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75˙000 iPhone infettati: colpa degli utenti che li craccano

75˙000 iPhone infettati: colpa degli utenti che li craccano

Se lo lasciate stare, l’iPhone vive in un ecosistema piuttosto sicuro: Apple consente di installarvi soltanto app verificate, e per questo non c’è in giro molto malware per iPhone, nonostante sia una piattaforma appetibile per i criminali informatici. Ma ci pensano gli utenti a minare questa sicurezza: spinti solitamente dalla voglia di installare app a scrocco, di provenienza non verificata, fanno jailbreak (craccano), spalancando così le porte al malware e alla creatività dei malfattori.

Virus Bulletin segnala un’app ostile, denominata asiPh/AdThief-A, che ha effetto soltanto sugli iPhone, iPod touch o iPad craccati e usa un metodo insolito per guadagnare dalle infezioni: la frode pubblicitaria.

AdThief-A, infatti, intercetta le pubblicità presenti in molte app gratuite autentiche e ne sostituisce il codice di affiliazione: in questo modo, quando l’utente tocca una pubblicità, i soldi degli inserzionisti vanno al creatore del malware invece che ai creatori delle app genuine. 

Secondo IT Pro, sono già 75˙000 i dispositivi iOS craccati che sono stati infettati da AdThief-A. Facendo due conti in tasca ai malfattori, se il malware riesce a sottrarre un centesimo di dollaro al giorno dalle app regolari sul 10% dei telefonini infettati, porta nelle tasche del criminale che l’ha realizzato 30˙000 dollari l’anno.

È vero che in questo caso i soldi rubati non escono dalle tasche degli utenti infettati, ma proprio per questo l’incentivo a rimuovere l’infezione è basso e quindi molti utenti vanno avanti come se niente fosse, alimentando il mercato del crimine online.

Non esistono antivirus per iOS (Apple non li consente), per cui restano due regole di fondo: primo, non craccate il vostro iCoso; secondo, non lasciate che un iCoso craccato usi la vostra rete informatica, specialmente in azienda. Potete identificare i dispositivi iOS craccati usando software appositi, offerti dalle principali società di sicurezza informatica.

Bloccare o non bloccare la pubblicità nei siti? Se contiene malware, sì

Bloccare o non bloccare la pubblicità nei siti? Se contiene malware, sì

Invito del Guardian a chi usa adblocker.

La crescente popolarità e facilità d’uso degli adblocker (filtri che bloccano le pubblicità nei siti Web) ha creato uno scontro fra siti sostenuti dalla pubblicità e utenti della Rete. Bloccare le pubblicità significa impedire al sito di incassare soldi per la visualizzazione degli spot e quindi togliergli gli introiti che gli servono per vivere e per creare i contenuti che l’utente legge. Il problema è talmente grave che sono sempre più numerosi i siti che non mostrano il proprio contenuto, o limitano l’accesso in altri modi, a chi usa adblocker. Questo fa arrabbiare gli utenti, abituati alla cultura del gratuito in Rete, che vanno a cercare informazioni altrove o rinunciano a leggere i contenuti. Ci perdono tutti, insomma.

Gli utenti più coscienziosi disattivano gli adblocker per i siti che frequentano abitualmente, quelli di buona reputazione, in modo da contribuire a sostenerli senza però essere afflitti dalle pubblicità rumorose o invadenti degli altri siti che incontrano durante la navigazione in Rete. Ma sono pochi ad avere quest’attenzione: la maggior parte tiene l’adblocker attivo ovunque e al diavolo le conseguenze.

A complicare la situazione è arrivata una tecnica di attacco non nuova ma sempre più efficiente. Si chiama malvertising, ossia “pubblicità contenente malware”. Moltissimi siti si appoggiano ad agenzie pubblicitarie per l’inserimento delle pubblicità nelle proprie pagine, e queste agenzie non si limitano a inserire un’immagine ma vi associano degli script che analizzano l’effetto del messaggio pubblicitario, tracciano l’utente e raccolgono altre informazioni di marketing. I criminali informatici si fingono inserzionisti pubblicitari e mandano alle agenzie dei finti spot che includono script ostili. Il risultato è che gli attacchi informatici di questo tipo compaiono anche nei siti di ottima reputazione, come è successo recentemente in Olanda e ai visitatori di siti come BBC, MSN, AOL, New York Times, che si sono visti attaccare da pubblicità contenenti il ransomware Teslacrypt.

