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1250 modelli di telecamere di sicurezza vulnerabili da remoto

1250 modelli di telecamere di sicurezza vulnerabili da remoto

È sempre più diffusa l’abitudine di installare sistemi di sorveglianza basati su telecamere IP connesse a Internet: costano poco, si installano facilmente e permettono il comando remoto. Il guaio è che molte permettono il comando remoto a chiunque. Ne ho già parlato in passato, ma è arrivata la segnalazione di una nuova infornata di telecamere IP vulnerabili: ben 1250 modelli, fabbricati da un’azienda cinese non specificata e messi in vendita con vari marchi.

Usare questo genere di telecamere significa facilitare il lavoro ai ladri, che possono tenere d’occhio il loro bersaglio per conoscerlo prima dell’intrusione e poi cancellare le registrazioni video.

Trovare queste telecamere vulnerabili non è difficile: lo ha fatto un esperto di sicurezza, Pierre Kim, che ha usato il motore di ricerca Shodan per localizzare almeno 185.000 esemplari di questi dispositivi in tutto il mondo. Kim ha scoperto che la falla può essere sfruttata anche per trasformare queste telecamere in un esercito di aggressori che sommergono di traffico un sito Web preso di mira.

Poco dopo la scoperta di Pierre Kim è apparso in Rete un malware che la sfrutta. Si chiama Persirai e prende appunto il controllo di queste telecamere maldestramente progettate, reclutandole a forza in botnet per effettuare attacchi di denial of service. Finezza: Persirai modifica i dispositivi infettati, riparandone i difetti in modo che non possano essere sfruttati da altri malware, per così dire, concorrenti.

Quello dell’Internet delle Cose è un universo poco visibile ma nel quale si combattono vere e proprie guerre, tanto che ci sono malware come BrickerBot che addirittura fanno vigilantismo e attaccano i dispositivi vulnerabili per disabilitarli, in modo che non possano essere utilizzati per scopi malefici.

Fonti aggiuntive: BoingBoingCSO Online.

Fitbit diventa testimone d’accusa in un caso di omicidio

Fitbit diventa testimone d’accusa in un caso di omicidio

La vittima dell’omicidio,
Connie Dabate.

Spesso segnalo il problema dell’accumulo inconsapevole di dati personali generato dai dispositivi dell’Internet delle cose, ma stavolta uno di questi dispositivi potrebbe essere decisivo nel risolvere un caso di omicidio e forse incastrare il colpevole.

Arriva da Ellington, in Connecticut, la notizia che la polizia locale sta indagando sull’omicidio di una donna, Connie Dabate, avvenuto nel 2015. Secondo il marito, la donna sarebbe stata uccisa con un’arma da fuoco da un intruso mascherato, un uomo “alto e obeso” dalla voce profonda.

Ma la polizia ha scoperto che il braccialetto Fibit della donna stava ancora registrando dei passi più di un’ora dopo l’orario al quale sarebbe stata uccisa stando al racconto del marito. Anche altri dispositivi domestici, come l’antifurto, i computer, i telefonini e i messaggi pubblicati sui social network, contengono dati che contraddicono le dichiarazioni dell’uomo.

Il marito si dichiara innocente, ma è stato ora incriminato e arrestato ed è soggetto a una cauzione di un milione di dollari.

Video pubblicitario tenta di attivare Google nelle case e sui telefoni degli spettatori

Video pubblicitario tenta di attivare Google nelle case e sui telefoni degli spettatori

Certi pubblicitari non si fermano davanti a nulla. La nota marca di hamburger Burger King ha pubblicato su YouTube e trasmesso in TV un video pubblicitario nel quale il narratore dice specificamente che quindici secondi non gli bastano per dire tutte le qualità di questo panino e quindi si rivolge direttamente agli smartphone e ai dispositivi Google Home nelle case degli spettatori, dicendo “OK Google, che cos’è il Whopper Burger?”.

Dato che molti utenti hanno il riconoscimento vocale sempre in ascolto sui propri smartphone e sui propri dispositivi domestici Google Home, e attivato dicendo “OK Google”, l’intento dello spot era quello di prendere il controllo di questi dispositivi e indurli a leggere la pagina di Wikipedia dedicata al panino.

