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Aiuto, il mio Android è in bianco e nero!

Aiuto, il mio Android è in bianco e nero!

Avete un telefonino Android e volete divertirvi un po’ facendogli fare cose strane? Allora andate nelle impostazioni, trovate la voce Info sul telefono, apritela e poi toccate sette volte di seguito la voce Numero Build (la sequenza precisa varia da telefono a telefono, ma si conclude sempre su Numero Build; quella che ho descritto è riferita a un Nexus 5X con Android 7.0).

Comparirà il messaggio Ora sei uno sviluppatore. Adesso tornate indietro, all’inizio del menu Impostazioni: troverete una voce nuova, chiamata Opzioni sviluppatore.

La maggior parte delle opzioni che avete sbloccato è molto tecnica ed è meglio non modificarne nessuna se non siete esperti, ma ce ne sono un paio che possono essere utili e divertenti.

La prima di queste opzioni è Rimani attivo, che tiene permanentemente acceso lo schermo quando il telefonino è sotto carica: funzione utile se adoperate lo smartphone come cronometro o se volete tenere d’occhio le notifiche.

La seconda è Simula spazio colore: se la attivate, potete scegliere Monocromia, che fa diventare monocromatico lo schermo. Le altre modalità disponibili in quest’opzione, ossia Deuteranomalia, Protanomalia, Tritanomalia servono per chi ha queste forme di daltonismo (o a chi deve sviluppare software per chi ne è affetto) ma possono anche essere usate semplicemente per dare allo smartphone un aspetto insolito.

Fra l’altro, se avete uno schermo AMOLED, la modalità monocromatica non è soltanto un vezzo: riduce il consumo di energia dello schermo, per cui vi consente di allungare la durata della batteria se siete agli sgoccioli e non potete ricaricarla.



Fonte: Lifehacker. Ultimo aggiornamento: 2016/11/04 7:20.

Elon Musk ne fa un’altra delle sue: il tetto solare invisibile

Elon Musk ne fa un’altra delle sue: il tetto solare invisibile

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla donazione di alessandro.bo*. Se vi piace, potete farne una anche voi (o fare un microabbonamento) per incoraggiarmi a scrivere ancora. Pubblicazione iniziale: 2016/10/31 14:46. Ultimo aggiornamento: 2016/11/06 13:10.



Quello che vedete qui sopra è un tetto ricoperto di pannelli solari fotovoltaici. Dove sono i pannelli? Sono le tegole stesse. Tegole fotovoltaiche che sembrano tegole normali, ma rivestono il tetto e generano energia elettrica. Sono l’ultima trovata di Elon Musk, che le ha presentate il 28 ottobre scorso usando come ambientazione il set di Desperate Housewives.

L’idea, col senno di poi, è banalmente semplice: invece di avere pannelli fotovoltaici sopra il tetto, con un conseguente costo aggiuntivo rispetto al tetto tradizionale e con un impatto estetico spesso intollerabile, l’impianto fotovoltaico sostituisce il rivestimento del tetto, evitando il costo delle tegole normali, e non si vede perché è mimetizzato. Per quel che ne so, Musk non è il primo a proporre qualcosa del genere, ma è il primo a proporlo su vasta scala e con la forza economica di un’azienda internazionale.

Questo dettaglio è puramente estetico, ma ha un’importanza enorme: immaginate per esempio i tetti dei centri storici d’Italia ricoperti di pannelli fotovoltaici tradizionali, neri e stridenti, e poi immaginateli rivestiti di tegole come queste. Al posto di una bruttura che verrebbe vietata da qualunque amministrazione che ha almeno un neurone funzionante verrebbe sostituita da un’innovazione discreta e invisibile che converte l’enorme superficie dei tetti delle città in grandi collettori di energia solare, da accumulare in batterie domestiche (le Tesla Powerwall) e usare di notte, anche per ricaricare l’auto elettrica (ovviamente una Tesla).

Tutto dipende dai costi e dalle efficienze di queste tegole solari (non ancora annunciati). Probabilmente lo sfruttamento di queste superfici non sostituirà da solo completamente il petrolio ma potrebbe evitare per esempio di dover costruire qualche nuova centrale elettrica convenzionale per compensare la transizione dal trasporto a combustibili fossili a quello elettrico.

