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20 anni fa, la tragedia dello Shuttle Columbia

Ultimo aggiornamento: 2023/02/05 15:50.

Il tempo passa e tanti ricordi sbiadiscono in fretta, ma alcuni rimangono
impressi per sempre. Come tante persone, quel giorno di vent’anni fa, stavo
seguendo in diretta via Internet il rientro dello Shuttle Columbia. Dieci anni fa scrissi
queste parole, che credo siano ancora valide ora che si torna a volare frequentemente
nello spazio e si pianificano nuovi veicoli e nuove missioni, come promemoria
del fatto che lo spazio è un ambiente ostile che non perdona e che non va mai,
in nessun caso, preso sottogamba. Per aspera ad astra.

Ricordo una voce del Controllo Missione che cercava ripetutamente, oltre
ogni buon senso e ogni speranza, di avere risposta alle sue chiamate via
radio dallo Shuttle
Columbia
che stava rientrando sulla Terra al termine della propria missione.
Ricordo le prime immagini di quei frammenti brillanti che solcavano in
gruppo il cielo, tracciando scie bianche che non lasciavano spazio a
conclusioni alternative.

Ricordo la voce rotta del direttore di volo che dava l’ordine che nessun
direttore vorrebbe mai dare: chiudere a chiave le porte della sala
controllo e sigillare i computer. L’ordine significa che la missione si è
conclusa in tragedia e che ora bisogna congelare la situazione per capire
cosa è andato terribilmente storto. Sette astronauti erano morti: Rick
Husband, William McCool, Michael Anderson, Kalpana Chawla, David Brown,
Laurel Clark, Ilan Ramon. Di loro restavano soltanto le immagini, a quel
punto amaramente fuori luogo, dei loro sorrisi e dei loro sereni resoconti
degli esperimenti svolti durante la missione, trasmesse a terra prima del
rientro. C’era persino un video, recuperato fra i rottami, che mostrava
l’equipaggio durante le fasi iniziali del rientro, ignaro di quello che
sarebbe accaduto pochi minuti più tardi.

Durante il decollo, lo Shuttle era stato colpito all’ala sinistra da un
frammento della schiuma isolante dei supporti del grande serbatoio di
propellente che accompagnava la navetta. Il danno sembrava a prima vista
trascurabile e la fase orbitale della missione era stata completata
normalmente, ma l’impatto aveva in realtà aperto un varco nell’ala
attraverso il quale, durante il rientro, era penetrato un getto dell’aria
rovente che circondava il velivolo, fondendo la struttura dall’interno.
L’ala si era spezzata e il velivolo spaziale privo di controllo si era
disintegrato mentre correva a venti volte la velocità del suono, a circa
70 chilometri di quota.

All’epoca erano circolate le
storie più strane
e alcuni giornali avevano pubblicato
falsi scoop sul disastro. Nel 2008 fu pubblicato il
rapporto finale
sulle cause della perdita dell’equipaggio e del veicolo. Questo secondo
incidente mortale con uno Shuttle (dopo quello del
Challenger
nel 1986) fu l’inizio della fine per questo veicolo straordinario.

Due disastri avvenuti (e
tanti altri sfiorati) non solo per colpa di un veicolo eccessivamente complesso e delicato,
frutto di mille compromessi tecnici e politici, non solo per colpa di un
ambiente che per sua natura è irto di pericoli, ma anche per colpa di un
difetto più insidioso: l’autocompiacimento della NASA, il suo eccesso di
fiducia e di tolleranza verso gli errori.

Entrambe le tragedie erano state preannunciate da problemi che i dirigenti
della NASA decisero ripetutamente di ignorare. E ogni missione che riusciva a
tornare a casa regolarmente nonostante danni sempre più gravi faceva crescere
quest’autocompiacimento, invece di far suonare campanelli d’allarme.
“Visto? Siamo tornati anche stavolta, quindi quelle preoccupazioni sulle
scheggiature dello scudo termico o sul gelo eccessivo nelle guarnizioni dei
motori a propellente solido sono eccessive.”

Nel 1986 e nel 2003 quattordici persone, e le loro famiglie, pagarono un
prezzo altissimo per quell’eccesso di fiducia.

Per il ventesimo anniversario del Columbia, il sempre documentatissimo
Eric Berger di Ars Technica ha pubblicato un
articolo
che spiega bene la cultura della NASA che portò a questi incidenti.

Lo Shuttle Columbia sulla rampa di lancio nei primi giorni del 2003. I
cerchi rossi indicano il punto di distacco del frammento di schiuma isolante e
il suo punto di impatto sull’ala sinistra del veicolo. Fonte:
Ars Technica.

Scott Manley inoltre ricostruisce istante per istante la dinamica del disastro
del Columbia sulla base delle inchieste effettuate:

Manley cita anche i principali rapporti tecnici e un libro sulla
vicenda:

E questa è l’inesorabile, agghiacciante ricostruzione in tempo reale degli eventi, con le ultime immagini degli astronauti riprese in video durante il rientro e recuperate dai rottami del Columbia e le chiamate del Controllo Missione (da 13:40).