Vai al contenuto

Android

Attenzione a Meitu, app un po’ troppo spiona

Attenzione a Meitu, app un po’ troppo spiona

Si dice spesso in informatica che se un servizio ti viene offerto gratis e lo usi, non sei il cliente: sei il prodotto in vendita. Un esempio perfetto di questa regola è Meitu, una popolare app per iOS e Android che permette di ritoccare in stile anime i selfie.

Meglio starne alla larga: gli esperti di sicurezza l’hanno esaminata e hanno scoperto che quest’app, che in teoria avrebbe bisogno solo di accedere alla fotocamera e alle foto, in realtà raccoglie la localizzazione GPS, il nome dell’operatore telefonico, la connessione Wi-Fi, l’identificativo della carta SIM, lo stato “craccato” o meno del dispositivo e altri dati personali che consentono di tracciare l’utente durante la navigazione in Rete. Questi dati vengono poi inviati ai server del creatore cinese dell’app.

Secondo il ricercatore Jonathan Zdziarski, Meitu è “un’accozzaglia raffazzonata di vari pacchetti di analisi e di marketing e tracciamento pubblicitario, con qualcosa di carino che induca le persone a usarla”. Molte app gratuite guadagnano raccogliendo informazioni personali che poi rivendono a società di marketing: è ormai una norma, perché pur di avere qualche like e retweet molti utenti sono disposti a chiudere un occhio, o entrambi, sulle questioni di sicurezza.

Questa purtroppo è una tendenza alla quale ci stiamo abituando nonostante gli ammonimenti degli addetti ai lavori, come quelli di Wired, The Register e TechCrunch per Meitu. Il risultato è, per esempio, che gli anni passano, l’app ficcanaso viene dimenticata ma rimane
installata e raccoglie silenziosamente dati anche quando si entra nel
mondo del lavoro e quindi sul telefonino risiedono informazioni sensibili come gli spostamenti di lavoro che permettono di tracciare le attività e i rapporti di un’azienda.

Aiuto, il mio Android è in bianco e nero!

Aiuto, il mio Android è in bianco e nero!

Avete un telefonino Android e volete divertirvi un po’ facendogli fare cose strane? Allora andate nelle impostazioni, trovate la voce Info sul telefono, apritela e poi toccate sette volte di seguito la voce Numero Build (la sequenza precisa varia da telefono a telefono, ma si conclude sempre su Numero Build; quella che ho descritto è riferita a un Nexus 5X con Android 7.0).

Comparirà il messaggio Ora sei uno sviluppatore. Adesso tornate indietro, all’inizio del menu Impostazioni: troverete una voce nuova, chiamata Opzioni sviluppatore.

La maggior parte delle opzioni che avete sbloccato è molto tecnica ed è meglio non modificarne nessuna se non siete esperti, ma ce ne sono un paio che possono essere utili e divertenti.

La prima di queste opzioni è Rimani attivo, che tiene permanentemente acceso lo schermo quando il telefonino è sotto carica: funzione utile se adoperate lo smartphone come cronometro o se volete tenere d’occhio le notifiche.

La seconda è Simula spazio colore: se la attivate, potete scegliere Monocromia, che fa diventare monocromatico lo schermo. Le altre modalità disponibili in quest’opzione, ossia Deuteranomalia, Protanomalia, Tritanomalia servono per chi ha queste forme di daltonismo (o a chi deve sviluppare software per chi ne è affetto) ma possono anche essere usate semplicemente per dare allo smartphone un aspetto insolito.

Fra l’altro, se avete uno schermo AMOLED, la modalità monocromatica non è soltanto un vezzo: riduce il consumo di energia dello schermo, per cui vi consente di allungare la durata della batteria se siete agli sgoccioli e non potete ricaricarla.



Fonte: Lifehacker. Ultimo aggiornamento: 2016/11/04 7:20.

Telefonini Android preinfettati, ci casca anche Altroconsumo

Telefonini Android preinfettati, ci casca anche Altroconsumo

Comperare un telefonino Android a basso prezzo e di marca poco conosciuta può sembrare un affare, ma spesso si rivela un danno notevole: la società di sicurezza informatica Kryptowire segnala infatti che vari modelli di smartphone Android, venduti da grandi catene di distribuzione come BestBuy e Amazon, arrivano agli acquirenti in condizioni tutt’altro che ottimali.

