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Podcast RSI – Alexa perde le opzioni di privacy, ma ci sono alternative

Questo è il testo della puntata del 17 marzo 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: Suoni di Alexa, tratti da questo video su YouTube]

Dal 28 marzo prossimo gli assistenti vocali Alexa di Amazon smetteranno di rispettare le scelte di privacy dei loro utenti. Lo ha comunicato Amazon stessa pochi giorni fa, in una mail inviata ad alcuni di questi utenti, ma senza usare parole così chiare. Eppure è questo il senso tecnico della decisione unilaterale di Amazon di cambiare radicalmente il funzionamento dei suoi dispositivi dopo che gli utenti li hanno acquistati, e di cambiarlo a sfavore di quegli utenti.

Tra una decina di giorni, in sostanza, tutto quello che direte in presenza di un Alexa potrà essere registrato e inviato ad Amazon, dove potrà essere ascoltato, trascritto, registrato e dato in pasto all’intelligenza artificiale.* E questo vale anche per le versioni di Alexa che gli utenti hanno acquistato specificamente perché non facevano nulla di tutto questo.

* Per maggiore chiarezza: è così da tempo per la stragrande maggioranza dei dispositivi Alexa. Però finora c‘erano alcuni modelli di Alexa che non funzionavano in questo modo. 

Questa è la storia di come Amazon è riuscita a convincere centinaia di milioni di persone in tutto il mondo a installarsi in casa un oggetto che è a tutti gli effetti un microfono aperto e connesso a Internet e ai suoi server, in ascolto ventiquattro ore su ventiquattro, ed è anche riuscita a convincere queste persone a pagare per avere quel microfono.

Benvenuti alla puntata del 17 marzo 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Siamo nel 2014, a novembre; quasi undici anni fa. Amazon presenta al pubblico Echo, uno strano altoparlante cilindrico, connesso a Internet, che include un assistente vocale simile a Siri di Apple.

Il primo Echo (fonte: Tech.co, 2019).
Spaccato di un Amazon Echo di prima generazione (fonte: Techcrunch).

Come Siri, anche Echo risponde ai comandi vocali quando viene attivato tramite una parola specifica, che per questo prodotto di Amazon è “Alexa”: una parola scelta per il suo suono piuttosto insolito, caratterizzata dalle vocali dolci e dalla X che la fanno spiccare e la rendono più facilmente riconoscibile da parte della limitata potenza di calcolo presente a bordo di Echo. Se in casa c’è qualcuno che si chiama Alexa o Alessia e quindi c’è rischio di confusione, l’utente può scegliere in alternativa le parole Amazon, Echo, Ziggy o Computer [Business Insider; FAQ Amazon].

Al suo debutto, Echo di Amazon costa ben 199 dollari ed è disponibile solo su invito da parte dell’azienda [TechCrunch] e soltanto negli Stati Uniti. Arriva in Europa due anni più tardi, nel 2016, quando viene offerto anche in versione compatta a circa 60 euro [CNBC]. Tramite comandi vocali, permette di fare acquisti su Amazon, comandare vari dispositivi domestici interconnessi, impostare sveglie e timer e rispondere a varie domande attingendo alle informazioni di Wikipedia e di altre fonti.

Il principio di funzionamento di Echo è relativamente semplice. I suoi microfoni estremamente sensibili captano costantemente tutti i suoni e tutte le conversazioni che si svolgono nell‘ambiente nel quale Echo è collocato. I suoi processori analizzano altrettanto costantemente quello che è stato captato dai microfoni. Se secondo questa analisi è stata pronunciata la parola di attivazione (o wake word in gergo tecnico), allora i suoni raccolti vengono trasmessi via Internet ai computer di Amazon, dove vengono elaborati, trascritti e trasformati in comandi. Questi comandi vengono eseguiti, sempre sui computer di Amazon e anche su quelli delle aziende associate ad Amazon, e i loro risultati vengono inviati al dispositivo dell’utente.

L’intero procedimento è talmente veloce e invisibile che chi usa Alexa ha l’impressione che sia il dispositivo a fare tutto questo lavoro. Non ha nessuna percezione del fatto che le sue parole vengano registrate e trasmesse ad Amazon, che le conserva. Lo scopre soltanto se gli capita di accedere al suo account Amazon e di consultare una sezione dedicata appunto ad Echo e Alexa, che contiene la Cronologia voce, ossia tutto quello che è stato registrato dal suo dispositivo.

[Questo è il link alla Cronologia voce di un account (accessibile solo dando login e password): https://www.amazon.it/alexa-privacy/apd/rvh?ref_=privacy0]

Screenshot della Cronologia voce (dal mio account Amazon).

[CLIP: spezzoni delle mie registrazioni di Alexa]

Questi sono alcuni campioni di quello che ha registrato il mio Alexa, nei rari momenti in cui l’ho tenuto acceso per fare qualche esperimento. Alcuni risalgono a più di cinque anni fa, ed è chiaro da quello che è stato registrato che Alexa registra e archivia non solo i comandi impartiti ma anche spezzoni di conversazioni nei quali viene citato il suo nome o qualcosa che gli assomiglia. Cosa ancora più interessante, registra e archivia anche alcuni secondi di quello che è stato detto prima di dire la parola di attivazione.

Un esempio di audio ambientale raccolto da Alexa e inviato ad Amazon nonostante non fosse un comando rivolto ad Alexa (dalla mia Cronologia voce).

[CLIP: una nostra amica che dice “è un po’ lenta Alexa” e Paolo che dice “OK Google parla con Alexa”. Notate che in entrambi i casi “Alexa” è l’ultima parola registrata e sono state registrate anche quelle dette appena prima]

Questo dimostra che Alexa è costantemente in ascolto e altrettanto costantemente in registrazione. Quando “crede” di aver sentito la parola di attivazione, prende l’audio che ha registrato e lo invia ad Amazon. E questo vuol dire che qualunque conversazione domestica è a rischio di essere registrata e inviata. Una confidenza, un momento di intimità con un partner, una telefonata al proprio medico per discutere la propria situazione di salute, una riunione confidenziale di lavoro, una discussione politica o religiosa. Tutto può finire negli archivi di Amazon.


È chiaro che questo modo di funzionare di Alexa è un grave rischio per la privacy, e non si tratta di ipotesi paranoiche: nel 2023 Amazon ha accettato di pagare un’ammenda di 25 milioni di dollari perché era stata colta a conservare per sempre le registrazioni delle interazioni dei bambini con Alexa, violando le leggi statunitensi sulla privacy [New York Times].

Amazon ha dichiarato che conserva tutte le registrazioni indefinitamente, se l’utente non provvede a cancellarle a mano [CNET; ZDNET] o a impostare la cancellazione automatica dopo tre o diciotto mesi. Ha aggiunto anche che un campione “estremamente piccolo” delle registrazioni acquisite viene ascoltato dai suoi dipendenti. Nel caso di Amazon, “estremamente piccolo” significava, nel 2019, che ciascuno dei suoi addetti specializzati a Boston, in Costa Rica, in India e in Romania ascoltava fino a mille spezzoni di audio domestico ogni giorno, e fra l’altro questi spezzoni venivano condivisi fra gli addetti non solo per ragioni tecniche ma anche semplicemente perché erano divertenti [Bloomberg (copia su Archive.is); Ars Technica].

Il fatto che le conversazioni degli utenti di Alexa possano essere ascoltate da queste persone non viene mai indicato nelle sue rassicuranti informazioni di marketing [copia su Archive.is; altre info qui] e neppure nelle sue informative sulla privacy. E così l’impressione che ha l’utente medio è che quello che dice ad Alexa nell’intimità della propria casa sia ascoltato soltanto da freddi e indifferenti sistemi automatici, ma non è affatto così.

Screenshot parziale delle informazioni di Amazon sul funzionamento di Alexa.

A volte va anche peggio: queste registrazioni possono finire in mano a sconosciuti. Nel 2018 un utente Alexa in Germania ha provato a esaminare la propria cronologia delle conversazioni e vi ha trovato circa 1700 registrazioni di qualcun altro: un uomo che in casa propria parlava con la compagna. Quando ha segnalato la serissima violazione della privacy, inizialmente Amazon non gli ha neppure risposto e ha avvisato la vittima solo quando la notizia è uscita sulla stampa specializzata. L’azienda ha dichiarato che si è trattato di “un errore umano e un caso singolo isolato” [Washington Post; Reuters].*

* C’è poi tutta la questione degli attacchi intenzionali agli assistenti vocali: esistono vari modi per ingannare il loro riconoscimento vocale, usando per esempio suoni verbali che alle nostre orecchie sembrano privi di senso (i cosiddetti nonsense attack) oppure sembrano avere un altro significato (missense attack). Maggiori informazioni sono negli articoli Nonsense Attacks on Google Assistant and Missense Attacks on Amazon Alexa (2019), Researchers show Alexa “skill squatting” could hijack voice commands (2018), Skill Squatting Attacks on Amazon Alexa (2018) e A Survey on Amazon Alexa Attack Surfaces (2021).

Insomma, il problema di fondo è che i microfoni di questi dispositivi di Amazon, come del resto quelli equivalenti di Google e di Apple, prendono i suoni ascoltati in casa e li consegnano alle rispettive aziende per l’analisi e l’elaborazione. Se questa analisi ed elaborazione avvenissero localmente, a bordo del dispositivo, in modo da non trasmettere esternamente i suoni ambientali, il funzionamento di questi oggetti sarebbe molto più rispettoso della naturale riservatezza che ci si aspetta di avere in casa propria.

Infatti nel 2020 Amazon ha presentato i dispositivi Echo Dot di quarta generazione, che insieme agli Echo Show versione 10 e 15, dotati di schermo e telecamera, erano in grado di elaborare localmente i suoni che captavano. Una rivoluzione nel modo di funzionare di questi dispositivi che li rendeva decisamente appetibili per chiunque avesse riflettuto seriamente sulla questione. Finalmente un prodotto fatto come si deve in termini di privacy.*

* Questa funzione era disponibile esclusivamente agli utenti statunitensi con Alexa impostato sulla lingua inglese [The Technology Express]

Ma chi ha comprato questi dispositivi ora si trova con una sorpresa molto amara: il 28 marzo prossimo Amazon disabiliterà l’elaborazione locale dell’audio su tutti questi apparati, che cominceranno a funzionare esattamente come tutti gli altri di Amazon, mandando quindi ai server dell’azienda (e alle orecchie dei suoi dipendenti addetti al servizio Alexa) tutto quello che viene ascoltato dai loro sensibilissimi microfoni e interpretato come comando da mandare.

L’utente che ha pagato per avere questi prodotti si troverà quindi con un dispositivo degradato che non farà più la cosa fondamentale per la quale era stato acquistato, ossia rispettare la riservatezza dell’utente. E non ci sarà nulla che potrà fare per opporsi.*

* Negli Stati Uniti la legge DMCA (1998) rende punibile con cinque anni di carcere e una sanzione da 500.000 dollari l’alterazione del software (e in questo caso del firmware) di un dispositivo protetto dal copyright, anche se viene fatta dal proprietario del dispositivo stesso.

Quello di Amazon è un comportamento che viene spesso chiamato cinicamente “l’MBA di Darth Vader”, con riferimento al celeberrimo personaggio malvagio di Star Wars, il cui potere è così assoluto che se tenesse un corso di formazione per l’amministrazione aziendale insegnerebbe ai suoi studenti che il rispetto dei contratti e delle regole concordate è roba per gli inferiori, alle cui fastidiose obiezioni si risponde sempre in questo modo:

[CLIP: Darth Vader che dice “Ho cambiato il nostro accordo. Prega che non lo cambi ancora” (da L’Impero Colpisce Ancora, 1:34:10)]


Amazon giustifica questa menomazione intenzionale dei dispositivi comprati dai suoi clienti con la scusa onnipresente del mondo informatico: l’intelligenza artificiale. Sta infatti per arrivare Alexa+, che è in grado di offrire servizi più complessi e sofisticati grazie appunto all’intelligenza artificiale [Ars Technica]. Intelligenza che però sta nei computer di Amazon, non fisicamente dentro i dispositivi degli utenti, per cui non c’è scelta: l’audio captato deve essere per forza trasmesso ad Amazon ed elaborato sui computer dell’azienda. Alexa+, fra l’altro, avrà probabilmente un canone mensile, a differenza dell’Alexa attuale.*

* La maggior parte delle fonti prevede che questo canone sarà di 20 dollari al mese per gli utenti generici ma gratuito per gli utenti iscritti ad Amazon Prime [Aboutamazon.com].

Questa transizione all’intelligenza artificiale remota significa che gli attuali dispositivi Echo Show perderanno una delle loro funzioni più potenti: la capacità di identificare le voci delle varie persone che li usano e di offrire agende, musica e promemoria personalizzati ai vari membri di una famiglia elaborando l’audio localmente per riconoscere le varie voci, grazie a una funzione chiamata Voice ID. Amazon ha avvisato i proprietari di questi dispositivi che questa funzione non ci sarà più. Adesso la stessa cosa verrà fatta con l’intelligenza artificiale, ma mandando l’audio di casa ad Amazon.

Certo, l’azienda sottolinea nel suo avviso che l’audio è cifrato in transito e che gli utenti potranno chiedere che venga cancellato dopo l’uso, e aggiunge che ci sono “strati di protezioni di sicurezza per tenere al sicuro le informazioni dei clienti”. Ma visti i precedenti di Amazon, e visto che in generale l’intelligenza artificiale ha la discutibile abitudine di rigurgitare in modo inatteso i dati personali che ha ingerito, una certa diffidenza è comprensibile e inevitabile.*

* Anche perché fino al 2022 Amazon era lanciatissima verso l‘elaborazione on-device, che era presentata come una tecnologia con “tanti benefici: riduzione della latenza, ossia del tempo che Alexa impiega a rispondere alle richieste; riduzione del consumo di banda, importante sui dispositivi portatili; e maggiore disponibilità per le unità a bordo di auto e per altre applicazioni nelle quali la connettività verso Internet è intermittente. L’elaborazione on-device consente anche di fondere il segnale vocale con altre modalità, come la visione, per funzioni come il parlare a turno naturale di Alexa” [Amazon Science, gennaio 2022]. Se questi non sono più “benefici” e Amazon vuole accollarsi l’onere computazionale di elaborare in-cloud tutte le richieste, ci sarà probabilmente un tornaconto sotto forma di utilizzo dei dati vocali per addestramento di IA o ulteriore analisi.

Per chi preferisce non avere in casa, in ufficio o nello studio medico microfoni aperti e connessi a Internet, le soluzioni alternative ad Amazon non mancano. Una delle più interessanti è Home Assistant, un ecosistema di dispositivi e di software che fa quasi tutto quello che fa Alexa di base, compreso il collegamento con i sistemi domotici di ogni marca che rispetti gli standard tecnici, lo fa senza canone mensile ed è configurabile in modo che elabori tutto l’audio localmente, senza mandare nulla via Internet a nessuno, tenendo privacy e sostenibilità come valori centrali.*

* Due altre opzioni sulla stessa falsariga sono Mycroft AI (ora OpenVoiceOS) e Snips AI (acquisita da Sonos).

Inoltre Home Assistant è basato sul principio dell’open source, per cui tutti i componenti e tutto il software sono liberamente esaminabili e modificabili e tutti gli standard utilizzati sono liberi e documentati. Non c’è nessun Darth Vader o Jeff Bezos che possa cambiare gli accordi e far pregare che non li cambi ancora, ma c’è una fondazione, la Open Home Foundation, che coordina lo sviluppo di Home Assistant e ha fra l’altro sede in Svizzera [altre info], c’è una base legale solida e collaudata che tutela il tutto e c’è una vasta comunità di utenti che sviluppa il prodotto e insegna a usarlo, per esempio pubblicando dettagliati tutorial su YouTube.

Screenshot della pagina iniziale della Open Home Foundation.

