illuminati, o dei rettiliani. Il cospirazionismo è gratificante perché dà
ordine al caos.

Noi, umanamente, tendiamo di solito ad avere paura di ciò che è disordinato.
Un altro fenomeno, un’altra leva molto diffusa a supporto della popolarità
delle tesi alternative è che sono grandi storie che corrispondono a grandi
fenomeni. Mi spiego: tendenzialmente, quando succede qualcosa di grande, di
simbolico, di catastrofico, che cambia la storia, ci sembra squilibrato
pensare che possa essere stato causato da un fenomeno così piccolo. Per
esempio: la morte di John Lennon, ucciso per strada, ha cambiato per molti
la storia. È stato uno shock planetario, e pensare che sia stato fatto da un
semplice squilibrato sembra strano, sembra implausibile, e allora si va
spesso a cercare la dietrologia.

Quindi esistono delle teorie anche sulla morte di John Lennon?

Le tesi di complotto esistono su qualunque fenomeno, la fantasia in questo
senso non conosce limiti.

E cosa si dice? Che Mark Chapman (l’assassino di Lennon) fosse un agente
della CIA o qualcosa del genere?

Tutto è possibile, tutto è già stato teorizzato. Quindi presumo esista anche
questa tesi in rete. C’è sempre qualcuno che vuole ricamare su questi
avvenimenti.

Anche per lucrarci?

No, questa è una cosa che tengo a mettere in chiaro. La maggior parte dei
sostenitori delle tesi alternative, quelli che ci credono, non lo fa per i
soldi. Anzi: di solito ci rimette soldi, lavoro, reputazione, perché insegue
queste visioni un po’ bizzarre. Altra cosa succede invece per i leader del
cospirazionismo, ad esempio Alex Jones, un conduttore radiofonico americano
che su queste tesi alternative e sulla paranoia che le circonda ha costruito
un impero economico con gadget, cappellini e paccottiglia varia che viene
venduta. La tazza con le Torri Gemelle che prendono fuoco è un esempio del
kitsch che circonda certo cospirazionismo.

Lei molto spesso parla di una pericolosità sociale delle teorie del
complotto, cosa intende?

Intendo che creano delle angosce per fenomeni che in realtà non hanno nessun
aspetto di pericolosità, e distraggono dai fenomeni che in realtà sono
davvero pericolosi. Faccio un esempio: proprio in questi giorni si sta
parlando tantissimo di mobilitazione per le scie chimiche, che farebbero
chissà quali danni ecologici, avvelenerebbero la popolazione, favorirebbero
il controllo mentale. E questo distrae da problemi ben più concreti come
l’inquinamento prodotto, ad esempio, dalle automobili, dagli impianti di
riscaldamento, dalle nostre scelte di vita quotidiana. Distrae da tante
questioni che potrebbero essere affrontate più seriamente.

Causano danni sociali, come per esempio questa tesi che circola da tempo
secondo la quale i vaccini causerebbero l’autismo. Questo sta spingendo
molti genitori a non vaccinare i figli, col risultato che malattie che
avevamo sostanzialmente debellato adesso stanno ricomparendo, e stanno
causando morti assolutamente inutili. Quindi è in questo senso che si va
seriamente a costituire un pericolo sociale.

Poi ci sono anche queste trasmissioni di fandonie spacciate per programmi di
divulgazione scientifica, come per esempio Voyager, nelle quali ti
raccontano le cose più strampalate presentandole come se fossero reali,
quando basterebbe sentire, invece del solito individuo mascherato, un
archeologo, un paleontologo, un biologo, per smentire subito queste tutta
questa fantasia su Atlantide, le visite degli alieni nell’antichità, le
pietre scolpite con i dinosauri e quant’altro.

Purtroppo, da parte di una buona parte del giornalismo non c’è nessun
interesse a voler fare chiarezza. Si fa poca fatica a costruire un
servizio televisivo sul nulla, e invece si fa tanta fatica a fare indagini
che smentiscano o che diano dei dati concreti. per cui il cospirazionismo
prospera anche con il favore e la complicità di un certo giornalismo
sensazionalista.

È mai capitata una teoria del complotto che almeno inizialmente l’ha
fatta vacillare? Che le ha fatto pensare: “Mah, forse è vero”?

Senz’altro. Per l’11 settembre io sono stato cospirazionista della prima
ora: Thierry Meyssan, uno dei leader del cospirazionismo, ha scritto un
libro sull’11 settembre tradotto in una trentina di lingue, con il quale ha
guadagnato più di un milione di euro, nel quale sosteneva che le foto
dimostravano che l’aereo al Pentagono non c’era. Quando queste foto hanno
cominciato a circolare su internet io le ho viste, e per un attimo mi si è
accesa la scintilla del dubbio, perché guardandole sembrava una tesi
perfettamente coerente e plausibile. Ho pensato: “Metti che questa volta
qualcuno ha scoperto davvero un inghippo”.

E cosa le ha fatto cambiare idea?

Dopo il primo quarto d’ora di perplessità, invece di star lì a dire “Si, è
sicuramente un complotto”, quindi partire da una tesi preconcetta, ho detto:
“Aspettiamo un momento, cerchiamo di avere tutti i dati che ci servono per
arrivare ad una conclusione”. E allora con l’aiuto di colleghi e di
fotografi professionisti ho chiesto in giro se ci fossero altre fotografie
del Pentagono subito dopo l’impatto, e puntualmente nel giro di un quarto
d’ora sono emerse. Peraltro erano già disponibili su internet, e hanno
permesso di capire che Thierry Meyssan aveva semplicemente selezionato ad
arte le immagini che corrispondevano alla sua tesi, quelle dove sembrava che
la breccia fosse piccola. Perché la breccia più grossa era, guarda caso,
coperta dal getto di un idrante. Ecco, su queste basi si costruiscono le
tesi di complotto: si fabbricano mostrando solo i dati che fanno comodo, e
nascondendo o facendo finta di non conoscere gli altri.

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