Sono infatti preinfettati con un firmware che trasmette a server cinesi vari dati sensibili degli utenti (i log delle chiamate e il contenuto degli SMS) senza informare gli utenti stessi, in forma cifrata e senza consentire di disabilitare questa condivisione indesiderata.

L’azienda produttrice, BLU, ha pubblicato un avviso in cui incolpa una “applicazione di terze parti che stava raccogliendo dati personali non autorizzati sotto forma di messaggi di testo, cronologie delle chiamate, e contatti” e avvisa che l’’applicazione è stata “prontamente rimossa” e poi aggiornata ad una versione che non raccoglie più questi dati. L’avviso spiega anche come verificare se un esemplare dei suoi telefonini è colpito o meno da questo problema.

Casi come questo sono piuttosto frequenti nel mondo dei dispositivi Android a basso costo: Tuttoandroid.net segnala che lo smartphone distribuito dalla rivista di difesa dei consumatori Altroconsumo contiene malware che è molto difficile da rimuovere. La rivista ha già ricevuto varie segnalazioni di questo genere sugli smartphone che offre agli abbonati.

Android, malware in Google Play scaricato un milione di volte

Android, malware in Google Play scaricato un milione di volte

Ultimo aggiornamento: 2016/11/22 15:15. 

Se usate un telefonino basato sul sistema Android (cioè praticamente tutti gli smartphone di qualunque marca a parte quelli di Apple e Microsoft), una delle prime raccomandazioni di sicurezza è fidarsi soltanto delle app che si trovano nel negozio ufficiale di Android, Google Play, e non installare mai app trovate al di fuori di Google Play, come purtroppo invece fanno in molti, finendo per infettare il proprio smartphone.

Per maggiore prudenza, inoltre, si consiglia di solito di fidarsi soltanto delle app che in Google Play risultano molto popolari, perché se fossero pericolose o infette gli utenti e gli esperti di sicurezza informatica se ne sarebbero già accorti da tempo e le avrebbero fatte rimuovere.

Infatti anche in Google Play capita di trovare app ostili che causano danni, ma di solito si tratta di meteore: app di scarsa popolarità, la cui pericolosità sfugge ai controlli di Google, degli utenti e degli esperti proprio perché vengono scaricate da pochi.
 
Di recente, però, questo criterio di prudenza è stato sovvertito: sulla fonte ufficiale delle app Android è stata pubblicata infatti un’app infetta che è stata poi scaricata da più di un milione di utenti prima che qualcuno si accorgesse della sua pericolosità.

L’app si chiama Multiple Accounts, ed è stata segnalata dalla società di sicurezza Doctor Web: consente di creare account multipli per giochi, mail, messaggi e altro software, e per questo è diventata molto popolare, ma in realtà include una trappola ingegnosa: un’immagine che contiene istruzioni cifrate che scaricano e installano applicazioni aggiuntive indesiderate sullo smartphone della vittima e visualizzano pubblicità indesiderata. In alcune versioni, l’app tenta addirittura di prendere il controllo del dispositivo, diventando quasi impossibile da rimuovere perché ha ottenuto i privilegi di root.

La regola di fidarsi solo delle app che sono in Google Play e sono popolari, insomma, non vale più. Per evitare questo genere di problema è opportuno installare sul dispositivo un antivirus e tenerlo aggiornato, in modo che possa impedire l’installazione di app pericolose. Gli antivirus per Android delle principali case produttrici sono in Google Play. Assicuratevi, ovviamente, di installare gli antivirus veri, che sono riconoscibili guardando il nome del produttore in Google Play oppure cercandoli direttamente nel sito ufficiale del produttore stesso. Molti sono gratuiti o comunque molto economici, e di certo costano molto meno di quel che vi costerebbe ripulire uno smartphone infettato. Anche in questo caso, dunque, vale il principio che prevenire costa meno che curare.