Insomma, se vi è sempre sembrato assurdo che con la domotica per accendere le luci in soggiorno il comando dovesse fare il giro del mondo e dipendere da una rete di computer gestita da chissà chi, le soluzioni ci sono. Si tratta solo di scegliere fra ricevere la pappa pronta da chi può ritirare il suo costoso cucchiaio in ogni momento e rimboccarsi le maniche per studiare come cucinarsi le cose da soli. Di solito si fatica di più, ma si risparmia, e le cose fatte in questo modo hanno più gusto.

Fonti aggiuntive

Amazon annihilates Alexa privacy settings, turns on continuous, nonconsensual audio uploading, Cory Doctorow, 2025

Amazon’s subscription-based Alexa+ looks highly capable—and questionable, Ars Technica, 2025

Amazon Ends Local Voice Processing for Echo Devices, The Technology Express, 2025

Everything you say to your Echo will be sent to Amazon starting on March 28, Ars Technica, 2025

Amazon is getting rid of the option for Echo devices to process Alexa voice requests locally, Engadget, 2025

Amazon admits that employees review “small sample” of Alexa audio, Ars Technica, 2019

Amazon’s Echo will send all voice recordings to the cloud, starting March 28, TechCrunch, 2025

Amazon is ending the option to not send Echo voice recordings to the cloud, The Verge, 2025

Amazon plans to give Alexa an AI overhaul — and a monthly subscription price, CNBC, 2024

The Gdańsk man who brought US giant Amazon to Poland, The First News, 2020

Podcast RSI – Blender, software libero e gratuito, aiuta a vincere un Oscar. Creatività per tutti senza ostacoli di costi

Questo è il testo della puntata del 10 marzo 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

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[CLIP: brano dall’inizio di Flow (2024)]

Un gatto vaga in un mondo nel quale gli esseri umani sembrano svaniti nel nulla ma i cani, eterni persecutori di felini, ci sono ancora, e al micio tocca trovare nuovi rifugi, insoliti compagni di viaggio e nuove strategie per cercare di sopravvivere. È l’inizio di Flow – Un mondo da salvare, l’opera che ha vinto l’Oscar come migliore film d’animazione di quest’anno dopo aver conquistato anche il Golden Globe.

Il trailer di Flow (YouTube).

Il film ha molti meriti e molte caratteristiche insolite: un regista lettone, la totale assenza di dialoghi perché la storia è raccontata dalle immagini, e il fatto di aver battuto la concorrenza di colossi dal portafogli ben fornito come Disney, Pixar e Netflix.

Ma Flow ha anche una particolarità molto informatica: è stato realizzato usando il software Blender, che è libero e gratuito eppure riesce a generare animazioni ed effetti paragonabili a quelli dei costosi software commerciali che si usano normalmente per produrre i film di animazione digitale.

Questa è la storia di Blender, di come è possibile che un software che non costa nulla competa e vinca contro applicazioni sostenute e sviluppate dalle più importanti aziende del settore e sia giunto al traguardo dell’Oscar grazie al talento di un gruppo di persone creative, ed è anche la storia di cosa significa tutto questo per chiunque sogni di trasformare le proprie idee in immagini sullo schermo ma si trova paralizzato o intrappolato da costi di licenza insostenibili. Ed è anche la storia di un inaspettato legame di questo nome,Blender,con la Svizzera.

Benvenuti alla puntata del 10 marzo 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


È il 1994. Uno studio di animazione olandese, NeoGeo, che oggi non esiste più, sviluppa un software di grafica e animazione digitale per uso interno. I suoi creatori lo chiamano Blender, frullatore, come tributo all’omonimo brano della band svizzera Yello che l’azienda usa nel suo video dimostrativo.

Il brano degli Yello che ha dato il nome al software Blender (YouTube).
Il video dimostrativo di NeoGeo (YouTube).

Il software viene poi rilasciato pubblicamente come freeware, ossia come software gratuito liberamente scaricabile e utilizzabile senza pagare nulla, e successivamente come shareware, vale a dire come software che si può scaricare gratis in prova limitata e poi si paga per averne una versione completa.

Blender però non fa grandi progressi, e langue fino al 2002, quando Tom Roosendaal, principale autore del software, crea nei Paesi Bassi la fondazione senza scopo di lucro chiamata Blender Foundation e avvia con successo una campagna di raccolta fondi per rendere Blender libero e open source: in altre parole, gratuito, liberamente ispezionabile e modificabile da chiunque, a patto che le modifiche siano a loro volta distribuite gratuitamente e altrettanto ispezionabili.

Nasce così una comunità internazionale di sviluppatori appassionati che lo fanno crescere, sotto il coordinamento dei membri della Blender Foundation, e lo fanno diventare quello che è oggi: uno strumento potentissimo di grafica digitale accessibile a chiunque a costo zero, che include modellazione, animazione, rendering, compositing ed è disponibile in versioni per Windows, MacOS e Linux presso Blender.org.

Ogni uno o due anni, inoltre, la Blender Foundation gestisce la produzione di un cortometraggio di animazione che serve per stimolare l’innovazione e dimostrare pubblicamente le potenzialità di Blender. Questi brevi video (come per esempio Big Buck Bunny, Sintel, Tears of Steel) hanno un discreto successo di critica e di pubblico e vengono indicati come esempi di modi alternativi, collettivi e aperti, di creare arte e cinema d’animazione: chiunque sia competente può partecipare alla loro realizzazione e tutte le risorse e i modelli creati vengono messi a disposizione di chiunque per essere riutilizzati. L’esatto contrario del cinema tradizionale, dove tutti i diritti sono riservatissimi e usare un costume o un oggetto di scena senza permessi e contratti appositi è assolutamente vietato.

Dai primi anni Duemila Blender non è più uno strumento per appassionati e autori indipendenti ma comincia a essere usato nella preproduzione e negli effetti visivi di film e telefilm commerciali, anche con budget molto consistenti [Spider-Man 2; Captain America: The Winter Soldier; The Man in the High Castle], e viene usato anche dalla NASA per le animazioni che illustrano le sue missioni spaziali. Ma tutto questo è poco visibile al grande pubblico ed è quasi trascurabile rispetto all’impatto mediatico di vincere, come adesso, un premio Oscar con Flow.


Ovviamente Flow non è stato creato da Blender; questo software è solo uno strumento a supporto della creatività umana, e in questo caso il creativo si chiama Gints Zilbalodis ed è un regista e animatore lettone, che ha già realizzato da solo vari cortometraggi digitali e un intero lungometraggio, intitolato Away [trailer], usando il software commerciale Maya di Autodesk, ma nel 2019 decide di abbandonare questo prodotto per passare appunto a Blender, perché questo software libero e gratuito ha delle caratteristiche superiori, che gli servono per i suoi progetti successivi.

È in quell’anno che Zilbalodis inizia lo sviluppo di quello che diventerà poi Flow. Numerose scene prevedono ambientazioni acquatiche, per cui serve un software capace di generare simulazioni realistiche di fluidi e di vari fenomeni fisici, di fare modellazione, di fare il cosiddetto rigging (cioè la creazione delle articolazioni virtuali dei personaggi), l’animazione vera e propria, l’unione di tutti gli elementi della scena e anche il rendering in tempo reale, vale a dire la visualizzazione immediata del risultato finale, senza dover attendere tempi di elaborazione (per fare un paragone, ai tempi del primo Toy Story, nel 1995, alcuni fotogrammi richiedevano trenta ore di calcoli ciascuno, e ne servono 24 per ogni secondo di un film). Blender consente di fare tutto questo all’interno di un singolo programma, e questo rende più efficiente, rapido e coerente il flusso di lavoro.

Anche così, per concepire gli 80 minuti di animazione di Flow servono in tutto cinque anni e mezzo, perché i calcoli oggi si fanno velocemente, ma la creatività e la ricerca di fondi per finanziare un progetto di film d’animazione richiedono tempo come e forse anche più di prima. La produzione vera e propria delle 22 sequenze che compongono Flow richiede in totale sei mesi alla squadra di venti animatori sparsi fra Parigi, Marsiglia e Bruxelles. Il resto del tempo viene speso in preparativi, organizzazione, scrittura, sviluppo dei personaggi e della trama, e ovviamente promozione e trattative per trovare sostegno economico e canali di distribuzione.

Vincere un Oscar come miglior film d’animazione è un grande riconoscimento al talento creativo del regista Gints Zilbalodis, ma è anche un segnale importantissimo per l’intera comunità dei progetti informatici basati sui principi dell’open source di libertà, collaborazione aperta e trasparenza. Comunica in modo forte che questo modo di creare software è capace di competere alla pari con la maniera commerciale di sviluppare applicazioni.

Soprattutto, l’Oscar conquistato conferma che “la creatività, il talento e la visione contano più dell’investimento economico riversato in costosi strumenti a codice sorgente chiuso”, come scrive It’s Foss News, aggiungendo che “il successo di Flow ispirerà molti creatori che non hanno accesso a carissimi software di creazione 3D per sviluppare le proprie idee.”


La questione dell’accesso a questi software è fondamentale per chiunque voglia incamminarsi lungo un percorso per diventare autore di animazioni, per i giovani talenti che vorrebbero emergere. Un costo di licenza che è sostenibile per un’azienda avviata non lo è per una persona che vuole imparare e farsi le ossa con l’animazione digitale. Duemila euro l’anno, come nel caso del software Maya, sono una cifra importante per chi studia o fa animazione per passione. Possono rendere impossibile un sogno o un desiderio di carriera.

E c’è il problema aggiuntivo che se si crea qualcosa con un software che ha un costo di licenza ricorrente, quella creazione diventa dipendente da quel software e quindi per lavorarci, per aggiornarla o modificarla in qualunque modo, bisogna continuare a pagare, pagare, pagare, come sa bene chiunque abbia creato progetti con i popolarissimi software di Adobe Creative Cloud, come Photoshop o Premiere, giusto per fare un esempio molto conosciuto.

I prezzi attuali di licenza per usare le app di Creative Cloud (Adobe.com).
I prezzi attuali di licenza d’uso di Autodesk Maya (Autodesk.com).

Per non parlare della dipendenza che nasce dal tempo investito per imparare a usare quel software, o della dipendenza da aziende che risiedono in paesi soggetti a ghiribizzi politici surreali come quelli attuali che stanno sconvolgendo anche l’informatica e il mondo del cinema, con censure e autocensure che rievocano e fanno riscoprire il maccartismo di settant‘anni fa.

Il potenziale dirompente del software libero e gratuito è stato sottolineato proprio da Gints Zilbalodis in un’intervista subito dopo aver ricevuto l’Oscar: “Blender è un software libero, gratuito e a codice sorgente aperto” dice il regista “e questo vuol dire che è accessibile a tutti, e quindi oggi qualunque persona giovane ha a disposizione strumenti che vengono usati per realizzare film che ora hanno anche vinto un Oscar. Quindi credo che vedremo creare film emozionanti di ogni genere da parte di giovani che altrimenti non avrebbero mai avuto l’occasione di farlo. Blender è un grande strumento, non è in alcun modo un compromesso: ha la stessa qualità di tutti gli altri prodotti in circolazione, e lo useremo anche per il mio prossimo film.”

Blender è scaricabile liberamente presso Blender.org. Se vi interessa, datevi da fare.

Fonti aggiuntive

Ton Roosendaal Reveals the Origin of Blender’s name, BlenderNation, 2021

Open Source Fueled The Oscar-Winning ‘Flow’, It’s FOSS News, 2025

Podcast RSI – 5 maggio, Skype dà il mortal sospiro

Questo è il testo della puntata del 3 marzo 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di suoneria di chiamata di Skype]

Per un’intera generazione di utenti, questo suono è familiare quanto quello della classica suoneria Nokia: è l’avviso di una chiamata Skype in arrivo. La tecnologia corre così in fretta che è facile dimenticarsi di quanto fu rivoluzionario questo software al suo debutto ben ventidue anni fa. Parlarsi via Internet, e anche vedersi in videochiamata, oggi è assolutamente normale; non lo era nel 2003.

Ma la corsa della tecnologia ha anche un’altra conseguenza: quel suono familiare presto sarà archiviato, perché Microsoft ha deciso, abbastanza di colpo, che Skype non sarà più disponibile a partire dal prossimo 5 maggio.

Questa è la storia di Skype, delle sue origini tutte europee un po’ dimenticate, di come ha contribuito a trasformare le nostre abitudini e di come verrà ingloriosamente archiviato e sostituito: Microsoft ha predisposto un percorso facilitato di migrazione al suo prodotto analogo Teams, ma ci sono anche altre soluzioni alternative.

Benvenuti alla puntata del 3 marzo 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Siamo nel 2003. È il 29 di agosto. A Stoccolma una ventina di persone si raduna per assistere al debutto online di un software, sviluppato da loro, che consente di fare telefonate via Internet, da un computer a un altro, in qualunque luogo del mondo, e consente di farlo facilmente e soprattutto gratis a prescindere dalla distanza fra i due interlocutori. È una rivoluzione vera e propria, in un’epoca in cui le conversazioni a lunga distanza sono un sostanziale monopolio delle compagnie telefoniche e hanno costi molto elevati e i messaggi vocali di WhatsApp che oggi consideriamo normali o addirittura essenziali sono pura fantascienza. Mancano infatti quattro anni al debutto del primo iPhone (nel 2007) e WhatsApp nemmeno esiste (arriverà nel 2009 e i suoi “vocali” inizieranno nel 2014).

Nel 2003 ci sono già altri software che permettono di trasportare la voce via Internet, ma sono complicati da installare e ancora più complicati da configurare. Questo, invece, si installa in pochi semplici passaggi e non richiede modifiche dei firewall aziendali o altre complessità tipiche dei suoi concorrenti. E così, il primo giorno il software viene scaricato da diecimila persone. Nel giro di un paio di mesi ha già un milione di utenti. Lo stupore di potersi parlare via Internet è ovunque.

Questo software, come avrete intuito, è quello che oggi chiamiamo Skype. Inizialmente, però, il nome previsto era un altro. Era Skyper: un po’ per assonanza con Napster, uno dei software più popolari e controversi di quegli anni, e un po’ come fusione di sky (cielo) e peer, dato che impiega la stessa tecnologia di trasmissione adoperata dai circuiti peer-to-peer per lo scambio di musica e film via Internet. Ma ahimè il dominio Skyper.com è già occupato, e così Skyper perde la R e diventa Skype.

L’assonanza del nome non è l’unico legame di Skype con i circuiti peer-to-peer: i fondatori di Skype sono lo svedese Niklas Zennström e il danese Janus Friis, e il software è stato scritto da un gruppo di programmatori estoni. Sono le stesse persone che due anni prima hanno creato Kazaa, un popolarissimo programma concorrente di Napster, e ora hanno adattato la tecnologia di Kazaa alla telefonia online.

Viste le grane legali che hanno avuto con le case discografiche per colpa di Kazaa, accusato di facilitare la pirateria audiovisiva di massa, Zennström e Friis hanno deciso di integrare immediatamente in Skype la crittografia, in modo che le chiamate fatte via Skype non siano intercettabili. Ovviamente questo fa diventare Skype uno dei software prediletti dai criminali di tutto il mondo oltre che dalle persone comuni che vogliono semplicemente parlare con amici e parenti lontani senza svenarsi.

Altrettanto ovviamente, le compagnie telefoniche non vedono con piacere l’avvento di questo concorrente che li spiazza completamente offrendo gratis il servizio che loro invece fanno pagare, ma legalmente non c’è nulla che possano fare per impedirlo, anche perché Zennström e Friis fanno in modo che Skype, intesa come azienda, non sia classificabile come operatore telefonico, perché non offre chiamate da un numero telefonico a un altro, ma solo da un numero telefonico a un computer oppure da un computer a un numero di telefono.