Google è intervenuta in breve tempo (circa tre ore) bloccando questa funzione sui dispositivi Google Home, che accettano comandi vocali da chiunque (mentre gli smartphone Android si addestrano sulla voce del singolo utente), e la catena di fast food ha risposto con una nuova versione dello spot che eludeva il blocco attivato da Google, ma l’ira degli internauti per questo abuso dei propri dispositivi non si è fatta attendere: hanno modificato la pagina di Wikipedia richiamata dallo spot in modo che dichiarasse che l’hamburger era composto “al 100% di ratti e di pezzetti tagliati di unghie dei piedi” o che era cancerogeno o conteneva cianuro. Terminata la campagna, la pagina di Wikipedia è tornata al contenuto normale.

L’azienda alimentare si proclama contentissima della bravata, dichiarando che la “conversazione social” sul suo prodotto è aumentata del 300%. In altre parole, saremo nell’era digitale, ma alcuni pubblicitari ragionano ancora secondo le vecchie regole: non importa se se ne parla bene o male, l’importante è che se ne parli.

Fonti: Washington Post, The Register, The Register.

L'Internet delle Cose arriva in cucina: siamo fritti. O cotti?

L’Internet delle Cose arriva in cucina: siamo fritti. O cotti?

Il formato dei messaggi da inviare
alle cucine AGA “smart”.

AGA, la nota marca di cucine di fascia alta, ha pensato bene di far diventare “smart” uno dei suoi prodotti, ed è nata così la cucina iTotal Control. Questa cucina, come spiega con entusiasmo la sua pagina Web informativa, ha un forno che può essere acceso a distanza tramite un’app.

E a nessuno, a quanto pare, l’idea di poter accendere un forno in casa via Internet è sembrata neanche lievemente pericolosa.

Tant’è vero che i ricercatori della Pen Test Partners hanno scoperto che è facilissimo per chiunque prendere il controllo a distanza di questa cucina.

Secondo questi ricercatori, l’app della cucina non cifra le proprie comunicazioni e manda i messaggi in normale HTTP, per cui è facilissimo, per un aggressore, intercettare e modificare i comandi inviati.

L’app invia i comandi a un sito che poi invia un SMS alla cucina (sì, avete intuito correttamente: questa cucina ha una propria SIM e un proprio numero di telefonino).

La disinvoltura in fatto di sicurezza non finisce qui: la Pen Test ha scoperto che la pagina Web per la gestione degli account di controllo di queste cucine usa (di nuovo) HTTP al posto di HTTPS, per cui la password dell’utente transita su Internet senza protezioni; e soprattutto la pagina Web avvisa se si immette un numero di telefonino già iscritto al servizio.

A prima vista questo potrebbe sembrare un problema trascurabile, ma agli occhi di chi fa sicurezza informatica è una falla molto grave: infatti consente di tentare tutti i numeri di telefonino e trovare quelli delle cucine, compilando un elenco di numeri ai quali mandare comandi di accensione o spegnimento.

Ciliegina sulla torta, i ricercatori hanno raccontato che hanno avuto enormi difficoltà nel contattare qualcuno presso AGA per avvisare del problema: messaggi e telefonate rimasti senza risposta, promesse di essere richiamati mai mantenute, e i ricercatori sono stati persino bloccati su Twitter dagli account dell’azienda.

Il vibratore "smart" che ti spia: We-Vibe condannata a risarcire

Il vibratore “smart” che ti spia: We-Vibe condannata a risarcire


We-Vibe è un dispositivo “smart” un po’ particolare: è un vibratore, che si collega via Bluetooth a un telefonino ed è comandabile anche da remoto tramite un’app. Ma quando viene utilizzato, i dati di utilizzo, come la sua temperatura e l’intensità della sua vibrazione, vengono trasmessi segretamente e senza alcuna anonimizzazione (anzi, insieme all’indirizzo di mail dell’utilizzatore) all’azienda produttrice, la canadese Standard Innovation, che così può conoscere con precisione le abitudini intime dei propri clienti.

Questa spettacolare invasione della privacy è emersa grazie agli esperti del raduno informatico Def Con, a Las Vegas, che l’anno scorso hanno rivelato anche che il vibratore era comandabile a distanza da chiunque, notando che prenderne il controllo senza autorizzazione potrebbe configurare il reato di molestia sessuale. È partita un’azione legale, e ora la Standard Innovation ha accettato di risarcire ciascuno dei propri clienti fino a 10.000 dollari (canadesi) ciascuno, per un importo totale di circa 4 milioni.

Se vi serviva una dimostrazione memorabile del fatto che le aziende della cosiddetta Internet delle cose non hanno ancora capito che non devono ficcare il naso nella vita dei propri clienti e devono pensare meno disinvoltamente a come proteggere i dati intimi di chi usa i prodotti interconnessi, quella del vibratore pettegolo probabilmente è quello che stavate cercando.