Fonte aggiuntiva: Graham Cluley.

Alternative a WhatsApp: Google Allo, troppo poco troppo tardi?

Alternative a WhatsApp: Google Allo, troppo poco troppo tardi?

Un ascoltatore del Disinformatico radiofonico mi ha chiesto un parere su Google Allo (per Android e iOS), la recente app di messaggistica che dovrebbe essere la risposta di Google allo strapotere di WhatsApp. In sintesi: troppo poco, troppo tardi, anche se le chicche interessanti non mancano.

Le somiglianze con WhatsApp sono davvero notevoli, al limite del plagio, per cui usare Allo per chi già usa l’app di Zuckerberg non è un problema. L’autenticazione si basa esclusivamente sul numero di telefonino, per cui non è obbligatorio associare Allo al vostro account Google.

Sono molto utili le risposte preconfezionate, che imparano dal vostro stile di scrittura, e i suggerimenti automatici in base al contesto: se per esempio state chattando di andare a mangiar fuori, Allo propone i nomi e gli orari dei ristoranti più vicini (senza dover uscire dall’app per cercarli e poi rientrare nell’app per copiaincollarli).

L’invio di messaggi di testo semplice da Allo a chi non ha Allo è molto allettante: se il destinatario ha un iPhone, i messaggi vengono convertiti in SMS tradizionali; se ha un Android, riceve una notifica che sembra un’anteprima di Allo. Ma in entrambi i casi i messaggi arrivano da numeri brevi, non dal vostro numero, e chi li riceve può sapere che li avete mandati voi soltanto perché Allo inizia il messaggio scrivendo il vostro nome.

Non c’è, però, la possibilità di usare Allo su più di un dispositivo o su computer o su tablet (se non ha una SIM), e soprattutto le conversazioni normali non sono cifrate end-to-end (da quando escono dal dispositivo a quando arrivano al destinatario) come quelle di WhatsApp ma sono leggibili da Google: devono esserlo per poter fornire i suggerimenti contestuali. Per fare una conversazione cifrata con Allo è necessario utilizzare la modalità Incognito, che però conserva comunque sul dispositivo un archivio della conversazione.

Questo, nota per esempio la Electronic Frontier Foundation, è un brutto modo di usare la cifratura, perché fa risaltare i messaggi sensibili (che sono cifrati) rispetto alle conversazioni normali (che sono in chiaro), mentre WhatsApp e altri applicazioni di messaggistica cifrano tutto, in modo che le conversazioni da proteggere si perdono nel mare di messaggi innocui perché sono tutte cifrate allo stesso modo.

Ma il limite principale di Allo è che arriva troppo tardi: è inutile usare un’app di messaggistica se non la usa nessun altro dei nostri amici, e ormai quasi tutti gli utenti sono su WhatsApp o Telegram, nel bene e nel male.

Alternative a WhatsApp: Signal, ora anche su computer

Alternative a WhatsApp: Signal, ora anche su computer

Signal (Signal.org) è considerata una delle app di messaggistica più attente alla sicurezza e alla riservatezza: da tempo è disponibile per Android e iOS, ma ora è possibile usarla anche su computer (Mac, Windows, Linux). Da pochi giorni la versione su computer funziona anche in abbinamento agli smartphone iOS (prima era limitata agli Android).

Installare Signal su computer è semplice: basta avere Google Chrome a andare a Signal.org/desktop per scaricare l’estensione Desktop di Signal per Chrome. Ovviamente bisogna tenere aperto Chrome.

Anche l’impostazione è banale: è sufficiente inquadrare un codice QR con la fotocamera del telefonino. I contatti vengono importati sul computer automaticamente.

In quanto a privacy e sicurezza, Signal usa lo stesso protocollo di crittografia end-to-end di WhatsApp ma a differenza di WhatsApp non condivide i dati degli utenti con Facebook, è open source (il codice delle sue app è liberamente ispezionabile), è consigliato da tutti i principali esperti di sicurezza informatica ed è gestito senza scopo di lucro da un gruppo di informatici che ha a cuore la protezione dei dati personali. Fra l’altro, Signal è gratuito e disponibile in italiano.

