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Una storia di phishing bancario diversa dal solito: il ladro beffato

Questo articolo è disponibile anche in
versione podcast. Ultimo aggiornamento: 2022/02/18 13:25.

All’inizio sembra la classica storia di phishing bancario: un
truffatore crea un sito Web che somiglia a quello di una banca, manda una
raffica di SMS a casaccio che sembrano comunicazioni di allarme di quella
banca e contengono un link al sito del truffatore, e poi aspetta che le
vittime che hanno ricevuto quell’SMS e sono per pura coincidenza correntiste
di quella banca cadano nella trappola, cliccando sul link, visitando il sito e
immettendovi le proprie credenziali di accesso ai rispettivi conti bancari.

Di solito queste storie si concludono tristemente, con un truffatore che
svuota i conti bancari delle vittime. Ma stavolta non è così.

Tutto è iniziato il giorno di San Valentino, quando Giulio (@_anziano_
) mi ha mandato un
tweet
avvisandomi che aveva ricevuto un SMS che sembrava provenire da una banca (il
mittente apparente era CartaBCC) e conteneva un messaggio di allarme:
“Abbiamo sospeso temporaneamente la sua utenza si prega di compilare il
seguente modulo anagrafico per riattivarla. http://pay-stub.com/relax”
.

Giulio non è caduto nella trappola: anche se il messaggio era confezionato in
modo da ingannare, con quel mittente falsificato, e creare ansia all’idea del
blocco del conto corrente, il link contenuto nell’SMS era chiaramente sospetto
per chiunque lo esaminasse a mente fredda. Infatti Pay-stub.com non
sembra proprio un nome da sito bancario.

“Che faccio? Compilo?” mi ha chiesto ironicamente Giulio. 

Visitando il link con le opportune precauzioni ho visto che il falso sito
bancario era ancora attivo e conteneva la schermata di richiesta credenziali
di una nota
banca italiana.

La cosa era piuttosto sorprendente, dato che di solito questi siti-truffa
vengono identificati e rimossi dalle autorità nel giro di poche ore, ma il
bello doveva ancora arrivare.

Infatti il truffatore stava ancora agendo indisturbato, raccogliendo le
credenziali bancarie dei malcapitati correntisti che non si accorgevano
dell’inganno. Avrei dovuto quindi allertare la banca in questione e le
autorità, ma mi è arrivata una segnalazione confidenziale che ha ribaltato
allegramente tutta la situazione.

Una persona, che chiamerò Alex, mi ha segnalato che aveva visitato il sito del
truffatore e ne aveva esaminato la struttura, che era pubblicamente
accessibile. Aveva notato per esempio il
contenuto del file
robots.txt, che rivelava che si trattava di un sito che era stato
creato con il popolare software WordPress e in realtà apparteneva a un
servizio legittimo, nel quale il truffatore si era inserito abusivamente
aggiungendo le proprie pagine-esca.

Alex mi ha detto inoltre di aver provato ad aggiungere al nome del sito un
nome di file usato molto frequentemente, che non cito qui per prudenza, e di
aver scoperto in questo modo un vero tesoro: il file nel quale il truffatore
archiviava i dati immessi dalle vittime.

Ebbene sì, non tutti i criminali informatici sono professionisti infallibili:
questo genio del male aveva commesso l’errore fondamentale di lasciare
pubblicamente accessibile
il file nel quale stava man mano registrando le credenziali delle proprie
vittime: indirizzo IP, login, nome, password, numero e CVV della carta
bancaria, scadenza della carta, numero di telefono. Era sufficiente conoscerne
l’URL per leggerlo tranquillamente con un normale browser:
https://pay-stub.com/relax/%5Bnomefile%5D.txt.

Ecco un campione (opportunamente oscurato) del file:

Ho provato io stesso, immettendo naturalmente dati fasulli, e puntualmente in
fondo al file *.txt è comparsa una riga nuova contenente il mio
indirizzo IP e i miei dati.