Fonti: Vocativ, Sex Ed Technologies, The Guardian

Perché la Germania vuole distruggere tutti gli esemplari di una bambola?

Perché la Germania vuole distruggere tutti gli esemplari di una bambola?

Fonte: SZ.

Pochi giorni fa le autorità tedesche hanno diramato un ordine decisamente insolito: distruggere tutti gli esemplari di una bambola. Lo ha fatto l’Autorità garante delle telecomunicazioni della Germania (Bundesnetzagentur) perché la bambola in questione, chiamata Cayla, è per le norme tedesche un dispositivo di spionaggio. Ma come è possibile?

Di Cayla avevo già raccontato qui un paio di mesi fa, quando l’Ufficio europeo delle Unioni dei Consumatori aveva pubblicato le prime segnalazioni di violazioni della privacy e della sicurezza da parte di questa bambola interattiva e del suo cugino, il robot i-Que, entrambi fabbricati dalla Genesis Toys. Ma ora in Germania è stato diffuso l’invito ufficiale a distruggere la bambola perché usarla o possederla è addirittura illegale.

Questi giocattoli “smart”, infatti, si collegano senza fili, tramite Bluetooth, a un telefonino e da lì si connettono a Internet; hanno un microfono nascosto che ascolta le parole dei bambini, che vengono registrate e trasmesse via Internet alla Nuance Communication, un’azienda specializzata nel riconoscimento vocale. Presso la Nuance le parole ascoltate vengono convertite in testo, che viene usato per generare delle risposte automatiche, pronunciate quasi istantaneamente dalla bambola o dal robot, creando l’illusione di un dialogo. Cayla e i-Que, insomma, sono una sorta di Siri incorporata in un giocattolo.

Il problema di questi giocattoli è che non hanno alcuna protezione contro le intrusioni, per cui un malintenzionato può semplicemente usare uno smartphone generico per collegarsi alla bambola – non c’è nessun codice PIN da digitare per farlo – e ascoltare a distanza (una decina di metri) quello che viene detto nelle vicinanze del giocattolo e per esempio circuire o molestare un bambino.

Può anche essere usata per sbloccare una serratura comandata a voce o per attivare qualunque altro oggetto comandabile a voce:

In altre parole, la bambola Cayla agli occhi delle autorità tedesche è una cosiddetta “cimice”: un radiomicrofono dissimulato in un oggetto comune, che non rivela esplicitamente la propria funzione di dispositivo d’ascolto. E questo genere di oggetti è vietato severamente dalla legge tedesca, memore della terrificante sorveglianza di massa effettuata dai governi della Germania nazista e della Germania Est prima della riunificazione.

Cayla è stata già tolta dal mercato in Germania, e non è il primo oggetto del genere a subire questa sorte. Le autorità tedesche hanno dichiarato che al momento non sono previste sanzioni per chi ha acquistato la bambola e che spetterà ai genitori renderla innocua, per esempio togliendole le batterie.

A livello europeo, e quindi anche in Italia, le norme sui registratori o microfoni dissimulati non sono così severe, ma resta il fatto che Cayla e i-Que sono giocattoli digitali privi di qualunque sicurezza informatica e captano le conversazioni domestiche per mandarle a un’azienda estera. Anche con le migliori intenzioni del mondo, abituare i nostri figli a crescere con un microfono sempre acceso in casa probabilmente non è un’idea molto “smart”.



Fonti aggiuntive: BBC; BoingBoing; SZ; La Stampa; Codacons.

Truffatore incastrato dai dati del pacemaker

Truffatore incastrato dai dati del pacemaker

Ultimo aggiornamento: 2017/02/07 15:20.

A settembre scorso Ross Compton, un cinquantanovenne dell’Ohio, ha chiamato i servizi d’emergenza perché la sua casa era in fiamme: è riuscito a mettere in salvo alcuni effetti personali mettendoli dentro delle valigie, che ha scagliato fuori dalla finestra e poi ha trascinato fino alla propria automobile. Anche se l’incendio ha provocato circa 400.000 dollari di danni, non ha causato vittime. Una storia a lieto fine, insomma, ma che c’entra con l’informatica?