Come fanno i pannelli solari di Tesla a sembrare normali tegole? Il trucco, una volta rivelato, è semplice: hanno una pellicola superiore trasparente (color louver film) nella quale sono annegate verticalmente delle sottili lamine colorate, decorate a piacimento in vari stili. Quando la tegola viene vista dalla strada, si vedono solo le fiancate di queste lamine, per cui si ha l’effetto di una superficie continua decorata; quando si guarda la tegola di piatto, da sopra, le lamine sono invisibili e si vede la cella fotovoltaica, che può essere quindi raggiunta dalla luce.

Musk ha dimostrato molto eloquentemente l’effetto: ecco la tegola fotovoltaica vista dall’alto (come la vede il sole)…

…ed ecco la stessa tegola vista di sbieco (come la vedono i passanti):

Sottolineo che prestazioni e costi non sono ancora stati annunciati (tranne per il gruppo batterie, che costa 5500 dollari compreso l’inverter, ossia molto meno della concorrenza in termini di costo per kWh e regge 14 kWh in accumulo e 7kW in erogazione), per cui è opportuna una buona dose di cautela, ma l’idea di base c’è, e uno degli ostacoli non tecnologici ma pratici, ossia l’impatto estetico, sembra risolto.

Non sarà ovviamente una soluzione per tutti, ma molte situazioni abitative che prima non avrebbero potuto installare un impianto fotovoltaico per motivi di costo e di permessi municipali ora possono farlo (penso, per esempio, al recupero di località montane e di case isolate che oggi sarebbe improponibile elettrificare portandovi una linea tradizionale).

Per tutti i dettagli c’è il video della presentazione di Elon Musk qui sotto e c’è la sezione apposita del sito di Tesla.

Fonti aggiuntive: Teslarati, Electrek, Electrek.

Perché i computer vanno spenti e riaccesi e gli smartphone no?

Rispondo a una domanda di Veronica, un’ascoltatrice del Disinformatico radiofonico: smartphone, spegnerlo sì o no? Ogni quanto?

Tralasciando gli spegnimenti imposti dal galateo e dalla sicurezza (per esempio dal dentista, ai funerali, o nei luoghi con apparati sensibili ai disturbi), gli smartphone sono in effetti dei computer a forma di telefono, ma mentre nel caso dei computer tradizionali solitamente si raccomanda di spegnere la sera e riaccendere la mattina, questo consiglio non c’è per gli smartphone.

La ragione principale di questa raccomandazione è che i computer consumano una quantità significativa di corrente anche mentre sono in standby, per cui lasciarli accesi per tutte le ore della notte incide sulla bolletta; uno smartphone, invece, consuma molto meno e quindi tenerlo acceso non pesa granché sui costi elettrici. Fra l’altro, si può risparmiare qualcosina prendendo l’abitudine di scollegare il caricabatterie dalla presa di corrente, perché questi dispositivi consumano corrente anche quando non stanno caricando uno smartphone.

Spegnere il telefonino (o metterlo in modalità aereo, se lo usate come sveglia) consente però di allungare la vita della batteria, che ha un numero limitato di cicli di carica e scarica completa (circa 500 nel migliore dei casi), per cui se si riducono o azzerano i suoi consumi di notte si rinvia la spesa del cambio di batteria.

Sul versante software, è prassi comune riavviare i computer per ripulire la memoria non liberata dalle applicazioni, ma i sistemi operativi di oggi (sia OS X o Windows per computer, sia iOS o Android per smartphone) sono piuttosto efficienti nel gestire la memoria e quindi il riavvio serve a poco: è molto meglio andare a fare pulizia delle cache delle singole applicazioni e liberare memoria, cosa che si può fare senza riavviare.

Un’altra ragione per spegnere il telefonino è ricalibrare il contatore della batteria. Ogni tanto, più o meno una volta l’anno, conviene lasciare che la batteria si scarichi completamente, fino a spegnere lo smartphone, e poi ricaricarla completamente. In questo modo il contatore sa quanta carica ha realmente la batteria e sa stimarne meglio la durata.

Fonti aggiuntive: Time.

E-Cat, dieci mesi per capire

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “gianni.tom*” e “cp” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Seguo ormai da parecchio tempo la vicenda intrigante dell’E-Cat, il dispositivo realizzato da un gruppo di inventori italiani che parrebbe generare energia tramite una reazione nucleare pulita. Ha tutti gli ingredienti che inducono alla massima prudenza: una promessa straordinaria, un’apparente contraddizione delle conoscenze scientifiche attuali, poca trasparenza sui dati tecnici, toni accesi, scambi di accuse, polemiche e tifoserie accanite.

