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Una bizzarra mail da una Questura italiana

A metà giugno scorso ho ricevuto una mail molto strana: una richiesta di
informazioni apparentemente proveniente da una Questura italiana. La mail, non
certificata, è arrivata sulla mia normale casella Gmail. Da una Questura mi
sarei aspettato perlomeno una PEC. Per questo motivo, e per via del suo
contenuto, ho pensato che si trattasse di una burla o di un tentativo di
raggiro.

La mail, infatti, mi chiedeva di fornire le generalità complete, il luogo di
residenza e un recapito telefonico del direttore responsabile della testata
online “Il Disinformatico” e faceva il mio nome.

La motivazione, stando al testo della mail, era un mio articoletto di ottobre
2023,
questo: “Marcello Foa dà una lezione di giornalismo. Ma alla rovescia”, nel
quale avevo riferito concisamente la vicenda delle accuse infondate di Foa
all’amico e collega David Puente. 

Foa, riprendendo un articolo di Giuseppe Vatinno su Affaritaliani.it, aveva
affermato molto pubblicamente che Puente non fosse iscritto all’Ordine dei
Giornalisti (i dettagli sono qui) e quindi fosse vicedirettore abusivo di Open. Ma in realtà aveva
semplicemente cercato male nei registri dell’Ordine (nei quali Puente c’è
eccome) ed era saltato a una conclusione perlomeno azzardata.

Nella mail apparentemente proveniente dalla Questura, inoltre, mi si chiedeva
di specificare il luogo di inserimento online del mio articoletto.

Ho risposto dicendo che per qualunque richiesta di informazioni o
comunicazione di natura legale o confidenziale andava usata l’apposita PEC,
paolo.attivissimo@pec.net

Con mia sorpresa, il giorno dopo mi è davvero arrivata una PEC dalla Questura
in questione, con lo stesso contenuto. Ho risposto, sempre via PEC, dando le
mie generalità e specificando di essere giornalista e residente in Svizzera e
che il luogo di inserimento online era il mio indirizzo di casa (presumendo
che intendessero il luogo in cui mi trovavo quando ho scritto l’articolo, non
l’ubicazione del server di Google che ospita l’articolo).

Qualche giorno dopo mi è arrivata un’altra PEC dalla stessa Questura, nella
quale mi si chiedeva di contattarla telefonicamente per ulteriori chiarimenti.
Cosa che ho fatto, ottenendo una conversazione piuttosto bizzarra.

Mi è stato chiesto se avevo un indirizzo o un domicilio in Italia. No, ho
risposto, abito in Svizzera, come ho scritto, e ci abito da vent’anni. Sono
anche diventato cittadino svizzero. 

Ma almeno vengo qualche volta in Italia? Sì, ma come turista. Non ho
un’abitazione in Italia.

Ma non vado mai a Roma? A volte, ma non ho in programma di andarci se non ho
un ottimo motivo per farlo.

Ma davvero non ha una casa in Italia? Ehm, no, come ho già detto. Vivo in
Svizzera. Lavoro in Svizzera. I miei figli sono cresciuti in Svizzera. Sono
cittadino svizzero. Perché mai dovrei avere una casa in Italia?

Insomma, a quanto mi è parso di capire, tutte queste strane domande erano
mirate a vedere se era possibile eleggere un mio domicilio in Italia per
qualcosa che ha a che fare con quel mio breve resoconto, forse una presunta
diffamazione a mezzo stampa.

Staremo a vedere. Nel frattempo, volevo condividere con voi questo momento di
ordinaria burocrazia.

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