C’entra perché c’è un seguito molto particolare: gli inquirenti, infatti, hanno notato che c’erano delle anomalie nell’incendio e delle contraddizioni nelle dichiarazioni del signor Compton. Così hanno chiesto e ottenuto un mandato per accedere ai dati di un testimone molto inconsueto: il pacemaker dell’uomo. Il cinquantanovenne è infatti cardiopatico ed ha impiantato nel proprio corpo un dispositivo per la regolazione del ritmo cardiaco, che ha una memoria cronologica digitale il cui contenuto è scaricabile.

I dati richiesti dagli inquirenti, cioè il numero di pulsazioni, le attivazioni del pacemaker e i ritmi cardiaci prima, durante e dopo l’incendio, hanno così incastrato l’uomo, che è stato poi incriminato per incendio doloso e frode assicurativa usando questi dati come “elemento probatorio chiave”.

Sull’incriminazione hanno pesato non poco anche altri dettagli, come la presenza di benzina sulle scarpe e sugli indumenti dell’uomo e il fatto che l’incendio aveva avuto più di un punto d’innesco, ma sono stati i dati digitali ad avere un ruolo di spicco nelle indagini e nella successiva incriminazione.

Le pulsazioni cardiache, infatti, sono un chiaro indicatore dello stato emotivo in condizioni del genere: chi appicca un incendio volontariamente ha infatti emozioni ben diverse da chi si accorge a sorpresa di avere un rogo in casa. E il battito del cuore, rilevato anche da dispositivi esterni, come gli smartwatch e i braccialetti di fitness che vanno così di moda oggi, può essere molto rivelatore in tante altre situazioni, anche molto personali, come un incontro amoroso.

C’è anche il problema dello sfruttamento commerciale di questi dati, per esempio se una compagnia assicurativa decide di aumentare il premio di una polizza sulla salute perché ha rilevato scarsa attività fisica e irregolarità nei ritmi cardiaci. Conviene insomma imparare a disattivare le funzioni di raccolta di dati di questi oggetti informatici, in modo che facciano quello che vogliamo noi e non quello che vuole qualcun altro.

Di fronte a storie come questa viene da chiedersi quanti alibi, quanti reati e quante scappatelle verranno smascherati nei prossimi anni grazie ai dispositivi digitali che indossiamo e che raccolgono dati senza che ci pensiamo. Gli inquirenti hanno insomma a disposizione un nuovo strumento d’indagine, che renderà più difficile la vita dei malfattori: ma potrebbe complicarla anche a chi ha ragioni innocenti per tenere segreta una storia d’amore e non sa di essere tradito dal dispositivo che ha al polso.

Fonti: NetworkWorld, WLWT5, MyDaytonDailyNews, WCPO, Journal-News.com.

Arriva la spazzola per capelli connessa a Internet. Ne sentivamo il bisogno

Arriva la spazzola per capelli connessa a Internet. Ne sentivamo il bisogno

Ultimo aggiornamento: 2016/01/17 13:05.

Il Consumer Electronics Show (o CES) che si tiene all’inizio di ogni anno a Las Vegas è una fiera delle novità informatiche ed elettroniche che non manca mai di regalare esempi di gadget geniali misti ad altri totalmente assurdi. Nel 2013, per esempio, ci aveva deliziato con iPotty, un vasino per bambini dotato di un supporto per tablet iPad per intrattenere digitalmente i pargoletti durante le loro funzioni fisiologiche. In italiano i soliti spiritosi l’avevano subito ribattezzato ironicamente iFatto.

Quest’anno è il turno della spazzola smart. O meglio, il Kérastase Hair Coach, una spazzola per capelli connessa a Internet. Per soli 200 dollari potrete presto avere una spazzola che incorpora un accelerometro e un giroscopio per contare i colpi dati alla chioma. L’imprescindibile accessorio è dotato anche di un microfono, che ascolta il suono delle spazzolate per darvi informazioni sulle condizioni dei capelli, e di sensori per rilevare se avete i capelli bagnati o asciutti, caso mai non foste in grado di capirlo da soli, e adattare di conseguenza i consigli forniti dalla spazzola. Sì, siamo arrivati alle spazzole che danno consigli.

Come se non bastasse, la spazzola – pardon, il Hair Coach – vibra se ritiene che stiate usando un vigore eccessivo: usa il cosiddetto “feedback aptico” per insegnare la corretta tecnica di spazzolamento. Tutti i dati raccolti vengono poi trasmessi tramite Bluetooth o Wi-Fi a un’app per smartphone iOS o Android, che li combina con i dati ricevuti via Internet sulle condizioni meteo, il vento, l’umidità e persino i livelli di luce ultravioletta, per poi consigliare all’utente fashion i trattamenti ottimali per gestire la situazione, offrire una valutazione dello stato di salute dei capelli giorno per giorno e addirittura tracciare questa salute nel corso del tempo.