Purtroppo il campo delle energie generate in modo “miracoloso” è pieno di abbagli e imbrogli dai quali è indispensabile tutelarsi. Sperando che il miracolo stavolta ci sia davvero, perché ne abbiamo molto bisogno, dobbiamo però pretendere verifiche e conferme accurate ed imparziali prima di accettare i risultati apparentemente straordinari dell’E-Cat. È inutile sbilanciarsi – e imprudente aprire il portafogli – fino a quel momento.

Oggi è stata pubblicata su Query un’intervista al ricercatore Giuseppe Levi che contiene molti link utili e nella quale Levi dice che ci vorranno da sei a dieci mesi prima di poter emettere un rapporto completo sul funzionamento dell’E-Cat. Un tempo che stride molto con gli annunci dell’avvio in Grecia, entro questo novembre, della prima piccola centrale energetica (1 MW) basata su questa nuova tecnologia attribuita ad Andrea Rossi e al fisico Sergio Focardi.

È facile, in casi come questi, perdersi nei dettagli tecnici, nelle cataste di articoli e documenti e nelle polemiche sui metodi di misura, ma mi sembra ragionevole pensare che ci sia un modo molto semplice per capire se l’E-Cat funziona o è una bufala, senza costringere i suoi inventori a rivelare segreti industriali o altro, ed è lo stesso usato per tutti coloro che propongono dispositivi che sembrano generare energia dal nulla.

Il metodo è questo: si prende un E-Cat e lo si fa funzionare per qualche giorno (una settimana, per esempio) sotto stretta sorveglianza indipendente di ogni possibile via di apporto di energia. Il dispositivo in sé non ha bisogno di essere ispezionato: basta che sia isolato da qualunque cosa possa essere usata per alimentarlo di nascosto e che l’energia in uscita sia tale da precludere l’uso di batterie o altre riserve di energia nascoste all’interno del dispositivo (il megawatt promesso in Grecia, per esempio, sarebbe difficile da generare per una settimana di fila usando batterie nascoste o simili). Se alla fine l’aggeggio avrà generato più energia di quanta ne sia stata immessa per la sua gestione (e sarà stato possibile verificare che non ne sia stata immessa altra di nascosto), vorrà dire che funziona. Come funzioni di preciso lo si potrà discutere in seguito: ma prima occorre questa semplice dimostrazione.

Tutto qui: se funziona, è scienza; se non funziona, è una bufala. Se non viene dimostrato che funziona, in un campo così delicato e promettente bisogna presumere la bufala fino a schiacciante prova contraria. Le posizioni fideistiche, i sondaggi sul “credere” o meno all’invenzione di Rossi e Focardi, le teorie di complotto su presunti insabbiamenti da parte delle multinazionali del petrolio, sono stupide e inutili. Contano i fatti.

Per chi fosse interessato all’argomento e si fosse lasciato convincere dal fatto che l’E-Cat è stato brevettato, ricordo che un brevetto non garantisce di per sé che l’invenzione funzioni. Inoltre segnalo che la domanda di brevetto PCT/IT2008/00532, riguardante il dispositivo, fu respinta per insufficiente chiarezza nel descrivere l’invenzione in modo da consentire a un esperto del settore di riprodurla e per mancanza di prove di produzione di energia. Contiene, però, un’affermazione molto interessante: un esemplare del dispositivo sarebbe stato installato a ottobre 2007 presso la società EON (via Carlo Ragazzi 18, Bondeno, provincia di Ferrara; da non confondere con la E.ON) e funzionerebbe perfettamente “24 ore al giorno” fornendo “una quantità di calore sufficiente a riscaldare lo stabilimento”. Provo a investigare. Qualcuno ne sa di più?

Il brevetto italiano 0001387256, i cui estremi sono riportati qui presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi, non è consultabile online, ma è pubblicamente accessibile e richiedibile seguendo questa procedura. L’iter del brevetto europeo EP2259998, con le annesse contestazioni da parte di terzi, è disponibile qui presso l’Ufficio Brevetti Europeo. Un elenco più dettagliato dei vari documenti brevettuali sull’E-Cat è in questo articolo di Nyteknik.se (in inglese).

Per trasparenza, mi sento in dovere di precisare che alcuni anni fa sono stato collaboratore di una delle società coinvolte in questa vicenda. Non ho comunque avuto accesso privilegiato ai documenti riguardanti l’E-Cat.

Nulla mi farebbe più contento di scoprire una soluzione pulita e compatta ai problemi energetici che ci assillano. Ma l’esperienza insegna che se una cosa sembra troppo bella per essere vera, spesso non è vera. Aspettiamo quindi la dimostrazione. Anzi, pretendiamola.