Per difendersi da questi attacchi un adblocker è estremamente efficace, ma usarlo significa togliere ossigeno ai siti che ci interessano. In realtà questi attacchi sfruttano falle di sicurezza in versioni non aggiornate di Flash o Java o in browser o sistemi operativi non aggiornati. Conviene quindi stare aggiornati e trovare maniere alternative di sostenere i siti che si apprezzano, per esempio tramite abbonamenti volontari, come ha fatto il Guardian britannico.

Presunto keylogger trovato nei portatili Samsung: prudenza prima di partire col linciaggio. Aggiornamento: falso allarme

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2011/04/05.

Sta facendo clamore in Rete la notizia secondo la quale sarebbe stato trovato in due laptop della Samsung del malware preinstallato: specificamente StarLogger, un keylogger, che registra tutto quello che viene digitato, password comprese. Sempre secondo la medesima notizia, il servizio clienti Samsung avrebbe ammesso che il programma viene installato intenzionalmente per “monitorare le prestazioni della macchina e scoprire come viene usata”.

Samsung ha dichiarato inizialmente che “prende molto, molto sul serio queste asserzioni” e le sta esaminando; inoltre ha aggiunto che non sapeva nulla della presenza di questo software sui propri laptop.

La notizia è partita da NetworkWorld (prima parte, seconda parte), che l’ha ricevuta da Mohamed Hassan, fondatore di una società di consulenza per la sicurezza informatica, ed è stata subito ripresa da molti siti (Geek.com, PCWorld, CNet). Ma ha un problema: ha una sola fonte. Le altre testate che hanno cercato di verificare l’accusa molto grave non hanno trovato tracce di StarLogger nei loro computer.

Una notizia clamorosa con una singola fonte non confermata corrisponde in pieno al criterio della Legge di Sagan: affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Finora di prove non ce ne sono, per cui la prudenza è d’obbligo. Nel frattempo, chi ha un laptop Samsung può verificare l’accusa (e segnalare nei commenti qui sotto i risultati) cercando nel Registro di Windows questa chiave:

HKEY_LOCAL_MACHINE\software\microsoft\windows\currentversion\run\winsl

Maggiori dettagli su come rilevare e rimuovere il presunto keylogger sono in questo articolo di CNet.

Nel frattempo, Samsungtomorrow.com ha dichiarato che l’accusa è falsa e che il software installato non è un keylogger.

Aggiornamento (13:15). Mikko Hypponen di F-Secure conferma che si tratta di un falso allarme: altri computer Samsung dello stesso modello di quello incriminato sono risultati privi di keylogger. La spiegazione più probabile è che l’antivirus usato da Hassan, Vipre, abbia trovato nei laptop una directory il cui nome corrisponde a quello della directory usata dal keylogger StarLogger e abbia dato l’allarme basandosi esclusivamente sul nome della directory (schermata), che in realtà era stata creata da un programma innocuo.

Aggiornamento (19:00). È stata confermata la spiegazione citata sopra: si tratta di un falso positivo causato dall’antivirus Vipre, ma resta da chiarire come mai il servizio clienti Samsung avrebbe dato una risposta così bizzarra (PCWorld). Gli autori di Vipre hanno chiesto scusa per l’errore e corretto il proprio programma.

Aggiornamento (2011/04/05). NetworkWorld ha pubblicato le proprie scuse e un’impietosa autoanalisi di dove ha fallito giornalisticamente. Chi lavora sbaglia; la serietà di una persona si valuta non dal fatto che non sbaglia mai, ma da come affronta i propri sbagli.

“Mah, io prendo le app da Aptoide e non mi è mai successo niente”. Fino al momento in cui succede

“Mah, io prendo le app da Aptoide e non mi è mai successo niente”. Fino al momento in cui succede

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Vado spessissimo nelle scuole a mostrare le trappole dei dispositivi digitali, troppo insicuri e pettegoli specialmente quando vengono usati in modo incauto, e una delle situazioni più frequenti che incontro è l’uso di Aptoide per installare app a scrocco sui dispositivi Android. Quando dico che non è prudente perché gli store alternativi a quello ufficiale contengono molte app infette (se sono fuori da Google Play ci sarà pure un motivo) arriva puntuale l’obiezione di uno che dice che lo fa da una vita ma non gli è mai successo niente.

Certo, gli rispondo. Non succede niente fino al momento in cui succede. Un po’ come andare in moto senza casco: non ti fai niente fino al momento in cui cadi e batti la testa.