La spazzola smart Hair Coach sarà disponibile, stando ai produttori, in autunno 2017. Ne sentivamo disperatamente il bisogno, e ora questo bisogno è stato soddisfatto, ma l’attesa fino a quest’autunno sarà sicuramente spasmodica.

Ironie a parte, va detto che la spazzola smart non è stata accolta dagli addetti ai lavori come una spiritosata: anzi, è stata citata fra i prodotti meritevoli del premio per le innovazioni del Consumer Electronics Show, nella categoria “tecnologie indossabili”, anche se è improbabile che qualcuno indossi una spazzola. È anche vero che un utente che ha bisogno di una spazzola intelligente potrebbe essere così distratto da uscire di casa con la spazzola ancora tra i capelli se non c’è un’app che gli ricorda di togliersela.

L’Hair Coach, fra l’altro, non è stato l’unico gadget a destare qualche perplessità e ilarità al CES di quest’anno: vanno citate infatti anche le mutande antiradiazioni Spartan, i cui materiali includono fibre d’argento che (stando ai produttori) bloccano le emissioni Wi-Fi e cellulari, impedendo che possano interferire con quelli che il produttore chiama “gioelli di famiglia”.

Non dev’essere stato facile per i venditori della Spartan stare alla fiera dell’elettronica e dichiarare, nella loro pubblicità leggermente terroristica, che i prodotti venduti da tutti gli altri espositori che stavano intorno a loro erano (secondo Spartan) cancerogeni e sterilizzanti, ma ci sono riusciti. Non ci resta che aspettare la versione 2.0 della mutanda, che sarà sicuramente connessa a un’app per dirci qual è il davanti e qual è il retro con il “feedback aptico”.

Amazon Echo accetta ordini di acquisto da chiunque. Anche da una voce alla TV

Amazon Echo accetta ordini di acquisto da chiunque. Anche da una voce alla TV

Echo è un piccolo dispositivo domestico di Amazon che si collega a Internet ed è dotato di microfoni sempre in ascolto, che consentono di usarlo come maggiordomo virtuale al quale dare ordini a voce. Echo, infatti, riconosce i comandi vocali e risponde con una voce sintetica chiamata Alexa. In una casa “smart”, per esempio, può essere usato per comandare luci, tapparelle, serrature, riscaldamento, apricancello, citofoni e altro ancora, facilitando enormemente l’attività di chiunque abbia problemi di mobilità.

Ma Echo, o meglio Alexa, come la chiamano i suoi utenti, di recente ne ha combinata una grossa, che ha rivelato i limiti di questa tecnologia e soprattutto del modo in cui Amazon l’ha impostata. Alexa, infatti, accetta ordini da chiunque, non solo dalla voce dei suoi proprietari. E così Brooke, una bimba di sei anni che vive in Texas, ha usato l’Alexa di casa per ordinare su Amazon una casa per bambole e due chili di biscotti a insaputa dei genitori e senza neanche rendersene conto: ha semplicemente detto ad Alexa “Puoi giocare alla casa delle bambole con me e prendermi una casa delle bambole?” (“Can you play dollhouse with me and get me a dollhouse?”).

Questo acquisto clandestino è stato possibile perché questi dispositivi vengono forniti da Amazon già preimpostati per gli acquisti automatici: è l’utente che deve decidere di disabilitarli o proteggerli con un codice segreto di autorizzazione. Una preimpostazione un po’ furbetta, molto vantaggiosa per Amazon, ovviamente, ma svantaggiosa per chi compra il dispositivo, secondo una tendenza sempre più diffusa fra i produttori di dispositivi e servizi informatici: la sicurezza del cliente è secondaria e quello che conta è raccogliere il più possibile dati personali da rivendere, come nel caso dei social network, oppure rendere più facile fare acquisti impulsivi, come nel caso di Amazon.

Ci sarebbe anche da riflettere sul concetto piuttosto inquietante di avere in casa dei microfoni che ascoltano tutto quello che viene detto e lo condividono con un’azienda, ma i pasticci di Alexa non sono ancora finiti: infatti la notizia della bimba texana è stata ripresa dai telegiornali statunitensi e in particolare il conduttore di un’emittente televisiva di San Diego, in California, l’ha commentata in diretta dicendo “Adoro la bimba che dice ‘Alexa, ordinami una casa per bambole’” (video, a 2:00).