A settembre del 2005, dopo due anni di crescente successo e di espansione dell’azienda, Skype viene venduta a eBay per due miliardi e 600 milioni di dollari. Il suo software diventa man mano una delle applicazioni fondamentali di Internet, con oltre seicento milioni di utenti registrati e circa 300 milioni di utenti attivi mensili. Ma i giganti del software stanno sviluppando prodotti concorrenti: Google, Microsoft, Yahoo, Facebook, Apple e altri, come Viber, alitano sul collo di Skype, che nel frattempo ha aggiunto le videochiamate.

Una pagina del sito di Skype com’era nel 2011. Fonte: Archive.org.

Nel 2011, Microsoft compra Skype per otto miliardi e mezzo di dollari. È l’acquisto più costoso mai fatto fino a quel punto dal colosso di Redmond. Skype viene integrato nei servizi di Microsoft, tanto da diventare l’app di messaggistica predefinita di Windows 8.1, e viene progressivamente trasformato. Nascono le versioni per Mac, iPhone, iPad, Android, BlackBerry e anche Linux, e arriva anche Skype for Business, che però è in realtà un prodotto completamente distinto che ha in comune con Skype soltanto il nome e l’estetica.

Sembra l’apice del successo, ma in realtà il destino di Skype è già segnato.


L’integrazione di Skype in Windows, infatti, non procede per il meglio, e Microsoft ha già iniziato l’acquisizione e lo sviluppo di quello che oggi tutti conosciamo come Teams per sostituire Skype. Nel 2021 Skype for Business viene chiuso e in Windows 11 c’è Teams al posto di Skype; negli anni successivi, con molta calma, vengono disattivati i servizi di contorno di Skype standard, che è ancora usato giornalmente da quasi quaranta milioni di utenti. I segnali delle intenzioni di Microsoft a lungo termine sono dunque molto chiari. Ma l’annuncio vero e proprio della fine di questa app che ha fatto la storia di Internet arriva in maniera inaspettata, e non è Microsoft a darlo.

Il 28 febbraio scorso, infatti, il sito XDA Developers ha annunciato la scoperta, all’interno della versione di anteprima più recente di Skype per Windows, di una dicitura sibillina ma inequivocabile che avvisa in inglese che “a partire da maggio, Skype non sarà più disponibile. Prosegui le tue chiamate e le tue chat su Teams”. Poche ore dopo è arrivata la conferma ufficiale di Microsoft.

Mentre le fasi precedenti della progressiva eliminazione di Skype erano state annunciate con ampi margini di tempo (per esempio quattro anni per Skype for Business), stavolta quella quarantina di milioni di utenti rimasti ha meno di dieci settimane di tempo per riorganizzarsi e decidere cosa fare.

Dal 5 maggio prossimo Skype non sarà più disponibile, ma chi ha pagato un abbonamento potrà continuare a usarlo fino alla scadenza e chi ha del credito sul proprio conto Skype potrà continuare a sfruttarlo. Prima del 5 maggio, gli utenti di Skype potranno scaricare la versione gratuita di Teams e usare in Teams le proprie credenziali Skype su qualunque dispositivo supportato. Le chat e i contatti di Skype appariranno automaticamente in Teams [video]. Durante la transizione, chi usa Skype potrà chiamare gli utenti Teams e viceversa.

Ma a Teams gratuito mancano alcune delle caratteristiche che rendevano Skype così interessante: in particolare manca la possibilità di fare chiamate verso numeri telefonici e di ricevere chiamate provenienti dalla rete telefonica fissa e cellulare. Si poteva infatti avere un numero telefonico Skype al quale farsi chiamare, cosa che invece Microsoft offre soltanto nella versione a pagamento di Teams.

Se usate Skype e non fate la migrazione a Teams entro il 5 maggio prossimo, Microsoft conserverà comunque i vostri dati di Skype fino alla fine del 2025. Potrete quindi decidere di installare Teams gratuito anche dopo il 5 maggio senza perdere chat e contatti, ma se non agite entro dicembre i vostri dati di Skype verranno cancellati definitivamente.

In alternativa, potete esportare questi dati seguendo le istruzioni di Microsoft (che trovate linkate su Attivissimo.me) in modo da poterli poi importare in un’altra applicazione a vostra scelta, ma al momento mancano strumenti per automatizzare questa importazione.

Se sopportate il disagio di dover reimmettere a mano i vostri contatti e di perdere la vostra cronologia delle chat, le soluzioni alternative a Teams per fare e ricevere chiamate vocali non mancano di certo oggigiorno. Moltissime app social molto diffuse consentono chiamate, spesso anche in video e in gruppo: WhatsApp, Facetime, Instagram, Zoom, Snapchat, Facebook Messenger, Viber, Google Chat, Google Meet, X, Telegram, Discord, giusto per citarne qualcuna, e anche nel fediverso ci sono applicazioni che hanno questa funzione. Il problema è che ciascuno di questi software non parla con gli altri, per cui tocca ogni volta concordare con i propri interlocutori quale app usare. Inoltre di solito manca la possibilità di chiamare numeri di telefono di rete fissa, ma questo oggi è un problema molto meno sentito che in passato, visto che gli smartphone e gli abbonamenti che includono una connessione continua a Internet sono diffusissimi e le chiamate verso numeri fissi sono sempre più rare.

Con la chiusura di Skype si abbassa ulteriormente il sipario su un periodo storico di Internet: Skype è una delle poche applicazioni di grande diffusione che risale ai primi anni duemila, quando la comunicazione online e mobile era ancora tutta da inventare, ed è ancora in uso adesso, ed è stata una di quelle che davano il classico “effetto wow”: non appena la vedevi usare, ne capivi subito l’utilità e il potenziale rivoluzionario. Ed è anche grazie a Skype che le tariffe telefoniche si sono trasformate radicalmente rispetto a vent’anni fa. Concetti come la tariffa interurbana o quella ridotta notturna per le chiamate sono oggi ricordi sbiaditi che cominciano di ammantarsi di immeritata nostalgia.

Ma lo Skype originale, quello pre-Microsoft, aveva anche un altro grande pregio: faceva una sola cosa, e la faceva bene e in modo chiaro e intuitivo. Oggi tutte le app cercano di fare tutto, tipicamente in modo incompatibile fra loro, creando complessità e confusione, e ovviamente non possono fare a meno di incorporare l’onnipresente intelligenza artificiale. Quella che, fra l’altro, Microsoft aveva infilato anche nelle ultime versioni di Skype, e che troverete naturalmente saldamente integrata in Teams, se decidete di adottarlo come sostituto. Buona migrazione.


A proposito di Teams: prima di chiudere, devo fare una rettifica alla puntata del 24 febbraio scorso, quella dedicata a una tecnica di attacco informatico nella quale gli aggressori fingono di essere l’assistenza tecnica di Microsoft che contatta le vittime tramite Teams dal dominio in apparenza rassicurante Onmicrosoft.com.

Nel podcast ho detto erroneamente che questo nome di dominio appartiene ai criminali, ma in realtà è di Microsoft e i criminali si limitano a sfruttare il fatto che Microsoft assegna questo nome di dominio agli utenti Teams che non ne hanno uno proprio o non lo connettono a Microsoft 365.

Il risultato è che i messaggi Teams dei truffatori provengono da un indirizzo di mail che termina con onmicrosoft.com e quindi è facile scambiarli per messaggi dell’assistenza tecnica di Microsoft. Ringrazio i lettori e gli ascoltatori del podcast che hanno notato il mio errore.

Fonti aggiuntive

Microsoft is killing Skype after 14 years of neglect, WindowsCentral.com, 2025

Exclusive: Microsoft is finally shutting down Skype in May [Update], XDA-developers.com, 2025

Non-biz Skype kicks the bucket on May 5, The Register, 2025

Microsoft announces Skype will close in May, BBC, 2025

Microsoft hangs up on Skype: Service to shut down May 5, 2025, TechCrunch, 2025

On May 5, Microsoft’s Skype will shut down for good, Ars Technica, 2025

Microsoft Plans to Kill Skype, but Did It Ever Truly Live?, Gizmodo, 2025

Gear News of the Week: Skype Will Close for Good in May, Wired.com, 2025

Microsoft finally putting Skype out of our misery, BoingBoing, 2025

The next chapter: Moving from Skype to Microsoft Teams, Microsoft, 2025

Skype recovers from global blackout, BBC, 2010

Skype Is Down, Nearly 20 Million Lost Their Connection This Morning, ReadWriteWeb.com, 2010 (su Archive.org)

Skype Goes Down. Millions Impacted. Skype responds, GigaOm.com, 2010 (su Archive.org)

“How can they be so good?”: The strange story of Skype, Ars Technica, 2018

About Skype, Skype.com, 2011 (su Archive.org)

Smartphone history and evolution, Simpletexting.com, 2024

Podcast RSI – Fuori in 48 minuti: cronaca di un attacco informatico iperveloce

Questo è il testo della puntata del 24 febbraio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.
Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio dal trailer di “Fuori in 60 secondi” (2000)]

Hollywood come sempre esagera la realtà, ma è vero che gli attacchi informatici stanno diventando sempre più rapidi: secondo una ricerca appena pubblicata, nel 2024 la loro velocità è aumentata mediamente del 22% rispetto all’anno precedente. In un caso recentissimo, agli aggressori sono bastati 48 minuti per penetrare le difese informatiche di un’azienda del settore manifatturiero e cominciare a saccheggiarne i dati, per poi chiedere un riscatto per restituirli o non pubblicarli.

Questa è la storia di quell’attacco, spiegata in dettaglio, utile per capire come lavorano oggi i criminali informatici e come ci si può difendere concretamente riconoscendo i primi segnali di un’incursione informatica.

Benvenuti alla puntata del 24 febbraio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Siamo a dicembre del 2024 e sono passate da poco le cinque del pomeriggio di un giorno lavorativo qualsiasi. Il gruppo di criminali informatici russofoni noto agli addetti ai lavori con il nome di Black Basta inizia il proprio attacco a un’azienda del settore manifatturiero. Una delle tante che in tutto il mondo vengono prese di mira ogni giorno.

Per prima cosa i criminali mandano a una quindicina di dipendenti dell’azienda un’ondata massiccia di mail di spam, che intasa le loro caselle di posta e produce un numero spropositato di notifiche che rendono impossibile lavorare: una scocciatura particolarmente irritante, visto che arriva alla fine di una giornata lavorativa. Ma non è questo l’attacco vero e proprio: è solo un diversivo scelto con attenzione.

Alle 17 e 26 minuti, alcuni dei dipendenti bersagliati dal flusso incessante di spam ricevono un messaggio Teams dall’helpdesk informatico di Onmicrosoft.com, che offre soccorso per arginare la pioggia di mail spazzatura. Due di questi dipendenti ricevono poi una chiamata via Teams che li invita ad aprire Quick Assistant (o Assistenza rapida nella versione italiana), lo strumento Microsoft di accesso remoto, e a dare all’assistenza informatica il controllo dei loro computer. Uno dei dipendenti accetta l’invito e attiva la gestione remota del computer, lasciandola aperta per una decina abbondante di minuti. Sono le 17 e 47: sono passati solo ventuno minuti dall’inizio dell’attacco e i ladri sono già sulla soglia dei sistemi informatici aziendali.

Infatti Onmicrosoft.com non è un dominio di Microsoft: appartiene ai criminali, che si stanno fingendo operatori dell’assistenza tecnica Microsoft.* La tattica di usare un’ondata di spam come diversivo è particolarmente efficace, perché queste mail di spam in sé non contengono nulla di pericoloso e quindi i sistemi di sicurezza non le bloccano. Le vittime non hanno neanche bisogno di interagire con queste mail, come avviene invece negli attacchi tradizionali in cui l’aggressore deve convincere il bersaglio a cliccare su un link ostile presente nella mail. Lo scopo della valanga di messaggi spazzatura è semplicemente causare agitazione nella vittima e creare una giustificazione plausibile per la chiamata immediatamente successiva su Teams dei criminali che fingono di essere l’assistenza tecnica di Microsoft. E il fatto che il messaggio arrivi via Teams, invece che da una mail tradizionale, rende tutto ancora più plausibile.

* CORREZIONE: In realtà Onmicrosoft.com è un dominio di Microsoft, ma viene sfruttato dai criminali per spacciarsi per Microsoft [info]: è un dominio usato da Microsoft come fallback se non si è proprietari di un dominio o se non lo si vuole connettere a Microsoft 365. Ho interpretato male questa frase del rapporto tecnico: “the threat actor sent a Teams message using an external “onmicrosoft.com” email address. These domains are simple to set up and exploit the Microsoft branding to appear legitimate.“. Grazie a 764081 per la segnalazione del mio errore.

Dal punto di vista della vittima, infatti, è semplicemente arrivata un’ondata di spam ed è giunta prontamente la chiamata Teams dell’assistenza tecnica Microsoft che si è offerta di risolvere il problema. Nulla di sospetto, anzi: alla vittima fa anche piacere sapere che l’assistenza clienti è veloce e pensa lei a tutto, soprattutto quando è ora di lasciare l’ufficio.

Dal punto di vista degli aggressori, invece, l’attacco è particolarmente efficace, perché non richiede di convincere la vittima a installare app di dubbia provenienza. Tutto il software necessario per avviare l’attacco è infatti già presente nei computer dell’azienda: basta convincere qualcuno, anche uno solo dei tanti dipendenti, a cederne momentaneamente il controllo.

È una trappola tecnica e psicologica perfetta. E infatti pochi minuti dopo che la vittima ha passato il controllo remoto del proprio computer ai criminali pensando di darlo invece al soccorso informatico Microsoft, gli aggressori iniziano la loro scorribanda.


Sono le 17 e 56: nei nove minuti trascorsi da quando hanno ottenuto il comando remoto del computer aziendale del dipendente caduto nella trappola, gli aggressori hanno collegato quel computer al loro server di comando e controllo,* e cosi la breccia temporanea aperta dall’incauto utente è ora un tunnel permanente.

*  Lo hanno fatto aprendo le porte 443 e 10443 tipicamente riservate per il traffico criptato TLS e usando un beacon di OneDrive che punta a un indirizzo IP controllato dagli aggressori.

Attraverso questo tunnel, gli aggressori non installano un programma ostile, come è facile immaginarsi che facciano, ma si limitano a depositare una versione appositamente modificata a loro favore di un componente software comune, in termini tecnici una libreria a collegamento dinamico o DLL*, mettendola in una cartella OneDrive usata per effettuare gli aggiornamenti del software dell’azienda presa di mira.

 * Il nome del file in questo caso è winhttp.dll.

Per via del modo in cui funzionano Windows e le sue applicazioni,* quel componente software modificato verrà eseguito dalle applicazioni aziendali al posto della sua versione originale. Questa è una tecnica sofisticata, chiamata DLL sideloading.In altre parole, il sistema informatico dell’azienda è già infettato e pronto per essere devastato.

* Le applicazioni cercano le DLL di cui hanno bisogno prima di tutto nella propria cartella e poi altrove, e quindi gli aggressori piazzano la DLL ostile nella cartella che ospita un’applicazione vulnerabile, sapendo che verrà eseguita al posto della DLL originale situata altrove.

I criminali attivano l’infezione usando PowerShell, un altro strumento presente nei sistemi Windows, e il componente software modificato viene eseguito negli account degli amministratori di sistema, che sono abilitati ad accedere a molte più risorse di un account utente normale. Con questo potere, gli aggressori riescono a trovare delle credenziali* che permettono loro di creare un nuovo account con i massimi permessi di amministrazione.

* Sono quelle di un account di servizio usato per gestire un database SQL.

A questo punto i criminali hanno il controllo totale della rete informatica del bersaglio e possono fare sostanzialmente tutto quello che desiderano. Infatti usano addirittura il software di sicurezza dell’azienda [Network Scanner di Softperfect] per trovare altre vulnerabilità da sfruttare per esfiltrare i dati di lavoro, ossia portarsi via una copia integrale di tutte le informazioni che servono all’azienda per poter lavorare, allo scopo di rivendere quelle informazioni sul mercato nero dei dati rubati oppure di ricattare l’azienda stessa con la minaccia di pubblicarli, con tutti i problemi legali di privacy che questo comporterebbe, oppure ancora di cancellarli dai computer dell’azienda e fornirne una copia solo dietro lauto pagamento.