Stamattina mi è arrivata una dimostrazione perfetta di questa disinvoltura di tanti “nativi digitali”: la mail di panico di un giovane utente che ha installato Aptoide per il solito motivo (“volevo avere un videogioco gratis”). Ora si trova con “app rallentate, surriscaldamento eccessivo della batteria e ieri e oggi schermate di pubblicità di giochi e siti non adatti alla mia età (pornografici,..)”.

Queste sono le schermate che mi ha mandato: falsi avvisi antivirus, che probabilmente inducono a installare ulteriore malware, e un classico sito erotico.

Questi sono i consigli che gli ho dato: ditemi se ho dimenticato qualcosa.

– Segnati su carta (non nelle note) tutte le password che usi sul telefonino
– Fai una copia dei dati (musica/foto/documenti) che hai sul telefonino
– Azzera il telefonino facendo il ripristino di fabbrica (trovi le istruzioni con Google)
– Ricarica tutti gli account e le app (ma non Aptoide, ovviamente)
– Ricarica tutti i dati
– Installa un antivirus per Android (per esempio quello di Sophos, gratuito)
– Cambia tutte le password dei servizi che usi e segnatele (sempre su carta)
– Se hai associato una carta di credito al telefonino infetto o a uno degli account che usi su quel telefonino, tieni d’occhio l’estratto conto o blocca la carta
– D’ora in poi scarica solo app da Google Play; se sono a pagamento, pagale usando una tessera prepagata Google Play
– Non installare mai più Aptoide o altra roba del genere 🙂

Siamo nel 2015 e un PC con Outlook è ancora infettabile guardando una mail

All’inizio del mese Microsoft ha pubblicato degli aggiornamenti di sicurezza per Office, da installare appena possibile perché risolvono delle falle “critiche”. Ora sappiamo che una di queste falle, la CVE-2015-6172, è talmente critica che basta visualizzare una mail infetta in Outlook per trovarsi con il computer infettato.

Il ricercatore di sicurezza Haifei Li ha infatti dimostrato che è possibile confezionare un allegato a una mail che scavalca le barriere di sicurezza di Outlook, perché l’applicazione non controlla correttamente il contenuto degli allegati. Se un allegato viene inviato come oggetto OLE, viene eseguito senza protezioni, senza neanche doverlo aprire. L’allegato può persino essere un file in formato Flash, che consente di prendere il controllo del computer della vittima se ha Flash installato.

Come se non bastasse, la vulnerabilità è wormable, ossia può propagarsi spontaneamente da computer a computer via mail, attingendo per esempio alla rubrica degli indirizzi. Con una singola mail ben confezionata, insomma, si potrebbe colpire un’intera azienda.

La falla coinvolge le versioni di Office dalla 2010 in poi e Word 2007 con Service Pack 3. L’aggiornamento che la risolve è già disponibile dall’8 dicembre, ma se non potete installarlo per qualunque ragione Microsoft consiglia di disattivare il pannello di anteprima dei messaggi di Outlook e di impostare l’applicazione in modo che visualizzi tutte le mail come testo semplice.

Ora che i dettagli sono pubblici, non ci vorrà molto prima che questa falla venga sfruttata dai criminali informatici, per cui aggiornare il proprio software il più presto possibile è indispensabile.



Fonti: Ars Technica.

Se avete un computer Dell, occhio al certificato digitale fasullo che firma il malware

Imbarazzo spettacolare per Dell, che per errore ha messo in vendita computer “dotati di tutti gli strumenti necessari per consentire ai criminali di violare l’home banking, lo shopping, la mail”, come scrive spietatamente The Register: sui suoi notebook e computer fissi ha infatti installato un certificato digitale errato che permette agli aggressori di decifrare il traffico di dati senza che gli utenti se ne accorgano e di applicare ai virus una firma digitale che li autentica come se fossere app legittime.

Come se non bastasse, chi elimina questo certificato se lo ritrova di nuovo al riavvio successivo, perché il computer lo reinstalla automaticamente. Un disastro, insomma, che colpisce i modelli Dell XPS, Latitude, Precision e Inspiron di recente produzione. Dell inizialmente ha minimizzato, mentre Microsoft ha deciso che il suo antivirus Defender considererà questo certificato come malware e quindi lo eliminerà definitivamente.

Se avete un computer della Dell e volete sapere se siete vulnerabili o no, visitate questo sito di test.