Avete già indovinato cos’è successo a quel punto: numerosi dispositivi Amazon Echo dei telespettatori hanno interpretato la voce del conduttore come un comando dato da una persona in casa e hanno tentato in massa di ordinare case per bambole su Amazon. I telespettatori hanno chiamato l’emittente avvisandoli del problema e lamentandosi che il conduttore aveva fatto partire ordini indesiderati.

Amazon è corsa subito ai ripari dichiarando che gli ordini fatti per errore potranno essere restituiti gratuitamente e ha ricordato che gli acquisti automatici di Alexa possono essere disabilitati, ma il doppio equivoco ha messo in luce un problema di fondo delle tecnologie basate sul riconoscimento vocale: per ora non sono abbastanza selettive da distinguere una voce specifica da un’altra e quindi le possibilità di equivoco, dispetto o di sabotaggio sono troppo elevate.

Anche perché Amazon non può risolvere un problema di fondo: come spiegare a un bimbo o a una bimba che il bellissimo giocattolo che è appena arrivato dovrà essere rimandato indietro?

Fonti: CNN, Fortune, Graham Cluley.

Se il testimone cruciale di un omicidio è la casa “smart”

Se il testimone cruciale di un omicidio è la casa “smart”

Ultimo aggiornamento: 2017/01/03 14:50.

Negli Stati Uniti, specificamente nello stato dell’Arkansas, c’è un uomo, James Andrew Bates, che è accusato di aver strangolato l’amico, Victor Collins, trovato morto in una vasca da bagno della casa del sospettato a fine novembre 2015. Cosa c’entra questo con Internet e l’informatica? C’entra eccome, perché l’innocenza o colpevolezza del signor Bates dipende da un testimone decisamente particolare: la casa stessa, che è un’abitazione “smart”, i cui dispositivi digitali interconnessi possono aver registrato dei dati estremamente importanti intorno all’ora del delitto.

La casa di Bates è infatti dotata di un dispositivo Echo di Amazon, un apparecchio che risponde ai comandi vocali del proprietario e fa da assistente virtuale: una sorta di Siri o di OK Google, ma senza lo smartphone. I suoi sette microfoni sono molto sensibili e permettono di captare le voci anche a una notevole distanza dal dispositivo.

Gli inquirenti hanno ordinato ad Amazon di fornire eventuali dati o registrazioni sonore acquisiti dal dispositivo e riguardanti la sera del delitto, perché Echo è sempre in ascolto, in attesa che qualcuno pronunci una parola chiave (solitamente è Alexa) e quindi può aver captato, conservato e trasmesso ad Amazon degli spezzoni di conversazioni o dell’audio di casa che potrebbero chiarire la dinamica degli eventi. Va ricordato, infatti, che Amazon conserva sui propri computer tutti questi spezzoni audio.

In effetti la polizia ha dichiarato di aver estratto dei dati dal dispositivo, senza però precisare quali, e Amazon ha fornito agli inquirenti i dettagli dell’account dell’accusato e dei suoi acquisti, ma non ha rilasciato le informazioni che Echo ha registrato sui server dell’azienda.

La casa “smart” è al centro di queste indagini anche per un altro dispositivo: un contatore dell’acqua “intelligente”, che ha registrato l’uso di circa 530 litri d’acqua fra l’una e le tre del mattino del giorno del delitto. Secondo gli inquirenti, questa notevole quantità sarebbe stata usata per lavar via dal patio della casa le tracce di quello che era successo. E sulla scena del delitto ci sono anche altri dispositivi della cosiddetta Internet delle cose: un termostato Nest, un sistema d’allarme Honeywell, un dispositivo di monitoraggio senza fili delle condizioni meteo e degli apparati WeMo per il controllo dell’illuminazione. Ciascuno di questi apparecchi registra data, ora e condizioni di attivazione e spegnimento.

Tutti insieme, questi sorveglianti digitali potrebbero decidere la sorte dell’accusato: uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascientifico, ma è ormai una realtà sempre più diffusa, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Da tempo i nostri smartphone tracciano la nostra posizione, i braccialetti di fitness registrano l’attività fisica e molte automobili hanno una “scatola nera” che consente di ricostruire fedelmente la dinamica degli incidenti invece di dover dipendere dai ricordi imprecisi dei testimoni. L’importante è sapere chi e cosa ci sorveglia e avere accesso a questi dati, in modo che il Grande Fratello sia, ogni tanto, un fratello maggiore che ci protegge.

Fonti: Cnet, Engadget, The Register, The Information.