Sono le 18.35. In 48 minuti i criminali informatici sono passati dal trovarsi sulla soglia a essere onnipotenti. Nel giro di poco più di un giorno completeranno l’esfiltrazione dei dati aziendali e il saccheggio informatico sarà pronto per essere monetizzato. Nel caso specifico, l’azienda riuscirà a contenere il danno scollegando da Internet vari data center, ma questo comporterà blocchi della produzione ed enormi disagi nel flusso di lavoro.


Come si fa a evitare di trovarsi in queste situazioni? La formazione del personale, e di tutto il personale, ossia di chiunque metta mano a un computer, è ovviamente essenziale: tutti devono conoscere l’esistenza di queste tecniche di attacco e abituarsi a riconoscerne i sintomi e a non fidarsi delle chiamate Teams o di altro genere che sembrano provenire dall’assistenza informatica di Microsoft o di qualunque altro fornitore di servizi. Tutti devono rendersi conto che gli attacchi informatici non sono un problema che riguarda solo gli addetti ai servizi informatici. Serve anche un modo affidabile e pratico per verificare le identità degli interlocutori quando la conversazione non avviene in presenza: cose come parole d’ordine concordate, per fare un esempio.

Ma c’è anche una parte tecnica importante che va ripensata e gestita correttamente non dagli utenti ma da parte degli amministratori dei sistemi informatici e dei loro superiori. Le applicazioni di accesso remoto, come Assistenza rapida di Microsoft, andrebbero disinstallate ovunque sia possibile o perlomeno rese meno facilmente accessibili agli utenti, e gli account degli utenti che interagiscono con un tentativo di furto anche solo sospettato andrebbero bloccati e isolati immediatamente. Tutte cose che hanno un costo e comportano disagi e scomodità e quindi spesso non vengono fatte.

Trovate raccomandazioni tecniche molto dettagliate e motivate nei due rapporti sulla vicenda pubblicati dalla società di sicurezza informatica Reliaquest, quella che ha seguito e analizzato in profondità questo attacco [48 Minutes: How Fast Phishing Attacks Exploit Weaknesses; Racing the Clock: Outpacing Accelerating Attacks].

E la lezione più importante che ci offre questa vicenda è che gli intrusi stanno diventando sempre più veloci, grazie anche all’automazione dei loro attacchi consentita dall’intelligenza artificiale, che stanno usando a piene mani e senza scrupoli, e quindi i tempi di reazione devono adeguarsi e gli interventi di protezione devono essere il più possibile automatici e drastici. L’idea ancora molto diffusa di avere un servizio di supporto informatico solo in orari d’ufficio, per contenere i costi, non è soltanto obsoleta: è di fatto pericolosa. Perché i criminali informatici non rispettano gli orari di lavoro o le ferie.

C’è un epilogo positivo a questa vicenda: Black Basta, il gruppo criminale al quale è stato attribuito l’attacco che ho descritto qui, è in crisi. Le sue chat interne sono state infatti trafugate e pubblicate online, permettendo a studiosi e ricercatori di sicurezza di analizzare tattiche, segreti professionali e liti fra i suoi membri, disseminati su oltre 200.000 messaggi [Ars Technica]. Uno dei suoi leader è stato arrestato, e questo aumenta le possibilità che vengano rintracciati anche gli altri componenti. E un altro dei capi di Black Basta ha commesso l’errore strategico di attaccare le infrastrutture di alcune banche russe, col risultato di attirare sulla banda le attenzioni decisamente indesiderate delle autorità di polizia del paese.

Alla fine, i peggiori nemici dei criminali sono i criminali stessi.

Fonte aggiuntiva

Notorious crooks broke into a company network in 48 minutes. Here’s how. Ars Technica (2025).

Podcast RSI – Informatici in campo per salvare i dati scientifici cancellati dal governo Trump

Questo è il testo della puntata del 10 febbraio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.


Siamo a fine gennaio 2025. In tutti gli Stati Uniti e anche all’estero, scienziati, ricercatori, studenti, tecnici informatici si stanno scambiando frenetici messaggi di allarme: salvate subito una copia dei vostri dati pubblicati sui siti governativi statunitensi. È l’inizio di una maratona digitale collettiva per mettere in salvo dati sanitari, statistici, sociali, storici, climatici, tecnici ed economici che stanno per essere cancellati in una purga antiscientifica che ha pochi precedenti: quella derivante dalla raffica di ordini esecutivi emessi dalla presidenza Trump.

Persino la NASA è coinvolta e il 22 gennaio diffonde ai dipendenti l’ordine di “mollare tutto” [“This is a drop everything and reprioritize your day request”] e cancellare dai siti dell’ente spaziale, entro il giorno stesso, qualunque riferimento a minoranze, donne in posizione di autorità, popolazioni indigene, accessibilità, questioni ambientali e molti altri temi per rispettare questi ordini esecutivi [404 Media].

Per fortuna molti dei partecipanti a questa maratona si sono allenati in precedenza e sono pronti a scattare, e le risorse tecniche per sostenerli non mancano.

Questa è la storia di questa corsa per salvare scienza, conoscenza e cultura. E non è una corsa che riguarda solo gli Stati Uniti e che possiamo contemplare con inorridito distacco, perché piaccia o meno è lì che di fatto si definiscono gli standard tecnici e scientifici mondiali e si svolge gran parte della ricerca che viene utilizzata in tutto il mondo.

Benvenuti alla puntata del 10 febbraio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica… e questa è decisamente una storia strana e difficile da raccontare. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


La vastità e pervasività della cancellazione e riscrittura dei contenuti dei siti governativi statunitensi in corso dopo l’elezione del presidente Trump è difficile da comprendere guardando soltanto i suoi numeri. Secondo il New York Times, sono scomparse oltre 8000 pagine web di informazione sparse su una dozzina di siti governativi [NYT]. Inoltre sono svanite almeno 2000 raccolte di dati [404 Media]. Dati scientifici che riguardano le epidemie in corso, l’inquinamento e il clima, per esempio.

Conteggio dei dataset governativi su Data.gov prima e dopo gli ordini di Trump [404 Media].

Va detto che ogni avvicendamento di un’amministrazione statunitense comporta qualche modifica dei dati governativi disponibili, per rispecchiare gli orientamenti politici di chi è stato eletto, ma è la scala e la natura delle modifiche attualmente in atto che spinge molte autorità scientifiche, solitamente sobrie e compassate, a protestare pubblicamente e a paragonare la situazione di oggi a quella del romanzo distopico 1984 di George Orwell [Salon.com], alle censure sovietiche o ai roghi di intere biblioteche di libri scientifici da parte del regime nazista in Germania nel 1933 [Holocaust Memorial Day Trust; Wikipedia].

Quando riviste scientifiche prestigiosissime come Nature o il British Medical Journal si sentono in dovere di scendere in campo, vuol dire che la situazione è grave.

Non ritireremo articoli pubblicati, se un autore ce lo chiede perché contengono cosiddette parole bandite” scrive il British Medical Journal, aggiungendo che le buone prassi scientifiche e l’integrità professionale non cederanno di fronte a ordini di imbavagliamento o soppressione o capricci autoritari […] Se c’è qualcosa che va proibito, è l’idea che le riviste mediche e scientifiche, il cui dovere è rappresentare integrità ed equità, debbano piegarsi a censure politiche o ideologiche”, conclude il BMJ.

Ma non siamo nel 1933. Non si bruciano più vistosamente in piazza i libri malvisti dal potere. Oggi si danno ordini esecutivi e i database sanitari spariscono silenziosamente con un clic, per cui è facile non rendersi conto della portata delle istruzioni impartite dall’amministrazione Trump. E i numeri non aiutano a capire questa portata: come in ogni grande disastro, sono troppo grandi e astratti per essere compresi realmente. Forse tutto diventa più chiaro citando qualche caso specifico e concreto.


Prendiamo per esempio un argomento ben distante dagli schieramenti politici come l’astronomia. In Cile c’è il modernissimo Osservatorio Vera Rubin, intitolato all’omonima astronoma statunitense e gestito dalla National Science Foundation del suo paese. Il sito di quest’osservatorio ospitava questa frase:

La scienza è ancora un campo dominato dagli uomini, ma l’Osservatorio Rubin si adopera per aumentare la partecipazione delle donne e di altre persone che storicamente sono state escluse dalla scienza, accoglie chiunque voglia contribuire alla scienza, e si impegna a ridurre o eliminare le barriere che escludono i meno privilegiati.”

Questa frase, che non sembrerebbe essere particolarmente controversa, è stata rimossa e riscritta per rispettare gli ordini esecutivi del presidente Trump e adesso parla della dominazione maschile della scienza come se fosse una cosa passata [“what was, during her career, a very male-dominated field”] [ProPublica].

Oppure prendiamo il Museo Nazionale di Crittologia dell’NSA, che sta ad Annapolis, nel Maryland. La scienza dei codici segreti parrebbe forse ancora più lontana dalla politica di quanto lo sia l’astronomia, ma lo zelo degli esecutori degli ordini di Trump è arrivato anche lì: dei pannelli informativi che raccontavano il ruolo delle donne e delle persone di colore nella crittografia sono stati coperti in fretta e furia con fogli di carta da pacchi [Mark S. Zaid su X], rimossi solo dopo che la grossolana censura è stata segnalata ed è diventata virale sui social network.*

* La foga (o la paura di perdere il posto di lavoro) ha fatto addirittura cancellare un video che spiega il concetto grammaticale di pronome [404 Media].

Quelli che ho raccontato sono piccoli esempi, che illustrano la natura pervasiva e meschina* degli effetti delle direttive del governo Trump. Ma ovviamente la preoccupazione maggiore riguarda i grandi archivi di dati scientifici su argomenti che l’attuale amministrazione americana considera inaccettabili perché menzionano anche solo di striscio questioni di genere, di discriminazione e di accessibilità.

* 404 Media usa “pettiness”, ossia “meschinità”, per descrivere alcune delle cancellazioni dei siti governativi documentate tramite Github.

Il CDC, l’agenzia sanitaria federale statunitense, ha eliminato moltissime pagine di risorse scientifiche dedicate all’HIV, alle malattie sessualmente trasmissibili, all’assistenza alla riproduzione, alla salute delle minoranze, alla salute mentale dei minori, al monitoraggio dell’influenza, e ha ordinato a tutti i propri ricercatori di rimuovere dai propri articoli in lavorazione termini come “genere, transgender, persona in gravidanza, LGBT, transessuale, non binario, biologicamente maschile, biologicamente femminile”. La rimozione non riguarda solo gli articoli pubblicati dall’ente federale ma anche qualunque articolo da inviare a riviste scientifiche [Inside Medicine; Washington Post].

Screenshot del sito del CDC [Dr Emma Hodcroft su Mastodon].

Il NOAA, l’ente federale per la ricerca atmosferica e oceanica degli Stati Uniti, ha ordinato di eliminare persino la parola “empatia” da tutti i propri materiali [Mastodon].*

* La National Science Foundation, che finanzia una quota enorme della ricerca scientifica in USA, ha sospeso i finanziamenti a qualunque progetti che tocchi in qualche modo questioni di diversità o uguaglianza [Helen Czerski su Mastodon]. La sezione “Razzismo e salute” del CDC non esiste più [Archive.org; CDC.gov]. Dal sito della NASA sono stati rimossi moduli educativi sull‘open science [Archive.org; NASA]. Dal sito della Casa Bianca sono scomparsi la versione in spagnolo e la dichiarazione d’intenti di renderlo accessibile a persone con disabilità; l’Office of Gun Violence Prevention è stato cancellato [NBC].

Di fatto, qualunque ricerca scientifica statunitense che tocchi anche solo vagamente questi temi è bloccata, e anche le ricerche su altri argomenti che però usano dati del CDC oggi rimossi sono a rischio; è il caso, per esempio, anche delle indagini demografiche, che spesso contengono dati sull’orientamento sessuale, utili per valutare la diffusione di malattie nei vari segmenti della popolazione. Il Morbidity and Mortality Weekly Report, uno dei rapporti settimanali fondamentali del CDC sulla diffusione delle malattie, è sospeso per la prima volta da sessant’anni. È una crisi scientifica che imbavaglia persino i dati sull’influenza aviaria [Salon.com; KFF Health News], perché gli ordini esecutivi di Trump vietano in sostanza agli enti sanitari federali statunitensi di comunicare con l’Organizzazione Mondiale della Sanità [AP].

Ma c’è un piano informatico per contrastare tutto questo.


Il piano in questione si chiama End of Term Archive: è un progetto nato nel 2008 che archivia i dati dei siti governativi statunitensi a ogni cambio di amministrazione [Eotarchive.org]. È gestito dai membri del consorzio internazionale per la conservazione di Internet, che includono le biblioteche nazionali di molti paesi, Svizzera compresa, e a questa gestione prendono parte anche i membri del programma statunitense di conservazione dei dati digitali (NDIIPP).

Non è insomma una soluzione d’emergenza nata specificamente per la presidenza attuale. Nel 2020, durante la transizione da Trump a Biden, l’End of Term Archive raccolse oltre 266 terabyte di dati, che sono oggi pubblicamente accessibili presso Webharvest.gov insieme a quelli delle transizioni precedenti.

Questa iniziativa di conservazione si appoggia tecnicamente all’Internet Archive, una delle più grandi biblioteche digitali del mondo, fondata dall’imprenditore informatico Brewster Kahle come società senza scopo di lucro nell’ormai lontano 1996 e situata fisicamente a San Francisco, con copie parziali in Canada, Egitto e Paesi Bassi e accessibile online presso Archive.org.

Questa colossale biblioteca online archivia attualmente più di 866 miliardi di pagine web oltre a decine di milioni di libri, video, notiziari televisivi, software, immagini e suoni. Le raccolte di dati delle transizioni presidenziali statunitensi sono ospitate in una sezione apposita di Archive.org; quella del 2024, già disponibile, contiene oltre mille terabyte di dati.

Ma molti giornalisti, ricercatori e scienziati hanno provveduto a scaricarsi copie personali dei dati governativi che temevano di veder sparire, passando notti insonni a scaricare e soprattutto catalogare terabyte di dati [The Atlantic; The 19th News; Jessica Valenti; Nature]. Lo ha fatto anche l’Università di Harvard, mentre la Columbia University ha aggiornato il suo Silencing Science Tracker, una pagina che traccia i tentativi dei governi statunitensi di limitare o proibire la ricerca, l’educazione e la discussione scientifica dal 2016 in avanti.

È facile sottovalutare l’impatto pratico sulla vita di tutti i giorni di un ordine esecutivo che impone la riscrittura di un enorme numero di articoli e di pagine Web informative su temi scientifici e in particolare medici. La virologa Angela Rasmussen spiega in un’intervista al sito Ars Technica che non è semplicemente una questione di cambiare della terminologia o riscrivere qualche frase e tutto tornerà a posto: vengono rimosse informazioni critiche. Per esempio, i dati governativi statunitensi sulla trasmissione dell’Mpox, la malattia nota precedentemente come “vaiolo delle scimmie”, sono stati censurati rimuovendo ogni riferimento agli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, dice Rasmussen. Queste persone “non sono le uniche a rischio negli Stati Uniti, ma sono quelle che hanno il maggior rischio di esposizione all’Mpox. Togliere il linguaggio inclusivo nasconde alle persone a rischio le informazioni che servirebbero a loro per proteggersi”.

La giornalista Jessica Valenti ha salvato e ripubblicato online documenti rimossi dall’amministrazione Trump e riguardanti la contraccezione, la pianificazione familiare, la salute sessuale, i vaccini, la violenza fra partner e altri argomenti assolutamente centrali nella vita di quasi ogni essere umano.