Smascherati sette anni di attacchi informatici dalla Russia

Smascherati sette anni di attacchi informatici dalla Russia

Si sente spesso parlare degli attacchi di spionaggio informatico governativo o filogovernativo provenienti dalla Cina o dagli Stati Uniti, ma di quelli che partono dalla Russia si dice poco o nulla. Una recentissima ricerca pubblicata in inglese dalla società di sicurezza informatica F-Secure svela finalmente una parte significativa di questo mondo poco conosciuto.

La ricerca, intitolata The Dukes (i duchi) dal nome assegnato dai ricercatori ai malware coinvolti, ripercorre ben sette anni delle attività di un gruppo di spie informatiche che secondo F-Secure sono al servizio della Federazione Russa e raccolgono “dati di intelligence a supporto delle decisioni politiche estere e di sicurezza”.

I Dukes attaccano principalmente governi, ministeri, agenzie e aziende di paesi esteri in Asia, Africa, Medio Oriente, Europa e America, organizzazioni legate al terrorismo ceceno e gruppi russofoni dediti al commercio illegale di stupefacenti.

Colpisce molto la relativa semplicità delle tecniche usate: gli attacchi sfruttano per lo più lo spear phishing, ossia mail confezionate con cura su misura per lo specifico bersaglio allo scopo di indurlo a cliccare sui link o sugli allegati presenti nei messaggi e infettarlo, ma in almeno un caso è stato sfruttato anche un nodo russo della rete di anonimizzazione Tor iniettando malware nei file scaricati dagli utenti.

Fra gli strumenti sviluppati dall’organizzazione di guerra informatica c’è per esempio PinchDuke, che ruba password e identità su Yahoo, Google Talk e Mail.ru e attacca Outlook, Thunderbird e Firefox tramite un documento Word o Acrobat; c’è GeminiDuke, un malware di ricognizione che esplora le reti Windows per preparare successivi attacchi; c’è CosmicDuke, che registra le digitazioni e cattura schermate degli utenti infettati; e c’è CloudDuke, che accede ai dati delle vittime tramite il cloud, specificamente quello di Microsoft OneDrive.

Come fa F-Secure a sapere che questi malware sono di origine russa e legati almeno per intenti al governo russo? Lo indica il tipo di bersaglio preso di mira, che coincide con quelli di interesse per questo governo, la lingua russa usata per i messaggi d’errore presenti nei campioni di malware catturati, e l’uso di marcatori temporali riferiti all’ora standard di Mosca.

Anche la cronologia degli attacchi è molto illuminante: per esempio, prima dell’inizio della crisi in Ucraina i Dukes iniziarono a compiere attacchi di spear phishing usando finte mail di enti governativi dell’Ucraina per raccogliere informazioni. Inoltre la lunga durata nel tempo, il modo di agire con impunità e il coordinamento preciso, senza conflitti con altri malware, sembrano indicare un’organizzazione ben finanziata e strutturata che difficilmente potrebbe operare in Russia senza avere perlomeno l’approvazione del governo locale.

In mezzo a questa guerra di spie ci siamo inevitabilmente noi tutti, come vittime collaterali ma anche spesso come bersagli, perché vengono prese di mira non solo le grandi organizzazioni ma anche i loro dipendenti e affiliati alla ricerca dell’elemento debole che porti il malware dentro il cuore informatico del bersaglio. Conoscere le tecniche sorprendentemente banali usate spesso dalle spie informatiche ci permette di difenderci meglio dai loro attacchi. Per esempio, non aprire gli allegati senza adeguate protezioni e gestire le password con criterio invece di avere un atteggiamento facilone sarebbe già un ottimo passo avanti.

Fonti aggiuntive: Ars Technica.

La lista dei telefonini con malware preinstallato all’acquisto

La lista dei telefonini con malware preinstallato all’acquisto

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni di “lunasalva*” e “ema2*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento, come ha fatto ricocr*). Ultimo aggiornamento: 2015/09/08 13:00.

È la tendenza commerciale del momento: vendere dispositivi che di nascosto rubano dati personali ai clienti, in modo da guadagnare sulla vendita di questi dati oltre che dei dispositivi.

Compri una Smart TV e senza saperlo le tue abitudini televisive vengono schedate e rivendute a chi si occupa di misurare gli ascolti dei programmi o degli spot. Metti un selfie su un social network e la tua foto geolocalizzata, in cui indossi un capo con un logo famoso o brindi con una Red Bull, viene riconosciuta da sistemi automatici di riconoscimento dei loghi (come Streamditto) e venduta ai pubblicitari, ansiosi di sapere chi consuma il loro brand, dove lo fa e a che età lo fa. Compri un gingillo elettronico di fitness e le condizioni del tuo cuore vengono acquisite e rivendute a chi vuole dati statistici sulla salute della popolazione.