E-Cat, i nuovi test “indipendenti” non sono né test né indipendenti

E-Cat, i nuovi test “indipendenti” non sono né test né indipendenti

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “rheticus” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

“Fusione nucleare fredda: un italiano ce l’ha fatta” annuncia trionfante Valerio Porcu su Tomshw.it. L’E-Cat di Andrea Rossi sarebbe stato sottoposto a “test indipendenti” che forniscono “prove… firmate da scienziati che così rischiano reputazione e carriera”. Addirittura l’apparato sarebbe “in grado di autoalimentarsi”. Il titolo così sicuro, però, stride con un’altra frase: “non si può dire per certo che sia tutto vero”.

L’impressione che si ha dall’annuncio (e da un articolo su Forbes) è che il controverso apparato sia stato finalmente esaminato diligentemente da esperti indipendenti e che abbia dimostrato inoppugnabilmente di generare più energia di quanta ne serve per attivarlo. Ma i fatti raccontano una storia ben diversa.

L’articolo tecnico Indication of anomalous heat energy production in a reactor device containing hydrogen loaded nickel powder (Arxiv.org), che fornisce i dettagli dei test in questione, descrive un metodo di misurazione dell’energia emessa decisamente indiretto e a dir poco stravagante, stracolmo di stime e approssimazioni in molti casi arbitrarie.

Prima di leggere l’articolo viene spontaneo immaginare due apparecchi di misura identici, uno in ingresso e uno in uscita, e un semplice calcolo per sottrazione: ma emerge che non è stato usato nulla del genere. C’è invece un complicatissimo sistema basato sull’osservazione del calore emesso, dal quale si deduce poi (con mille approssimazioni) l’energia corrispondente. Perché? L’impressione è che si sia scelto un metodo inutilmente complicato per confondere e abbagliare con grafici e tabelle a profusione.

Inoltre, come osserva New Energy Times, “gli autori [dell’articolo citato sopra] non hanno svolto un test indipendente; hanno invece partecipato a un’altra dimostrazione di Rossi e svolto misure su uno dei dispositivi di Rossi presso i suoi stabilimenti… Gli autori non hanno piena conoscenza del tipo e della preparazione dei materiali usati nel reattore e della modulazione della potenza in ingresso”.

Già. Nei “test indipendenti” una parte cruciale dell’apparato da testare era impossibile da esaminare: l’alimentazione, per esempio, era “montata dentro una scatola il cui contenuto non era ispezionabile in quanto facente parte del segreto industriale” (“mounted within a box, the contents of which were not available for inspection, inasmuch as they are part of the industrial trade secret.”). Un alimentatore non ispezionabile? In un apparato che secondo il suo inventore produce energia in modo rivoluzionario?

E c’è sempre la questione del misterioso additivo magico, il “catalizzatore” che è un altro “segreto industriale”, come lo è la “forma d’onda” usata per modulare la potenza in ingresso (“modulate input power with an industrial trade secret waveform”). Se tre dei componenti chiave dell’esperimento sono ignoti e inaccessibili agli sperimentatori, e quindi potenzialmente suscettibili di ogni sorta di manipolazione, non si può parlare seriamente di test indipendenti.

Per chi obietterà che Rossi ha il diritto di difendere il segreto sulla propria scoperta, ricordo che in tal caso ho il diritto di considerare il suo prodotto – come quello di chiunque altro annunci miracoli non ispezionabili – una bufala fino a prova contraria. Datemi una sola buona ragione per la quale dovrei fidarmi ciecamente invece di pretendere prove concrete.

Se Rossi volesse davvero fare luce sul suo misterioso ritrovato, potrebbe divulgarne i dettagli al mondo e intascarsi in men che non si dica un paio di premi Nobel per la scoperta del millennio, vivendo ricco e onorato per sempre. Se non lo fa, il dubbio che ci sia qualcosa di non limpido, visti i tantissimi precedenti truffaldini in questo campo così emotivamente sensibile, è perlomeno legittimo. Per non dire doveroso.

In altre parole, la presunta produzione di energia in eccesso da parte dell’E-Cat è “dimostrata” soltanto nel senso più goliardicamente generoso del termine, ossia tanto quanto un illusionista “dimostra” di segare una donna in due. Siamo ben lontani da dimostrazioni robuste e trasparenti, per cui vale anche per questi nuovi test fumosi la regola di sempre: se non si fa totale chiarezza, E-Cat ci cova.