La presidenza Trump ha presentato la libertà di parola come uno dei propri mantra centrali, e uno degli ordini esecutivi che hanno portato a questo oscuramento, o oscurantismo se vogliamo chiamarlo con il suo vero nome, ha un titolo che parla di difesa delle donne e di “ripristino della verità biologica” (Defending Women from Gender Ideology Extremism and Restoring Biological Truth to the Federal Government). Censurare i fatti scientifici sulla salute e le informazioni che aiutano una donna a proteggersi è un modo davvero orwelliano di fare i paladini della libertà di espressione e i difensori delle donne.

George Orwell, in 1984, usava il termine doublethink (bipensiero o bispensiero nella traduzione italiana) per descrivere il meccanismo mentale che consente di ritenere vero un concetto e contemporaneamente anche il suo contrario. Sembra quasi che ci sia una tendenza diffusa a interpretare quel libro non come un monito ma come un manuale di istruzioni. Al posto dell’inceneritore delle notizie passate non più gradite al potere c’è il clic sull’icona del cestino, al posto della propaganda centralizzata c’è la disinformazione in mille rivoli lasciata correre o addirittura incoraggiata dai social network, e al posto dei teleschermi che sorvegliano a distanza ogni cittadino oggi ci sono gli smartphone e i dati raccolti su ciascuno di noi dai loro infiniti sensori, ma il concetto è lo stesso e gli effetti sono uguali: cambia solo lo strumento, che oggi è informatico.

Ed è ironico che sia proprio l’informatica a darci una speranza di conservare per tempi migliori quello che oggi si vuole invece seppellire. Forse conviene che ciascuno di noi cominci, nel proprio piccolo, a diventare un pochino hacker.

Fonti aggiuntive

The CDC’s Website Is Being Actively Purged to Comply With Trump DEI Order, 404 Media (2025)

CDC datasets uploaded before January 28th, 2025, Archive.org (2025)

BREAKING NEWS: CDC orders mass retraction and revision of submitted research across all science and medicine journals. Banned terms must be scrubbed, Inside Medicine (2025). Cita il concetto di vorauseilender Gehorsam, o “ubbidienza preventiva”

National Center for Missing & Exploited Children site scrubbed of transgender kids, Advocate.com (2025)

‘Breathtakingly Ignorant and Dangerous’: Trump’s DOT Orders Sweeping Purge of Climate, Gender, Race, Environmental Justice Initiatives, Inside Climate News (2025)

Trump scrubs all mention of DEI, gender, climate change from federal websites, The Register (2025)

Internet Archive played crucial role in tracking shady CDC data removals, Ars Technica (2025)

Researchers rush to preserve federal health databases before they disappear from government websites, The Journalist’s Resource (2025)

US Information Erasure Hurts Everyone, Human Rights Watch (2025)

Hot Topics in IPC: Avian Flu and Results From Trump’s Executive Orders, Infection Control Today (2025)

Podcast RSI – A che punto è l’auto a guida autonoma? A San Francisco è già in strada ma non in vendita

Questo è il testo della puntata del 3 febbraio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.


[CLIP: rumori del traffico veicolare di San Francisco, registrati da me pochi giorni fa in loco]

Pochi giorni fa sono stato a San Francisco, una delle poche città al mondo nelle quali delle automobili completamente prive di conducente, guidate da speciali computer di bordo, circolano in mezzo al normale traffico veicolare e pedonale.

Sono i taxi di Waymo, un’azienda che da anni sta lavorando alla guida autonoma e da qualche tempo offre appunto un servizio commerciale di trasporto passeggeri a pagamento. I clienti usano un’app per prenotare la corsa e un’auto di Waymo li raggiunge e accosta per accoglierli a bordo, come un normale taxi, solo che al posto del conducente non c’è nessuno. Il volante c’è, ma gira da solo, e l’auto sfreccia elettricamente e fluidamente nel traffico insieme ai veicoli convenzionali. È molto riconoscibile, perché la selva di sensori che le permettono di fare tutto questo sporge molto cospicuamente dalla carrozzeria in vari punti e ricopre il tetto della vettura, formando una sorta di cappello high-tech goffo e caratteristico, e queste auto a San Francisco sono dappertutto: uno sciame silenzioso di robot su ruote che percorre incessantemente le scoscese vie della città californiana.*

* Purtroppo non sono riuscito a provare questi veicoli: l’app necessaria per prenotare un taxi di Waymo è disponibile solo per chi ha l‘App Store o Play Store statunitense e non ho avuto tempo di organizzarmi con una persona del posto che la installasse e aprisse un account.

Ma allora la sfida tecnologica della guida autonoma è risolta e dobbiamo aspettarci prossimamente “robotaxi” come questi anche da noi? Non proprio; c’è ancora letteralmente tanta strada da fare. Provo a tracciarla in questa puntata, datata 3 febbraio 2025, del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


È il sogno di ogni pendolare a quattro ruote: un’auto che si guida da sola, nella quale è sufficiente salire a bordo e dirle la destinazione desiderata per poi potersi rilassare completamente per tutto il viaggio, senza dover gestire code o ingorghi e senza trascorrere ore frustranti dietro il volante. Un sogno che ha radici lontane: i primi esperimenti di guida almeno parzialmente autonoma iniziarono alla fine degli anni Settanta del secolo scorso e furono svolti in Germania, Giappone e Italia [Computerhistory.org]. Ma si trattava di veicoli costosissimi, stracarichi di computer che ne riempivano il bagagliaio, e comunque funzionavano solo su strade semplici e ben demarcate. Anche così, ogni tanto dovevano arrendersi e chiedere aiuto umano.

Ma le strade di una città sono invece complesse, caotiche, piene di segnaletica da decodificare e di ostacoli che possono comparire all’improvviso e confondere i sistemi di riconoscimento automatici: per esempio un pedone che attraversa la strada, un cantiere, un’ambulanza o anche semplicemente un riflesso dell’auto stessa in una vetrata oppure una figura umana stampata sul portellone posteriore di un camion o su un cartellone pubblicitario.

Per cominciare a interpretare tutti questi fattori è stato necessario attendere a lungo che migliorasse il software e diventasse meno ingombrante l’hardware: il primo viaggio su strada urbana normale di un’automobile autonoma, senza conducente e senza scorta di polizia, risale a meno di dieci anni fa ad opera del progetto di Google per la guida autonoma, poi trasformatosi in Waymo.

Waymo è stata la prima a offrire un servizio commerciale di veicoli autonomi su strade urbane, a dicembre 2018 [Forbes], dopo dieci anni di sperimentazione, con un servizio di robotaxi limitato ad alcune zone della città statunitense di Phoenix e comunque all’epoca con un conducente d’emergenza a bordo. Nel 2021 a Shenzen, in Cina, ha debuttato il servizio di robotaxi gestito da Deeproute.ai. Nel 2022 a Waymo si è affiancata la concorrente Cruise, che è stata la prima a ottenere il permesso legale di fare a meno della persona dietro il volante, pronta a intervenire, in un servizio commerciale [CNBC].

Anche Uber aveva provato a entrare nel settore della guida autonoma, ma aveva sospeso la sperimentazione dopo che uno dei suoi veicoli di test aveva investito e ucciso un pedone, Elaine Herzberg, nel 2018 in Arizona, nonostante la presenza di un supervisore umano a bordo.

Probabilmente avete notato che fra i nomi che hanno segnato queste tappe dell’evoluzione della guida autonoma manca quello di Tesla, nonostante quest’azienda sia considerata da una buona parte dell’opinione pubblica come quella che fabbrica auto che guidano da sole. Non è affatto così: anche se il suo software si chiama Full Self-Drive, in realtà legalmente il conducente è tenuto a restare sempre pronto a intervenire.*

* Non è solo un requisito legale formale, mostrato esplicitamente sullo schermo a ogni avvio: deve proprio farlo, perché ogni tanto FSD sbaglia molto pericolosamente, anche nella versione più recente chiamata ora FSD (Supervised), come ben documentato da questa prova pratica di Teslarati di gennaio 2025.

E la famosa demo del 2016 in cui una Tesla effettuava un tragitto urbano senza interventi della persona seduta al posto di guida era una messinscena, stando a quanto è emerso in tribunale. A fine gennaio 2025 Elon Musk ha dichiarato che Tesla offrirà la guida autonoma senza supervisione a Austin, in Texas, a partire da giugno di quest’anno, a titolo sperimentale.

Ma come mai Tesla è rimasta così indietro rispetto alle concorrenti? Ci sono due motivi: uno tecnico, molto particolare, e uno operativo e poco pubblicizzato.


Ci sono fondamentalmente due approcci distinti alla guida autonoma. Uno è quello di mappare in estremo dettaglio e preventivamente le strade e consentire ai veicoli di percorrere soltanto le strade mappate in questo modo, il cosiddetto geofencing o georecinzione, dotando le auto di un assortimento di sensori di vario genere, dalle telecamere ai LiDAR, ossia sensori di distanza basati su impulsi laser.

Questo consente al veicolo [grazie al software di intelligenza artificiale che ha a bordo] di “capire” con molta precisione dove si trova, che cosa ha intorno a sé in ogni momento e di ricevere in anticipo, tramite aggiornamenti continui via Internet, segnalazioni di cantieri o di altri ostacoli che potrà incontrare.

Questa è la via scelta da Waymo e Cruise, per esempio, e funziona abbastanza bene, tanto che le auto di queste aziende sono già operative e hanno un tasso di incidenti estremamente basso, inferiore a quello di un conducente umano medio [CleanTechnica]. Ma è anche una soluzione molto costosa: richiede sensori carissimi e ingombranti e impone un aggiornamento costante della mappatura, ma soprattutto limita le auto a zone ben specifiche.

Le zone fruibili di San Francisco a gennaio 2025 (Waymo).

Anche a San Francisco, per esempio, Waymo è usabile soltanto in alcune parti della città [Waymo]*, e per aggiungere al servizio un’altra città bisogna prima mapparla tutta con precisione centimetrica.

Waymo sta iniziando a provare le proprie auto sulle autostrade (freeway) intorno a Phoenix oltre che in città, ma per ora trasportano solo dipendenti dell’azienda [Forbes].
Una mia ripresa di uno dei tantissimi veicoli autonomi di Waymo che abbiamo incontrato girando per la città.

L’altro approccio consiste nell’usare l’intelligenza artificiale a bordo del veicolo per decifrare i segnali che arrivano dai sensori e ricostruire da quei segnali la mappa tridimensionale di tutto quello che sta intorno all’auto. Questo evita tutto il lavoro preventivo di mappatura e quello di successivo aggiornamento e consente al veicolo di percorrere qualunque strada al mondo, senza restrizioni.

Questa è la via che Elon Musk ha deciso per Tesla, rinunciando inoltre ai sensori LIDAR per contenere i costi complessivi dei veicoli e usando soltanto le immagini provenienti dalle telecamere perimetrali per riconoscere gli oggetti e “capire” la situazione di tutti gli oggetti circostanti e come gestirla. Ma il riconoscimento fatto in questo modo non è ancora sufficientemente maturo, e questo fatto ha portato al ritardo di Tesla di vari anni rispetto alle aziende concorrenti.

Quale sia la soluzione migliore è ancora tutto da vedere. Waymo e Cruise stanno investendo cifre enormi, e nonostante le loro auto siano strapiene di sensori che costano più del veicolo stesso ogni tanto si trovano in situazioni imbarazzanti.

A ottobre 2023, un’auto di Cruise ha trascinato per alcuni metri un pedone che le era finito davanti dopo essere stato urtato da un’automobile guidata da una persona [Cruise]. A giugno 2024, un robotaxi di Waymo a Phoenix è andato a sbattere contro un palo telefonico mentre cercava di accostare per accogliere un cliente, perché il palo era piantato sul bordo della superficie stradale invece di sorgere dal marciapiedi e il software non era in grado di riconoscere un palo. Non si è fatto male nessuno e il problema è stato risolto con un aggiornamento del software, ma è un ottimo esempio del motivo per cui queste auto hanno bisogno di una mappatura preventiva incredibilmente dettagliata prima di poter circolare [CNN].

A dicembre 2024, inoltre, un cliente Waymo si è trovato intrappolato a bordo di uno dei taxi autonomi dell’azienda, che continuava a viaggiare in cerchio in un parcheggio senza portarlo a destinazione [BBC]. Ha dovuto telefonare all’assistenza clienti per farsi dire come ordinare al veicolo di interrompere questo comportamento anomalo, e a quanto pare non è l’unico del suo genere, visto che è diventato virale un video in cui un’altra auto di Waymo continua a girare ad alta velocità su una rotonda senza mai uscirne, fortunatamente senza nessun cliente a bordo [Reddit].

Gli episodi di intralcio al traffico da parte di veicoli autonomi vistosamente in preda allo smarrimento informatico sono sufficientemente frequenti da renderli impopolari fra le persone che abitano e soprattutto guidano nelle città dove operano i robotaxi [BBC].

A San Franscisco, un’auto di Waymo ignora gli addetti che stanno cercando di evitare che i veicoli (autonomi o meno) finiscano in una grossa buca allagata, a febbraio 2025 [ABC7/Boingboing].

Del resto, dover subire per tutta la notte per esempio il concerto dei clacson di un gruppo di auto Waymo parcheggiate e impazzite, come è successo a San Francisco l’estate scorsa, non suscita certo simpatie nel vicinato [TechCrunch].

Per risolvere tutti questi problemi, Waymo e Cruise ricorrono a un trucco.


Se ne parla pochissimo, ma di fatto quando un’auto autonoma di queste aziende non riesce a gestire da sola una situazione, interviene un guidatore umano remoto. In pratica in questi casi il costoso gioiello tecnologico diventa poco più di una grossa automobilina radiocomandata. Lo stesso farà anche Tesla con i suoi prossimi robotaxi, stando ai suoi annunci pubblici di ricerca di personale [Elettronauti].

È una soluzione efficace ma imbarazzante per delle aziende che puntano tutto sull’immagine di alta tecnologia, tanto che sostanzialmente non ne parlano* [BBC] e sono scarsissime le statistiche sulla frequenza di questi interventi da parte di operatori remoti: Cruise ha dichiarato che è intorno allo 0,6% del tempo di percorrenza, ma per il resto si sa ben poco.

*Uno dei pochi post pubblici di Waymo sui suoi guidatori remoti o fleet response agent spiega che l’operatore remoto non comanda direttamente il volante ma indica al software di bordo quale percorso seguire o quale azione intraprendere.
Un video di Waymo mostra un intervento dell’operatore remoto e rivela come il software di bordo rappresenta l’ambiente circostante.

Lo 0,6% può sembrare pochissimo, ma significa che l’operatore umano interviene in media per un minuto ogni tre ore. Se un ascensore si bloccasse e avesse bisogno di un intervento manuale una volta ogni tre ore per farlo ripartire, quanti lo userebbero serenamente?

Per contro, va detto che pretendere la perfezione dalla guida autonoma è forse utopico; e sarebbe già benefico e accettabile un tasso di errore inferiore a quello dei conducenti umani. Nel 2023 in Svizzera 236 persone sono morte in incidenti della circolazione stradale e ne sono rimaste ferite in modo grave 4096. Quei 236 decessi sono la seconda cifra più alta degli ultimi cinque anni, e il numero di feriti gravi è addirittura il più alto degli ultimi dieci anni [ACS; BFU.ch]. Se la guida autonoma può ridurre questi numeri, ben venga, anche qualora non dovesse riuscire ad azzerarli.

Vedremo anche da noi scene come quelle statunitensi? Per ora sembra di no. È vero che il governo svizzero ha deciso che da marzo 2025 le automobili potranno circolare sulle autostrade nazionali usando sistemi di guida assistita (non autonoma) che consentono la gestione automatica della velocità, della frenata e dello sterzo, ma il conducente resterà appunto conducente e dovrà essere sempre pronto a riprendere il controllo quando necessario.