E magari è tutto legale, perché hai cliccato Accetto i termini e le condizioni d’uso senza tentare di decifrarle, perché la vita è troppo breve per passarla a leggere il burocratese, e quindi non sai che cosa hai dato il permesso di fare.

La sfrontatezza di questi spioni commerciali non conosce limiti. Capita anche che compri un telefonino e te lo trovi preinfettato. G Data ha pubblicato un rapporto sul malware che segnala, fra le altre cose, un numero crescente di smartphone che contengono malware già al momento della vendita.

Secondo G Data, nessun produttore di telefonini è così cretino da rischiare la propria reputazione preinfettando i propri prodotti in fabbrica (ma chissà perché mi viene in mente il nome Lenovo), per cui si presume che la colpa sia degli intermediari. “In aggiunta ai ricavi ottenuti dalla rivendita del dispositivo, cercano di ottenere guadagni aggiuntivi dai dati rubati agli utenti e dalle pubblicità forzate”, spiega G Data.

Tipicamente il telefonino viene preinfettato alterando un’app legittima molto popolare, per esempio quella di Facebook, che viene attivata dall’utente per poterla usare, dando quindi i permessi di accesso ai dati. Questo permette a terzi, che comandano l’app infetta, di accedere a Internet, leggere e mandare SMS, installare app, vedere e modificare i dati presenti sul telefonino, leggere la rubrica dei contatti, sorvegliare la posizione dell’utente, ascoltare e registrare le telefonate e le conversazioni, fare acquisti o transazioni bancarie fraudolente, e così via.

Il bello è che l’utente non si accorge di nulla se non installa un antivirus. Ma anche se lo installa, comunque non può rimuovere il malware dal telefonino, perché l’app infetta è una di quelle fissate nel firmware. Il telefonino, fondamentalmente, è da buttare.

Quali sono gli smartphone preinfettati in fabbrica? Secondo G Data, sicuramente lo Star N9500, lo Star N8000 e l’IceFox Razor, ma sono stati rilevati casi riguardanti marche come Huawei e Lenovo. Riporto qui testualmente l’elenco parziale dei telefonini preinfettati pubblicato da G Data: “Xiaomi MI3, Huawei G510, Lenovo S860, Alps A24, Alps 809T, Alps H9001, Alps 2206, Alps PrimuxZeta, Alps N3, Alps ZP100, Alps 709, Alps GQ2002, Alps N9389, Andorid P8, ConCorde SmartPhone6500, DJC touchtalk, ITOUCH, NoName S806i, SESONN N9500, SESONN P8, Xido X1111”. Ho chiesto a G Data, che mi ha confermato che Andorid P8 non è un errore di battitura.

Adesso quel telefonino di marca sconosciuta che avete comperato pensando di fare un affarone perché costava pochissimo magari non vi sembra più così tanto un acquisto furbo.

Attenti al “video violento” via e-mail: ritorna la trappola del codec fasullo

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “maria” e “carmelo”.

Nuova versione di una vecchia trappola: “Mi hanno appena mandato questo video, lo passo a tutti quelli della mia rubrica perchè certe cose sono da vedere”, dice il messaggio. Allegato al messaggio c’è un file di nome censu_red_video.asx.

Chi incautamente apre il file, sulla scia dell’emozione e della curiosità che fanno mettere da parte le regole della prudenza informatica, scopre che il video non parte, ma viene visualizzato il messaggio “Impossibile Trovare il Codec”, con l’invito a seguire un link per scaricare il codec mancante. La cosa comincia a suonarvi familiare?

Il link non porta a un codec, ma a un file ostile, come si può notare aprendo l’allegato con un editor di testi come il Blocco Note di Windows:

<ASX version=”3.0″>
<ENTRY>
<TITLE>Impossibile Trovare il Codec</TITLE>
<REF HREF=”http://www.vcodecobtain.com/movies/video.avi”/&gt;
<DURATION VALUE=”60:00″/>
<BANNER HREF=”http://www.vcodecobtain.com/movies/codec-alert.gif”&gt;
<ABSTRACT>Clicca qui per scaricare i codec aggiornati</ABSTRACT>
<MOREINFO HREF=”http://www.vcodecobtain.com/download/VCodec1_01b.exe&#8221; />
</BANNER>
</ENTRY>
</ASX>

Un lettore, fc, mi segnala che ne esiste anche una versione che si intitola “Fw: devastazione uragano ivan, agghiacciante !!” e contiene il testo “Vi inoltro questo video… mai visto niente del genere nemmeno in tv :(“, con un allegato che si spaccia per file video ma in realtà usa lo stesso meccanismo descritto qui sopra per portare a un file-trappola.