Samsung e le batterie incendiarie del Galaxy Note 7

Samsung e le batterie incendiarie del Galaxy Note 7

Il Galaxy Note 7 ha dei problemi notevoli con la batteria: sono già stati segnalati numerosi casi, circa una quarantina, di incendio spontaneo dovuto a surriscaldamento della batteria che hanno causato danni e lesioni. Il problema è causato da un difetto di fabbricazione di un lotto limitato di batterie.

Associazioni di consumatori, enti per la sicurezza dei trasporti e dei voli hanno invitato gli utenti a non portare a bordo questo modello di smartphone e in generale a smettere di usarlo e ricaricarlo. L’allarme ha fatto perdere a Samsung circa 26 miliardi di dollari in termini di valore di mercato.

L’azienda ha pubblicato la richiesta “a tutti coloro in possesso di un Galaxy Note7, di spegnerlo e di tornare ad utilizzare momentaneamente il telefono precedente all’acquisto, fino alla consegna di un nuovo Galaxy Note7 già prenotato, a partire dal 19 Settembre” (in Italia) o di “spegnere il proprio terminale e di riconsegnarlo al più presto al rivenditore presso il quale l’avevano acquistato [e] contattare il vostro rivenditore affinché possa prestarvi uno smartphone fin quando il nuovo Galaxy Note7 non sarà disponibile.” (in Svizzera) e ha attivato un programma di sostituzione. Chi vuole sapere se il proprio esemplare è a rischio può chiamare il numero verde apposito (diverso da paese a paese). C’è anche una pagina web nella quale gli utenti possono immettere il numero IMEI del proprio Galaxy Note 7, ma non è chiaro se sia utilizzabile per IMEI non statunitensi.

Gli smartphone coinvolti sono circa due milioni e mezzo. Per incoraggiare gli utenti a restituirli per la sostituzione, Samsung ha annunciato che diffonderà (almeno in Corea del Sud) un aggiornamento software che limiterà la capacità di carica della batteria al 60%. La speranza è che questo riduca il rischio di surriscaldamento incendiario e produca un disagio sufficiente a spingere gli utenti più pigri a farsi sostituire il dispositivo.

Fonti: Engadget, Ars Technica.

Comandi vocali nascosti nei video attivano i telefonini? Calma un attimo

Comandi vocali nascosti nei video attivano i telefonini? Calma un attimo

Sta circolando la notizia che dei ricercatori della Georgetown University e della University of California hanno dimostrato di poter eseguire comandi a distanza sugli smartphone Android e iOS ricorrendo a istruzioni vocali fortemente distorte, diffuse da un altoparlante. Il video è notevole, anche perché i comandi sono incomprensibili all’orecchio umano (perlomeno al mio) ma vengono capiti egregiamente dal telefonino, e hanno una sonorità inquietante.

Il risultato, nel video, è che un comando vocale riesce a far visitare un sito (che potrebbe essere un sito ostile o imbarazzante) e addirittura riesce a mettere il telefonino in modalità aereo: in pratica lo spegne a distanza, rendendo irreperibile il suo proprietario.

Ma la realtà dei fatti non è così semplice ed elegante come mostrato nel video, perlomeno secondo le mie prove. Infatti non sono riuscito a replicare gli effetti descritti facendo ascoltare il video all mio Nexus 5X, sul quale ho Android 6.0.1, che ho impostato andando in Impostazioni – Lingua e immissione – Lingua – English (US) e poi attivando OK Google (Settings – Language and input – Google Voice Typing – “Ok Google” detection – Always on), probabilmente perché questa versione di Android confronta l’audio con i campioni della mia voce che mi ha chiesto e accetta solo la mia voce o una voce molto simile.

L’articolo scientifico originale cita la versione 4.4.2 di Android (oltre alla versione 9.1 di iOS), per cui ho riesumato un vecchio Switel con Android 4.4.2 e l’ho configurato come sopra. Stavolta Google non mi ha chiesto campioni della mia voce e il riconoscimento dei comandi distorti è andato un pochino meglio: il comando “Ok Google” è stato riconosciuto, ma soltanto quando ho riprodotto l’audio mettendo l’altoparlante a ridosso del microfono dello smartphone.