I singoli cantoni potranno designare alcuni percorsi specifici sui quali potranno circolare veicoli autonomi, senza conducente ma monitorati da un centro di controllo. Inoltre presso i parcheggi designati sarà consentita la guida autonoma, ma solo nel senso che l’auto potrà andare a parcheggiarsi da sola, senza conducente a bordo. Di robotaxi che circolano liberamente per le strade, per il momento, non se ne parla [Swissinfo].*

* In Italia, a Brescia, è iniziata la sperimentazione di un servizio di car sharing che usa la guida autonoma. Finora il singolo esemplare di auto autonoma, una 500 elettrica dotata di un apparato di sensori molto meno vistoso di quello di Waymo, ha percorso solo un chilometro in modalità interamente autonoma, è limitato a 30 km/h ed è monitorato sia da un supervisore a bordo, sia da una sala di controllo remota. È la prima sperimentazione su strade pubbliche aperte al traffico in Italia [Elettronauti].

Insomma, ancora per parecchi anni, se vogliamo assistere a scene imbarazzanti e pericolose che coinvolgono automobili, qui da noi dovremo affidarci al talento negativo degli esseri umani.

Fonti aggiuntive

Welcome To ‘Waymo One’ World: Google Moon Shot Begins Self-Driving Service—With Humans At The Wheel For Now, Forbes (2018)

Where to? A History of Autonomous Vehicles, Computerhistory.org (2014)

Waymo Road Trip Visiting 10+ Cities in 2025, CleanTechnica (2025)

Waymo employees can hail fully autonomous rides in Atlanta now, TechCrunch (2025)

Waymo to test its driverless system in ten new cities in 2025, Engadget (2025)

Waymo, Cruise vehicles have impeded emergency vehicle response 66 times this year: SFFD, KRON4 (2023)

How robotaxis are trying to win passengers’ trust, BBC (2024)

Bad Week for Unoccupied Waymo Cars: One Hit in Fatal Collision, One Vandalized by Mob, Slashdot (2025)

Hidden Waymo feature let researcher customize robotaxi’s display, TechCrunch (2025)

Tesla’s Autonomous Driving Strategy Stranded By Technological Divergence, CleanTechnica (2025)

Zeekr RT, the robotaxi built for Waymo, has the tiniest wipers, TechCrunch (2025)

Should Waymo Robotaxis Always Stop For Pedestrians In Crosswalks?, Slashdot (2025)

Podcast RSI – Il finto Brad Pitt e la sua vittima messa alla gogna

Questo è il testo della puntata del 20 gennaio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

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Probabilmente avete già sentito la notizia della donna francese che ha inviato in totale oltre 800.000 euro a dei truffatori perché era convinta di essere in chat con Brad Pitt e di doverlo aiutare economicamente perché i conti del celeberrimo attore erano bloccati dalla causa legale con l’ex moglie, Angelina Jolie. Se l’avete sentita, probabilmente l’avete commentata criticando l’ingenuità della vittima. Molte persone sono andate oltre e hanno insultato e preso in giro la vittima pubblicamente sui social; lo ha fatto persino Netflix France. Una gogna mediatica rivolta esclusivamente alla persona truffata, senza spendere una parola sulla crudeltà infinita dei truffatori. Ed è stata tirata in ballo l’intelligenza artificiale, che però in realtà c’entra solo in parte.

Questa è la storia di un inganno che in realtà è ben più complesso e ricco di sfumature di quello che è stato diffusamente raccontato, e che permette di conoscere in dettaglio come operano i truffatori online e cosa succede nella mente di una persona che diventa bersaglio di questo genere di crimine.

Benvenuti alla puntata del 20 gennaio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Questa storia inizia a febbraio del 2023, quando Anne, una donna francese sposata con un facoltoso imprenditore, scarica Instagram perché vuole postare le foto di una sua vacanza nelle Alpi francesi. Viene contattata subito da qualcuno che dice di essere Jane Etta Pitt, la madre dell’attore Brad Pitt, che chatta con lei e le dice che sarebbe la persona giusta per suo figlio. Poco dopo la contatta online qualcuno che afferma di essere Brad Pitt in persona e chiede di conoscerla meglio. Soprattutto vuole sapere se Anne lavora per caso nei media, perché lui ci tiene molto a proteggere la sua vita privata.

Questo contatto insospettisce la donna, ma Anne non conosce i meccanismi dei social network. Non sa, per esempio, che i controlli di Instagram sulle identità degli utenti sono scarsissimi e che quindi il falso Brad Pitt e la sua altrettanto falsa madre sono liberi di agire praticamente indisturbati e di tentare la stessa truffa contemporaneamente con migliaia di persone. Una truffa complessa e articolata, che include fra i suoi espedienti la capacità dei criminali di passare mesi e mesi a circuire una vittima chattando amorevolmente con lei, perché nel frattempo ne stanno raggirando tante altre, in una sorta di catena di montaggio dell’inganno.

Fra questi espedienti ci sono anche trucchi come i finti regali. A un certo punto, il falso Brad Pitt scrive ad Anne, dicendo che ha tentato di inviarle dei regali di lusso ma che non ha potuto pagare la dogana perché i suoi conti correnti sono bloccati dalla causa di divorzio da Angelina Jolie. E così Anne invia ai truffatori 9000 euro. Il servizio attraverso il quale invia il denaro non la avvisa che questa transazione è sospetta.

Anne, invece, si insospettisce parecchie volte durante questo lungo corteggiamento online, ma ogni volta che le viene un dubbio, i truffatori riescono a farglielo passare, mandandole per esempio un falso documento d’identità dell’attore. La figlia di Anne cerca di avvisarla che si tratta di una truffa e tenta di ragionare con lei per oltre un anno, ma la donna è troppo coinvolta emotivamente in questa relazione a distanza. Anche perché questo falso Brad Pitt le ha chiesto di sposarlo, e lei ovviamente ha accettato una proposta così lusinghiera dopo aver divorziato dal marito.

I truffatori giocano anche la carta della compassione oltre a quella della seduzione e della lusinga. Scrivono ad Anne, fingendo sempre di essere Brad Pitt, e le dicono che l’attore ha bisogno di contanti per poter pagare le cure per il tumore al rene che lo ha colpito. Mandano ad Anne delle fotografie false che sembrano mostrare Brad Pitt ricoverato in ospedale. La donna è reduce da un tumore, e quindi i truffatori toccano un suo tasto emotivo particolarmente sensibile.

Anne cerca su Internet le foto di Brad Pitt ricoverato e non le trova, ma giustifica questa mancanza pensando che quelle fotografie siano confidenziali e siano dei selfie scattati specificamente per lei.

E così Anne invia ai criminali tutto il denaro che ha ottenuto dal divorzio, ossia 775.000 euro, convinta di contribuire a salvare la vita di una persona in gravi difficoltà. Anche qui, i servizi di trasferimento di denaro usati dalla vittima la lasciano agire senza bloccare la transazione, che dovrebbe essere già sospetta in partenza per il suo ammontare così elevato.

Quando i giornali che si occupano di gossip legato alle celebrità pubblicano immagini del vero Brad Pitt con la sua nuova compagna, Ines de Ramon, Anne si insospettisce di nuovo, ma i truffatori le mandano un falso servizio televisivo nel quale il conduttore (in realtà generato dall’intelligenza artificiale)* parla di un rapporto esclusivo con una persona speciale che va sotto il nome di Anne. Questo la rassicura per qualche tempo, ma poi Brad Pitt e Ines de Ramon annunciano ufficialmente il loro legame sentimentale. Siamo a giugno del 2024, e a questo punto Anne decide di troncare le comunicazioni.

* Dopo la chiusura del podcast sono riuscito a recuperare uno spezzone [YouTube, a 1:08] di questo servizio televisivo e ho scoperto che il conduttore sintetico è invece una conduttrice, perlomeno in base al suo aspetto.
Un fermo immagine dal finto servizio di telegiornale creato dai truffatori (C à Vous/YouTube).

Ma i truffatori insistono, spacciandosi stavolta per agenti speciali dell’FBI, e cercano di ottenere dalla donna altro denaro. Lei segnala la situazione alla polizia, e vengono avviate le indagini. Pochi giorni fa, Anne ha raccontato pubblicamente la propria vicenda sul canale televisivo francese TF1, per mettere in guardia altre potenziali vittime. E qui è cominciato un nuovo calvario.


Sui social network, infatti, centinaia di utenti cominciano a prenderla in giro. Uno dei più importanti programmi radiofonici mattutini francesi le dedica uno sketch satirico. Netflix France pubblica su X un post nel quale promuove quattro film con Brad Pitt, specificando fra parentesi che il servizio di streaming garantisce che si tratti di quello vero, con una chiara allusione alla vicenda di Anne. Il post è ancora online al momento in cui preparo questo podcast.

Screenshot del post di Netflix France su X.

La società calcistica Toulouse FC pubblica un post ancora più diretto, che dice “Ciao Anne, Brad ci ha detto che sarà allo stadio mercoledì, e tu?”. Il post è stato poi rimosso e la società sportiva si è scusata.

France 24 mostra il post del Toulouse FC.

TF1 ha tolto il servizio dedicato ad Anne dalla propria piattaforma di streaming dopo che la testimonianza della donna ha scatenato questa ondata di aggressioni verbali, ma il programma resta reperibile online qua e là. Anne, in un’intervista pubblicata su YouTube, ha dichiarato che TF1 ha omesso di precisare che lei aveva avuto dubbi, ripetutamente, e ha aggiunto che secondo lei qualunque persona potrebbe cadere nella complessa trappola dei truffatori se si sentisse dire quelle che lei descrive come “parole che non hai mai sentito da tuo marito.”

In altre parole, una donna che era in una situazione particolarmente vulnerabile è stata truffata non da dilettanti improvvisati ma da professionisti dell’inganno, disposti a manipolare pazientemente per mesi le loro vittime usando senza pietà le leve emotive più sensibili, ha deciso di raccontare pubblicamente la propria vicenda per mettere in guardia le altre donne, e ne ha ottenuto principalmente dileggio, scherno e derisione. Uno schema purtroppo molto familiare alle tante donne che scelgono di raccontare abusi di altro genere di cui sono state vittime e di cui la gogna mediatica le rende vittime due volte invece di assisterle e sostenerle.

In questa vicenda, oltretutto, non sono solo gli utenti comuni a postare sui social network commenti odiosi: lo fanno anche professionisti dell’informazione, che in teoria dovrebbero sapere benissimo che fare satira su questi argomenti è un autogol di comunicazione assoluto e imperdonabile.

Mentre abbondano i commenti che criticano Anne, scarseggiano invece quelli che dovrebbero far notare il ruolo facilitatore di queste truffe dei social network e dei sistemi di pagamento. Questi falsi account che si spacciano per Brad Pitt (usando in questo caso specifico parte del nome completo dell’attore, ossia William Bradley Pitt) sono alla luce del sole. Dovrebbero essere facilmente identificabili da Meta, un’azienda che investe cifre enormi nell’uso dell’intelligenza artificiale per monitorare i comportamenti dei propri utenti a scopo di tracciamento pubblicitario eppure non sembra in grado di usarla per analizzare le conversazioni sulle sue piattaforme e notare quelle a rischio o rilevare gli account che pubblicano foto sotto copyright.

Basta infatti una banale ricerca in Google per trovare falsi account a nome di Brad Pitt, che hanno migliaia di follower, pubblicano foto dell’attore di cui chiaramente non hanno i diritti ed esistono in alcuni casi da anni, come per esempio @william_bradley_pitt767, creato a febbraio del 2021 e basato in Myanmar. E lo stesso vale per moltissime altre celebrità. Queste truffe, insomma, prosperano grazie anche all’indifferenza dei social network.

Uno dei tanti account falsi a nome di Brad Pitt su Instagram.
Informazioni sul falso account.

C’è anche un altro aspetto di questa vicenda che è stato raccontato in maniera poco chiara da molte testate giornalistiche: l’uso dell’intelligenza artificiale per generare le foto di Brad Pitt ricoverato. Quelle foto sono in realtà dei fotomontaggi digitali tradizionali, e lo si capisce perché anche il più scadente software di generazione di immagini tramite intelligenza artificiale produce risultati di gran lunga più coerenti, nitidi e dettagliati rispetto alle foto d’ospedale ricevute da Anne.

Fonte: X.com/CultureCrave.

L’intelligenza artificiale è stata sì usata dai criminali, ma non per quelle foto. È stata usata per creare dei videomessaggi dedicati ad Anne, nei quali un finto Brad Pitt si rivolge direttamente alla donna, le confida informazioni personali chiedendole di non condividerle, muovendosi e parlando in modo naturale.

France24 mostra uno dei videomessaggi falsi creati dai truffatori animando il volto di Brad Pitt.

Questi video sono nettamente più credibili rispetto alle false foto del ricovero che circolano sui social media in relazione a questa vicenda; sono forse riconoscibili come deepfake da parte di chi ha un occhio allenato, ma chi come Anne si è affacciato da poco ai social network non ha questo tipo di sensibilità nel rilevare gli indicatori di falsificazione, e non tutti sanno che esistono i deepfake. Mostrare solo quei fotomontaggi, senza includere i video, significa far sembrare Anne molto più vulnerabile di quanto lo sia stata realmente.

La qualità delle immagini sintetiche migliora in continuazione, ma per il momento può essere utile cercare alcuni elementi rivelatori. Conviene per esempio guardare la coerenza dei dettagli di contorno dell’immagine, come per esempio la forma e la posizione delle dita oppure la coerenza delle scritte presenti sugli oggetti raffigurati. Un altro indicatore è lo stile molto patinato delle immagini sintetiche, anche se i software più recenti cominciano a essere in grado di generare anche foto apparentemente sottoesposte, mosse o dilettantesche. Si può anche provare una ricerca per immagini, per vedere se una certa foto è stata pubblicata altrove. Inoltre la ricerca per immagini permette spesso di scoprire la fonte originale della foto in esame e quindi capire se ha un’origine autorevole e affidabile. E ovviamente l’indicatore più forte è il buon senso: è davvero plausibile che un attore popolarissimo vada sui social network a cercare conforto sentimentale?

Fra l’altro, nel caso specifico di Brad Pitt il suo portavoce ha ribadito che l’attore non ha alcuna presenza nei social. In altre parole, tutti i “Brad Pitt” che trovate online sono degli impostori.

In coda a questa vicenda amara c’è però un piccolo dettaglio positivo: il racconto pubblico di questo episodio è diventato virale in tutto il mondo, per cui si può sperare che molte vittime potenziali siano state allertate grazie al coraggio di Anne nel raccontare quello che le è successo. E va ricordato che a settembre 2024 in Spagna sono state arrestate cinque persone durante le indagini su un’organizzazione criminale che aveva truffato due donne spacciandosi proprio per Brad Pitt, ottenendo dalle vittime ben 350.000 dollari.

Non sempre i truffatori la fanno franca, insomma, e se gli utenti diventano più consapevoli e attenti grazie al fatto che questi pericoli vengono segnalati in maniera ben visibile dai media, le vittime di questi raggiri crudeli diminuiranno. Più se ne parla, anche in famiglia, e meglio è.

Fonti

Brad Pitt’s team reminds fans he’s not on social media after a woman gets big-time scammed, LA Times

Brad Pitt AI scam: Top tips on how to spot AI images, BBC

French Woman Faces Cyberbullying After Forking Over $850,000 to AI Brad Pitt, Rollingstone.com

AI Brad Pitt dupes French woman out of €830,000, BBC

French TV show pulled after ridicule of woman who fell for AI Brad Pitt, The Guardian

French Woman Scammed Out Of $850k By Fake ‘Brad Pitt’—And The AI Photos Are Something Else, Comic Sands

How an AI Brad Pitt conned a woman out of €830,000, triggering online mockery, France 24 su YouTube

Une femme arnaquée par un faux Brad Pitt – La Story – C à Vous, YouTube (include approfondimenti, spezzoni del finto servizio televisivo, il commento dell’avvocato della vittima sulle responsabilità delle banche che hanno effettuato i trasferimenti di denaro)

Podcast RSI – Davvero la scienza dice che “il fact-checking non funziona”?