31.10.147.234  user -> '37803130' |  password -> 'sgomberonte' |  tel -> '' | 

Purtroppo, però, alcuni dei dati immessi da altre persone erano probabilmente
reali e quindi ho contattato alcune delle vittime per avvisarle. Molte non
erano al corrente della situazione e sono state giustamente sospettose nel
ricevere la mia telefonata di avviso, nella quale ho spiegato chi ero e non ho
chiesto dati personali ma li ho comunicati io a loro, ossia il
contrario di quello che fa un truffatore: ho detto cose del tipo
“Buongiorno, sono un giornalista informatico, se lei è il signor Taldeitali
ed è correntista presso la Banca Cosìecosà e la sua password inizia con
queste lettere, tenga presente che la sua password è stata rubata e
rinvenuta in un archivio di password trafugante e le conviene cambiarla
immediatamente”
.

Come sempre in questi casi, non è facile raggiungere le vittime una per una, e
quando le si raggiunge è molto difficile spiegare tutta la situazione. Del
resto, se vi telefonasse uno sconosciuto dicendovi le vostre password
bancarie, come la prendereste?

Per fortuna le pagine-trappola sono state rimosse due giorni dopo (oggi
pomeriggio, insomma) e quindi i dati rubati non sono più reperibili
pubblicamente. Ma ne ho conservato una copia, ed esaminandola è venuta fuori
la beffa: a un certo punto molte vittime si sono accorte che si trattava di un
tentativo di truffa e quindi hanno inondato il ladro di dati fasulli, rendendo
praticamente inutilizzabile la raccolta di credenziali iniziata dal
truffatore.

Anzi, alcune delle vittime hanno scelto di immettere dei dati apparentemente
plausibili insieme a dei nomi utente o password decisamente scurrili, che non
posso riferire qui, per far capire al ladro che non si erano fatte ingannare.
Se il ladro conosce alcuni dialetti italiani, avrà trovato alcune descrizioni
molto colorite delle attività personali di sua madre e numerosi suggerimenti
pittoreschi su pratiche anatomicamente impegnative a cui poteva dedicarsi.

Ma non è finita: all’inizio del file che conteneva le credenziali c’erano
anche i dati delle prove fatte dal ladro, che includevano anche il suo
indirizzo IP.

Si tratta di un indirizzo IP italiano, specificamente della rete cellulare
Vodafone. Ho
comunicato
questi dati alla Polizia Postale italiana, che a questo punto dovrebbe avere
tutto il necessario per identificare l’aspirante ladro. 

—-

Una volta tanto è andata bene, insomma: ma truffatori come questi compaiono
tutti i giorni, per cui conviene imparare da questi incidenti a lieto fine
come riconoscere i tentativi di inganno.

  • Prima di tutto, non bisogna mai fidarsi dei mittenti degli SMS, perché
    possono essere falsificati facilmente. 
  • Poi non bisogna mai cliccare sui link presenti negli SMS, specialmente se si
    tratta di messaggi di allarme che riguardano conti bancari o spedizioni
    postali o vincite inaspettate.
  • Infine bisogna ricordare che nessuna banca seria allerterà i propri clienti
    tramite dei messaggini contenenti dei link o chiederà telefonicamente di
    confermare codici di accesso.

Siate prudenti. E se siete informaticamente ben protetti (la cosa più semplice è
usare Browserling.com, che vi offre tre
minuti di tempo su un computer remoto sacrificabile), potreste provare a
visitare questi siti-trappola e riempirli di informazioni sbagliate: aiutereste
a proteggere le vittime nascondendo le loro credenziali vere in una selva di
credenziali fasulle. In alternativa, se vi imbattete in uno di questi siti
potete segnalarlo a Google presso
Safebrowsing.google.com, cliccando su Report phish. Google a sua volta allerterà gli utenti se
lo visitano.

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