Luca.Berra****, invece, segnala una variante dal titolo “RE: Caccia ai cuccioli di foca, vergogna!”, il cui testo è “a volte la tv non fa vedere certe cose… consiglio la visione del video allegato ad un pubblico “adulto” – buon lavoro a tutti”: l’allegato è filmato_amato_riale_01.asx.

Il file-trappola (che non è l’allegato, ma il file EXE presente nel sito-trappola indicato dall’allegato) è stato identificato dopo qualche ora da Kaspersky come un trojan downloader: una roba assai tossica, insomma.

Fc mi segnala che una delle versioni dell’e-mail trappola che ha ricevuto “non funziona in quanto contiene un errore nel link. Se ci clicchi sopra, si apre il Media Player e ti dà un errore, ma non ci sono altri effetti”. In ogni caso, è meglio starne alla larga. Ne parlo qui non tanto perché si tratta di una novità particolare, ma perché così chi ha il buon senso di cercare informazioni sul messaggio in Google troverà quest’articolo di avviso.

La regola è sempre la solita: non lasciatevi influenzare dal mittente apparente, dall’emozione o dalla tentazione nello scegliere quali allegati aprire. E’ proprio su questo che contano i truffatori e i vandali della Rete.

Aggiornamenti

2006/05/09 19:00. Avevo segnalato a Netcraft l’URL a rischio, ma Netcraft ha rifiutato di aggiungerlo ai suoi siti bloccati perché non sono in grado di verificarne la pericolosità (“We cannot verify that this is a malicious executable”). Che testoni.

2006/05/09 21:30. Adesso Kaspersky riconosce il file ostile come Trojan-Downloader.Win32.Adload.ax. Ho aggiornato l’articolo per tenerne conto. Riprovo a inviare la segnalazione a Netcraft, con due parole di cordiale rimprovero.

2006/05/09 21:50. Arriva la risposta di Netcraft: “The URL you recently submitted could not be accepted as a phishing site by the Netcraft Anti-Phishing Team, for the following reason: We cannot verify that this is a malicious executable”. Ci rinuncio.

2006/05/10 8:00. Dopo un mio nuovo e-mail di protesta, arriva una nuova risposta di Netcraft: dicono che bloccano il malware soltanto se Clamav o Bitdefender lo identifica come sospetto, e che pertanto dovrei segnalare il malware a questi due antivirus open source. Va bene: almeno adesso sappiamo come regolarci.

Anche se non v’importa di HackingTeam, i suoi trucchi sono già in mano ai criminali: meglio impostare bene Flash

Anche se non v’importa di HackingTeam, i suoi trucchi sono già in mano ai criminali: meglio impostare bene Flash

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “fafiore*” e “m.sabba*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora.

È importante aggiornare Flash appena possibile, se lo usate, e magari disattivare la sua esecuzione automatica: oggi è una giornata ad alto rischio.

I file recentemente trafugati a HackingTeam contengono infatti un exploit, ossia un attacco, che sfrutta una vulnerabilità finora sconosciuta di Flash, catalogata come CVE-2015-5119 (informativa Adobe; informativa CERT). I criminali informatici sono stati come al solito velocissimi: hanno già integrato l’exploit nei loro attacchi, che hanno effetto su chi ha Flash fino alla versione 18.0.0.194 inclusa. L’attacco richiede semplicemente una visita a un sito Web.

Diffidate degli inviti automatici ad aggiornarvi, potrebbero essere trappole: usate invece le pagine apposite di Adobe per controllare che versione avete e scaricare la più recente, che in questo momento è la 18.0.0.203.

Per gli utenti Mac: stranamente, sul mio Yosemite il plug-in Flash nelle Preferenze di Sistema non rileva automaticamente la disponibilità dell’aggiornamento 18.0.0.203 e bisogna forzare l’aggiornamento andando sul sito di Adobe a scaricarlo.

Già che ci siete, evitate che un sito ostile vi faccia partire Flash a sorpresa: le istruzioni per Firefox, Chrome, Safari e Internet Explorer sono qui.