Questo è il testo della puntata del 13 gennaio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.


Pochi giorni fa Meta ha annunciato che chiuderà il proprio programma di fact-checking gestito tramite esperti esterni e lo sostituirà con le cosiddette Community notes, ossia delle annotazioni redatte dagli stessi utenti dei suoi social network, come ha già fatto la piattaforma concorrente X di Elon Musk.

Questa decisione, che per citare un titolo del Corriere della Sera è stata vista come una “resa definitiva a Trump (e Musk)”, ha rianimato la discussione su come contrastare la disinformazione. Walter Quattrociocchi, professore ordinario dell’Università La Sapienza di Roma, ha dichiarato che “Il fact-checking è stato un fallimento, ma nessuno vuole dirlo”, aggiungendo che “[l]a comunità scientifica lo aveva già dimostrato”. Queste sono sue parole in un articolo a sua firma pubblicato sullo stesso Corriere.

Detta così, sembra una dichiarazione di resa incondizionata della realtà, travolta e sostituita dai cosiddetti “fatti alternativi” e dai deliri cospirazionisti. Sembra un’ammissione che non ci sia nulla che si possa fare per contrastare la marea montante di notizie false, di immagini fabbricate con l’intelligenza artificiale, di propaganda alimentata da interessi economici o politici, di tesi di complotto sempre più bizzarre su ogni possibile argomento. I fatti hanno perso e le fandonie hanno vinto.

Se mi concedete di portare per un momento la questione sul piano personale, sembra insomma che la scienza dica che il mio lavoro di “cacciatore di bufale” sia una inutile perdita di tempo, e più in generale lo sia anche quello dei miei tanti colleghi che fanno debunking, ossia verificano le affermazioni che circolano sui social network e nei media in generale e le confermano o smentiscono sulla base dei fatti accertati.

È veramente così? Difendere i fatti è davvero fatica sprecata? Ragioniamoci su in questa puntata, datata 13 gennaio 2025, del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Nel suo annuncio pubblico, Mark Zuckerberg ha spiegato che il programma di fact-checking lanciato nel 2016 dalla sua piattaforma e basato su organizzazioni indipendenti specializzate in verifica dei fatti voleva dare agli utenti “più informazioni su quello che vedono online, in particolare sulle notizie false virali, in modo che potessero giudicare da soli quello che vedevano e leggevano”, scrive Zuckerberg.

Ma a suo dire questo approccio non ha funzionato perché anche gli esperti, dice, “come tutte le persone, hanno i propri pregiudizi e i propri punti di vista”, e quindi è giunto il momento di sostituire gli esperti esterni con gli utenti dei social network. Saranno loro, dice Zuckerberg, a “decidere quando i post sono potenzialmente ingannevoli e richiedono più contesto”, e saranno “persone che hanno una vasta gamma di punti di vista” a “decidere quale tipo di contesto è utile che gli altri utenti vedano”.

Zuckerberg non spiega, però, in che modo affidare la valutazione delle notizie agli utenti farà magicamente azzerare quei pregiudizi e quei punti di vista di cui parlava. In fin dei conti, gli utenti valutatori saranno un gruppo che si autoselezionerà invece di essere scelto in base a criteri di competenza. Anzi, l’autoselezione è già cominciata, perché Zuckerberg ha già pubblicato i link per iscriversi alla lista d’attesa per diventare valutatori su Facebook, Instagram e Threads. Mi sono iscritto anch’io per vedere dall’interno come funzionerà questa novità e raccontarvela.

Invece le Linee guida della community, ossia le regole di comportamento degli utenti di Meta, sono già state riscritte per togliere molte restrizioni sui discorsi d’odio, aggiungendo specificamente che dal 7 gennaio scorso sono consentite per esempio le accuse di malattia mentale o anormalità basate sul genere o l’orientamento sessuale* ed è accettabile paragonare le donne a oggetti e le persone di colore ad attrezzi agricoli oppure negare l’esistenza di una categoria di persone o chiedere l’espulsione di certi gruppi di individui.**

* Il 10 gennaio, Meta ha eliminato da Messenger i temi Pride e Non-Binary che aveva introdotto con così tanta enfasi rispettivamente 2021 e nel 2022 [404 media; Platformer.news]. Intanto Mark Lemley, avvocato per le questioni di copyright e intelligenza artificiale di Meta, ha troncato i rapporti con l’azienda, scrivendo su LinkedIn che Zuckerberg e Facebook sono in preda a “mascolinità tossica e pazzia neonazista”.

** Confesso che nel preparare il testo di questo podcast non sono riuscito a trovare parole giornalisticamente equilibrate per definire lo squallore infinito di un‘azienda che decide intenzionalmente di riscrivere le proprie regole per consentire queste specifiche forme di odio. E così ho contenuto sia il conato che la rabbia, e ho deciso di lasciare che le parole di Meta parlassero da sole.

Un’altra novità importante è che Meta smetterà di ridurre la visibilità dei contenuti sottoposti a verifica e gli utenti, invece di trovarsi di fronte a un avviso a tutto schermo che copre i post a rischio di fandonia, vedranno soltanto “un’etichetta molto meno invadente che indica che sono disponibili ulteriori informazioni per chi le vuole leggere”. In altre parole, sarà più facile ignorare gli avvertimenti.

Insomma, è un po’ come se una compagnia aerea decidesse che tutto sommato è inutile avere dei piloti addestrati e competenti ed è invece molto meglio lasciare che siano i passeggeri a discutere tra loro, insultandosi ferocemente, su come pilotare, quando tirare su il carrello o farlo scendere, quanto carburante imbarcare e cosa fare se l’aereo sta volando dritto verso una montagna. Ed è un po’ come se decidesse che è più saggio che gli irritanti allarmi di collisione vengano sostituiti da una voce sommessa che dice “secondo alcuni passeggeri stiamo precipitando, secondo altri no, comunque tocca lo schermo per ignorare tutta la discussione e guardare un video di tenerissimi gattini.

Va sottolineato che queste scelte di Meta riguardano per ora gli Stati Uniti e non si applicano in Europa, dove le leggi* impongono ai social network degli obblighi di moderazione e di mitigazione della disinformazione e dei discorsi d’odio.

*  In particolare il Digital Services Act o DSA, nota Martina Pennisi sul Corriere.

Ma una cosa è certa: questa nuova soluzione costerà molto meno a Meta. I valutatori indipendenti vanno pagati (lo so perché sono stato uno di loro per diversi anni), mentre gli utenti che scriveranno le Note della comunità lo faranno gratis. Cosa mai potrebbe andare storto?


Ma forse Mark Zuckerberg tutto sommato ha ragione, perché è inutile investire in verifiche dei fatti perché tanto “il fact-checking non funziona,” come scrive appunto il professor Quattrociocchi, persona che conosco dai tempi in cui abbiamo fatto parte dei numerosi consulenti convocati dalla Camera dei Deputati italiana sul problema delle fake news.

In effetti Quattrociocchi presenta dei dati molto rigorosi, contenuti in un articolo scientifico di cui è coautore, intitolato Debunking in a world of tribes, che si basa proprio sulle dinamiche sociali analizzate dettagliatamente su Facebook fra il 2010 e il 2014. Questo articolo e altri indicano che “il fact-checking, lungi dall’essere una soluzione, spesso peggiora le cose” [Corriere] perché crea delle casse di risonanza o echo chamber, per cui ogni gruppo rimane della propria opinione e anzi si polarizza ancora di più: se vengono esposti a un fact-checking, i complottisti non cambiano idea ma anzi tipicamente diventano ancora più complottisti, mentre chi ha una visione più scientifica delle cose è refrattario anche a qualunque minima giusta correzione che tocchi le sue idee.

Ma allora fare il mio lavoro di cacciatore di bufale è una perdita di tempo e anzi fa più male che bene? Devo smettere, per il bene dell’umanità, perché la scienza dice che noi debunker facciamo solo danni?

Dai toni molto vivaci usati dal professor Quattrociocchi si direbbe proprio di sì. Frasi come “nonostante queste evidenze, milioni di dollari sono stati spesi in soluzioni che chiunque con un minimo di onestà intellettuale avrebbe riconosciuto come fallimentari” sono facilmente interpretabili in questo senso. Ma bisogna fare attenzione a cosa intende esattamente il professore con “fact-checking”: lui parla specificamente di situazioni [nel podcast dico “soluzioni” – errore mio, che per ragioni tecniche non posso correggere] in cui il debunker, quello che vorrebbe smentire le falsità presentando i fatti, va a scrivere quei fatti nei gruppi social dedicati alle varie tesi di complotto. In pratica, è come andare in casa dei terrapiattisti a dire loro che hanno tutti torto e che la Terra è una sfera: non ha senso aspettarsi che questo approccio abbia successo e si venga accolti a braccia aperte come portatori di luce e conoscenza.

Anche senza il conforto dei numeri e dei dati raccolti da Quattrociocchi e dai suoi colleghi, è piuttosto ovvio che un fact-checking del genere non può che fallire: tanto varrebbe aspettarsi che andare a un derby, sedersi tra i tifosi della squadra avversaria e tessere le lodi della propria squadra convinca tutti a cambiare squadra del cuore. Ma il fact-checking non consiste soltanto nell’andare dai complottisti; anzi, i debunker evitano accuratamente questo approccio.

Il fact-checking, infatti, non si fa per chi è già parte di uno schieramento o dell’altro. Si fa per chi è ancora indeciso e vuole informarsi, per poi prendere una posizione, e in questo caso non è affatto inutile, perché fornisce le basi fattuali che rendono perlomeno possibile una decisione razionale.

Del resto, lo stesso articolo scientifico del professor Quattrociocchi, e il suo commento sul Corriere della Sera, sono in fin dei conti due esempi di fact-checking: su una piattaforma pubblica presentano i dati di fatto su un tema e li usano per smentire una credenza molto diffusa. Se tutto il fact-checking fosse inutile, se davvero presentare i fatti non servisse a nulla e fosse anzi controproducente, allora sarebbero inutili, o addirittura pericolosi, anche gli articoli del professore.


Resta la questione delle soluzioni al problema sempre più evidente dei danni causati dalla disinformazione e dalla malinformazione circolante sui social e anzi incoraggiata e diffusa anche da alcuni proprietari di questi social, come Elon Musk.

Il professor Quattrociocchi scrive che “L’unico antidoto possibile, e lo abbiamo visto chiaramente, è rendere gli utenti consapevoli di come interagiamo sui social.” Parole assolutamente condivisibili, con un piccolo problema: non spiegano come concretamente arrivare a rendere consapevoli gli utenti di come funzionano realmente i social network.

Sono ormai più di vent’anni che esistono i social network, e finora i tentativi di creare questa consapevolezza si sono tutti arenati. Non sono bastati casi clamorosi come quelli di Cambridge Analytica; non è bastata la coraggiosa denuncia pubblica, nel 2021, da parte di Frances Haugen, data scientist di Facebook, del fatto che indignazione e odio sono i sentimenti che alimentano maggiormente il traffico dei social e quindi i profitti di Meta e di tutti i social network. Come dice anche il professor Quattrociocchi insieme a numerosi altri esperti, “[s]i parla di fake news come se fossero il problema principale, ignorando completamente che è il modello di business delle piattaforme a creare le condizioni per cui la disinformazione prospera.”

La soluzione, insomma, ci sarebbe, ma è troppo radicale per gran parte delle persone: smettere di usare i social network, perlomeno quelli commerciali, dove qualcuno controlla chi è più visibile e chi no e decide cosa vediamo e ha convenienza a soffiare sul fuoco della disinformazione. Le alternative prive di controlli centrali non mancano, come per esempio Mastodon al posto di Threads, X o Bluesky, e Pixelfed al posto di Instagram, ma cambiare social network significa perdere i contatti con i propri amici se non migrano anche loro, e quindi nonostante tutto si finisce per restare dove si è, turandosi il naso. Fino al momento in cui non si sopporta più: il 20 gennaio, per esempio, è la data prevista per #Xodus, l’uscita in massa da X da parte di politici, organizzazioni ambientaliste, giornalisti* e utenti di ogni genere.

* La Federazione Europea dei Giornalisti (European Federation of Journalists, EFJ), la più grande organizzazione di giornalisti in Europa, che rappresenta oltre 295.000 giornalisti, ha annunciato che non pubblicherà più nulla su X dal 20 gennaio 2025: “Come molte testate europee (The Guardian, Dagens Nyheter, La Vanguardia, Ouest-France, Sud-Ouest, ecc.) and e organizzazioni di giornalisti, come l’Associazione dei Giornalisti Tedeschi (DJV), la EFJ ritiene di non poter più partecipare eticamente a un social network che è stato trasformato dal suo proprietario in una macchina di disinformazione e propaganda.”

Funzionerà? Lo vedremo molto presto.

Aggiornamento (2025/01/20)

Il quotidiano francese Le Monde ha annunciato di aver interrotto la condivisione dei propri contenuti su X, dove ha 11,1 milioni di follower.

Podcast RSI – Google Maps diventa meno ficcanaso

Questo è il testo della puntata del 23 dicembre 2024 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il podcast riprenderà il 13 gennaio 2025.


Se avete ricevuto una strana mail che sembra provenire da Google e che parla di “spostamenti” e “cronologia delle posizioni” ma non avete idea di cosa voglia dire, siete nel posto giusto per levarvi il dubbio e capire se e quanto siete stati pedinati meticolosamente da Google per anni: siete nella puntata del 23 dicembre 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, e dedicato in questo caso agli importanti cambiamenti della popolarissima app Google Maps. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se siete fra i tantissimi utenti che hanno installato e usano Google Maps sullo smartphone, forse non vi siete mai accorti che questa utilissima app non vi dice soltanto dove siete e dove si trovano i punti di interesse intorno a voi, ma si ricorda ogni vostro spostamento sin da quando l’avete installata, anche quando le app di Google non sono in uso. In altre parole, Google sa dove siete stati, minuto per minuto, giorno per giorno, e lo sa molto spesso per anni di fila.

Infatti se andate nell’app e toccate l’icona del vostro profilo, compare un menu che include la voce Spostamenti. Toccando questa voce di menu compare un calendario con una dettagliatissima cronologia di tutti i vostri spostamenti, che include gli orari di partenza e di arrivo e anche il mezzo di trasporto che avete usato: bici, auto, nave, treno, aereo, piedi.

Google infatti usa i sensori del telefono per dedurre la vostra posizione: non solo il tradizionale GPS, che funziona solo all’aperto, ma anche il Wi-Fi e il Bluetooth, che permettono il tracciamento della posizione anche al coperto. Anche se non vi collegate a una rete Wi-Fi mentre siete in giro, Google Maps fa una scansione continua delle reti Wi-Fi presenti nelle vicinanze e confronta i loro nomi con una immensa mappa digitale, costantemente aggiornata, delle reti Wi-Fi in tutto il mondo. Se trova una corrispondenza, deduce che siete vicini a quella rete e quindi sa dove vi trovate, anche al chiuso.

Moltissime persone non sono a conoscenza di questo tracciamento di massa fatto da Google. Quando vado nelle scuole a presentare agli studenti le questioni di sicurezza e privacy informatica, mostrare a uno specifico studente la sua cronologia degli spostamenti archiviata da Google per anni è una delle dimostrazioni più efficaci e convincenti della necessità di chiedersi sempre quali dati vengono raccolti su di noi e come vengono usati. Sposta immediatamente la conversazione dal tipico “Eh, ma quante paranoie” a un più concreto “Come faccio a spegnerla?”

Disattivare il GPS non basta, perché Maps usa appunto anche il Wi-Fi per localizzare il telefono e quindi il suo utente. Bisognerebbe disattivare anche Wi-Fi e Bluetooth, ma a quel punto lo smartphone non sarebbe più uno smartphone, perché perderebbe tutti i servizi basati sulla localizzazione, dal navigatore alla ricerca del ristorante o Bancomat più vicino, e qualsiasi dispositivo Bluetooth, come cuffie, auricolari o smartwatch, cesserebbe di comunicare. Si potrebbe disabilitare GPS, Bluetooth e Wi-Fi solo per Maps, andando nei permessi dell’app, ma è complicato e molti utenti non sanno come fare e quindi rischiano di disabilitare troppi servizi e trovarsi con un telefono che non funziona più correttamente.