Morale della storia: la dimostrazione dei ricercatori è concettualmente intrigante, perché mostra una vulnerabilità che molti non immaginano, ma in termini realistici le possibilità di eseguire un attacco in questo modo sono piuttosto modeste: serve un Android vecchio, sul quale sia attiva l’opzione OK Google e sia anche stata scelta la lingua corrispondente a quella delle registrazioni audio usate per l’attacco. Inoltre le condizioni audio necessarie sono particolarmente delicate.

In realtà se avete un Android vulnerabile a questo attacco dovreste preoccuparvi del fatto che state usando una versione di Android troppo antica, che vi espone a ben altri attacchi più semplici e probabili. Ma questa è un’altra storia.

Trasformare il telefonino nel tricorder di Star Trek (o quasi) con l’app Science Journal

Trasformare il telefonino nel tricorder di Star Trek (o quasi) con l’app Science Journal

Se avete la passione per la scienza, o conoscete qualcuno che ce l’ha o gliela volete instillare, allora regalatevi o regalate l’app Science Journal di Google (per telefonini Android): trasforma lo smartphone in una stazione di raccolta di dati scientifici che utilizza i vari sensori del dispositivo, misurando suoni (tramite il microfono), luce (mediante la telecamera) e movimenti (con l’accelerometro); altri valori possono essere acquisiti collegando il telefonino a sensori esterni.

L’app è gratuita e utilissima per insegnare i valori e il significato delle unità di misura e i grafici; consente di registrare i valori e combinarli in “esperimenti”. Per esempio, quanto è realmente rumorosa o silenziosa l’auto che guidate rispetto a quella degli amici o colleghi? Qual è l’accelerazione massima su un ottovolante, su un’altalena o durante un salto? Quanto è luminosa una lampadina rispetto a un’altra? Chi sa fare il grido più potente? I dati possono essere visualizzati in forma storica, tramite un grafico, oppure in tempo reale in forma numerica, ed esportati per l’elaborazione esterna in formato CSV.

L’app ha anche un sito di supporto, con proposte di attività, kit di materiale, accessori e tutorial. C’è anche un canale Youtube apposito.

Come far durare più a lungo la batteria di un dispositivo Android

Come far durare più a lungo la batteria di un dispositivo Android

Gli smartphone hanno spesso problemi di durata della batteria: se li usate intensamente, è facile trovarsi a fine giornata con il telefonino scarico. C’è chi ripiega sulle batterie esterne, che però sono ingombranti e hanno il vizio di non essere mai a disposizione quando servono (e di dover essere caricate), ma se avete un Android recente (versione 5.0 o successive) potete usare la funzione di risparmio energetico per far durare molto più a lungo la batteria.

Andate nell’app Impostazioni e scegliete Batteria (oppure accedete al menu a discesa delle impostazioni rapide e toccate l’icona della batteria) e poi scegliete, dal menu in alto a destra dietro i tre puntini, la voce Risparmio energetico.

Se scegliete Attivo, la attivate subito: viene ridotta la vibrazione (se l’avete attivata), vengono limitati i servizi di geolocalizzazione (quindi Google Maps non funziona) e viene quasi eliminata la ricetrasmissione di dati in background: in altre parole, le app per mail e messaggi si aggiorneranno soltanto quando le aprite. In pratica riducete il vostro smartphone a un telefonino basic. Noterete che sullo schermo vengono mostrate due bande arancioni, per ricordarvi che siete in modalità di risparmio energetico. Per disattivarla vi basta accedere alla stessa voce di menu usata prima oppure mettere lo smartphone sotto carica: la modalità resta disattiva anche quando scollegate il telefonino dalla carica.

Potete anche impostare il risparmio energetico in modo che si attivi automaticamente quando la batteria scende al 5% o al 15%: questo è utile per evitare di trovarsi ad attivare il risparmio quando ormai la batteria è quasi completamente scarica. Se poi decidete che questa modalità non vi piace, impostate Mai, disabilitate Attivo e non la vedrete più se non la attivate manualmente.