Maps permette di cancellare questa cronologia, per un giorno specifico oppure integralmente, ma anche in questo caso viene il dubbio: e se un domani ci servisse sapere dove eravamo in un certo giorno a una certa ora? Per esempio per catalogare le foto delle vacanze oppure per dimostrare a un partner sospettoso dove ci trovavamo e a che ora siamo partiti e arrivati? Non ridete: ci sono persone che lo fanno. Lo so perché le incontro per lavoro. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, sbarazzarsi di questo Grande Fratello non è facile. Ma ora è arrivata una soluzione alternativa, ed è questo il motivo della mail di Google.


Il titolo della mail firmata Google, nella versione italiana, è “Vuoi conservare i tuoi Spostamenti? Decidi entro il giorno 18 maggio 2025”, e il messaggio di solito arriva effettivamente da Google, anche se è probabile che i soliti sciacalli e truffatori della Rete invieranno mail false molto simili per cercare di ingannare gli utenti, per cui conviene comunque evitare di cliccare sui link presenti nella mail di avviso e andare direttamente alle pagine di Google dedicate a questo cambiamento; le trovate indicate su Attivissimo.me.

La prima buona notizia è che se siete sicuri di non voler conservare questa cronologia dei vostri spostamenti, è sufficiente non fare nulla: i dati e le impostazioni degli Spostamenti verranno disattivati automaticamente dopo il 18 maggio 2025 e Google smetterà di tracciarvi, perlomeno in questo modo.

Se invece volete conservare in tutto o in parte questa cronologia, dovete agire, e qui le cose si fanno complicate. Il grosso cambiamento, infatti, è che i dati della cronologia degli spostamenti non verranno più salvati sui server di Google ma verranno registrati localmente sul vostro telefono, in maniera molto meno invadente rispetto alla situazione attuale.

Per contro, Google avvisa che dopo il 18 maggio, se non rinunciate alla cronologia, i dati sui vostri spostamenti verranno raccolti da tutti i dispositivi che avete associato al vostro account Google, quindi non solo dal vostro telefono ma anche da eventuali tablet o computer o altri smartphone, e verranno raccolti anche se avevate disattivato la registrazione degli spostamenti su questi altri dispositivi.

Un’altra novità importante è che la cronologia degli spostamenti non sarà più disponibile nei browser Web, ma sarà accessibile soltanto tramite l’app Google Maps e soltanto sul telefono o altro dispositivo sul quale avete scelto di salvare la copia locale della cronologia.

La procedura di cambiamento di queste impostazioni di Google Maps è semplice e veloce ed è usabile anche subito, senza aspettare maggio del 2025. Con pochi clic si scelgono le preferenze desiderate e non ci si deve pensare più. Se si cambia idea in futuro, si possono sempre cambiare le proprie scelte andando a myactivity.google.com/activitycontrols oppure entrare nell’app Google Maps e scegliere il menu Spostamenti. I dati scaricati localmente, fra l’altro, occupano pochissimo spazio: la mia cronologia degli spostamenti, che copre anni di viaggi, occupa in tutto meno di tre megabyte.

Resta un ultimo problema: se i dati della cronologia degli spostamenti vi servono e d’ora in poi verranno salvati localmente sul vostro telefono, come farete quando avrete bisogno di cambiare smartphone? Semplice: Google offre la possibilità di fare un backup automatico dei dati, che viene salvato sui server di Google e può essere quindi importato quando si cambia telefono.

Ma allora siamo tornati al punto di partenza e i dati della cronologia restano comunque a disposizione di Google? No, perché il backup è protetto dalla crittografia e Google non può leggerne il contenuto, come descritto nelle istruzioni di backup fornite dall’azienda.


Resta solo da capire cosa fa esattamente Google con i dati di localizzazione di milioni di utenti. Sul versante positivo, questi dati permettono di offrire vari servizi di emergenza, per esempio comunicando ai soccorritori dove vi trovate. Se andate a correre e usate lo smartphone o smartwatch per misurare le vostre prestazioni, la localizzazione permette di tracciare il vostro chilometraggio. Se cercate informazioni meteo o sul traffico, la localizzazione consente di darvi più rapidamente i risultati che riguardano la zona dove vi trovate. Se smarrite il vostro telefono, questi dati permettono di trovarlo più facilmente. E se qualcuno accede al vostro account senza il vostro permesso, probabilmente lo fa da un luogo diverso da quelli che frequentate abitualmente, e quindi Google può insospettirsi e segnalarvi la situazione anomala.

Sul versante meno positivo, le informazioni di localizzazione permettono a Google di mostrarvi annunci più pertinenti, per esempio i negozi di scarpe nella vostra zona se avete cercato informazioni sulle scarpe in Google. In dettaglio, Google usa non solo i dati di posizione, ma anche l’indirizzo IP, le attività precedenti, l’indirizzo di casa e di lavoro che avete memorizzato nel vostro account Google, il fuso orario del browser, i contenuti e la lingua della pagina visitata, il tipo di browser e altro ancora. Tutti questi dati sono disattivabili, ma la procedura è particolarmente complessa.

Non stupitevi, insomma, se il vostro smartphone a volte vi offre informazioni o annunci così inquietantemente azzeccati e pertinenti da farvi sospettare che il telefono ascolti le vostre conversazioni. Google non lo fa, anche perché con tutti questi dati di contorno non gli servirebbe a nulla farlo. E se proprio non volete essere tracciati per qualunque motivo, c’è sempre l’opzione semplice e pratica di lasciare il telefono a casa o portarlo con sé spento.

Usare Google senza esserne usati è insomma possibile, ma servono utenti informati e motivati, non cliccatori passivi. Se sono riuscito a darvi le informazioni giuste per decidere e per motivarvi, questo podcast ha raggiunto il suo scopo. E adesso vado subito anch’io a salvare la mia cronologia degli spostamenti.

Podcast RSI – Le ginnaste mostruose di OpenAI rivelano i trucchi delle IA

Questo è il testo della puntata del 16 dicembre 2024 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.


Il 9 dicembre scorso OpenAI, l’azienda che ha creato ChatGPT, ha rilasciato al pubblico Sora, un generatore di video basato sull’intelligenza artificiale, che era stato presentato a febbraio senza però renderlo pubblicamente disponibile. Con Sora, si descrive a parole la scena che si desidera, e il software produce il video corrispondente, in alta definizione.

Gli spezzoni dimostrativi sono straordinariamente realistici, e Sora a prima vista sembra essere un altro prodotto vincente e rivoluzionario di OpenAI, ma il giorno dopo il suo debutto ha iniziato a circolare in modo virale sui social network [Bluesky; X] un video, realizzato con Sora da un utente, che è così profondamente sbagliato e grottesco che diventa comico. Per qualche strano motivo, Sora sa generare di tutto, dai cani che corrono e nuotano alle persone che ascoltano musica ai paesaggi tridimensionali, ma è totalmente incapace di generare un video di una ginnasta che fa esercizi a corpo libero.

here's a Sora generated video of gymnastics

[image or embed]

— Peter Labuza (@labuzamovies.bsky.social) 11 dicembre 2024 alle ore 18:35

Il video diventato virale mostra appunto quella che dovrebbe essere una atleta che compie una serie di movimenti ginnici ma invece diventa una sorta di frenetica ameba fluttuante dal cui corpo spuntano continuamente arti a caso e le cui braccia diventano gambe e viceversa; dopo qualche secondo la testa le si stacca dal corpo e poi si ricongiunge. E non è l’unico video del suo genere.

Un risultato decisamente imbarazzante per OpenAI, ben diverso dai video dimostrativi così curati presentati dall’azienda. Un risultato che rivela una delle debolezze fondamentali delle intelligenze artificiali generative attuali e mette in luce il “trucco” sorprendentemente semplice usato da questi software per sembrare intelligenti.

Questa è la storia di quel trucco, da conoscere per capire i limiti dell’intelligenza artificiale ed evitare di adoperarla in modo sbagliato e pagare abbonamenti costosi ma potenzialmente inutili.

Benvenuti alla puntata del 16 dicembre 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Dieci mesi dopo il suo annuncio iniziale, OpenAI ha reso disponibile al pubblico il generatore di video Sora basato sull’intelligenza artificiale. Dandogli una descrizione, o prompt, Sora produce un video che può durare fino a venti secondi e rispecchia fedelmente la descrizione fornita.

Sora è la naturale evoluzione delle intelligenze artificiali generative: nel giro di pochi anni, dalla semplice produzione di testi siamo passati alla generazione di immagini, ormai diventate fotorealistiche, sempre partendo da un prompt testuale, e ora arrivano i video generati.

OpenAI non è l’unica azienda che ha presentato intelligenze artificiali che generano video: lo hanno già fatto Google, Runway, Kling e Minimax, giusto per fare qualche nome. Ma Sora sembrava essere molto superiore alla concorrenza, perlomeno fino al momento in cui ha iniziato a circolare il video della ginnasta ameboide.

Va detto che tutti i prodotti attuali di generazione di video hanno gli stessi problemi: spesso producono videoclip mostruosi e deformi, e tocca generarne tanti per ottenerne uno buono. Ma come mai il prodotto di punta di un’azienda leader nel settore fallisce miseramente proprio con la ginnastica artistica?

Per capirlo bisogna ragionare sul modo in cui lavorano le intelligenze artificiali: vengono addestrate fornendo loro un numero enorme di testi, foto o video di esempio di vario genere. Le foto e i video vengono accompagnati da una dettagliata descrizione testuale, una sorta di etichettatura. In questa fase di addestramento, l’intelligenza artificiale crea delle associazioni statistiche fra le parole e le immagini. Quando poi le viene chiesto di creare un testo, un’immagine o un video, attinge a questo vastissimo catalogo di associazioni e lo usa per il suo trucco fondamentale: calcolare il dato successivo più probabile.

Nel caso della generazione di testi, l’intelligenza artificiale inizia a scegliere una prima parola o sequenza di parole, basata sulla descrizione iniziale, e poi non fa altro che mettere in fila le parole statisticamente più probabili per costruire i propri testi. Nelle risposte di ChatGPT, per capirci, non c’è nessuna cognizione o intelligenza: quello che scrive è in sostanza la sequenza di parole più probabile. Sto semplificando, ma il trucco di base è davvero questo.

Lo ha detto chiaramente Sam Altman, il CEO di OpenAI, in una dichiarazione resa davanti a un comitato del Senato statunitense nel 2023:

La generazione attuale di modelli di intelligenza artificiale – dice – è costituita da sistemi di predizione statistica su vasta scala: quando un modello riceve la richiesta di una persona, cerca di prevedere una risposta probabile. Questi modelli operano in maniera simile al completamento automatico sugli smartphone […] ma a una scala molto più ampia e complessa […] – dice sempre Altman – Gli strumenti di intelligenza artificiale sono inoltre in grado di imparare i rapporti statistici fra immagini e descrizioni testuale e di generare nuove immagini basate su input in linguaggio naturale.

[fonte, pag. 2]

In altre parole, ChatGPT sembra intelligente perché prevede le parole o frasi più probabili dopo quelle immesse dall’utente. Nel caso dei video, un’intelligenza artificiale calcola l’aspetto più probabile del fotogramma successivo a quello corrente, basandosi sull’immenso repertorio di video che ha acquisito durante l’addestramento. Tutto qui. Non sa nulla di ombre o forme o di come si muovono gli oggetti o le persone (o, in questo caso, gli arti delle ginnaste): sta solo manipolando pixel e probabilità. Sora affina questa tecnica tenendo conto di numerosi fotogrammi alla volta, ma il principio resta quello.

Ed è per questo che va in crisi con la ginnastica.


Come spiega Beni Edwards su Ars Technica, i movimenti rapidi degli arti, tipici della ginnastica a corpo libero, rendono particolarmente difficile prevedere l’aspetto corretto del fotogramma successivo usando le tecniche attuali dell’intelligenza artificiale. E così Sora genera, in questo caso, un collage incoerente di frammenti dei video di ginnastica a corpo libero che ha acquisito durante l‘addestramento, perché non sa quale sia l’ordine giusto nel quale assemblarli. E non lo sa perché attinge a medie statistiche basate su movimenti del corpo molto differenti tra loro e calcolate su una quantità modesta di video di ginnastica a corpo libero.

Non è un problema limitato alla ginnastica artistica: in generale, se il tipo di video chiesto dall’utente è poco presente nell’insieme di dati usato per l’addestramento, l’intelligenza artificiale è costretta a inventarsi i fotogrammi, creando così movimenti mostruosi e arti supplementari che sono l’equivalente video delle cosiddette “allucinazioni” tipiche delle intelligenze artificiali che generano testo.

Sora, in questo senso, è nonostante tutto un passo avanti: alcuni generatori di video concorrenti usciti nei mesi scorsi facevano addirittura svanire le atlete a mezz’aria o le inglobavano nei tappeti o negli attrezzi, in una sorta di versione IA del terrificante morphing del robot T-1000 alla fine di Terminator 2: Il giorno del giudizio.

Questo suggerisce una possibile soluzione al problema: aumentare la quantità e la varietà di video dati in pasto all’intelligenza artificiale per addestrarla, ed etichettare con molta precisione i contenuti di quei video. Ma non è facile, perché quasi tutti i video sono soggetti al copyright. Soprattutto quelli degli eventi sportivi, e quindi non sono liberamente utilizzabili per l’addestramento.

Sora fa sorridere con i suoi video mostruosamente sbagliati in questo campo, ma non vuol dire che sia da buttare: è comunque una tappa molto importante verso la generazione di video di qualità. Se i video che avete bisogno di generare rappresentano scene comuni, come una persona che cammina o gesticola oppure un paesaggio, Sora fa piuttosto bene il proprio mestiere e consente anche di integrare oggetti o immagini preesistenti nei video generati.

Al momento, però, non è disponibile in Europa, salvo ricorrere a VPN o soluzioni analoghe, e accedere alle funzioni di generazione video costa: gli abbonati che pagano 20 dollari al mese a ChatGPT possono creare fino a 50 video al mese, in bassa qualità [480p] oppure possono crearne di meno ma a qualità maggiore. Gli abbonati Pro, che pagano ben 200 dollari al mese, possono chiedere risoluzioni maggiori e durate più lunghe dei video generati.

Se volete farvi un’idea delle attuali possibilità creative di Sora, su Vimeo trovate per esempio The Pulse Within, un corto creato interamente usando spezzoni video generati con questo software, e sul sito di Sora, Sora.com, potete sfogliare un ricco catalogo di video dimostrativi.

Siamo insomma ancora lontani dai film creati interamente con l’intelligenza artificiale, ma rispetto a quello che si poteva fare un anno fa, i progressi sono stati enormi. Ora si tratta di decidere come usare questi nuovi strumenti e le loro nuove possibilità creative.

Infatti il rapidissimo miglioramento della qualità di questi software e la loro disponibilità di massa significano anche che diventa più facile e accessibile produrre deepfake iperrealistici o, purtroppo, anche contenuti di abuso su adulti e minori. Sora ha già implementato filtri che dovrebbero impedire la generazione di questo tipo di video, e i contenuti prodotti con Sora hanno delle caratteristiche tecniche che aiutano a verificare se un video è sintetico oppure no, ma questo è un settore nel quale la gara fra chi mette paletti e chi li vuole scardinare non conosce pause. Nel frattempo, noi comuni utenti possiamo solo restare vigili e consapevoli che ormai non ci si può più fidare neppure dei video. A meno che, per ora, siano video di ginnastica artistica.

Fonti aggiuntive

Ten months after first tease, OpenAI launches Sora video generation publicly, Ars Technica